Lo squalo

di
genere
dominazione

Rossella, Lo squalo. Il potere del desiderio e i suoi lati oscuri

Il mattino seguente in banca discussi con Fabio di quanto accaduto sulla veranda di casa sua. Gli dissi che molto probabilmente Il commendatore Somarchi era caduto nel tranello e che mi aspettavo da lui un invito a giorni. Fabio fece una risata soddisfatta e stringendomi una pacca del culo aggiunse che non aveva mai avuto alcun dubbio sulle mie capacità di troia e puttana. Mi diede un bacetto e andò via alla riunione che si sarebbe tenuta nella sede centrale dopo un paio d’ore. Arrivò alla porta e si girò prima di uscire dicendo. “Domani ci vediamo in campagna da me? Ho voglia di incularti”. Sorrisi e risposi “Solita ora amore”.
Tre giorni dopo il centralino chiamo la mia segretaria che mi avvertì che il dott. Somarchi era al telefono e la cercava. “Grazie Sabrina, passamelo pure”.
Alzai la cornetta del telefono e dissi “Pronto Pierpaolo”.
La voce di Pierpaolo arrivò subito, dolce e impaziente: "Buongiorno dottoressa. Scusi se la disturbo nel mezzo delle sue mille incombenze, ma non riuscivo a smettere di pensare a lei. Anzi, a quella serata. Lei mi ha lasciato senza fiato, letteralmente." Sentii che sorrideva, forse anche un po’ impacciato. "Volevo ringraziarla. Una conversazione così stimolante… di rado mi capita." Non fui sorpresa: lusingare gli altri era una delle sue armi migliori, ma la sua voce aveva sincera gratitudine. "Spero di non sembrare invadente, ma mi piacerebbe molto continuare la nostra chiacchierata. Magari davanti a un bicchiere di vino, in un contesto meno… formale."
"Mi sta forse invitando a cena, dottore?" domandai, lasciando scivolare un sorriso nella voce.
"Domani sera, se è libera. A casa mia. Cucino io," disse lui, scandendo con orgoglio. Accettai con un entusiasmo che non ebbi bisogno di fingere. "Sarei onorata," dissi, lasciando un tono vellutato nel timbro. "Domani alle otto, allora?" "Perfetto," rispose lui, e mi sembrò di cogliere nelle sue parole una vibrazione sottile, uno scatto di energia appena trattenuta, come se già si stesse immaginando tutto: la tavola apparecchiata, le luci basse, il tintinnio dei calici quando avrei varcato la soglia di casa sua. Mi congedai con garbo, e restai alcuni attimi a guardare la cornetta, ancora calda del nostro dialogo.
Passai le ore successive assorta in una lieve, torbida euforia. In banca i numeri e le scartoffie scorrevano più veloci del solito; mi accorsi che stavo sorridendo davanti al monitor, e che Sabrina mi osservava di sottecchi, forse complice. Alle diciotto e trenta uscii dall’ufficio con una leggerezza nuova, i tacchi che ticchettavano sul pavimento come polpastrelli impazienti.
Quella sera, a casa, feci la doccia bollente pensando a come avrei giocato la serata. Ci sarebbero stati passi da dosare, gesti da misurare, veli da sollevare e rimettere giù. Scelsi, dopo mezz’ora in piedi davanti all’armadio, un tubino nero senza maniche: elegante, ma abbastanza corto da tentare. Collant velato, stivali neri al ginocchio. Un trucco leggero, rossetto color rosa. A un certo punto mi venne da ridere: sembravo la versione notturna di me stessa, un personaggio partorito dalla mia stessa vanità.
La notte dormii poco, e sognai tanto. Sognai numeri che diventavano corpi, vestiti che si dissolvono al soffio d’aria, mani che strappano e avvolgono insieme. Mi risvegliai prestissimo, gonfia di energia nervosa, bevvi due caffè e chiamai Fabio. “Stasera ho appuntamento a casa Somarchi. C'è qualcosa che dovrei sapere?” Mi rispose dopo qualche secondo di silenzio: “Segui il tuo istinto da zoccola” e chiuse.
Alle sette di sera ero già pronta vestita come avevo deciso. Guido, stavolta, azzardò una domanda: “Amore dove vai così bella?”. Sorrisi e risposi “Dal mio amante scemo, non si vede?”. Lui rise e aggiunse “Ah si scusa, l’avevo dimenticato”. Mi fece un pò pena in verità.
Con la mia auto arrivai davanti al cancello della villa di Somarchi abbastanza puntuale. Bussai e il cancello automatico si aprì davanti alla luce dei miei fari. Percorsi un viaggetto di una cinquantina di metri e arrivai davanti all’ingresso. Lui era li ad aspettare con la porta aperta. Mi venne incontro aprendo lo sportello dell’auto. Mi allungo una mano e mi fece scendere. “Rossella è bellissima” e mi baciò la mano. “Ti faccio strada”. Lo segui standogli a fianco. Non una sola parola. Il rumore delle sue scarpe e delle mie sulla ghiaia del vialetto. Mi fece accomodare. La casa era un tripudio di luci. Non fastidiose, studiate e piacevoli. Mi cinse i fianchi con la mano e mi accompagnò verso quella che doveva essere la cucina. Enorme. Moderna. Un’isola al centro e i fuochi accessi sotto le pentole che gorgogliavano. “Accomadati pure ho quasi finito”, “Ti verso un po’ di vino se ti va?” Annuii e cominciai a sorseggiare. Era un rosso corposo. Un barolo delizioso e forte. “Cosa hai preparato Pierpaolo?” Lui sorrise con una punta d’orgoglio e, mentre mescolava con la mano sinistra una padella, con la destra prese la bottiglia di vino e me la riempì ancora, il polso fermo e sicuro. “Ho fatto tutto con le mie mani,” disse. “Oggi ho avuto una giornata infernale, così mi sono sfogato con la cucina. Ti piace il piccione?” Ridacchiò vedendomi sgranare un po’ gli occhi. “Non preoccuparti, niente piume. Ho fatto un petto di piccione arrostito al miele e pepe, con riduzione di barolo. E per te, risotto al tartufo bianco – tu meriti solo il meglio.” Stava dicendo davvero, ma la sua voce accarezzava la frase e la rendeva più lieve.
Rimasi a guardarlo: le mani grandi, le dita che afferravano la lama del coltello, la sicurezza nei movimenti. Sembrava un uomo abituato a comandare, ma in quel momento mi diede l’impressione di volersi mettere in mostra per piacermi e, forse, per compiacere qualcosa di se stesso che ancora non avevo scoperto. “Ho sempre detestato l’odore del tartufo,” disse a un certo punto, “ma quando cucino per qualcuno che mi piace, mi viene voglia di superare ogni limite.” E sollevò il coperchio della casseruola e lasciò salire una nube di vapore odorosa. Mi accomodai su uno sgabello, e lo osservai mentre impiattava con la cura di uno chef televisivo. Si vedeva che teneva a quel momento. Fece scivolare il mio piatto davanti a me, poi prese posto accanto, molto vicino, e mi guardò mangiare il primo boccone. “Allora?” domandò. Lo guardai negli occhi, e presi tempo per deglutire. “Sei migliore con le mani che con le parole, Pierpaolo.” Era vero. Lui sorrise, ma non si scompose. “Me lo hanno detto spesso,” rispose, e quel sorriso aveva dentro una sfumatura che non avevo ancora visto. Cenammo parlando di tutto e di niente, dell’università, dei genitori, di una vacanza sulla neve che aveva odiato. Il vino iniziò a colorare le guance di lui e a intorpidirci appena. Poi cominciammo a parlare di letteratura. Mi prese un attimo in contropiede: “Hai mai letto Anais Nin, Rossella?” domandò, e c’era nei suoi occhi una luce quasi filologica, come se stesse indagando una curiosità poco confessabile. “Qualcosa,” risposi, “ma è passato tanto tempo. Le sue pagine mi facevano sentire come se violassi una regola ogni volta che voltavo una pagina.” Ridacchiò. Poi si accese una sigaretta e mi scrutò attraverso la spirale di fumo, più affascinato dal mio imbarazzo che dalle sue stesse parole. “Mi piace il modo in cui parla di sesso senza vergogna,” disse, “come se fosse la cosa più naturale del mondo, anche quando è perverso, anche quando fa male. La Nin racconta tutto come se il desiderio fosse la vera radice della vita. Senza giudizio.” Pierpaolo, che fino a quel momento aveva giocato al gentiluomo, lasciò scorrere le dita sul bordo del tavolo, come se stesse accarezzando una donna invisibile, o forse solo le sue fantasie. “La cosa più interessante,” continuò, “è che in lei il piacere non è mai un fine ma un tramite. Un modo per accedere a una parte nascosta di sé, come se scopando si potesse saltare tutta la superficie e toccare il midollo delle persone.” Sorseggiò il vino e mi fissò. “Tu cosa preferisci, Rossella? Scrivere di sesso, o farlo?” Devo ammettere che la domanda mi spiazzò. Portai il calice alle labbra e lasciai che il Barolo mi colorasse anche l’anima, prima di rispondere: “Forse sono la stessa cosa. Solo che nel primo caso devi mentire, nell’altro puoi permetterti di essere sincera.” Lui rise, basso e complice. Poi si zittì. Si sentiva il borbottio della lavastoviglie, il mormorio della città fuori, e lui che mi guardava senza porre limiti alla fantasia. Dopo cena mi invitò sul divano. Era un velluto grigio scuro, morbido da accarezzare. Si sedette prima lui, con una gamba accavallata in modo quasi lezioso, poi mi indicò il posto accanto – e capii subito che avrebbe annullato ogni distanza.
Pierpaolo allungò il braccio lungo lo schienale, le dita appena poggiate, né troppo vicine né troppo lontane. Accavallai le gambe anche io, sentendo la stoffa del vestito che si tirava sulle cosce e il suo sguardo che cadeva lì un attimo, prima di tornare al mio viso. “Posso offrirti un digestivo?” domandò, ma era solo un pretesto perché non si alzò nemmeno, continuando a fissarmi, tondo di desiderio e di attesa.
“No grazie. Mi basta il vino che mi hai già versato.” Gli sorrisi, lasciando la frase sospesa come un invito.
“Allora ti chiedo una cosa,” disse lui. “Non sono uomo che chiede senza aver già intuito la risposta, ma con te mi piacerebbe che fosse diverso.” Fece una pausa, come per assicurarsi che stessi ascoltando fino all’ultimo battito. “Cosa desideri davvero, Rossella?”
Il modo in cui lo disse mi fece arrossire, e per un istante mi parve che il locale intero ondeggiasse appena. Forse era il vino, o forse solo il brivido di avere bevuto troppo in fretta le sue parole. Una Rossella più giovane avrebbe forse tergiversato, accennando a una fuga verso il bagno, o a una telefonata da fare, oppure avrebbe lasciato che il silenzio si riempisse da solo di sottintesi. Invece, rimasi ferma sul divano, ancorata alla stoffa sottile che percorreva le mie gambe, e decisi di giocare la mia parte fino in fondo. C’erano momenti che andavano vissuti, senza filtro, come la prima volta che ti butti da un trampolino senza sapere se l’acqua sarà fredda o tiepida. Lo guardai negli occhi e risposi con voce tesa, quasi ruvida: “Desidero qualcosa che non sia prevedibile. Qualcosa che lasci il segno.” Lui non mosse un muscolo, solo la luce negli occhi mutò appena, come se avessero acceso un interruttore all’improvviso. Sentii la mano calda sul ginocchio, non sfiorava nemmeno la pelle, ma la sua presenza era lì, dichiarata. “Sei sicura?” domandò. “Perché potrei prenderti in parola.”
“Si è così te lo assicuro”.
“Se ti chiedessi di spogliarti per me? Lo faresti?”
Mi scivolò la voce in gola, un sussurro dentato: “Sì. Ma voglio che sia tu a dirmelo. Voglio che tu perda il controllo, Pierpaolo.” La mano che mi sfiorava il ginocchio non tremava più. Salì lenta, come si insegna a un animale selvatico ad avvicinarsi al palmo teso. Si fermò a metà coscia e tirò appena la stoffa del vestito, come se volesse strapparlo, ma si trattenne. Solo dopo una sospensione perfetta, due secondi di silenzio, mi prese la mano e me la portò sulla sua, facendomela premere contro di me, per farmi capire che la mossa spettava a me. Non ero più abituata a sentirmi desiderata così, lo confesso. Avevo giocato tutta la sera a fare la donna che decide, la padrona del campo, e ora lui mi restituiva in un colpo la mia parte animale, la fame nuda che cincischia nei sogni cattivi.
MI alzai e mi misi davanti alla sua poltrona. Abbassai le spalline del tubino, una dopo l’altra, guardandolo negli occhi senza mai lasciarmici affondare nel suo sguardo. Il vestito scivolò dal mio corpo con una morbidezza quasi oscena, e la sottoveste di seta si illuminò al riflesso dei faretti, lasciando le spalle nude e i seni liberi sotto il tessuto impercettibile. Lui non disse nulla, ma spalancò le cosce mentre con la mano mi faceva cenno di ruotare su me stessa. Feci un giro lento su quei trampoli di stivali, sentendo il culo ballare sotto la seta e l’aria fresca della stanza che mi toccava tutta la schiena. “Sei bellissima, Rossella,” sussurrò, e mi sembrò che lo dicesse davvero. Poi si leccò le labbra, un gesto brevissimo ma feroce, e si avvicinò fino ad annusare la stoffa della sottoveste, all’altezza dell’ombelico. “Toglila Rossella e balla nuda per me”.
Lo feci. Lasciai cadere la sottoveste lentamente, dissimulando il tremore che mi risaliva la schiena come la lingua di un serpente. Le luci della casa mi disegnarono la pelle, rimbalzando sulle curve e sulle ombre. Era come spogliarsi davanti a una finestra senza tende, come inzupparsi del pudore altrui, accettando che qualcuno stesse davvero guardando, giudicando, entrando in ogni dettaglio. Rimasi nuda con gli stivali, mani conserte dietro la schiena come al cospetto di un direttore d’orchestra che sta per dare il tempo. Poi ruotai ancora una volta su me stessa, e mi sentii sleale, intossicata, spavalda. Pensai: Pierpaolo vuole vedere cosa accade se una donna si consegna senza vergogna, se accetta di essere vista per intero, senza dosare. Avanzai di un passo, e lui mi prese per la vita. Le sue mani erano fredde ma decise.
Mi obbligò ad ancheggiare e io lo feci come un’odalisca davanti al suo signore.
Comincia a ballare, a muovere il bacino e toccarmi il seno. Mi piaceva sapere quell’uomo incantato. Buttai indietro la testa come ad assaporare i suoi occhi sulla mia pelle. Mentre lo facevo intravidi che si stava sbottonando i pantaloni. Vedevo le sue mani frugare tra la stoffa. Tirò fuori il suo cazzo gonfio. Oddio, enorme, teso come non avrei mai immaginato. Aveva ancora la forza di un ragazzo trasudare nelle vene gonfie. Lo guardai incantata. Lui cominciò a masturbarsi guardandomi. Non seppi dire altro che: “Pierpaolo posso baciarlo?”.
Lui sorrise e allargò di più le gambe. “Vieni. Succhialo”.
MI inginocchiai ai piedi della poltrona e glielo presi in bocca. Comiciai a succhiare come un’assatanata. Il rumore della mia bocca sovrastava il silenzio della stanza. Le sue mani poggiate sulla mia testa spingevano fino a farlo entrare tutto in gola. Non respiravo. Mi strinse le orecchie sollevandomi la testa. “Succhia troia, fammi venire nella tua bocca.”
Smisi solo quando sentii vibrare il suo corpo, sollevarsi ed inarcare dalla poltrona. Quando il suo liquido caldo mi riempi la bocca. “Ingoia tutto puttana. Questo è solo l’inizio”. Sollevai il viso guardandolo negli occhi. Lo sperma mi colava dalle labbra. Con la bocca impastata risposi “Voglio sperare che sia stato un buon inizio tesoro”.
scritto il
2026-02-09
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