Vendetta

di
genere
dominazione

Rossella, Vendetta. Il potere del desiderio e i suoi lati oscuri

Ormai con Fabio si scopava come ricci appena ne avessimo voglia, e ad ogni scopata si discuteva di come riuscire a vendicarsi di Gisella e, allo stesso tempo, trarne il massimo vantaggio economico. Riuscimmo ad escogitare un piano che ci sembrò ben congegnato ed efficace.
Dovevamo fare in modo da rendere pubbliche le relazioni che lei aveva con i suoi amanti e allo stesso tempo rendere innocuo qualsiasi tentativo di ritorsione da parte di suo padre. Era un personaggio troppo potente perchè non prendessimo in considerazione la possibilità che lui mettesse tutto a tacere.
Fabio organizzo tutto. Avrei dovuto tentare di circuirlo e renderlo innocuo, mentre lui avrebbe cercato più informazioni sull’avvocato che sembrava essere l’amante più assiduo di Gisella.
Agimmo quindi su due fronti.
Mi disse che avrebbe organizzato una serata a casa sua. Sarebbe stata presente ovviamente la moglie, suo padre e chiaramente io. Mi sarei dovuta impegnare a far perdere la testa al commendatore. La cosa non mi faceva impazzire dalla gioia visto che il dott. Pierpaolo Somarchi aveva poco meno di settant’anni, ma Fabio riuscì a convincermi in modo a dir poco originale. Eravamo nella sua casa di campagna. Avevamo appena finito di scopare e come al solito discutevamo mettendo a punto tutti i dettagli. Io comincia a col dire che avrei preferito agire in altro modo ed evitato di essere stata costretta a dover spompinare il commendatore e per giunta, magari, con scarsi risultati. Fabio mi guardò sorridendo e mi fece segno di avvicinarmi. La sua voce si fece imperiosa. “Vieni qui, Rossella,” ordinò, accarezzandosi il membro ancora umido. Mi sedetti sul bordo del letto, le lenzuola ancora chiazzate e stropicciate dalla nostra precedente scopata. Mi prese per un polso e mi fece sdraiare a pancia in giù sulle sue ginocchia. Sentii il calore della sua pelle sulla mia pancia, mentre lui mi teneva ferma con una mano sulla schiena, l’altra che mi accarezzava i glutei con una fermezza che non aveva niente di delicato. Non disse nulla. Sapevo che gli piaceva farmi stare in tensione, mischiare piacere e vergogna, e che questo faceva parte del suo modo perverso di convincermi. Mi diede uno schiaffo tondo, secco, sulla chiappa sinistra. Rimasi senza fiato per il dolore improvviso, ma subito dopo sentii il calore espandersi e la pelle vibrare. Mi colpì di nuovo, stavolta sull’altra chiappa, e prima che potessi protestare mi afferrò i capelli e mi sussurrò all’orecchio: “Tu devi fare quello che ti ordino senza discutere. Sei la mia troia, ricordi?” La sua voce era bassa, ma lo sfrigolio di soddisfazione era inconfondibile. Sentivo il sangue pulsare forte tra le gambe anche se avrei voluto ribattere con una battuta o inventarmi qualche scusa per non piegarmi a quel suo gioco. Ma la verità era che la cosa mi faceva impazzire. Lui se ne accorgeva subito, riusciva a leggermi dentro come nessuno mai.
Non mi mollò i capelli nemmeno quando infilò due dita tra le mie cosce, trovandomi già bagnata. Sorrise e mi morsicò il lobo dell’orecchio, lasciandomi addosso quell’odore di sigarette che aveva sempre. “Devi essere perfetta, Rossella. Devi fargli credere che sei una puttana, e dopo sarà tutto più facile. Voglio che te lo ricordi bene.” Mi spinse a girarmi, facendomi inginocchiare tra le sue gambe, e con gesti lenti mi abbassò il mento per farmi guardare il suo cazzo duro. “Adesso chiedi scusa. Voglio sentirti dire che farai tutto quello che ti ordino.” Le sue dita mi tenevano la faccia, costringendomi a non distogliere lo sguardo.
“Scusa,” sussurrai, sentendomi il viso in fiamme. “Non sarò più impertinente. Obbedirò e farò tutto quello che vuoi.” La voce mi tremava, ma non di paura. Era solo la voglia che mi si stringeva sotto.
Mi lasciò la presa e mi accarezzò piano la guancia, come a premiarmi per la sottomissione. “Brava,” disse, e per un attimo nel tono colsi una sfumatura quasi affettuosa. Poi mi guidò la testa in avanti e mi infilò il cazzo in bocca, nemmeno tanto lentamente.
Lo presi fino in fondo, sentendo la pelle calda e la consistenza, e sapevo che a lui piaceva vedere i miei occhi che si riempivano di lacrime, il mascara che colava un po’, la dignità che si sbriciolava sotto ogni suo affondo. Ma a me serviva quell’umiliazione. Era la benzina, la sola cosa che mi faceva sentire viva e risoluta. Gli presi i fianchi con entrambe le mani, mi guidai il cazzo sempre più in fondo, finché nel petto sentii scattare la fame, quell’urgenza talmente disperata da diventare preghiera. Mi staccai solo un attimo e, senza vergogna, alzai la testa:
“Fammi male. Ti prego, fammi davvero male.”
Non aspettò nemmeno un secondo. Mi rovesciò di colpo sulle sue ginocchia, la guancia premuta contro il piumone ruvido, e mi afferrò i polsi dietro la schiena. Sentii il primo schiaffo come una saetta che mi attraversava tutta, la pelle incendiata, il suono quasi musicale nel silenzio del casale. Più che dolore, era pura euforia. Ne volli ancora, e ancora, e ogni colpo tolse un grammo di vergogna, lasciandola sparsa come sale sulle ferite, e a ogni respiro mi sentivo meglio di quanto avessi il diritto di sentirmi. Quando finì, mi lasciò un secondo sul letto, faccia incollata al piumone, le chiappe in fiamme, i polsi dolenti. Poi mi poggiò la mano sulla schiena, leggera, e tirò il fiato come se anche per lui fosse stato uno sfogo. Mi ribaltò piano, mi fissò negli occhi. Non ci fu bisogno di parole, solo una serie di baci umidi e affamati, uno dietro l’altro, come se si volesse prendere tutto quello che non aveva potuto dirmi prima. “D’accordo,” sussurrai alla fine, ancora quasi senza voce ma sorridendo. “Lo faccio.”
Rispose anche lui con un sorriso.
I giorni seguenti mi concentrai sull’obiettivo come non avevo mai fatto. Il giorno delle cena arrivò. Come al solito due parole bastarono a Guido per convincerlo che era una cena di lavoro. Il commendatore godeva di una fama tremenda, non solo per i soldi ma anche per l’aura di terrore che emanavano lui e la figlia. Rossella Somarchi, la puttana, era un titolo che meritava. D’altronde non mi sarei aspettata nulla di meno da qualcuno con il mio stesso sangue. Andava bene così. Quella sera mi vestii elegante ma sotto un completo da vera mignotta. Un vestito di seta blu notte, lungo con uno spacco fino all’inguine. Tacco dodici, trucco e una linea di perle che mi faceva sembrare più giovane. Non indossai mutandine, forse per non farle intravedere sotto la stoffa ma non ne sono sicura. La moglie di Fabio mi guardò ammirata. Era una bionda divinamente bella. Indossava un vestitino corto mostrando le sue splendide gambe. I sandali dorati le facevano apparire ancora più belle. Quando la vidi devo ammettere che mi sarebbe piaciuto poterla accarezzare. Vederla nuda. Ebbi la sensazioni di desiderarla. “Rossella, accomodati pure in veranda. Stasera fa caldo,” disse, e mi fece capire subito che anch’io le avevo fatto una bella impressione. Il padre non era ancora arrivato, mentre Fabio, stranamente si mostrava alquanto nervoso. Dopo un pò arrivo lui il dottor Pierpaolo. Le presentazioni e lui, in verità, molto galantemente mi fece il baciamano. Mi ero sbagliata. Benché quasi settant’enne aveva un fascino che le fotografie dei giornali non riuscivano a mettere in luce. Guardai Fabio e sorridendo gli feci capire con gli occhi “Stasera ci divertiamo”.
Eravamo seduti uno accanto all’altra e la conversazione con il commendatore fu davvero divertente. Gisella interveniva spesso scherzando, ma i discorsi di Pierpaolo erano intelligenti e divertenti. Sorridevo facendo un pò la civettuola e lui sembrava apprezzare la mia compagnia. Fabio osservava tutto intervenendo raramente.
Alla fine della serata uscii sulla veranda per prendere un po’ d’aria. La serata era davvero magnifica. Il cielo sgombro dalle nuvole era stellato come non mai. Mentre mi godevo la luce delle stelle arrivò lui. Il commendatore.
“Ti dispiace Rossella se fumo un sigaro accanto a te?”
“Gli dissi che non mi dava affatto fastidio. E che mi piacevano gli uomini che fumano il sigaro”.
“Lui sorrise” aggiunse dopo aver dato qualche boccata :”Sai Rossella è stata una piacevolissima serata. Da quando mia moglie non c’è più e difficile che io passi del tempo con una donna a canto che mi ascolta.” poi aggiunse: “Tu sei davvero interessante, simpatica e bellissima. Sarei tentato di chiederti di venire a cena con me qualche volta, ma mi rendo conto di non avere molte chance con te…”.
Interruppe la frase in maniera dolce abbassando leggermente il capo. Mi fece una tenerezza infinita benché sapessi di avere a che fare con uno squalo d’uomo. Lo guardai il più dolcemente possibile e aggiunsi soltanto “Provaci Pierpaolo e vedremo”. Mi guardò con gli occhi luccicanti “Lo farò Rossella. Lo farò presto.”.
scritto il
2026-02-09
1 2 8
visite
2
voti
valutazione
8
il tuo voto
Segnala abuso in questo racconto erotico

Continua a leggere racconti dello stesso autore

racconto precedente

Non ho più remore

racconto sucessivo

Lo squalo

Commenti dei lettori al racconto erotico

cookies policy Per una migliore navigazione questo sito fa uso di cookie propri e di terze parti. Proseguendo la navigazione ne accetti l'utilizzo.