Cedere conviene. La prima volta di Rossella

di
genere
tradimenti





Non mi pesava essere mattiniera, né mi pesavano le abitudini. Avevo imparato da tempo che la ripetizione è una specie di anestetico naturale. Lo dicevo sempre a Guido. "Le abitudini sono la nostra assicurazione", gli dicevo quando ci svegliavamo uno di fianco all'altro come due criceti esausti. La sua risposta era sempre la stessa: un brontolio, mezza risata e un bacio svelto, prima di scivolare fuori dal letto.

Quella mattina invece ero sola, o almeno la casa lo sembrava. Guido si era già chiuso nello studio, il suo laptop acceso e le dita che picchiettavano furiose sulle lettere. Io mescolavo il caffè con zucchero in silenzio, seguendo il percorso circolare del cucchiaino come un rito. Osservai la spirale che si formava sulla superficie.

Pensai al nostro matrimonio. vent’anni sono una vita, ma ti insegnano la chimica della sopportazione. Non che fossimo infelici, anzi: eravamo diventati molto efficienti nel rispettarci i confini, le piccole manie, i tempi morti. Una volta, quando ancora ci azzardavamo a confidare certe cose, Guido mi aveva confessato che la monogamia gli sembrava un compito di quelli da ragionieri.

La verità, che forse sapevamo entrambi, è che la nostra era diventata una pace dei sensi. Io non la trovavo una cosa triste. C'era un sollievo profondo nel non dover più competere, nel potersi abbandonare alle minuzie, senza la paura di mancare il bersaglio. Guido, lo sospettavo, lo trovava un po' più monotono, ma non diceva nulla.

Si era adattato come ci si adatta a un divano nuovo: ci si siede sopra, si cerca la posizione giusta, e si fa finta di non notare che il vecchio, in fondo, era più comodo.

Spinsi la sedia con un piede e mi accostai alla finestra. Le macchine sulla strada erano già in fila, tutte impazienti di infilarsi nel traffico. Misi un dito contro il vetro, cercando il punto esatto dove la condensa formava una piccola goccia. Per un attimo, ebbi la tentazione di scriverci sopra una lettera, magari la mia iniziale, come facevo da bambina nelle mattine d’inverno.

Ma mi limitai a osservare il movimento delle gocce, e poi tornai al caffè.

Era buono, forte, come piaceva a me. Inspirai forte, lasciando che l’aroma mi riempisse il petto. Era quello il momento in cui mi sentivo viva. Non i viaggi, non le cene fuori, non il sesso — che ormai era diventato un’operazione simpatica ma prevedibile — ma quella sensazione precisa di calore nella gola, la promessa di una giornata gestibile.

Mi venne da ridere, un suono breve e sincero che si perse nella stanza vuota. "Pace dei sensi", pensai, e per una volta la frase mi sembrò meno una sconfitta e più un premio.

Sollevai la tazza e la svuotai in due sorsi, senza alcuna fretta. Poi sistemai tutto con la solita cura: il cucchiaino risciacquato, la tazzina nel lavello.

Mi guardai le mani. Mi sembravano le mani di una donna soddisfatta. C’era qualcosa di rassicurante nelle nocche, nelle unghie corte e curate. Nessuna tentazione, nessuna vertigine. Una calma perfetta.

Solo dopo, mentre infilavo il cappotto e preparavo la borsa, mi resi conto che avevo dimenticato di salutare Guido. Ma sapevo che lui, al piano di sopra, non ci avrebbe fatto caso. Come me, aveva imparato a non aspettarsi troppo, e a essere grato per la serenità minima che ci eravamo costruiti. Uscii di casa portandomi dietro questo piccolo segreto.

Il corridoio della banca sembrava più lungo del solito, la mattina. Forse era la luce troppo bianca dei neon, o il riflesso delle scarpe che giocava a rincorrersi sulle piastrelle grigie. Io camminavo senza fretta, le braccia strette attorno alla cartellina, il badge che ballava sul petto a ogni passo.

Le nove erano un orario scomodo. Troppo tardi per essere la prima, troppo presto per passare inosservata. Ma mi piaceva così: i colleghi sparpagliati lungo i corridoi, le voci basse e i monitor già accesi.

Il mio ufficio era al primo piano, stanza 15. Non era grande, ma aveva due vetrate enormi che davano sul cortile interno.

Appena misi piede nella mia stanza, lasciai cadere la borsa sulla sedia e passai in rassegna la posta elettronica. Contratti, report, richieste di modifica. Tutto in ordine. Il caffè del bar al piano terra era già sulla scrivania—qualcuno aveva lasciato un post-it con scritto "buona giornata dottoressa". Sorrisi, anche se il gesto era più automatico che altro.

Mentre leggevo la posta, sentii il rumore dei passi nel corridoio. Scarpe pesanti, ritmo deciso. Mi alzai e andai verso la porta, affacciandomi appena oltre il vetro smerigliato. Era Alessandro, il nuovo ragazzo della sicurezza. Alto, rasato, camminava sempre come se avesse un appuntamento urgente con la disciplina. Mi venne da pensare che dovesse essere stanco, dopo tutti quei turni di notte. Ma lui, come ogni volta, si limitò a un cenno col mento e proseguì dritto senza distrazioni.

Richiusi la porta e tornai alla mia scrivania, ma lo sguardo mi cadde sulle vetrate. C’era ancora la condensa della notte, uno strato sottile che sfumava i contorni del mio volto. Mi avvicinai e vidi il mio riflesso, leggermente opaco e scomposto dalla luce obliqua. Mi osservai con attenzione: i capelli raccolti dietro le orecchie, il tailleur un po’ troppo serio, le labbra asciutte di chi ha già detto troppo. Sembravo più giovane, forse perché mi ero truccata in fretta e non avevo avuto tempo di accorgermi delle rughe nuove.

Ripensai al discorso di prima. Alla calma del mattino, alle abitudini che avevo costruito come muraglie intorno a me. Avevo sempre detto che la fedeltà non era un valore assoluto, ma una specie di ginnastica. Bisognava allenarsi ogni giorno, allenarsi a non cedere al primo languore, o al primo abbaglio. Guido mi ripeteva che era questione di carattere, che io ero nata monogama come certi cani da caccia.

La verità, però, è che io non ero immune alle tentazioni. Solo, le riconoscevo in tempo e le maneggiavo con molta cura.

Mai, in vent’anni, avevo fatto qualcosa di cui vergognarmi. Non avevo mai risposto a messaggi ambigui, mai accettato un invito fuori luogo, mai assecondato uno sguardo di troppo.

Guardai il mio riflesso con una specie di fierezza e, per la prima volta, mi dissi: "Ci sono riuscita". Un brivido, come un sussurro di vento freddo, mi attraversò la schiena. Mi sentii sollevata e insieme più pesante, come se la fedeltà avesse un suo costo segreto che si accumulava anno dopo anno.

Sorrisi alla donna nello specchio, poi raccolsi la cartellina e uscii dalla stanza, pronta ad affrontare la fila di clienti e la giungla delle pratiche. I tacchi battevano un tempo regolare sul pavimento, e ogni passo mi avvicinava di più a una serenità ostinata, tutta mia.

Il cortile interno della banca era il mio angolo preferito, anche se il cemento e le aiuole troppo curate non avevano nulla di romantico.

Mi ero portata il pranzo da casa: insalata in un tupperware trasparente, due grissini e una mela verde. Mangiavo sempre da sola o con qualche collega. Seduta all’estremità della panchina più vicina al portone d’emergenza. Era la mia zona franca.

Quella volta, però, non avevo fatto i conti con la perseveranza di certi uomini. Non sapevo nemmeno come si chiamasse, il collega della contabilità che si piazzò davanti a me, il vassoio del bar bilanciato tra le mani e un sorriso che avrebbe potuto essere simpatico, se non fosse stato così ostinato. Era il tipo che si muove a scatti, come se avesse sempre una battuta pronta e la paura di dimenticarla.

“Ciao, Rossella. Non disturbo?” chiese, anche se era evidente che già lo stava facendo.

Non sollevai subito lo sguardo. “Ciao. No, figurati.” Cercai di sorridere, ma il viso mi rimase rigido.

Lui si sedette accanto a me, troppo vicino per essere solo cortese. Poggiai la mela sulle ginocchia e mi strinsi le braccia al petto, istintivamente. Sentivo il suo profumo, una colonia dolce e insistente, e avrei voluto che il vento tirasse dall’altra parte.

“Ti va un caffè dopo il lavoro?” Il tono era quello di chi la domanda l’ha già ripetuta tante volte, e sa che prima o poi otterrà un sì per sfinimento.

Scrollai la testa, ma non lo feci sembrare un rifiuto brusco. “Ho già degli impegni, mi dispiace.”

“Peccato,” disse lui, “ma se cambi idea, mi trovi sempre qui.”

Lo guardai per la prima volta davvero. Aveva i capelli impomatati, le sopracciglia tirate in alto come a chiedere conferma che la battuta fosse andata a segno. Non c’era nulla di apertamente molesto, nulla che potessi segnalare a un superiore senza passare da isterica. Solo tanta, troppa premura. Come se bastasse la costanza per scalfire il mio guscio. Non dissi altro; lui si accontentò, e dopo qualche secondo si inventò una telefonata urgente e sparì. Sgranocchiai la mela, assaporando l’aspro come se fosse una piccola punizione. Guardai il cortile, le piante plastiche, le finestre a specchio dove la mia immagine si rifrangeva mille volte, ogni volta più sfocata. Mi chiesi per un attimo se fossi io la causa di tutto, se non trasmettessi agli altri una specie di silenziosa disponibilità. Eppure non mi pareva di lanciare segnali. Ero sempre stata brava a tenere la distanza, e non solo per monogamia o per pigrizia: era una questione di igiene, di sopravvivenza. Non volevo complicazioni, non volevo strappi nel tessuto ordinato delle mie giornate. Finito il pranzo, rimasi lì per qualche minuto e poi tornai al lavoro.La prima cosa che vidi, tornando dal pranzo, fu Alessandro appoggiato al muro, poco distante dal portone. Non sembrava avere un compito specifico, solo fissava il vuoto con quella calma sospesa di chi aspetta di sentirsi chiamato in causa. Io rallentai appena, fingendo di sistemarmi la giacca.

Lui mi vide, e stavolta non fu solo un cenno: mi sorrise, piegando appena la testa di lato. Un sorriso vero, non di quelli da servizio clienti, ma caldo, quasi privato. "Salve, dottoressa."

Aveva una voce bassa, che mi fece vibrare la pelle sotto la camicetta. Per un attimo sentii il bisogno di rispondere con altrettanta cordialità, ma mi limitai a un "Buon pomeriggio anche a lei," tenendo lo sguardo sulle mie scarpe. Lui non aggiunse altro, ma la sua presenza rimase lì, attaccata alla porta come un biglietto non letto. Capii che se avessi voluto, avrei potuto fermare il momento con un gesto, un commento qualsiasi. Ma non lo feci.

Mi piazzai davanti la porta girevole aspettando si aprisse. Nell’attesa notai nel riflesso del vetro che Alessandro si era voltato per guardarmi. Guardare cosa? Mi sentii spiata, scrutata. Appoggia la mano sul pulsante come per accelerare l’apertura. Finalmente si aprì ed entrai. Mi sentii osservata fino all’ascensore che arrivò subito dopo. Entrai e mi voltai verso l’ingresso. Lo vidi di nuovo girato verso di me. Mi aveva seguita con lo sguardo per tutto il percorso. Avrei dovuto sentirmi come al solito arrabbiata. Non lo ero. Che strano effetto. Le porte dell’ascensore si chiusero e dopo un po’ mi ritrovai seduta davanti al computer. Mi ritrovai a pensare quegli occhi che mi seguivano. Alessandro ha una trentina d’anni, sono almeno quindici più dei miei. Comincia a pensare che forse mi ero sbagliata. Forse avevo male interpretato. Poi la mia parte femminile prese il sopravvento. Mi aveva guardato il culo?

Scacciai quello stupido pensiero e mi misi a lavorare.

Tornai a casa in silenzio, come tutte le sere, infilandomi nel traffico della città. Guidare mi costringeva a pensare, e pensare era l’ultima cosa che volevo. Eppure, appena superato il semaforo della circonvallazione, la faccia di Alessandro mi tornò davanti agli occhi. Che razza di bisogno avevo di sentirmi ancora osservata, desiderata, come se fossi una studentessa alle prime armi? Non era da me, non lo era mai stato. Mi dava fastidio, eppure ci pensavo. Aveva uno sguardo pulito, non di quelli che fanno male, ma anzi, ti mettono addosso una specie di febbre tiepida che non sai se ti piace o ti infastidisce.

Al supermercato mi fermai a comprare il pane, poi la frutta, poi vagai a caso tra gli scaffali finché non mi accorsi di essere ferma nella corsia dei detersivi, senza motivo. Sorrisi, pensando che sarei stata capace di comprare anche il sapone per lavatrici solo per dare senso al mio girare. Pagai distrattamente e poi tornai a casa. Guido era ancora al computer. L’odore di cibo pronto veniva dalla cucina, ma nessuno dei due aveva voglia di parlare. Mangiammo in silenzio, raccontandoci la nostra routine con dettagli pratici: i lavori del tram che bloccano l’ingresso, in tv parlavano di nuove restrizioni, domani è prevista pioggia. Niente che valesse la pena ricordare. Dopo cena lui si rifugiò nello studio, io rimasi qualche minuto in salotto con la televisione accesa a volume minimo. Non mi rilassava, ma avevo bisogno di un rumore qualsiasi. Pensai a come sarei potuta essere diversa, se solo avessi accolto certe tentazioni invece di spianarle come vestiti stropicciati. Pensai di nuovo ad Alessandro. Se avessi avuto vent’anni di meno mi sarei illusa che quello sguardo bastasse a cambiare il corso di una giornata. Ma ora no. Ora era solo una scossa, subito assorbita e digerita. O almeno così credevo. Andai in bagno e mi lavai e mi infilai nel letto addormentandomi immediatamente. Mi svegliai di colpo, con la bocca secca e il battito a mille. C’era odore di lenzuola lavate, la luce arancione della strada tagliava la stanza in due spicchi: uno scuro dove dormiva Guido, uno più chiaro che mi illuminava il braccio, la spalla nuda, il seno che si sollevava a scatti sotto la maglietta. Ci misi qualche secondo a ricordare dove mi trovassi, chi fossi, tutto il resto. Avevo sognato qualcosa di violento e di lurido. L’ascensore della banca, il rumore della porta che si chiudeva, un corpo dietro di me che mi schiacciava contro le pareti imbottite, le dita che mi sollevavano la gonna e la bocca di qualcuno che mi sussurrava schifezze nell’incavo dell’orecchio. Non sapevo chi fosse, nel sogno. Solo il peso delle mani sulle cosce, la forza che mi teneva ferma. E io che non volevo neanche scappare. Mi rimase addosso una scia di vergogna.

Provai a girarmi verso Guido, pensai di sfiorarlo, di cercare la sua mano per trovare un appiglio, ma lui era immerso nel suo sonno profondo, il respiro regolare e irraggiungibile. Restai immobile per qualche minuto, ad ascoltare sia il rumore lontano delle macchine, sia i miei pensieri che si incastravano come la trama e l’ordito di una coperta troppo pesante. La mente che correva a ritroso sulle immagini del sogno. C’era una parte di me che avrebbe voluto raccontarlo a qualcuno, anche solo per riderci su, per svuotare lo stomaco da quel senso di colpa così sproporzionato rispetto alla realtà.

Invece la mia mano scese piano sulla mia pancia. Sollevò il bordo della mutandine per arrivare tra le mie cosce. Ero bagnata e il mio dito scivolava piano. Continuai fino a sentire il desiderio di spingere, tirare. Tremai piano, mi morsi le labbra per non svegliarlo. Rimasi così per un pò con la mano sul mio sesso sperando che non mi avesse sentito.

Al mattino mi svegliai spossata, con le gambe indolenzite e la sensazione che la notte fosse durata meno del solito. Guido aveva già preparato la moka e nemmeno si era accorto del mio stato d’animo. Mangiai una fetta biscottata, la mascherai di marmellata e finsi normalità. Sotto la doccia mi restò negli occhi l’immagine della frase scritta col vapore sullo sportello: “Pace dei sensi.” Forse il mio inconscio mi stava facendo uno scherzo.

Dopo aver raccolto i capelli in uno chignon veloce, mi infilai vestiti comodi e scarpe basse. Uscire all’aria umida mi fece bene. Il corpo vibrava ancora di elettricità, come se mi servisse una scossa per riportarmi in assetto. Camminai fino alla fermata del tram, con le mani affondate nelle tasche fino a sentire i polpastrelli diventare freddi e insensibili. Il percorso verso la banca era un tragitto che potevo compiere a occhi chiusi. Lo vidi da lontano. Era già davanti all’ingresso. Nella sua divisa attillata. Il corpetto antiproiettile e la pistola alla cintola. Non l’avevo mai guardato come loro stavo guardando adesso. Bello come il sole. Giovane, alto e forte. Oddio cosa mi stava succedendo? Arrivai davanti a lui quasi in trance e mi sentii dire “Buongiorno dottoressa. Se mi posso permettere le vorrei dire che stamattina è ancora più bella”… lo guardai senza dire una parola. Non so se mi venne fuori un sorriso. Forse lo guardai soltanto senza neanche salutare tanto che dalla sua bocca uscì solo “Mi scusi dottoressa. Sono stato impertinente, non succederà più…”. Mi ripresi e questa volta ebbi la forza di dire “Ma no, figurati Alessandro. Anzi grazie per il complimento”. Lui si precipitò a premere il pulsante d’ingresso della porta girevole. Lo salutai di nuovo e mi incamminai verso il mio ufficio. Camminai piano, questa volta ero io a voler essere guardato e immaginai che lo avesse fatto.

Passarono pochi giorni ed ogni volta che lo incontravo facevo in modo da poter scambiare qualche parola. Gli guardavo gli occhi mentre sorrideva. Sentivo il suo profumo. Guardavo la sua mascella.

Poi arrivò quel giorno. Era un martedì. Il direttore mi pregò di trattenermi in ufficio per chiudere le contabilità di due clienti importanti. Gli dissi che non c’erano problemi potevo rimanere tranquillamente fino a tardi. Conoscevo il codice di accesso e di uscita dalla banca. Non avrei avuto alcuna difficoltà. Lui aggiunse che per quello non mi dovevo preoccupare aveva già allertato la vigilanza che aveva predisposto lo straordinario per un loro operatore che si sarebbe trattenuto fino a quando io non avessi finito.

Il martedì arrivò. Avevo avvisato Guido che sarei rientrata tardi e chiusa nel mio ufficio alle 19 di sera comincia a dedicarmi alla verifica di tutti i movimenti bancari da certificare. Sapevo di essere sola e la cosa mi turbò un po’ poi mi ricordai della vigilanza. Non sapevo chi fosse di turno e chiamai in portineria per vericare.

“Pronto sono la dottoressa Rinaldi. Volevo avvisare che io sono ancora in ufficio.”

La risposta mi gelò! “Dottoressa sono Alessandro… mi hanno avvisato. Io sono giù lavori tranquilla, mi avvisi quando finisce”.

Riagganciai e rimasi con il telefono nella mano, a pensare. Era la prima volta che restavo sola in banca dopo l’orario di chiusura. Il silenzio era diverso da quello delle prime ore del mattino: più profondo, quasi pesante, come se ogni stanza avesse trattenuto il respiro. Anche i led dei computer, che di giorno ignoravo, ora sembravano occhi accesi e ostili.
Ma il pensiero che mi mise davvero a disagio fu un altro: in tutto l’edificio, a parte me, c’era solo Alessandro.

Non era una paura vera e propria. Era più simile a una curiosità che premeva, come la lingua sul bordo di un dente scheggiato. Avevo quarantasei anni, ero sposata da metà della mia vita, e la voglia di complicazioni non mi era mai appartenuta. Eppure, da quando Alessandro era arrivato, avevo iniziato a notare dettagli che prima avrei bollato come inutili. Il modo in cui apriva la porta con una specie di galanteria antica, la voce sempre un po’ più bassa del necessario quando mi parlava, e soprattutto quello sguardo: diretto, senza vergogna.

Il bussare era più un picchiettio gentile, forse timido, di chi non vuole spaventare. Mi irrigidii sulla sedia, poi mi sforzai di rilassare le spalle e risposi con voce che speravo indifferente: "Avanti." La porta si aprì ed entrò Alessandro, uniforme impeccabile, la cintura perfettamente allacciata, il tesserino di servizio appeso al petto come una medaglia. Non c’era traccia della goffaggine dei primi giorni: sembrava benissimo a suo agio, forse più di me.

"Disturbo…?" iniziò, ma non sorrideva come al solito. Solo un accenno, quasi una ruga in più accanto agli occhi. "Volevo solo dirle che ho fatto un giro di controllo ai piani, tutto a posto. Finirà tardi stasera?" Mi accorsi solo in quel momento che il display del computer segnava le 22:17. Ero rimasta assorta nelle revisioni dei movimenti, nei grafici, nelle circolari della direzione. La notte era passata intera a scavarmi le tempie. "Sì. Credo ancora una buona mezz’ora”. Mi ero alzata, quasi per istinto, e adesso lo guardavo da vicino, con quella tensione che precede i disastri. Lui chiuse la porta. Lo fece lentamente, come uno che sa già che succederà qualcosa, e solo vuole che non lo interrompano. Poi si appoggiò allo stipite con la spalla, e per un secondo non disse niente. Sembrava che ascoltasse il rumore dei neon, o forse la mia respirazione. Non avevo paura, solo una strana, sorda eccitazione, come un ragazzino che fa una marachella. “Dottoressa,” disse infine, senza neanche farmi il favore di abbassare la voce, “lei mi piace. Mi perdoni se sono diretto.” Lo disse così, come se fosse la cosa più normale del mondo, e mentre lo diceva mi guardava negli occhi, senza spostare mai lo sguardo. Non era il tono indolente dei complimenti da bar, ma una dichiarazione chirurgica, fatta da chi non ha nulla da perdere. Sentii la bocca seccarsi, poi il sangue che mi pulsa nelle dita e nelle tempie. Non sapevo che faccia stessi facendo. Riuscii a dire soltanto “Alessandro ma che dici.Potrei essere tua madre”.

Lui rispose soltanto “Ma non lo è!”.

Non so perchè mi venne da ridere. Lui invece era serio. Mi guardava come se volesse spogliarmi con gli occhi.

Abbasso lo sguardo per un po’. Poi sollevando la testa torno a guardarmi. Un silenzio interminabile. Io ferma davanti a lui e lui appoggiato alla porta mi disse senza un filo di incertezza “Spogliami!”.

Non so cosa mi prese. Lo vidi nudo davanti a me. Una vampata di calore attraverso il mio corpo. Rimasi a guardarlo. Gli guardavo le labbra. La sua mascella in tensione. Mi avvicinai ia lui come un automa. Gli accarezzai una guancia. Poi il collo. Lui ripetette “Spogliami"!”

Chiusi gli occhi, e le mani trovarono da sole la fibbia del cinturone. Era enorme, metallica, una corazza ridicola per un adulto, ma su di lui aveva senso: lo rendeva più grosso, più deciso. Lo sganciai con un rumore secco che mi rimbombò nei polsi. Avrei voluto ridere, chiedergli cosa avesse creduto davvero che sarebbe successo, ma non lo feci. Lui mi guardava, e il suo silenzio era una specie di comando. Mi limitai a sfilare il cinturone, sentii la pistola sfiorarmi i polpastrelli, la pelle ruvida della fondina che mi lasciava addosso la traccia di un brivido.

Alessandro non mi toccava. Si lasciava fare, ma era come se il suo corpo fosse una calamita pronta a scattare nel punto preciso in cui avrei perso il controllo. Poi fu la volta del corpetto: velcro e bottoni, strati di tessuto e plastica che si piegavano sotto la mia impazienza. Lui sollevò appena le braccia, lasciandomi libera di sfilargli la protezione come si sfila una corazza a un bambino che torna a giocare. La camicia era sottile: bianca, pulita, le maniche rimboccate. Aveva braccia forti, muscoli che si gonfiavano senza sforzo. Lo fermai per un secondo, gli passai una mano sotto il colletto, sfiorai la pelle rasata e tesa. Alessandro non distolse mai lo sguardo. Neanche quando poggiai la fronte sul suo petto per sentire il cuore battere. Era un tuono regolare, quasi di guerra. Gli sbottonai la camicia che lui mi aiutò a togliersi. Il ventre era un tappeto di muscoli. Li accarezzai con la punta delle dita. Sembrava ferro. Mi inginocchia davanti a lui e sbottonai il bottone del pantalone. Poi, tenendo un lembo, abbassai piano la cerniera. Lui si tolse le scarpe ed io piano abbassai i pantaloni, sfilandoli. Non avevo il coraggio di guardare i suoi boxer neri. Accarezzai di nuovo il suo ventre scolpito, e poi afferendoli di lato li tirai giù. Non avevo previsto la brutalità della scena. Avevo davanti a me il suo cazzo: enorme, venoso, proteso con una sfrontatezza che non avevo mai visto, solo intravista in certi video che nemmeno avevo avuto il coraggio di guardare fino in fondo. Mi colpì il contrasto tra la sua pelle liscia e la massa scura e pulsante che mi trovavo quasi a sfiorare con la bocca. Restai pietrificata per un attimo, poi alzai la testa e vidi che Alessandro mi guardava, serio, quasi crudele nella sua fermezza.

Il sesso di Guido era sempre stato una cosa domestica, una presenza gentile, sottomessa all’accordo del nostro corpo. Qui invece c’era un linguaggio che non ammetteva traduzioni: la forma sproporzionata, la lunghezza che sembrava fatta apposta per farmi star male e bene insieme, la punta lucida che già trasudava voglia. Avevo paura che si accorgesse di quanto mi tremava la mano, mentre glielo prendevo e lo stringevo forte, come se stessi stringendo un oggetto proibito che finalmente potevo possedere. Provai a guardarlo in faccia, ma lui non mi diede tregua. Mi accarezzò la testa come si fa con un cane fedele, e io divenni ancora più piccola, ancora più sottomessa a quel desiderio che non sapevo maneggiare. Avvicinai le labbra, pronta a baciargli il ventre, ma la punta del suo cazzo era così vicina da sfiorarmi la bocca. Ne sentii il sapore, prima ancora di volerlo. Era salato, caldo, un odore animale che mi entrò nel naso come una droga. Lo presi tra le labbra, solo la punta, chiudendo gli occhi per non pensare. Alessandro emise un verso basso, roco, un ordine inconsapevole che mi raggiunse la pancia. Iniziai a succhiare piano, cercando di capire quanto potevo prenderne. Era troppo grosso, troppo per me, eppure mi piaceva sentire la fatica, il senso di soffocamento leggero che mi saliva dalla gola e scendeva giù fino all’ombelico. Ogni tanto Alessandro si muoveva, avanti e indietro. Mi lasciai guidare dalla sua mano che mi teneva i capelli. Ansimai appena, e per un attimo mi vergognai, pensai di tirarmi indietro ma la vergogna era molto più sottile della voglia. Sentii la bocca umidissima, leccai la punta lentamente, assaporando il sale, la pelle tesa.

Alessandro si piegò appena sopra di me e mi prese il viso tra le mani. Mi sollevò piano. Non disse niente. Mi sentivo piccola e gigante insieme. Mi tirò su e, con movimenti lenti, quasi rispettosi, mi baciò. Un bacio vero, di quelli che mordono le labbra e ti lasciano il filo di saliva sulle gengive. Io non me l’aspettavo: avevo dimenticato cosa volesse dire essere baciata davvero. Aprii poco le labbra e lui affondò la lingua, prendendosela come se volesse mangiarmi. Sentii la sua mano scendere sulla schiena, sollevarmi la gonna, entrare senza pietà tra le mie cosce. Mi toccò sopra la stoffa sottile. Lo sentii fermarsi, capì che avevo le mutandine bagnate. Anzi, zuppissime. Mi accarezzò delicatamente, poi infilò due dita sotto l’elastico e me le strappò di dosso con una determinazione che mi tolse il fiato.

Mi trovai esposta, la pelle d’oca ovunque, la figa pronta come se avesse aspettato quel momento per anni. Alessandro sollevò la testa e mi fissò, quasi volesse accertarsi che non stessi per scappare. “Sei bellissima,” disse senza mezzi termini. Mi sentii improvvisamente bella davvero, selvaggiamente desiderabile. Non fu lui a tirarmi su, fui io che mi sollevai, in piedi sui tacchi. Alessandro mi spinse sulla scrivania. Mi sentii scivolare all’indietro, la pelle della schiena che si incollava al legno freddo. Alessandro mi prese le gambe, se le posò sulle spalle senza chiedere nulla. Sentii un colpo d’aria sulle cosce nude e poi la punta del suo cazzo che mi trovava, precisa, come se l’avessimo provato mille volte. Non entrò subito: indugiò appena, strusciando avanti e indietro, aprendomi piano. Ero così bagnata che sentii la testa scivolare dentro quasi senza dolore, ma mi mancò comunque il fiato. Piantai le dita sui bordi della scrivania e strinsi i denti. Lui avanzava. Mi sembrava che non sarebbe mai finita, che dentro di me ci fosse uno spazio infinito che non avevo mai avuto il coraggio di esplorare. "Ti faccio male?" domandò, la voce ruvida, poco più di un fiato. Scossi la testa, cercando di non mordermi la lingua. "No,” sussurrai, anche se era una mezza bugia. Mi sentivo attraversata, come se tutta la fatica degli anni prima si fosse concentrata nella fossa del mio ventre. Lui ricominciò a muoversi, fuori e dentro, sempre più rapido, ma ogni gesto era calibrato per darmi piacere. Non so quanto durò. Forse un’eternità, forse pochi minuti. Io non pensavo più, non ascoltavo neanche la voce nella testa che di solito mi trattiene e fa la morale. Anzi, la zittii a forza. Ogni spinta era un corpo a corpo tra volontà e istinto, tra tutto ciò che avevo sempre negato e la voglia spudorata di lasciarmi prendere. Venni una prima volta senza rendermene conto. Fu un tremito che mi attraversò tutta come un singhiozzo, un dolore breve che si capovolse subito in vergogna. Alessandro se ne accorse subito. Mi lasciò urlare piano, senza pietà, anzi proseguendo più forte come se il mio cedimento lo autorizzasse a prendersi tutto. Mi presi altri due orgasmi. Il terzo fu così violento che mi azzerò la testa: smisi di vedere, sentivo solo il calore della carne che mi entrava e mi svuotava insieme. Alessandro ebbe un sussulto. Lo vidi stringere gli occhi e mordersi le labbra. Tirò fuori il suo cazzo e mi disse di inginocchiarmi ed aprire la bocca mentre lui continua a menarselo. Non capii bene cosa volesse ma lo feci. La mia faccia davanti al suo sesso. Mi urlò addosso il suo piacere. Io rimasi lì, la bocca aperta, la lingua pronta a raccogliere ogni goccia. Lo sentii schizzare caldo sulle labbra, poi ancora sulla guancia. Il gesto fu così indecente, così al di fuori da ogni copione borghese che mi venne da sorridere — una risata umida, rotta e infantile, felice e soddisfatta. Alessandro allora si inginocchiò davanti a me, mi ripulì la guancia con il pollice. Mi baciò ancora, stavolta piano, con la dolcezza infinita.

Restammo per un po’ abbracciati, seduti per terra nell’angolo della stanza. Il mio vestito era sparso in giro: reggiseno sullo schienale della sedia, le mutandine accartocciate in una mano, la camicetta tra i fogliLui era ancora nudo, solo la pelle del collo lucido di sudore. Mi venne spontaneo accarezzargli il petto, come per ringraziarlo di qualcosa che avrei avuto vergogna a dire. Non parlammo, non subito. Io sentivo ancora il rumore del mio corpo, qualcosa tra il battito e il tremito, mentre in mente cercavo già di archiviare tutto, di trovare un nome a quello che era successo. Ma non ci riuscivo. Mi vestii senza fretta. Indossai le mutandine con gesti lenti, quasi volessi ricordarmi ogni dettaglio. Quando ci mettemmo a sistemare le cose — i fogli sparsi, le sedie fuori posto, persino le impronte umide della mia schiena sulla scrivania — lo facemmo senza dire nulla, in un ordine silenzioso che mi ripuliva da una parte e mi sporcava dall’altra. Alla porta ci fermammo. Mi girai un attimo, aspettandomi una parola, una battuta facile o almeno un sorriso. Ma Alessandro era serio, quasi solenne. “Ci vediamo domani, dottoressa,” disse, e la sua voce era identica a quella delle mattine qualunque, pulita e obbediente. “.

Sentivo che la mia vita aveva preso un’altra piega. Ero viva e felice come una bambina.
scritto il
2026-02-08
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