L'Archeologa 2

di
genere
tradimenti

I capelli le cadevano sulle spalle, e mentre si chinava, li scostava con una mano, le dita sottili che tremavano appena, come se il gesto la divertisse più di quanto avrebbe mai ammesso. La lingua mi lambiva con una lentezza ostinata, soppesando ogni millimetro, come se stesse assaporando per la prima volta. Non mi lasciava mai gli occhi: li teneva fissi sui miei, sfidandomi a resistere, a non distogliere lo sguardo nemmeno quando il piacere mi spaccava i pensieri in mille frammenti. Sentivo il legno del tavolo premere contro le cosce, la luce calda della lampada che disegnava ombre morbide sulle sue guance. Era tutto perfetto e fuori scala, come se mi stessero rubando ossigeno.

“Guarda che lo so che sei innamorato di me,” sussurrò, facendomi scattare un sorriso. La frase galleggiò nell’aria come una sfida, e avrei voluto rispondere ma bastava guardarmi: un uomo incollato al battito del suo cuore, tremante di desiderio, con le mani che le stringevano i capelli, incapace di pensare ad altro che a lei.

All’improvviso liberò il mio cazzo dalla bocca e sorridendo mi disse “Vuoi venirmi in bocca?”.

Mi svuotò il cervello. Poi si alzò in piedi, sistemandosi il vestito, e mi lasciò lì, pantaloni abbassati e dignità frantumata in cocci sottili. Rise piano, quella risatina di chi sa di aver vinto una mano e non ha nemmeno la voglia di festeggiare. La guardai mentre si versava un bicchiere di vino bianco, la bottiglia che avevo aperto per lei ancora fredda e incrostata di sudore. In quel gesto, la calma con cui si versava mezzo bicchiere e lo sorseggiava, c’era già il riassunto di tutto quello che mi faceva impazzire di lei. Non si affrettava mai. Non negava mai nulla, neanche il peggio di sé.

Ci mettemmo a sedere uno di fronte all’altra, il mio sesso ancora mezzo all’aria sotto il tavolo. Lei si accese una sigaretta. Io la guardavo, sapendo che sarebbe rimasta impressa nella memoria anche se non l’avessi voluta ricordare.

“Non ci riesco a capire se fai così con tutti,” dissi alla fine, mentre cercavo di ricompormi.

“Intendi cosa?” La voce era bass,ma aveva già deciso di non rispondermi. o meglio, di lasciarmi nel dubbio, come si fa con chi sa accontentarsi delle briciole. Tirò su una gamba, si sistemò meglio sulla sedia e fissò un punto a metà tra la mia faccia e il bordo del tavolo.

“Intendo…la facilità con cui entri ed esci da me. Tipo ascensore.” Lei rise senza suono, solo la bocca che si apriva e si richiudeva in rallenty.

“Ti disturba?”

Pensai che un po’ sì, avrei voluto essere speciale, lasciare un segno che non fosse solo umido, ma mi sentii ridicolo appena mi attraversò la testa.

“Per niente,” dissi. “Mi incuriosisce.”

Lei inclinò la testa e sorrise senza rispondere.

Finimmo il vino senza quasi accorgerci di averlo bevuto, mangiando due resti di formaggio in silenzio. Fu lei a decidere quando alzarsi, e fu lei a spingermi in camera, senza chiedere e senza ripetere due volte nessun comando. La sua mano viaggiava sicura sulla mia schiena, e avevo questa sensazione assurda che tutto quello che stava succedendo fosse già successo cento volte, e precisamente così. Io, pronto a lasciarmi smontare; lei, chirurgica come una ladra.

Quando le sue unghie mi raschiarono il petto, mi accorsi che il mio respiro era corto.La sua bocca scivolava sul mio collo; la lingua, umida e calda, lasciava tracce invisibili che mi facevano sobbalzare. Dopo venti minuti eravamo sudati e senza fiato, immobili uno accanto all’altra a fissare il soffitto, come due estranei che si sono appena raccontati tutto senza dire una parola.

Mi infilai sotto le coperte, il corpo stanco ma la testa in piena attività. Lei stava già dormendo, o fingeva. Fuori era quasi mattino.
scritto il
2026-02-06
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