L'Archeologa 3

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tradimenti

Il mattino dopo la casa ha un silenzio diverso. Non quello della sera, carico e nervoso. Un silenzio più semplice, quasi domestico: tazze, cucchiaini, il rumore basso della moka.

Lui prepara la colazione senza fare rumore, come se anche il modo in cui appoggia un piattino potesse svegliare qualcosa che preferisce lasciare sospeso. Toast, un po’ di frutta, caffè. Poi prende il vassoio e va verso la stanza dove lei dorme.

La porta è socchiusa.

Lei è distesa di lato, capelli sparsi sul cuscino, la faccia ancora morbida di sonno. Per un attimo, così, sembra un’altra persona. Non l’archeologa lucida, non la moglie impeccabile, non quella che la sera prima ha gestito tutto senza tremare.

Lui entra e appoggia il vassoio sul comodino.

“Ehi,” mormora.

Lei apre gli occhi lentamente, come se tornasse su con calma da un posto lontano. Lo guarda, si orienta, poi un mezzo sorriso.

“Che ore sono?”

“Le sette. Ti ho portato la colazione.”

Lei si solleva un po’, si prende il lenzuolo sotto il mento e si siede contro la testiera. Fa un gesto piccolo, quasi un’abitudine educata: si sistema i capelli dietro l’orecchio. Lui resta lì, vicino alla porta, senza sapere se deve uscire o restare.

“Grazie,” dice lei. Lo dice normale. Troppo normale, considerando tutto.

Lei prende la tazza. Soffia sul caffè. Addenta un pezzo di pane come se fosse davvero solo questo: una mattina qualunque in una casa qualunque.

“Dormito bene?” chiede lui.

Lei annuisce. “Sì. Tu?”

“Benissimo.”

C’è un secondo di silenzio in cui entrambi sanno che quella parola contiene più cose di quante ne dica. Lei però non ci entra. Rimane sul bordo, intenzionalmente.

“Che programma hai?” domanda, guardando il vassoio.

“Ti accompagno se vuoi. O ti lascio andare.”

Lei fa un mezzo sorriso, come se l’idea la divertisse. “Mi lasci andare. Ho bisogno di un paio d’ore da sola.”

Lui annuisce. È una frase semplice, ma dentro ha una precisione chirurgica: lei sa mettere distanze quando le serve.

Sta per dire qualcosa quando il telefono vibra sul comodino.

Lei non sobbalza. Non cambia faccia. Solo allunga una mano e lo prende, come si prende un oggetto necessario. Sullo schermo compare il nome di suo marito.

“Eccolo,” dice, quasi senza voce.

Lui resta fermo. Non si muove. Si limita a gesticolare per farle capire che può tranquillamente uscire dalla stanza.

Lei gli dice di no aggrottando i sopraccigli e scuotendo la testa.

Inspira una volta, poi risponde.

“Ciao amore.”

È già moglie. Perfetta. La voce è più bassa del solito, un po’ impastata dal sonno, ma è… giusta. Intonata. Come se avesse acceso un interruttore.

“Eh sì, ho dormito. Bene.” Una pausa, poi una risatina breve, morbida. “Ma cosa dici.”

Lui la guarda mentre lei ascolta. Lei annuisce, fa quei piccoli suoni di conferma che fanno sentire l’altro presente: “mh”, “sì”, “capisco”. Le parole che sceglie sono tutte carezze innocue.

“Anche tu mi manchi.”

Lo dice senza enfasi, senza sospiri. E proprio per questo suona credibile. Come se fosse una cosa vera e basta, senza bisogno di dimostrarla.

Mentre lei parla di mancanza con un altro uomo sente il bisogno di toccarla. Infila la mano sotto le lenzuola e assapora il calore delle sue cosce. E’ nuda, non indossa nulla. Lei ascolta e lo guarda.

Si aspetta un diniego con gli occhi ed invece vede solo le sue gambe aprirsi.

Il marito dall’altra parte dev’essere in vena di effusioni, perché lei risponde con frasi che sembrano scelte apposta per nutrire quella tenerezza senza esporsi troppo.

“Sei dolce.”

“Smettila, che poi mi fai venire nostalgia.”

“Certo che mi manchi. È normale.”

E poi, con quel tono pratico che lei sa rendere affettuoso: “Dimmi com’è andata ieri. Hai mangiato? Ti sei riposato un po’?”

Le dita si muovono tra le sue gambe aperte. La sente bagnata.

La sua sfrontatezza lo fa impazzire. La fruga mentre lei conversa e lo guarda.  Alza le ginocchia. Vuole sentirlo meglio.

Lei intanto addenta un pezzo di pane tra una risposta e l’altra. Mastica piano. È un dettaglio minuscolo ma potentissimo: parla di “mi manchi” mentre fa colazione. Nessuna drammaticità, nessun tremore.

“Stasera ti mando qualche foto, sì,” dice lei. “Così mi dici se ti piace il posto.”

Non resiste, la scopre. Affonda il suo viso tra le cosce e la bacia piano. Lei poggia una mano sulla nuca e accompagna i suoi movimenti.

Il marito dice qualcosa che la fa sorridere di più, e lei risponde:

“Va bene, ho capito. Però adesso fammi fare colazione.”

Pausa.

“Sì, ti do un bacio. Anche tu. Ciao amore.”

Chiude la chiamata con la stessa calma con cui l'ha iniziata. Appoggia il telefono sul comodino, il display che si spegne lentamente come un occhio che si chiude.
Per qualche secondo non parla, solo il suo respiro che accelera, quasi impercettibilmente.
Poi butta la testa indietro, i capelli scuri che scivolano come seta liquida sul cuscino bianco, e gli dice "Continua, sii...così," con una voce bassa che vibra tra desiderio e comando.
Stringe le cosce lisce e calde intorno alla sua testa ed inarca la schiena, formando una curva perfetta che solleva il lenzuolo. Lui la viola con la lingua, sentendo il sapore salato della sua pelle mescolato a qualcosa di più intimo, più dolce, la bacia fino a sentirla mugolare, un suono che viene dal profondo della gola...
Alza la testa e la guarda mentre sospira con gli occhi chiusi, le labbra socchiuse e umide, le guance arrossate come frutti maturi.
"Che troia che sei," sussurra, le parole che escono roche, quasi strappate.
Lei risponde con un sorriso, gli occhi che si aprono appena, dicendo "mh... un bel risveglio grazie..." mentre una mano scivola pigra tra i suoi capelli.
scritto il
2026-02-06
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