La chiamata proibita
di
b_bull_and_master
genere
etero
Dedicato ad Alessia, la mia principessa
Per commenti b_bull_and_master@proton.me
La sera di fine estate avvolgeva la casa in un calore umido e opprimente. Alessia, vent’anni di pelle liscia e desideri proibiti, era sdraiata sul letto in una cameretta illuminata solo dalla luce azzurra del telefono. Indossava un pigiama corto di cotone rosa, così sottile da far intravedere i capezzoli già inturgiditi dall’attesa. Quando lo schermo si illuminò con il nome “Papi”, il suo cuore saltò un battito. Rispose con un filo di voce, già tremante.
«Pronto, Papi…»
«Principessa.» La voce di lui, bassa, rauca, carica di anni e di vizio, le scivolò dentro come una mano calda tra le cosce. «Sei sola?»
«Sì… la mamma è di sotto, guarda la televisione. Non salirà.»
«Bene. Perché stasera la mia troietta deve spogliarsi per me. Subito. Voglio sentirti togliere tutto, pezzo per pezzo.»
Alessia posò il telefono sul comodino in vivavoce e obbedì. Le dita tremanti afferrarono l’orlo del top e lo sollevarono piano, lasciando che l’aria calda accarezzasse i seni piccoli e sodi. I capezzoli si indurirono all’istante, puntando verso l’alto come se cercassero già il suo sguardo. Poi i pantaloncini: li fece scivolare giù lungo le cosce, rivelando la figa rasata, già lucida di umori.
«Sono nuda, Papi. Completamente.» La voce le uscì in un sussurro spezzato.
«Brava bambina. Ora vai all’armadio. Prendi le calze a rete nere, quelle che ti ho comprato io. E i tacchi rossi da 12. Quelli da puttana vera.»
Alessia si alzò, le gambe molli. Aprì l’armadio e prese le calze: il tessuto ruvido e sensuale le scivolò sulle dita dei piedi, poi sulle caviglie, sulle ginocchia, fino a fermarsi in alto sulle cosce, lasciando la figa e il culo completamente esposti. Ogni movimento faceva sfregare la rete contro la pelle, mandandole piccoli brividi elettrici. Infine i tacchi: li infilò, sentendo i piedi inarcarsi, il culo spingersi all’infuori, le gambe allungarsi. Camminò per la stanza, il ticchettio sul parquet forte e osceno, come se stesse già marciando per lui.
«Ce li ho, Papi. Mi sento… sporca. Mi sento tua.»
«Lo sei. Ora la coda alta, stretta, come una brava bambola. E il rossetto rosso fuoco. Quello che ti fa sembrare una che succhia cazzi per mestiere.»
Si sedette davanti allo specchio della toeletta. Raccolse i lunghi capelli biondi in una coda alta e severa, che le lasciava il collo nudo, vulnerabile. Poi il rossetto: lo passò sulle labbra con movimenti lenti, sensuali, rendendole gonfie, lucide, pronte a essere usate. Si guardò: nuda, calze a rete, tacchi vertiginosi, coda, bocca da troia. Il clitoride pulsava già tra le cosce aperte.
«Sono pronta, Papi. Dimmi cosa devo fare. Ti prego.»
«Sdraiati sul letto, principessa. Gambe larghe. Tocca quella fighetta da ventenne. Dimmi quanto è bagnata per il suo Papi vecchio e porco.»
Alessia si buttò sul materasso, aprì le cosce fino a sentire l’aria sulla figa spalancata. Le dita scesero lente, sfiorarono le labbra gonfie, poi si insinuarono dentro. Il suono umido fu immediato, osceno.
«Oddio, Papi… è fradicia. Scivola tutto. Mi manca il tuo cazzo grosso, quello che mi spacca sempre.»
«Lo so, troietta. Infila due dita. Dentro e fuori. Lento. Immagina che sia io a scoparti, che ti apro quella figa stretta con il mio cazzo venoso.»
Gemette forte, obbedendo. Le dita entravano e uscivano con un ritmo ipnotico, il pollice che sfregava il clitoride turgido. Il respiro si fece corto, i capezzoli dolevano dal desiderio di essere toccati.
«Più forte ora, principessa. Tre dita. Spingile dentro fino in fondo. Fammi sentire quanto sei una puttana.»
Alessia accelerò, il letto che cigolava sotto i suoi movimenti. I tacchi affondavano nel materasso, le calze tiravano sulla pelle sudata. I gemiti si trasformarono in ansiti rotti.
«Prendi le mollette, Alessia. Quelle sul comodino. Le hai tenute lì per me, vero? Tre mollette cattive, solo per la mia bambola.»
«Sì, Papi… le ho comprate pensando a te.» Le prese con la mano tremante: piccole, di legno, con la molla forte. Le guardava con terrore ed eccitazione.
«Prima i capezzoli. Pizzica il sinistro. Fallo diventare duro. Poi stringi la molletta.»
Alessia obbedì. Pizzicò il capezzolo fino a farlo dolere, poi chiuse la molletta. Il morso fu feroce, un dolore lancinante che le strappò un grido acuto. Ma subito dopo arrivò il calore, un’onda rovente che scese dritta tra le gambe.
«Cazzo, Papi! Fa male… fa tanto male… ma mi sta facendo bagnare ancora di più…»
«Brava. Ora l’altro. Voglio sentirti urlare.»
La seconda molletta. Il dolore simmetrico la fece inarcare, lacrime agli occhi. I capezzoli pulsavano prigionieri, ogni respiro li faceva tirare, mandandole scariche di piacere doloroso direttamente al clitoride.
«Continua a scoparti, troietta. Tre dita forte. Spingi. Immagina che ti sto tenendo ferma mentre ti uso.»
Le dita pompavano senza pietà, il suono bagnato riempiva la stanza. Alessia si contorceva, la coda che sbatteva sul cuscino, la bocca rossa spalancata in gemiti sempre più alti.
«L’ultima molletta, principessa. Sul clitoride. So che lo desideri. Pizzicalo bene, tiralo fuori, poi stringi forte.»
Esitò solo un secondo, il respiro spezzato. Le dita bagnate scesero, pizzicarono il clitoride gonfio e sensibile, lo tirarono delicatamente… poi chiusero la molletta.
Il dolore fu devastante. Un’esplosione bianca dietro gli occhi, un urlo strozzato che le sfuggì dalla gola. Ma subito dopo arrivò il piacere più intenso che avesse mai provato: puro, violento, che le contrasse la figa intorno alle dita.
«Oddio, Papi! Non ce la faccio… mi sta uccidendo… ma non fermarmi, ti prego!»
«Non ti fermo, troietta. Scopati più forte. Pensa a me che ti guardo, che ti tengo le gambe aperte mentre vieni. Urla il mio nome.»
Alessia perse ogni controllo. Le dita martellavano dentro di lei, veloci, brutali. Il corpo si inarcava come un arco teso, i tacchi che graffiavano le lenzuola, le mollette che ballavano ad ogni spasmo, amplificando tutto. Il dolore e il piacere si fusero in un’unica onda travolgente. I gemiti divennero grida aperte, incontrollabili.
«Papi! Papi! Sto venendo… cazzo, sto venendo fortissimo… PAPI!»
L’orgasmo la colpì come un pugno. La figa si contrasse violentemente, schizzi caldi che bagnarono le lenzuola, le cosce, persino i tacchi. Il corpo tremò in convulsioni, le mollette che tiravano a ogni contrazione, prolungando l’estasi fino al limite del dolore. Urlò senza più curarsi di nulla, la voce rotta, la coda appiccicata alla schiena sudata, la bocca rossa spalancata in un urlo silenzioso finale.
E in quel preciso momento la porta si spalancò.
«Alessia, ma che ca—»
La madre era lì, sulla soglia, la mano ancora sulla maniglia, gli occhi sbarrati sull’orribile spettacolo: la figlia nuda, le calze a rete, i tacchi da puttana, la coda, il rossetto sbavato, le mollette che stringevano capezzoli e clitoride, la mano ancora tra le gambe bagnate fradice, il corpo scosso dagli ultimi spasmi.
Il telefono, in vivavoce, lasciò cadere nell’aria la voce calma e soddisfatta di Papi: «Brava, principessa mia. Sei venuta come una vera troia. La prossima volta ti farò implorare di più.»
La madre impallidì, la bocca aperta senza parole. Alessia, ansimante, con le lacrime agli occhi e il corpo ancora tremante, non riuscì a muoversi. Solo un ultimo, debole gemito le sfuggì dalle labbra gonfie: «Papi…»
Per commenti b_bull_and_master@proton.me
La sera di fine estate avvolgeva la casa in un calore umido e opprimente. Alessia, vent’anni di pelle liscia e desideri proibiti, era sdraiata sul letto in una cameretta illuminata solo dalla luce azzurra del telefono. Indossava un pigiama corto di cotone rosa, così sottile da far intravedere i capezzoli già inturgiditi dall’attesa. Quando lo schermo si illuminò con il nome “Papi”, il suo cuore saltò un battito. Rispose con un filo di voce, già tremante.
«Pronto, Papi…»
«Principessa.» La voce di lui, bassa, rauca, carica di anni e di vizio, le scivolò dentro come una mano calda tra le cosce. «Sei sola?»
«Sì… la mamma è di sotto, guarda la televisione. Non salirà.»
«Bene. Perché stasera la mia troietta deve spogliarsi per me. Subito. Voglio sentirti togliere tutto, pezzo per pezzo.»
Alessia posò il telefono sul comodino in vivavoce e obbedì. Le dita tremanti afferrarono l’orlo del top e lo sollevarono piano, lasciando che l’aria calda accarezzasse i seni piccoli e sodi. I capezzoli si indurirono all’istante, puntando verso l’alto come se cercassero già il suo sguardo. Poi i pantaloncini: li fece scivolare giù lungo le cosce, rivelando la figa rasata, già lucida di umori.
«Sono nuda, Papi. Completamente.» La voce le uscì in un sussurro spezzato.
«Brava bambina. Ora vai all’armadio. Prendi le calze a rete nere, quelle che ti ho comprato io. E i tacchi rossi da 12. Quelli da puttana vera.»
Alessia si alzò, le gambe molli. Aprì l’armadio e prese le calze: il tessuto ruvido e sensuale le scivolò sulle dita dei piedi, poi sulle caviglie, sulle ginocchia, fino a fermarsi in alto sulle cosce, lasciando la figa e il culo completamente esposti. Ogni movimento faceva sfregare la rete contro la pelle, mandandole piccoli brividi elettrici. Infine i tacchi: li infilò, sentendo i piedi inarcarsi, il culo spingersi all’infuori, le gambe allungarsi. Camminò per la stanza, il ticchettio sul parquet forte e osceno, come se stesse già marciando per lui.
«Ce li ho, Papi. Mi sento… sporca. Mi sento tua.»
«Lo sei. Ora la coda alta, stretta, come una brava bambola. E il rossetto rosso fuoco. Quello che ti fa sembrare una che succhia cazzi per mestiere.»
Si sedette davanti allo specchio della toeletta. Raccolse i lunghi capelli biondi in una coda alta e severa, che le lasciava il collo nudo, vulnerabile. Poi il rossetto: lo passò sulle labbra con movimenti lenti, sensuali, rendendole gonfie, lucide, pronte a essere usate. Si guardò: nuda, calze a rete, tacchi vertiginosi, coda, bocca da troia. Il clitoride pulsava già tra le cosce aperte.
«Sono pronta, Papi. Dimmi cosa devo fare. Ti prego.»
«Sdraiati sul letto, principessa. Gambe larghe. Tocca quella fighetta da ventenne. Dimmi quanto è bagnata per il suo Papi vecchio e porco.»
Alessia si buttò sul materasso, aprì le cosce fino a sentire l’aria sulla figa spalancata. Le dita scesero lente, sfiorarono le labbra gonfie, poi si insinuarono dentro. Il suono umido fu immediato, osceno.
«Oddio, Papi… è fradicia. Scivola tutto. Mi manca il tuo cazzo grosso, quello che mi spacca sempre.»
«Lo so, troietta. Infila due dita. Dentro e fuori. Lento. Immagina che sia io a scoparti, che ti apro quella figa stretta con il mio cazzo venoso.»
Gemette forte, obbedendo. Le dita entravano e uscivano con un ritmo ipnotico, il pollice che sfregava il clitoride turgido. Il respiro si fece corto, i capezzoli dolevano dal desiderio di essere toccati.
«Più forte ora, principessa. Tre dita. Spingile dentro fino in fondo. Fammi sentire quanto sei una puttana.»
Alessia accelerò, il letto che cigolava sotto i suoi movimenti. I tacchi affondavano nel materasso, le calze tiravano sulla pelle sudata. I gemiti si trasformarono in ansiti rotti.
«Prendi le mollette, Alessia. Quelle sul comodino. Le hai tenute lì per me, vero? Tre mollette cattive, solo per la mia bambola.»
«Sì, Papi… le ho comprate pensando a te.» Le prese con la mano tremante: piccole, di legno, con la molla forte. Le guardava con terrore ed eccitazione.
«Prima i capezzoli. Pizzica il sinistro. Fallo diventare duro. Poi stringi la molletta.»
Alessia obbedì. Pizzicò il capezzolo fino a farlo dolere, poi chiuse la molletta. Il morso fu feroce, un dolore lancinante che le strappò un grido acuto. Ma subito dopo arrivò il calore, un’onda rovente che scese dritta tra le gambe.
«Cazzo, Papi! Fa male… fa tanto male… ma mi sta facendo bagnare ancora di più…»
«Brava. Ora l’altro. Voglio sentirti urlare.»
La seconda molletta. Il dolore simmetrico la fece inarcare, lacrime agli occhi. I capezzoli pulsavano prigionieri, ogni respiro li faceva tirare, mandandole scariche di piacere doloroso direttamente al clitoride.
«Continua a scoparti, troietta. Tre dita forte. Spingi. Immagina che ti sto tenendo ferma mentre ti uso.»
Le dita pompavano senza pietà, il suono bagnato riempiva la stanza. Alessia si contorceva, la coda che sbatteva sul cuscino, la bocca rossa spalancata in gemiti sempre più alti.
«L’ultima molletta, principessa. Sul clitoride. So che lo desideri. Pizzicalo bene, tiralo fuori, poi stringi forte.»
Esitò solo un secondo, il respiro spezzato. Le dita bagnate scesero, pizzicarono il clitoride gonfio e sensibile, lo tirarono delicatamente… poi chiusero la molletta.
Il dolore fu devastante. Un’esplosione bianca dietro gli occhi, un urlo strozzato che le sfuggì dalla gola. Ma subito dopo arrivò il piacere più intenso che avesse mai provato: puro, violento, che le contrasse la figa intorno alle dita.
«Oddio, Papi! Non ce la faccio… mi sta uccidendo… ma non fermarmi, ti prego!»
«Non ti fermo, troietta. Scopati più forte. Pensa a me che ti guardo, che ti tengo le gambe aperte mentre vieni. Urla il mio nome.»
Alessia perse ogni controllo. Le dita martellavano dentro di lei, veloci, brutali. Il corpo si inarcava come un arco teso, i tacchi che graffiavano le lenzuola, le mollette che ballavano ad ogni spasmo, amplificando tutto. Il dolore e il piacere si fusero in un’unica onda travolgente. I gemiti divennero grida aperte, incontrollabili.
«Papi! Papi! Sto venendo… cazzo, sto venendo fortissimo… PAPI!»
L’orgasmo la colpì come un pugno. La figa si contrasse violentemente, schizzi caldi che bagnarono le lenzuola, le cosce, persino i tacchi. Il corpo tremò in convulsioni, le mollette che tiravano a ogni contrazione, prolungando l’estasi fino al limite del dolore. Urlò senza più curarsi di nulla, la voce rotta, la coda appiccicata alla schiena sudata, la bocca rossa spalancata in un urlo silenzioso finale.
E in quel preciso momento la porta si spalancò.
«Alessia, ma che ca—»
La madre era lì, sulla soglia, la mano ancora sulla maniglia, gli occhi sbarrati sull’orribile spettacolo: la figlia nuda, le calze a rete, i tacchi da puttana, la coda, il rossetto sbavato, le mollette che stringevano capezzoli e clitoride, la mano ancora tra le gambe bagnate fradice, il corpo scosso dagli ultimi spasmi.
Il telefono, in vivavoce, lasciò cadere nell’aria la voce calma e soddisfatta di Papi: «Brava, principessa mia. Sei venuta come una vera troia. La prossima volta ti farò implorare di più.»
La madre impallidì, la bocca aperta senza parole. Alessia, ansimante, con le lacrime agli occhi e il corpo ancora tremante, non riuscì a muoversi. Solo un ultimo, debole gemito le sfuggì dalle labbra gonfie: «Papi…»
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