La chiamata proibita CAP 2.

di
genere
dominazione

Dedicato ad Alessia, la mia principessa
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La madre rimase pietrificata sulla soglia, la mano ancora stretta sulla maniglia, il viso che passava dal pallore alla furia in un istante. Gli occhi le corsero lungo il corpo della figlia: i tacchi rossi lucidi di umori, le calze a rete bagnate sulle cosce, la coda alta ormai scomposta, le mollette che stringevano ancora i capezzoli arrossati e il clitoride gonfio, la mano di Alessia che, quasi per riflesso, rimaneva tra le gambe fradice.
«Alessia…» La voce della madre uscì strozzata, un sussurro incredulo che si trasformò subito in un grido. «Ma che cazzo stai facendo?!»
Alessia sobbalzò, il corpo ancora scosso da piccoli tremori post-orgasmici. Provò a chiudersi le gambe, ma i tacchi la rendevano goffa, impotente. Le mollette tirarono cruelmente a quel movimento, strappandole un gemito involontario di dolore e piacere residuo. «Mamma… io… non è…»
Dal telefono, la voce di Papi – profonda, divertita, assolutamente priva di vergogna – riempì la stanza come se lui fosse lì, presente, a godersi lo spettacolo. «Oh. Sembra che abbiamo compagnia, principessa.» Una pausa, poi un riso basso, porcello. «Chi è? La mammina? Salutala da parte del suo Papi.»
La madre si voltò di scatto verso il telefono, gli occhi spalancati. «Chi cazzo sei tu?!» urlò, avvicinandosi al comodino con passi furiosi. Ma non lo prese subito. Rimase lì, a fissare la figlia, il respiro pesante, lo sguardo che non riusciva a staccarsi dal corpo esposto di Alessia: i capezzoli stretti e viola dalle mollette, il clitoride imprigionato che pulsava ancora visibilmente, la figa lucida e spalancata, le lenzuola macchiate.
Alessia arrossì violentemente, un’ondata di umiliazione che le fece contrarre di nuovo la figa. Essere vista così – dalla madre, nientemeno – era peggio di qualsiasi punizione. Eppure… eppure quel calore umido tra le gambe non accennava a svanire. Anzi. Il cuore le batteva forte, un misto di terrore e di un’eccitazione perversa che non riusciva a spegnere.
«Mamma, ti prego… spegni il telefono…» mormorò, la voce rotta, ma non si mosse per coprirsi. Non poteva. Le mollette la tenevano inchiodata al letto, ogni piccolo movimento un promemoria crudele del piacere che aveva appena provato.
Papi rise di nuovo, più forte. «No, no, troietta. Lascialo acceso. Voglio che la mammina senta quanto sei stata brava. Dille cosa hai fatto. Dille come ti ho fatta venire con le mollette sul clitoride.»
La madre si girò di scatto verso Alessia, il viso stravolto. «Chi è questo schifoso? Quanti anni ha? Alessia, rispondimi!» Fece un passo avanti, come per strapparle le mollette di dosso, ma si fermò. Il suo sguardo era inchiodato tra le cosce della figlia, sul clitoride stretto, ancora gonfio e sensibile. «Oddio… quelle cose… ti sei fatta questo da sola? Per lui?»
Alessia deglutì, le lacrime che le rigavano le guance, mescolandosi al rossetto sbavato. «Sì… Papi me l’ha ordinato… mi ha fatto mettere le mollette… sui capezzoli… e lì…» La voce le uscì in un sussurro vergognoso, ma pronunciare quelle parole ad alta voce, davanti alla madre, le fece contrarre di nuovo la figa. Un piccolo schizzo di umore le sfuggì, visibile, osceno.
La madre inspirò bruscamente, gli occhi fissi su quel movimento. «Sei… sei ancora bagnata. Dopo tutto questo… sei ancora eccitata?» La voce le tremò, un misto di disgusto e di qualcosa di più oscuro, qualcosa che non riusciva a nominare.
Papi intervenne, la voce calma, autoritaria. «Certo che è eccitata. La mia principessa ama quando la umilio. Vero, troietta? Dille quanto ti piace essere la mia puttanella obbediente.»
Alessia singhiozzò, ma annuì piano. «Sì, Papi… mi piace… mi piace da morire…»
La madre si portò una mano alla bocca, barcollando indietro di un passo. «Non ci credo… mia figlia… così…» Ma non uscì dalla stanza. Rimase lì, inchiodata, lo sguardo che tornava sempre al corpo della figlia, ai segni rossi delle mollette, alle cosce aperte.
Papi abbassò la voce, un sussurro vellutato e pericoloso. «Brava, principessa. Ora fai una cosa per me. Togli la molletta dal clitoride. Lentamente. E fai vedere alla mammina quanto sei sensibile dopo essere venuta come una troia.»
Alessia tremò, ma le dita obbedirono. Raggiunse il clitoride imprigionato, lo sfiorò… poi aprì la molletta.
Il sangue tornò di colpo, un’ondata di dolore bruciante seguita da un piacere così intenso da farla urlare di nuovo. Le anche si inarcarono dal letto, un altro schizzo caldo che bagnò le lenzuola. «Papi! Oddio… sto… sto venendo di nuovo…»
La madre emise un suono strozzato, metà orrore metà altro. Non si mosse. Non spense il telefono. Rimase a guardare la figlia contorcersi, urlare, venire per la seconda volta sotto gli occhi suoi e la voce di quell’uomo sconosciuto.
E in quel momento, qualcosa nella stanza cambiò. L’aria si fece più densa, più calda. Il controllo di Papi non era più solo al telefono.
Era ovunque.
scritto il
2026-01-14
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