La chiamata proibita CAP. 3
di
b_bull_and_master
genere
dominazione
Dedicato ad Alessia, la mia principessa
Per commenti b_bull_and_master@proton.me
Alessia crollò sul letto, il corpo scosso da violenti tremori, la figa che pulsava ancora in contrazioni residue, bagnando tutto intorno. Il secondo orgasmo era stato più brutale del primo: togliere la molletta aveva liberato un’onda di sangue e sensibilità che l’aveva travolta, facendola urlare come una pazza, le anche alzate dal materasso, gli schizzi che arrivavano fino al ventre. Le mollette sui capezzoli rimanevano lì, cattive, a ricordarle ogni respiro.
La madre era immobile, la mano ancora sulla bocca, gli occhi fissi tra le cosce della figlia. Il suo respiro era accelerato, visibile nel petto che si alzava e abbassava sotto la camicia da notte leggera. Non diceva niente. Non si muoveva. Ma non usciva.
Papi, dal telefono, emise un sospiro soddisfatto, profondo, come se stesse assaporando la scena. «Bravissima, principessa. Sei venuta di nuovo, vero? E la mammina ha visto tutto. Dimmi, troietta… come ti senti a farti guardare mentre squirti come una puttana?»
Alessia singhiozzò, le lacrime che le colavano sul viso stravolto, il rossetto completamente sbavato. «Umiliata… Papi… mi sento sporca… ma… ma non riesco a fermarmi…» La voce le uscì debole, rotta, ma tra le gambe il calore non accennava a spegnersi. Anzi, sentire lo sguardo della madre su di sé – quello sguardo che passava dal disgusto all’incredulità, e forse a qualcos’altro – le faceva contrarre di nuovo la figa.
La madre finalmente parlò, la voce bassa, tremante. «Alessia… togliti quelle… quelle cose dai capezzoli. Subito.» Fece un passo avanti, come per farlo lei stessa, ma si fermò di nuovo. Le mani le tremavano. Il suo sguardo scivolò sui tacchi rossi, sulle calze a rete appiccicate alla pelle sudata, sulla coda scomposta, sulla bocca rossa della figlia.
Papi rise piano, una risata calda, pericolosa. «No, no, signora. Lasciale lì. La mia principessa le tiene finché non glielo dico io.» Una pausa, poi la voce si fece più intima, diretta. «E tu… chi sei esattamente? La mamma della mia troietta? Dimmi il tuo nome.»
La madre impallidì ancora di più, ma non spense il telefono. Anzi, si avvicinò al comodino, gli occhi che saettavano tra lo schermo e la figlia. «Non ti riguarda. Sei… sei un perverso. Quanti anni hai? Come osi fare questo a mia figlia?»
«Cinquanta, signora. Vecchio abbastanza per sapere cosa vuole una ventenne come lei. E lei lo vuole eccome.» Papi abbassò ulteriormente la voce, un sussurro vellutato che riempì la stanza. «Guardala bene. Guarda quanto è bagnata ancora. Guarda i capezzoli stretti, rossi, duri. La mia principessa ama il dolore. Ama obbedire. E ora… vuole che tu la guardi.»
Alessia gemette piano, coprendosi il viso con le mani. Ma le gambe rimasero aperte. Non le chiuse. Il clitoride, libero ma ipersensibile, pulsava all’aria, gonfio, lucido. «Papi… ti prego…»
«Zitta, troietta. Ora fai una cosa per me.» La voce di Papi si fece comando puro. «Tocca di nuovo la tua fighetta. Lentamente. Due dita. E guarda la mamma negli occhi mentre lo fai.»
Alessia esitò, il cuore che le scoppiava nel petto. Le lacrime le rigavano le guance. Ma le dita scesero lo stesso, tremanti, tra le labbra ancora gonfie e bagnate. Entrarono piano, con un suono umido osceno. Sollevò lo sguardo: gli occhi della madre erano fissi sui suoi, spalancati, le pupille dilatate.
La madre deglutì forte. «Alessia… fermati… ti prego…» Ma la voce le uscì debole, quasi un sussurro. Non si mosse per fermarla. Le mani le ricaddero lungo i fianchi, stringendo il tessuto della camicia da notte. Il suo respiro si fece più corto, più visibile.
Papi gemette piano, soddisfatto. «Brava, principessa. Più profondo. Dimostra alla mammina quanto sei diventata la mia puttanella. E tu, signora… non andare via. Resta lì. Guarda cosa le faccio fare.»
Alessia spinse le dita più dentro, il ritmo che aumentava piano. I capezzoli dolevano terribilmente nelle mollette, ogni movimento li faceva tirare. Guardava la madre dritto negli occhi, singhiozzando piano. «Mamma… mi dispiace… ma… non riesco a fermarmi… Papi mi comanda… e io… io vengo…»
La madre si portò una mano al collo, come se le mancasse l’aria. Il suo sguardo scese di nuovo tra le cosce della figlia, sulle dita che entravano e uscivano, sul suono bagnato che riempiva la stanza. «Oddio… Alessia… sei… sei così…»
Papi intervenne, la voce più bassa, più intima. «Tocca a te, signora. Avvicinati. Togli una molletta alla tua bambina. Quella sul capezzolo sinistro. Fallo piano. Vedi come reagisce.»
La madre sobbalzò, gli occhi spalancati. «No… io… non posso…» Ma fece un passo avanti. Un altro. La mano tremò nell’aria, esitante, poi si avvicinò al seno della figlia. Le dita sfiorarono la pelle calda, poi presero la molletta.
Alessia trattenne il respiro, il corpo teso come una corda. «Mamma… ti prego…»
La madre aprì la molletta.
Il dolore esplose di nuovo, seguito dal piacere bruciante del sangue che tornava. Alessia urlò, inarcandosi, le dita che spingevano furiosamente dentro di sé. «Cazzo! Mamma… oddio… sto venendo di nuovo…»
E venne. Per la terza volta. Davanti alla madre che le aveva appena tolto la molletta. Davanti a Papi che rideva sommessamente al telefono.
La madre ritrasse la mano di scatto, come scottata. Ma non scappò. Rimase lì, ansimante, gli occhi fissi sul corpo tremante della figlia.
Papi sospirò, soddisfatto. «Ben fatto, signora. Ora l’altra. E poi… vedremo cosa succede.»
L’aria nella stanza era elettrica, densa di qualcosa di nuovo, di proibito, di inevitabile.
Per commenti b_bull_and_master@proton.me
Alessia crollò sul letto, il corpo scosso da violenti tremori, la figa che pulsava ancora in contrazioni residue, bagnando tutto intorno. Il secondo orgasmo era stato più brutale del primo: togliere la molletta aveva liberato un’onda di sangue e sensibilità che l’aveva travolta, facendola urlare come una pazza, le anche alzate dal materasso, gli schizzi che arrivavano fino al ventre. Le mollette sui capezzoli rimanevano lì, cattive, a ricordarle ogni respiro.
La madre era immobile, la mano ancora sulla bocca, gli occhi fissi tra le cosce della figlia. Il suo respiro era accelerato, visibile nel petto che si alzava e abbassava sotto la camicia da notte leggera. Non diceva niente. Non si muoveva. Ma non usciva.
Papi, dal telefono, emise un sospiro soddisfatto, profondo, come se stesse assaporando la scena. «Bravissima, principessa. Sei venuta di nuovo, vero? E la mammina ha visto tutto. Dimmi, troietta… come ti senti a farti guardare mentre squirti come una puttana?»
Alessia singhiozzò, le lacrime che le colavano sul viso stravolto, il rossetto completamente sbavato. «Umiliata… Papi… mi sento sporca… ma… ma non riesco a fermarmi…» La voce le uscì debole, rotta, ma tra le gambe il calore non accennava a spegnersi. Anzi, sentire lo sguardo della madre su di sé – quello sguardo che passava dal disgusto all’incredulità, e forse a qualcos’altro – le faceva contrarre di nuovo la figa.
La madre finalmente parlò, la voce bassa, tremante. «Alessia… togliti quelle… quelle cose dai capezzoli. Subito.» Fece un passo avanti, come per farlo lei stessa, ma si fermò di nuovo. Le mani le tremavano. Il suo sguardo scivolò sui tacchi rossi, sulle calze a rete appiccicate alla pelle sudata, sulla coda scomposta, sulla bocca rossa della figlia.
Papi rise piano, una risata calda, pericolosa. «No, no, signora. Lasciale lì. La mia principessa le tiene finché non glielo dico io.» Una pausa, poi la voce si fece più intima, diretta. «E tu… chi sei esattamente? La mamma della mia troietta? Dimmi il tuo nome.»
La madre impallidì ancora di più, ma non spense il telefono. Anzi, si avvicinò al comodino, gli occhi che saettavano tra lo schermo e la figlia. «Non ti riguarda. Sei… sei un perverso. Quanti anni hai? Come osi fare questo a mia figlia?»
«Cinquanta, signora. Vecchio abbastanza per sapere cosa vuole una ventenne come lei. E lei lo vuole eccome.» Papi abbassò ulteriormente la voce, un sussurro vellutato che riempì la stanza. «Guardala bene. Guarda quanto è bagnata ancora. Guarda i capezzoli stretti, rossi, duri. La mia principessa ama il dolore. Ama obbedire. E ora… vuole che tu la guardi.»
Alessia gemette piano, coprendosi il viso con le mani. Ma le gambe rimasero aperte. Non le chiuse. Il clitoride, libero ma ipersensibile, pulsava all’aria, gonfio, lucido. «Papi… ti prego…»
«Zitta, troietta. Ora fai una cosa per me.» La voce di Papi si fece comando puro. «Tocca di nuovo la tua fighetta. Lentamente. Due dita. E guarda la mamma negli occhi mentre lo fai.»
Alessia esitò, il cuore che le scoppiava nel petto. Le lacrime le rigavano le guance. Ma le dita scesero lo stesso, tremanti, tra le labbra ancora gonfie e bagnate. Entrarono piano, con un suono umido osceno. Sollevò lo sguardo: gli occhi della madre erano fissi sui suoi, spalancati, le pupille dilatate.
La madre deglutì forte. «Alessia… fermati… ti prego…» Ma la voce le uscì debole, quasi un sussurro. Non si mosse per fermarla. Le mani le ricaddero lungo i fianchi, stringendo il tessuto della camicia da notte. Il suo respiro si fece più corto, più visibile.
Papi gemette piano, soddisfatto. «Brava, principessa. Più profondo. Dimostra alla mammina quanto sei diventata la mia puttanella. E tu, signora… non andare via. Resta lì. Guarda cosa le faccio fare.»
Alessia spinse le dita più dentro, il ritmo che aumentava piano. I capezzoli dolevano terribilmente nelle mollette, ogni movimento li faceva tirare. Guardava la madre dritto negli occhi, singhiozzando piano. «Mamma… mi dispiace… ma… non riesco a fermarmi… Papi mi comanda… e io… io vengo…»
La madre si portò una mano al collo, come se le mancasse l’aria. Il suo sguardo scese di nuovo tra le cosce della figlia, sulle dita che entravano e uscivano, sul suono bagnato che riempiva la stanza. «Oddio… Alessia… sei… sei così…»
Papi intervenne, la voce più bassa, più intima. «Tocca a te, signora. Avvicinati. Togli una molletta alla tua bambina. Quella sul capezzolo sinistro. Fallo piano. Vedi come reagisce.»
La madre sobbalzò, gli occhi spalancati. «No… io… non posso…» Ma fece un passo avanti. Un altro. La mano tremò nell’aria, esitante, poi si avvicinò al seno della figlia. Le dita sfiorarono la pelle calda, poi presero la molletta.
Alessia trattenne il respiro, il corpo teso come una corda. «Mamma… ti prego…»
La madre aprì la molletta.
Il dolore esplose di nuovo, seguito dal piacere bruciante del sangue che tornava. Alessia urlò, inarcandosi, le dita che spingevano furiosamente dentro di sé. «Cazzo! Mamma… oddio… sto venendo di nuovo…»
E venne. Per la terza volta. Davanti alla madre che le aveva appena tolto la molletta. Davanti a Papi che rideva sommessamente al telefono.
La madre ritrasse la mano di scatto, come scottata. Ma non scappò. Rimase lì, ansimante, gli occhi fissi sul corpo tremante della figlia.
Papi sospirò, soddisfatto. «Ben fatto, signora. Ora l’altra. E poi… vedremo cosa succede.»
L’aria nella stanza era elettrica, densa di qualcosa di nuovo, di proibito, di inevitabile.
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