La chiamata proibita Cap.4 (ed ultimo)
di
b_bull_and_master
genere
dominazione
Dedicato ad Alessia, la mia principessa
Per commenti, b_bull_and_master@proton.me
La madre rimase lì, la mano ancora sospesa nell’aria dopo aver tolto la prima molletta, le dita che tremavano come se avessero toccato qualcosa di proibito. Il capezzolo sinistro di Alessia era rosso, gonfio, ipersensibile, e ogni respiro lo faceva pulsare visibilmente. Alessia ansimava, il corpo ancora scosso dagli ultimi spasmi del terzo orgasmo, la figa che colava umori caldi sulle lenzuola, le cosce aperte in un invito involontario.
Papi, al telefono, non lasciò spazio al silenzio. La sua voce era un comando basso, irresistibile. «Ora l’altra, signora. Quella destra. Fallo lentamente. Stringila un po’ prima di aprirla. Vedi come la tua bambina reagisce al dolore che le dai tu.»
La madre deglutì, gli occhi fissi sul capezzolo rimasto imprigionato. «Io… non dovrei…» mormorò, ma la mano si mosse lo stesso. Le dita sfiorarono il seno della figlia, la pelle calda e sudata, poi afferrarono la molletta. La strinse leggermente, come ordinato, facendo gemere Alessia in un misto di dolore e piacere.
«Mamma… oddio… fa male… ma… non fermarti…» Alessia singhiozzò, le anche che si inarcavano di nuovo, le dita ancora dentro di sé, ferme ma pronte a riprendere.
La madre aprì la molletta di colpo.
L’esplosione fu immediata. Il sangue tornò violento, il dolore bruciante si trasformò in estasi pura. Alessia urlò, un grido roco e animalesco, il corpo che si contorse sul letto. Le dita ripresero a pompare furiosamente nella figa, veloci, brutali, il suono bagnato che echeggiava nella stanza. «Sto venendo… mamma… mi stai facendo venire… cazzo!»
Schizzò di nuovo, più forte di prima, un getto caldo che bagnò persino la mano della madre, ancora vicina al seno. Alessia tremava tutta, la coda appiccicata alla schiena, i tacchi che graffiavano il materasso, la bocca rossa spalancata in un urlo silenzioso.
La madre ritrasse la mano, ma questa volta non di scatto. La guardò: bagnata, lucida degli umori della figlia. La portò piano alle labbra, quasi inconsciamente, e leccò. Solo un piccolo tocco, ma abbastanza da farle chiudere gli occhi per un istante. Il suo respiro era pesante, la camicia da notte che aderiva al corpo, rivelando capezzoli duri sotto il tessuto sottile.
Papi rise sommessamente, un suono profondo, soddisfatto. «Brava, signora. Hai assaggiato la tua bambina. Dimmi come sa. Dolce? Salata? Come una vera troietta?»
La madre arrossì violentemente, ma non negò. «Io… non so cosa mi sta succedendo…» La voce le uscì roca, diversa. Si sedette sul bordo del letto, le gambe accavallate strette, come per nascondere il calore che sentiva crescere tra le cosce.
Alessia, esausta ma ancora eccitata, la guardò con occhi velati. «Mamma… toccami… ti prego… Papi, dille di toccarmi…»
Papi non esitò. «Signora… chiamami Papi anche tu, se vuoi. Ora infila due dita nella figa della tua principessa. Sentila. Sentila quanto è bagnata per colpa mia… e tua.»
La madre tremò, ma le mani obbedirono. Si chinò piano, il viso vicino al ventre della figlia, e le dita – esitanti all’inizio – scivolarono tra le labbra gonfie, entrando piano nella figa calda e fradicia. Alessia gemette forte, inarcandosi contro quella mano materna.
«Oddio… mamma… sì… più dentro…»
La madre spinse, due dita fino in fondo, il pollice che sfiorò il clitoride ipersensibile. Iniziò a muoverle piano, quasi ipnotizzata, gli occhi fissi sul viso stravolto della figlia. «Sei… sei così stretta… così calda…»
Papi gemette al telefono, la voce rauca di desiderio. «Brava, mammina. Scopala più forte. Falla venire sulla tua mano. E tu, principessa… dille quanto ami essere usata da tutti e due.»
Alessia perse il controllo. Le anche pompavano contro le dita della madre, i gemiti che si facevano sempre più alti. «Papi… mamma… vi amo… sto venendo… di nuovo…»
L’orgasmo la travolse per la quinta volta, violento, infinito. La figa si contrasse intorno alle dita materne, schizzi che bagnarono il polso, il braccio. La madre non si fermò: continuò a scoparla piano, prolungando il piacere, il viso arrossato, il respiro corto.
Papi sospirò, la voce trionfante. «Ora, signora… è il tuo turno. Spogliati. Fammi sentire anche te che vieni. La mia nuova troietta grande.»
La madre esitò solo un secondo. Poi, con mani tremanti, slacciò la camicia da notte.
La stanza si riempì di gemiti, di umidità, di proibito puro. E Papi, al telefono, dirigeva tutto, il suo regno che si espandeva.
La camicia da notte della madre scivolò a terra con un fruscio leggero, rivelando un corpo ancora sodo, segnato dal tempo ma desiderabile: seni pieni, capezzoli scuri già duri, fianchi larghi, una figa curata con un triangolo di peli sopra il clitoride gonfio. Rimase nuda davanti alla figlia, arrossata, vulnerabile, il respiro corto.
Papi non perse tempo. La sua voce, rauca e autoritaria, riempì la stanza. «Brava, mammina. Ora vai all’armadio della tua principessa. Prendi i tacchi alti neri, quelli da 15 che tiene nascosti. L’harness di catene – sì, quello con gli anelli e le catenelle che pendono sui capezzoli e sul clitoride. E la gag ball rossa, quella grossa che le fa sbavare. Indossali. Voglio sentirti mentre ti prepari per me.»
La madre esitò, gli occhi che saettavano verso Alessia, ancora sdraiata sul letto con le cosce aperte, la figa lucida e pulsante. Ma obbedì. Si avvicinò all’armadio, le gambe tremanti, e frugò tra i segreti della figlia. Trovò i tacchi: vertiginosi, neri, con la piattaforma che li rendeva ancora più osceni. Li infilò piano, sentendo i piedi inarcarsi, il culo spingersi all’infuori, il corpo trasformarsi in qualcosa di volgare, di offerto.
Poi l’harness: un intreccio di catene nere e pelle, con anelli che stringevano i seni, catenelle sottili che terminavano in piccole pinze per capezzoli e una più lunga che pendeva tra le cosce, pronta per il clitoride. Se lo allacciò con mani incerte, stringendo le cinghie intorno al torace, sentendo le catene fredde contro la pelle calda. Le pinze morsero i capezzoli, facendola gemere piano, un suono sorpreso e roco.
Infine la gag ball: la sfera rossa, lucida, con i buchi per respirare. La infilò in bocca, allacciandola stretta dietro la nuca. Subito la saliva iniziò a colare, sbavando sulle labbra, sul mento, gocciolando sui seni imprigionati nelle catene.
Si voltò verso il letto, trasformata: tacchi alti che la facevano vacillare, harness che scintillava, catenelle che dondolavano ad ogni passo, gag che la riduceva al silenzio, solo gemiti soffocati e saliva.
Alessia la fissò, gli occhi spalancati, la figa che si contraeva di nuovo al solo vederla. «Mamma… sei… sei bellissima… una troia come me…»
Papi rise, profondo, soddisfatto. «Perfetta, mammina. Ora sul letto, a quattro zampe accanto alla tua principessa. Falle vedere quella figa matura, aperta, bagnata.»
La madre obbedì, salendo sul materasso con difficoltà sui tacchi, il culo in alto, le catenelle che tintinnavano. La figa era già lucida, le labbra gonfie, il clitoride che spuntava traditore.
Papi si rivolse ad Alessia, la voce un comando vellutato. «Ora tocca a te, principessa. Gioca con la tua mammina. Inizia piano: accarezza quelle catene. Tira le pinze sui capezzoli. Falla gemere intorno alla gag.»
Alessia si mise in ginocchio dietro la madre, le mani tremanti ma avide. Sfiorò l’harness, seguendo le catene fredde fino alle pinze. Le strinse leggermente, tirando. La madre inarcò la schiena, un gemito soffocato che uscì gorgogliante intorno alla palla, la saliva che colava copiosa sul lenzuolo.
«Più forte, troietta,» ordinò Papi. «Ora la catena del clitoride. Prendila. Attaccala. Stringila sul suo clito gonfio.»
Alessia obbedì, le dita che scivolavano tra le cosce materne, trovando la catenella pendente. Pizzicò il clitoride – duro, sensibile – e chiuse la piccola pinza. La madre urlò dietro la gag, il corpo che sobbalzò, la figa che si contrasse visibilmente, un filo di umore che colò lungo la coscia.
«Brava, principessa. Ora leccala. Infila la lingua nella figa della tua mammina. Assaggiala mentre io vi guardo con la mente.»
Alessia non esitò più. Si chinò, la faccia tra le cosce della madre, la lingua che scivolava sulle labbra bagnate, dentro il calore maturo, succhiando il clitoride stretto nella pinza. La madre gemette forte, spingendo il culo all’indietro, i tacchi che affondavano nel materasso, le catene che tintinnavano ritmicamente.
Papi gemette al telefono, la voce sempre più rauca. «Scopala con la lingua, Alessia. E tu, mammina… vieni per la tua bambina. Vieni mentre la tua principessa ti lecca come una brava troia.»
La madre tremò tutta, i gemiti soffocati che diventavano urli strozzati. La figa si contrasse intorno alla lingua della figlia, schizzi caldi che bagnarono il viso di Alessia. Venne violentemente, il corpo scosso, la saliva che colava in rivoli, le catene che vibravano ad ogni spasmo.
Alessia non si fermò, leccando avidamente, le mani che tiravano le catene, prolungando l’orgasmo.
Papi sospirò, trionfante. «Ora cambiate. Mammina, lecca la tua principessa. E io… vi farò venire insieme.»
La stanza era un caos di gemiti, catene, saliva e umori. Papi regnava sovrano, la sua voce l’unica legge in quel vortice di piacere proibito.
La madre, ancora scossa dal suo orgasmo violento, obbedì con un gemito soffocato dietro la gag ball. La saliva colava in rivoli lucidi sul mento, gocciolando sulle catene che le stringevano i seni. Papi intervenne subito, la voce bassa e autoritaria: «Mammina, togli la gag. Lentamente. Voglio sentirti gemere libero mentre lecchi la tua principessa.»
La madre slacciò la sfera rossa con mani tremanti. La gag uscì con un suono umido e osceno, fili di saliva che collegavano ancora la bocca al letto. Ansimò forte, la mascella indolenzita, la lingua finalmente libera, gonfia e bagnata. Si chinò tra le cosce aperte della figlia, il viso vicino alla figa ipersensibile e fradicia di Alessia.
«Ora leccala,» ordinò Papi. «Infila la lingua profonda. Succhia quel clito che hai visto pulsare. E tu, Alessia… tienile la testa giù, spingila contro la tua figa. Fatevi venire insieme per me.»
La madre iniziò piano, leccando le labbra gonfie con la lingua calda e avida, assaggiando se stessa mista agli umori della figlia. Poi più forte, la lingua che entrava dentro, succhiando il clitoride con fame repressa. Alessia gemette roco, afferrandole i capelli, spingendola giù. «Mamma… sì… leccami… oddio, la tua lingua dentro…»
I gemiti si mescolarono: quelli aperti e disperati di Alessia, quelli rochi e liberati della madre, finalmente senza impedimenti. Le catene tintinnavano ritmicamente, i tacchi di entrambe che graffiavano il materasso. Papi le guidava, la voce un sussurro ipnotico: «Più forte, mammina. Succhia il clito. Alessia, tira le catene… falla soffrire mentre ti fa venire.»
L’orgasmo arrivò simultaneo, devastante. Alessia urlò, le anche che si inarcavano, schizzi caldi che bagnarono il viso della madre. La madre tremò tutta, la figa che colava senza essere toccata, la pinza sul clitoride che amplificava tutto, un orgasmo violento che la fece gemere forte contro la carne della figlia.
E poi… il dopo.
Il silenzio rotto solo da ansiti pesanti, corpi sudati intrecciati, tremanti. Alessia accasciata, le gambe molli, la figa ipersensibile che pulsava ad ogni minimo sfioramento d’aria. Ogni nervo era vivo, elettrico: un soffio sul clitoride la faceva sobbalzare, un piccolo spasmo residuo le contraeva il ventre. Le lacrime le rigavano ancora le guance, miste a sudore e rossetto sbavato, ma ora c’era una quiete estatica, un languore profondo che la rendeva vulnerabile, aperta.
La madre, accanto a lei, era un disastro bellissimo: la bocca gonfia e lucida di umori e saliva, rivoli che colavano sul collo, sui seni stretti nelle catene. I capezzoli viola, ipersensibili, pulsavano ad ogni respiro; la pinza sul clitoride la faceva gemere piano ad ogni movimento, un dolore dolce che prolungava l’eco dell’orgasmo. Il suo corpo maturo tremava ancora, piccoli brividi che le percorrevano la schiena, la figa che colava lenta sulle cosce, i tacchi alti che la tenevano in una posizione innaturalmente offerta.
Papi non le lasciò sole nel dopo. La sua voce, ora più morbida ma sempre dominante, le avvolse come una carezza. «Brave le mie troiette. Ora restate così. Non toccatevi… ancora. Sentite il dopo. Sentite quanto siete sensibili, quanto siete mie.»
Alessia gemette debolmente, le dita che sfioravano istintivamente il ventre della madre, tracciando le catene fredde. «Papi… è… è troppo… ogni cosa mi fa tremare… la figa mi pulsa da sola…»
La madre annuì piano, un gemito roco, gli occhi chiusi mentre un altro piccolo spasmo la attraversava. La lingua le sfiorò le labbra, assaporando ancora il gusto della figlia, il corpo ipersensibile: il minimo tintinnio delle catene sui capezzoli la faceva inarcare, la pinza sul clitoride un tormento delizioso che le strappava brividi continui.
Papi rise piano. «Lo so, principessa. È il bello del dopo. Ora baciatevi. Baciate con la lingua, piano. Assaggiatevi dopo essere venute.»
Le labbra si incontrarono: lente, profonde, lingue che si intrecciavano pigre, assaporando il sapore reciproco – umori, saliva, piacere residuo. Alessia ricambiò, le mani che accarezzavano il viso della madre, poi scivolavano sulle catene, tirando piano una pinza. La madre sobbalzò, un gemito nel bacio, il corpo che si strusciava contro la figlia in cerca di contatto, ma ogni tocco era elettrico, quasi doloroso nel post-orgasmo.
«Papi…» sussurrò Alessia contro le labbra materne. «Non ce la faccio… se mi tocca di nuovo vengo… ma fa quasi male… è troppo bello…»
«Esatto, troiette mie,» rispose Papi, la voce soddisfatta. «Ora restate così. Accarezzatevi piano. Toccate solo la pelle, le catene, i capezzoli sensibili. Prolungate il dopo. Domani… vi farò ricominciare da capo.»
I corpi rimasero intrecciati, tremanti, ipersensibili, in un languore infinito. Il telefono ancora acceso, la voce di Papi un sussurro costante che le teneva prigioniere nel piacere residuo, nel proibito che non finiva mai.
Per commenti, b_bull_and_master@proton.me
La madre rimase lì, la mano ancora sospesa nell’aria dopo aver tolto la prima molletta, le dita che tremavano come se avessero toccato qualcosa di proibito. Il capezzolo sinistro di Alessia era rosso, gonfio, ipersensibile, e ogni respiro lo faceva pulsare visibilmente. Alessia ansimava, il corpo ancora scosso dagli ultimi spasmi del terzo orgasmo, la figa che colava umori caldi sulle lenzuola, le cosce aperte in un invito involontario.
Papi, al telefono, non lasciò spazio al silenzio. La sua voce era un comando basso, irresistibile. «Ora l’altra, signora. Quella destra. Fallo lentamente. Stringila un po’ prima di aprirla. Vedi come la tua bambina reagisce al dolore che le dai tu.»
La madre deglutì, gli occhi fissi sul capezzolo rimasto imprigionato. «Io… non dovrei…» mormorò, ma la mano si mosse lo stesso. Le dita sfiorarono il seno della figlia, la pelle calda e sudata, poi afferrarono la molletta. La strinse leggermente, come ordinato, facendo gemere Alessia in un misto di dolore e piacere.
«Mamma… oddio… fa male… ma… non fermarti…» Alessia singhiozzò, le anche che si inarcavano di nuovo, le dita ancora dentro di sé, ferme ma pronte a riprendere.
La madre aprì la molletta di colpo.
L’esplosione fu immediata. Il sangue tornò violento, il dolore bruciante si trasformò in estasi pura. Alessia urlò, un grido roco e animalesco, il corpo che si contorse sul letto. Le dita ripresero a pompare furiosamente nella figa, veloci, brutali, il suono bagnato che echeggiava nella stanza. «Sto venendo… mamma… mi stai facendo venire… cazzo!»
Schizzò di nuovo, più forte di prima, un getto caldo che bagnò persino la mano della madre, ancora vicina al seno. Alessia tremava tutta, la coda appiccicata alla schiena, i tacchi che graffiavano il materasso, la bocca rossa spalancata in un urlo silenzioso.
La madre ritrasse la mano, ma questa volta non di scatto. La guardò: bagnata, lucida degli umori della figlia. La portò piano alle labbra, quasi inconsciamente, e leccò. Solo un piccolo tocco, ma abbastanza da farle chiudere gli occhi per un istante. Il suo respiro era pesante, la camicia da notte che aderiva al corpo, rivelando capezzoli duri sotto il tessuto sottile.
Papi rise sommessamente, un suono profondo, soddisfatto. «Brava, signora. Hai assaggiato la tua bambina. Dimmi come sa. Dolce? Salata? Come una vera troietta?»
La madre arrossì violentemente, ma non negò. «Io… non so cosa mi sta succedendo…» La voce le uscì roca, diversa. Si sedette sul bordo del letto, le gambe accavallate strette, come per nascondere il calore che sentiva crescere tra le cosce.
Alessia, esausta ma ancora eccitata, la guardò con occhi velati. «Mamma… toccami… ti prego… Papi, dille di toccarmi…»
Papi non esitò. «Signora… chiamami Papi anche tu, se vuoi. Ora infila due dita nella figa della tua principessa. Sentila. Sentila quanto è bagnata per colpa mia… e tua.»
La madre tremò, ma le mani obbedirono. Si chinò piano, il viso vicino al ventre della figlia, e le dita – esitanti all’inizio – scivolarono tra le labbra gonfie, entrando piano nella figa calda e fradicia. Alessia gemette forte, inarcandosi contro quella mano materna.
«Oddio… mamma… sì… più dentro…»
La madre spinse, due dita fino in fondo, il pollice che sfiorò il clitoride ipersensibile. Iniziò a muoverle piano, quasi ipnotizzata, gli occhi fissi sul viso stravolto della figlia. «Sei… sei così stretta… così calda…»
Papi gemette al telefono, la voce rauca di desiderio. «Brava, mammina. Scopala più forte. Falla venire sulla tua mano. E tu, principessa… dille quanto ami essere usata da tutti e due.»
Alessia perse il controllo. Le anche pompavano contro le dita della madre, i gemiti che si facevano sempre più alti. «Papi… mamma… vi amo… sto venendo… di nuovo…»
L’orgasmo la travolse per la quinta volta, violento, infinito. La figa si contrasse intorno alle dita materne, schizzi che bagnarono il polso, il braccio. La madre non si fermò: continuò a scoparla piano, prolungando il piacere, il viso arrossato, il respiro corto.
Papi sospirò, la voce trionfante. «Ora, signora… è il tuo turno. Spogliati. Fammi sentire anche te che vieni. La mia nuova troietta grande.»
La madre esitò solo un secondo. Poi, con mani tremanti, slacciò la camicia da notte.
La stanza si riempì di gemiti, di umidità, di proibito puro. E Papi, al telefono, dirigeva tutto, il suo regno che si espandeva.
La camicia da notte della madre scivolò a terra con un fruscio leggero, rivelando un corpo ancora sodo, segnato dal tempo ma desiderabile: seni pieni, capezzoli scuri già duri, fianchi larghi, una figa curata con un triangolo di peli sopra il clitoride gonfio. Rimase nuda davanti alla figlia, arrossata, vulnerabile, il respiro corto.
Papi non perse tempo. La sua voce, rauca e autoritaria, riempì la stanza. «Brava, mammina. Ora vai all’armadio della tua principessa. Prendi i tacchi alti neri, quelli da 15 che tiene nascosti. L’harness di catene – sì, quello con gli anelli e le catenelle che pendono sui capezzoli e sul clitoride. E la gag ball rossa, quella grossa che le fa sbavare. Indossali. Voglio sentirti mentre ti prepari per me.»
La madre esitò, gli occhi che saettavano verso Alessia, ancora sdraiata sul letto con le cosce aperte, la figa lucida e pulsante. Ma obbedì. Si avvicinò all’armadio, le gambe tremanti, e frugò tra i segreti della figlia. Trovò i tacchi: vertiginosi, neri, con la piattaforma che li rendeva ancora più osceni. Li infilò piano, sentendo i piedi inarcarsi, il culo spingersi all’infuori, il corpo trasformarsi in qualcosa di volgare, di offerto.
Poi l’harness: un intreccio di catene nere e pelle, con anelli che stringevano i seni, catenelle sottili che terminavano in piccole pinze per capezzoli e una più lunga che pendeva tra le cosce, pronta per il clitoride. Se lo allacciò con mani incerte, stringendo le cinghie intorno al torace, sentendo le catene fredde contro la pelle calda. Le pinze morsero i capezzoli, facendola gemere piano, un suono sorpreso e roco.
Infine la gag ball: la sfera rossa, lucida, con i buchi per respirare. La infilò in bocca, allacciandola stretta dietro la nuca. Subito la saliva iniziò a colare, sbavando sulle labbra, sul mento, gocciolando sui seni imprigionati nelle catene.
Si voltò verso il letto, trasformata: tacchi alti che la facevano vacillare, harness che scintillava, catenelle che dondolavano ad ogni passo, gag che la riduceva al silenzio, solo gemiti soffocati e saliva.
Alessia la fissò, gli occhi spalancati, la figa che si contraeva di nuovo al solo vederla. «Mamma… sei… sei bellissima… una troia come me…»
Papi rise, profondo, soddisfatto. «Perfetta, mammina. Ora sul letto, a quattro zampe accanto alla tua principessa. Falle vedere quella figa matura, aperta, bagnata.»
La madre obbedì, salendo sul materasso con difficoltà sui tacchi, il culo in alto, le catenelle che tintinnavano. La figa era già lucida, le labbra gonfie, il clitoride che spuntava traditore.
Papi si rivolse ad Alessia, la voce un comando vellutato. «Ora tocca a te, principessa. Gioca con la tua mammina. Inizia piano: accarezza quelle catene. Tira le pinze sui capezzoli. Falla gemere intorno alla gag.»
Alessia si mise in ginocchio dietro la madre, le mani tremanti ma avide. Sfiorò l’harness, seguendo le catene fredde fino alle pinze. Le strinse leggermente, tirando. La madre inarcò la schiena, un gemito soffocato che uscì gorgogliante intorno alla palla, la saliva che colava copiosa sul lenzuolo.
«Più forte, troietta,» ordinò Papi. «Ora la catena del clitoride. Prendila. Attaccala. Stringila sul suo clito gonfio.»
Alessia obbedì, le dita che scivolavano tra le cosce materne, trovando la catenella pendente. Pizzicò il clitoride – duro, sensibile – e chiuse la piccola pinza. La madre urlò dietro la gag, il corpo che sobbalzò, la figa che si contrasse visibilmente, un filo di umore che colò lungo la coscia.
«Brava, principessa. Ora leccala. Infila la lingua nella figa della tua mammina. Assaggiala mentre io vi guardo con la mente.»
Alessia non esitò più. Si chinò, la faccia tra le cosce della madre, la lingua che scivolava sulle labbra bagnate, dentro il calore maturo, succhiando il clitoride stretto nella pinza. La madre gemette forte, spingendo il culo all’indietro, i tacchi che affondavano nel materasso, le catene che tintinnavano ritmicamente.
Papi gemette al telefono, la voce sempre più rauca. «Scopala con la lingua, Alessia. E tu, mammina… vieni per la tua bambina. Vieni mentre la tua principessa ti lecca come una brava troia.»
La madre tremò tutta, i gemiti soffocati che diventavano urli strozzati. La figa si contrasse intorno alla lingua della figlia, schizzi caldi che bagnarono il viso di Alessia. Venne violentemente, il corpo scosso, la saliva che colava in rivoli, le catene che vibravano ad ogni spasmo.
Alessia non si fermò, leccando avidamente, le mani che tiravano le catene, prolungando l’orgasmo.
Papi sospirò, trionfante. «Ora cambiate. Mammina, lecca la tua principessa. E io… vi farò venire insieme.»
La stanza era un caos di gemiti, catene, saliva e umori. Papi regnava sovrano, la sua voce l’unica legge in quel vortice di piacere proibito.
La madre, ancora scossa dal suo orgasmo violento, obbedì con un gemito soffocato dietro la gag ball. La saliva colava in rivoli lucidi sul mento, gocciolando sulle catene che le stringevano i seni. Papi intervenne subito, la voce bassa e autoritaria: «Mammina, togli la gag. Lentamente. Voglio sentirti gemere libero mentre lecchi la tua principessa.»
La madre slacciò la sfera rossa con mani tremanti. La gag uscì con un suono umido e osceno, fili di saliva che collegavano ancora la bocca al letto. Ansimò forte, la mascella indolenzita, la lingua finalmente libera, gonfia e bagnata. Si chinò tra le cosce aperte della figlia, il viso vicino alla figa ipersensibile e fradicia di Alessia.
«Ora leccala,» ordinò Papi. «Infila la lingua profonda. Succhia quel clito che hai visto pulsare. E tu, Alessia… tienile la testa giù, spingila contro la tua figa. Fatevi venire insieme per me.»
La madre iniziò piano, leccando le labbra gonfie con la lingua calda e avida, assaggiando se stessa mista agli umori della figlia. Poi più forte, la lingua che entrava dentro, succhiando il clitoride con fame repressa. Alessia gemette roco, afferrandole i capelli, spingendola giù. «Mamma… sì… leccami… oddio, la tua lingua dentro…»
I gemiti si mescolarono: quelli aperti e disperati di Alessia, quelli rochi e liberati della madre, finalmente senza impedimenti. Le catene tintinnavano ritmicamente, i tacchi di entrambe che graffiavano il materasso. Papi le guidava, la voce un sussurro ipnotico: «Più forte, mammina. Succhia il clito. Alessia, tira le catene… falla soffrire mentre ti fa venire.»
L’orgasmo arrivò simultaneo, devastante. Alessia urlò, le anche che si inarcavano, schizzi caldi che bagnarono il viso della madre. La madre tremò tutta, la figa che colava senza essere toccata, la pinza sul clitoride che amplificava tutto, un orgasmo violento che la fece gemere forte contro la carne della figlia.
E poi… il dopo.
Il silenzio rotto solo da ansiti pesanti, corpi sudati intrecciati, tremanti. Alessia accasciata, le gambe molli, la figa ipersensibile che pulsava ad ogni minimo sfioramento d’aria. Ogni nervo era vivo, elettrico: un soffio sul clitoride la faceva sobbalzare, un piccolo spasmo residuo le contraeva il ventre. Le lacrime le rigavano ancora le guance, miste a sudore e rossetto sbavato, ma ora c’era una quiete estatica, un languore profondo che la rendeva vulnerabile, aperta.
La madre, accanto a lei, era un disastro bellissimo: la bocca gonfia e lucida di umori e saliva, rivoli che colavano sul collo, sui seni stretti nelle catene. I capezzoli viola, ipersensibili, pulsavano ad ogni respiro; la pinza sul clitoride la faceva gemere piano ad ogni movimento, un dolore dolce che prolungava l’eco dell’orgasmo. Il suo corpo maturo tremava ancora, piccoli brividi che le percorrevano la schiena, la figa che colava lenta sulle cosce, i tacchi alti che la tenevano in una posizione innaturalmente offerta.
Papi non le lasciò sole nel dopo. La sua voce, ora più morbida ma sempre dominante, le avvolse come una carezza. «Brave le mie troiette. Ora restate così. Non toccatevi… ancora. Sentite il dopo. Sentite quanto siete sensibili, quanto siete mie.»
Alessia gemette debolmente, le dita che sfioravano istintivamente il ventre della madre, tracciando le catene fredde. «Papi… è… è troppo… ogni cosa mi fa tremare… la figa mi pulsa da sola…»
La madre annuì piano, un gemito roco, gli occhi chiusi mentre un altro piccolo spasmo la attraversava. La lingua le sfiorò le labbra, assaporando ancora il gusto della figlia, il corpo ipersensibile: il minimo tintinnio delle catene sui capezzoli la faceva inarcare, la pinza sul clitoride un tormento delizioso che le strappava brividi continui.
Papi rise piano. «Lo so, principessa. È il bello del dopo. Ora baciatevi. Baciate con la lingua, piano. Assaggiatevi dopo essere venute.»
Le labbra si incontrarono: lente, profonde, lingue che si intrecciavano pigre, assaporando il sapore reciproco – umori, saliva, piacere residuo. Alessia ricambiò, le mani che accarezzavano il viso della madre, poi scivolavano sulle catene, tirando piano una pinza. La madre sobbalzò, un gemito nel bacio, il corpo che si strusciava contro la figlia in cerca di contatto, ma ogni tocco era elettrico, quasi doloroso nel post-orgasmo.
«Papi…» sussurrò Alessia contro le labbra materne. «Non ce la faccio… se mi tocca di nuovo vengo… ma fa quasi male… è troppo bello…»
«Esatto, troiette mie,» rispose Papi, la voce soddisfatta. «Ora restate così. Accarezzatevi piano. Toccate solo la pelle, le catene, i capezzoli sensibili. Prolungate il dopo. Domani… vi farò ricominciare da capo.»
I corpi rimasero intrecciati, tremanti, ipersensibili, in un languore infinito. Il telefono ancora acceso, la voce di Papi un sussurro costante che le teneva prigioniere nel piacere residuo, nel proibito che non finiva mai.
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