Il viaggio di Elena Parte 9 – La Notte con Concetta

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Il messaggio di Concetta mi aveva lasciato un formicolio tra le cosce per tutto il giorno seguente. “Resta a dormire, così finiamo con calma 😏” – quel sorrisetto emoji era un invito chiaro, e io, con il plug ancora dentro come ordinato da Franco la sera prima, non potevo negare l’eccitazione. Lui me l’aveva imposto con quel tono rauco e possessivo: “Lo terrai tutto il giorno, troia. Domani voglio sentirti entrare con il culo tappato.” E io l’avevo obbedito, portando quel peso segreto durante le riunioni, i caffè, i corridoi dell’ufficio – un promemoria costante che mi teneva bagnata e distratta, la base glitterata che sfregava leggermente a ogni passo, il bruciore piacevole che si mescolava al ricordo del suo seme caldo dentro di me.
Avevo accettato l’invito di Concetta subito, ma quando ci eravamo sentite al telefono lei aveva sospirato: “Da me è impossibile, Elena. C’è sempre qualcuno tra i piedi – mamma che controlla, papà che gira per casa, Nino che entra e esce… non riusciamo a concentrarci sui preparativi. Facciamo un aperitivo veloce al bar del centro? Portiamo i fogli, parliamo lì e vediamo come organizzarci.”
L’idea mi aveva fatto sorridere: un bar pubblico, neutro, ma con la promessa di qualcosa di più. “Va bene,” le avevo risposto. “Ci vediamo alle otto. Porto il mio tablet con le liste.”
Ci demmo appuntamento in un bar tranquillo del centro storico, uno di quelli con tavolini all’esterno sotto le luci soffuse, abbastanza affollato da non dare nell’occhio ma non troppo rumoroso da poter parlare. Concetta arrivò puntuale, castana con i capelli a caschetto lisci che le incorniciavano il viso ribelle, un piccolo septum d’argento al naso che scintillava sotto le lampade. Indossava un top scollato che metteva in evidenza il seno generoso – molto più grande del mio, due tette pesanti e piene che premevano contro il tessuto, capezzoli già accennati. Eravamo più o meno sullo stesso peso, ma lei lo portava diversamente: guadagnava in décolleté e in una pancia morbida e rotonda che sporgeva invitante sotto il top, mentre il suo sedere, pur rotondo e morbido, era un po’ più piccolo del mio culo enorme e pesante. Le cosce paffute si sfregavano quando camminava, creando un fruscio sensuale che mi fece stringere le gambe mentre la guardavo avvicinarsi.
Ci sedemmo a un tavolino d’angolo, ordinammo due spritz e un piattino di olive. Tirai fuori il tablet, aprii i file con le planimetrie della location, la lista invitati e i preventivi della torta. Parlammo per una ventina di minuti di dettagli pratici: location confermata, musica scelta (una playlist siciliana mista a hit moderne), torta a tre piani con tema “18 anni da uomo” (Concetta rise piano: “Nino è ancora un cucciolo, ma vuole fare il figo con gli amici”). Le nostre mani si sfioravano sul tavolo: un tocco leggero sulla mia coscia quando indicava qualcosa sullo schermo, le sue dita che indugiavano un secondo di troppo sul mio polso, un pollice che tracciava cerchi lenti sulla pelle interna del mio braccio. Ogni contatto era calcolato, graduale, e io sentivo il calore salire piano, il plug che si muoveva a ogni piccolo spostamento sulla sedia di ferro – un promemoria continuo dell’ordine di Franco che mi teneva eccitata e attenta.
Concetta parlava con voce bassa, quasi confidenziale, chinandosi verso di me quel tanto che bastava per farmi sentire il suo profumo dolce e il calore del suo seno enorme che sfiorava il mio braccio. “Sai, Elena,” disse dopo un sorso di spritz, gli occhi fissi nei miei, “mi piace guardarti. Hai un modo di muoverti… di sederti… che mi fa venire voglia di conoscerti meglio. Non solo per il compleanno.” Il suo ginocchio toccò il mio sotto il tavolo, restò lì, una pressione leggera ma costante. Io arrossii, ma non mi spostai. “Anche tu mi fai effetto,” ammisi piano. “Il tuo seno… la tua pancia morbida… mi fanno sentire meno sola con le mie curve.”
Lei sorrise, un sorriso lento e consapevole. Posò la mano sulla mia, intrecciò le dita per un attimo, poi le lasciò scivolare via come se niente fosse. Guardò la borsa dove aveva messo una bottiglia di vino rosso che aveva portato “per dopo”. “Qui non possiamo aprire questa,” disse con un ghigno complice. “Troppa gente, troppi occhi. E poi… i preparativi veri li finiamo meglio in privato.” Fece una pausa, mi guardò dritto negli occhi. “Il tuo monolocale è vicino, no? Andiamo da te, stappiamo questa bottiglia, chiudiamo la porta e vediamo di finire tutto… con calma.”
Il cuore mi schizzò in gola. Annuii, incapace di dire altro. Pagammo in fretta e uscimmo, camminando veloci verso il mio monolocale nei vicoli stretti. L’aria calda di Palermo ci avvolgeva, ma era il suo braccio che sfiorava il mio a farmi accelerare il battito.
Una volta dentro, chiusi la porta a chiave. Il monolocale era piccolo, intimo: letto sfatto, scrivania con fogli sparsi, balcone minuscolo affacciato sui panni stesi. Concetta posò la borsa sul tavolo e tirò fuori la bottiglia di vino rosso. “Stappa tu?” mi chiese con un sorriso. Io annuii, presi il cavatappi dal cassetto della cucina, stappai la bottiglia con un pop soddisfacente e presi due calici dal mobiletto sopra il lavandino – quelli semplici ma eleganti che usavo di solito per le serate da sola. Versai il rosso scuro nei bicchieri, il liquido che roteava denso contro il vetro. Gliene porsi uno, brindammo piano, sorseggiando in silenzio mentre ci guardavamo. Il vino era caldo, corposo, mi scaldò lo stomaco e sciolse l’ultimo residuo di tensione.
Poi Concetta posò il calice, si avvicinò piano, passo dopo passo, fino a essere a pochi centimetri. Mi guardò negli occhi, il septum che brillava, il respiro caldo sul mio viso. “Sei nervosa?” chiese sottovoce, con un tono gentile ma fermo. Annuii appena, più sincera di quanto volessi. “È… la prima volta che lo faccio da sola,” confessai piano, la voce un po’ tremante. “Con Marco ci sono state esperienze… con altre donne, ma sempre in tre, sempre con lui lì. Mai solo io e un’altra. Mai senza uomini intorno.”
Concetta sorrise dolcemente, senza giudicare. “Lo capisco. È diverso, vero? Più intimo, più esposto.” Mi sfiorò la guancia con il dorso delle dita, scese piano lungo il collo, tracciando la linea della clavicola. Il tocco era leggero, quasi piuma, ma mi fece venire la pelle d’oca. “Non devi fare niente che non vuoi. Ma se ti lasci andare… ti prometto che sarà bello. Lascia che sia io a guidarti stasera.”
Poi mi prese il mento tra pollice e indice, inclinò leggermente la mia testa. “Guardami,” mormorò. I nostri nasi quasi si toccarono. Restammo così un attimo, respiri che si mescolavano, tensione che cresceva piano. Lei chiuse gli occhi per prima, si avvicinò lentissima, labbra che sfiorarono le mie – un contatto morbido, casto quasi, solo per testare. Io trattenni il fiato. Lei premette un po’ di più, labbra che si aprirono appena, lingua che sfiorò il mio labbro inferiore in un invito timido.
Ricambiai piano, lasciando che fosse lei a dettare il ritmo: lingua che entrava nella mia bocca con calma, esplorando senza fretta, un bacio profondo ma controllato. Le sue mani scivolarono sui miei fianchi, mi attirarono contro di sé – il suo seno enorme premuto contro il mio, pance morbide che si sfregavano, calore che saliva. Gemette piano nella mia bocca, un suono basso che vibrò tra noi. Il bacio si fece più intenso, lingue che danzavano lente, saliva che si mescolava, mani che salivano piano sotto la mia camicia, sfiorando la pelle nuda della schiena.
“Brava,” sussurrò contro le mie labbra quando si staccò per un secondo, occhi lucidi. “Lasciati andare.” Mi baciò di nuovo, questa volta più decisa, una mano che mi afferrava la nuca per tenermi ferma, l’altra che scivolava sotto la gonna, sfiorando il perizoma umido. Improvvisamente si fermò, dita che incontravano la base del plug tra le natiche. Un sorriso lento e malizioso le illuminò il viso.
“Cazzo… cos’è questo?” mormorò, premendo leggermente la base glitterata, facendomi gemere piano. Tirò giù il perizoma con calma, esponendo il plug nero che spuntava tra le mie natiche rotonde. “Un plug? Tutto il giorno con il culo tappato?” Rise bassa, eccitata, girandomi un po’ per guardarlo meglio. “Sei una troietta piena, eh? Chi te l’ha messo? O è un tuo giochino privato?”
Io arrossii forte, il cuore che batteva all’impazzata. Non potevo dirle di Franco… è suo padre, cazzo. Se avessi detto la verità, sarebbe crollato tutto – la fiducia, la famiglia, il mio equilibrio precario qui a Palermo. “È… una cosa mia,” dissi con voce tremante ma sexy, inventando sul momento. “Me lo metto da sola quando ho voglia di sentirmi piena, di giocare un po’ con me stessa durante la giornata. Mi eccita sapere che ce l’ho dentro mentre lavoro, mentre parlo con la gente… come un segreto solo mio.”
Concetta inarcò un sopracciglio, ma il suo sguardo si fece ancora più affamato. “Mmm… mi piace. Una manager seria fuori, ma con il culo tappato sotto la gonna. Sei sporca quanto me.” Premette di nuovo la base, facendolo muovere dentro, strappandomi un gemito. “Lo lascio lì, allora. Voglio scoparti con questo dentro… voglio sentirti piena da dietro mentre ti apro davanti.”
Da lì, tutto accelerò piano ma inesorabilmente. Mi guidò verso il letto, continuando a baciarmi, a toccarmi con calma possessiva, sussurrando parole sporche ma dolci: “Voglio sentire ogni curva tua contro le mie… voglio farti venire piano, poi forte.” E io mi lasciai guidare, eccitata dal suo controllo gentile, dal contrasto tra la sua dolcezza e la fame che cresceva – nervosa per la novità, ma eccitata proprio per quello.
Mi spogliò con pazienza: camicia slacciata bottone dopo bottone, reggiseno tolto, seno esposto ai suoi baci avidi – capezzoli succhiati forte, morsi leggeri che mi facevano arcuare. Io le tirai giù il top, liberando il suo seno enorme che traballò libero – capezzoli scuri e duri, pronti per la mia bocca. Ci sdraiammo sul letto, corpi premuti uno sull’altro, curve contro curve – il suo seno pesante schiacciato contro il mio più piccolo, pance morbide che si sfregavano, le mie cosce grosse contro le sue paffute. Le sue dita trovarono la mia fica gonfia, entrarono piano, sfregando il punto G mentre la lingua leccava il clitoride in cerchi lenti e insistenti. Venni presto, squirting copioso che le bagnò la mano, il polso e le lenzuola, urlando il suo nome mentre le pareti si contraevano intorno alle sue dita. “Brava, squirta per me, troietta curvy,” mormorò lei, leccando i miei umori dalle dita con lingua lenta, assaporando ogni goccia.
Ricambiai con fame: la girai di schiena, leccai il suo culo rotondo ma più piccolo del mio, lingua che sfiorava l’apertura stretta mentre due dita entravano nella sua fica bagnata e calda. Lei gemette forte, spingendo indietro contro la mia bocca: “Sì… mangiami, Elena… usa quella lingua su di me.” Accelerai, succhiando il clitoride gonfio, dita che pompavano ritmiche fino a farla venire – squirting forte sulle mie labbra e sul mento, il suo corpo che tremava violento mentre io ingoiavo ogni schizzo, il sapore dolce e salato che mi invadeva.
Non bastava. Tirò fuori uno strap-on dalla borsa – nero, spesso, con venature realistiche e base che sfregava sul suo clitoride. “Voglio scoparti come un uomo,” disse con un ghigno. Mi mise a pecora sul letto, il plug ancora dentro che premeva contro le pareti posteriori. Lubrificò il dildo con gel freddo, lo spinse piano nella mia fica – riempimento doppio, plug nell’ano e strap-on davanti che mi dilatava fino al limite. Gemetti forte, il doppio stimolo che mi faceva vedere stelle. Lei pompava rude, mani sulle mie natiche grosse che sbattevano contro i suoi fianchi: “Questo culo enorme… è fatto per essere scopato. Senti come ti apro, troia morbida?” Accelerò, rumore umido e osceno – schiaffi di carne, gemiti, squirting di nuovo mio e suo che bagnava le lenzuola. Venni urlando, corpo in spasmi; lei seguì sfregando il clitoride contro la base, venendo con un grido soffocato.
Restammo abbracciate sul letto sfatto, sudate, ansimanti, corpi morbidi intrecciati. “Sei incredibile,” sussurrò Concetta, accarezzandomi i capelli umidi, il suo seno enorme premuto contro la mia schiena. “Ma… domani sera è il compleanno di Nino. Lui ti guarda già strano, sai? Nelle foto che gli ho mandato della location, ha chiesto di te due volte.” C’era gelosia nella sua voce, sottile ma tagliente. Io sorrisi, ma dentro un brivido: Nino, impacciato e dolce. Il pensiero mi fece bagnare di nuovo, un calore nuovo che si mescolava alla stanchezza.
Chiusi gli occhi, il plug ancora dentro che premeva piano, il corpo esausto ma vivo. Domani sarebbe stata la festa di Nino. E io già sentivo che non sarebbe stata solo una festa.
scritto il
2026-02-22
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