Alessia 2

di
genere
dominazione

Alessia tornò alla vita quotidiana dei Colli Aminei con il corpo ancora marchiato dal weekend romano, come se Carlo le avesse impresso addosso un sigillo invisibile. La figa le pulsava ancora di un dolore sordo e delizioso, i capezzoli rimanevano ipersensibili sotto i maglioni larghi, e sul culo spuntava un lieve livido violaceo dove lui l’aveva schiaffeggiata con più forza, marchiandola come sua. Salendo le scale di casa, camminava con cautela, le cosce che sfregavano l’una contro l’altra, ricordandole ogni passo quanto fosse stata dilatata, usata, posseduta. La madre le chiese con il solito tono premuroso: «Com’è andata da Claudia, tesoro? Avete studiato tanto?» Alessia sorrise angelica, la voce dolce e controllata: «Sì, mamma, tanto. Ero stanca morta.» Dentro, però, ribolliva: sentiva ancora il peso di quel cazzo mostruoso che l’aveva riempita fino a farle vedere le stelle, il sapore acre e denso della sborra in gola, la voce rauca di Carlo che le ordinava di venire più forte.
Quella sera stessa, mentre i genitori sparecchiavano la tavola, Alessia si rifugiò in bagno con il telefono stretto in mano. Si chiuse a chiave, abbassò le mutandine fino alle ginocchia e scattò una foto allo specchio: nuda dalla vita in giù, gambe divaricate, dita che aprivano le labbra ancora gonfie e arrossate, lucide di un’eccitazione residua. Caption: «Guarda cosa mi hai fatto, papà. Mi manca già da morire. Non cammino dritta.»
Carlo rispose in meno di un minuto, come se fosse stato lì ad aspettare. «Brava la mia troietta napoletana. La tua fighetta sembra ancora aperta per me. Domani sera voglio un video live. Ti scopi con qualcosa di grosso mentre i tuoi sono in casa. Rischia di farti beccare. Voglio sentirti trattenere i gemiti.»
Il giorno dopo, all’università, Alessia era un disastro. Sedeva nell’aula magna della Federico II, le cosce serrate sotto il banco, la mente che tornava ossessivamente a Roma: Carlo che le aveva preso il culo per la prima volta, il bruciore iniziale che si era trasformato in un piacere oscuro, profondo, che non aveva mai conosciuto. Durante la pausa, non resse più: entrò in un bagno deserto, si chiuse in una cabina, si abbassò i jeans e le mutandine, e si toccò furiosamente, due dita dentro, il pollice sul clitoride gonfio. Veniva in silenzio, mordendosi il labbro fino a farsi male, immaginando la lingua esperta di lui che la leccava proprio lì, nel culo, mentre le diceva quanto fosse stretta e troia.
Tornata a casa nel tardo pomeriggio, l’attesa la divorava. Cenò con i genitori, rispondendo a monosillabi alle domande di Giuseppe sul suo “brutto voto” in un esame recente. Dentro, pensava solo a quanto sarebbe stato eccitante se suo padre sapesse cosa faceva davvero sua figlia. Quando finalmente i genitori si addormentarono sul divano davanti a un film serale – Giuseppe che russava piano, la madre accasciata accanto a lui – Alessia sgattaiolò in cucina. Aprì il frigo con il cuore in gola, prese una bottiglia di vetro liscia e fredda dell’acqua frizzante, spessa quasi quanto il polso di Carlo, e corse in camera chiudendo la porta a chiave.
Accese la videochiamata su Proton. Carlo apparve subito: seduto nella sua poltrona a Roma, camicia sbottonata che lasciava intravedere il petto peloso, il cazzo già fuori, duro e venoso nella mano grande. «Mostrami tutto, piccola puttana. Inizia lentamente.»
Alessia si spogliò con movimenti deliberati, obbedendo come una brava schiava. Si mise carponi sul letto, di spalle alla telecamera, la bottiglia stretta tra le dita tremanti. «Papà… è fredda… la infilo per te… guarda quanto sono bagnata già solo a pensarti.»
«Prima scaldala, troia. Lecala come se fosse il mio cazzo. Fammi vedere quanto lo desideri.»
Lei obbedì senza esitare: portò il collo della bottiglia alla bocca, lo leccò con lingua larga e lenta, sbavando copiosamente, guardandolo dritto negli occhi attraverso lo schermo. Poi se la passò tra le labbra della figa, sfregandola sul clitoride fino a farla diventare lucida e calda dei suoi umori densi. Spinse piano la base larga dentro di sé, gemendo piano: «Ah… papà… è quasi come il tuo… mi spacca… mi sento così piena…»
Carlo si segava con colpi lenti e potenti, la cappella che luccicava. «Più dentro, piccola. Scopati forte come ti ho insegnato a Roma. Immagina che sono lì dietro di te, che ti tengo ferma per i fianchi mentre tuo padre dorme di là. Se si sveglia e ti sente gemere, peggio per lui.»
Alessia spinse più a fondo, la bottiglia che entrava e usciva con schiocchi umidi e osceni. Il vetro freddo contro le pareti calde la faceva impazzire. Si mordicchiava il labbro inferiore per soffocare i gemiti, il cuore che le martellava nel petto al pensiero di essere scoperta – la porta della camera non era insonorizzata, un urlo troppo forte e sarebbe finita tutto. Venne forte, il corpo che tremava incontrollato, schizzando sul lenzuolo in piccoli spruzzi caldi. Carlo grugnì soddisfatto e le mostrò la sborra che schizzava copiosa sul telefono: «Questa è tutta per te, puttanella. La prossima volta te la do in faccia dal vivo.»
I giorni successivi furono un’escalation pericolosa e irresistibile. Carlo le assegnava compiti sempre più rischiosi, come se volesse testare fino a dove arrivasse la sua dipendenza. Una mattina, mentre Giuseppe leggeva il giornale a colazione, Alessia dovette masturbarsi sotto il tavolo della cucina: mutandine abbassate fino alle caviglie, dita che scivolavano piano dentro mentre sorseggiava il caffè. Registrò un audio breve, la voce tremante: «Papà… mi sto toccando mentre il mio vero papà è a un metro da me… ah… sento la sua voce… sto venendo…» Glielo mandò, e lui rispose con una foto del suo cazzo che pulsava: «Brava. Stai diventando la troia perfetta.»
Le mail e i messaggi si fecero ancora più sporchi. Carlo le promise cose che la facevano bagnare solo a leggerle: «La prossima volta che vieni a Roma, ti porto in un club privato che conosco. Ti faccio scopare da un mio amico mentre io guardo e ti dirigo. Voglio vederti con due cazzi maturi dentro contemporaneamente – uno in figa, uno in culo. Ti riempiremo fino a farti colare.»
Alessia, sola in camera, si toccava leggendo quelle parole, rispondendo senza vergogna: «Sì, papà. Fammi diventare la tua schiava completa. Usa tutti i miei buchi come vuoi. Non mi importa più di niente, solo del tuo cazzo e dei tuoi ordini.»
Il secondo weekend arrivò come una liberazione. Stavolta mentì ai genitori dicendo che c’era un seminario universitario obbligatorio fuori città. Prese il Frecciarossa con un plug anale piccolo infilato dentro – regalo di Carlo, che le aveva ordinato di indossarlo per tutto il viaggio: «Così il tuo culo si abitua meglio. Quando arrivo ti sfondo senza pietà.» Il plug la teneva costantemente eccitata, ogni sobbalzo del treno un promemoria.
A Roma, Carlo la aspettava alla stazione con un collare di pelle nera stretto in mano. La baciò possessivamente, lingua profonda, mano che le strizzava il culo davanti a tutti. In hotel, la fece inginocchiare subito sulla soglia: «Da oggi sei la mia proprietà esclusiva. Chiamami sempre Master o Papà. Capito, troietta?»
La scopò con brutalità deliziosa: la prese per i capelli, le sbatté il cazzo in gola fino a farla lacrimare e tossire, poi la girò, tolse il plug con uno schiocco e la inculò senza preavviso, spingendo quei 23 centimetri nel suo culo stretto e preparato. Alessia urlava nel cuscino, le lacrime che rigavano le guance: «Papà… mi spacca… sì… più forte… usami come una bambola…»
Passarono il weekend a spingere ogni limite. Carlo la legò a quattro zampe sul letto con corde morbide, la leccò per ore alternando clitoride, figa e culo, la fece venire ripetutamente finché non squirtò sul suo viso peloso, bagnandolo tutto. La portò a cena in un ristorante elegante, facendola sedere senza mutandine e con un vibratore remoto infilato dentro: lui controllava l’intensità dal telefono, la faceva gemere piano tra un boccone e l’altro, le guance arrossate, rischiando che i camerieri notassero i suoi sussulti.
Domenica pomeriggio, prima di riportarla in stazione, la scopò lentamente sul balcone dell’hotel, con Roma stesa sotto di loro. La teneva da dietro, mano leggera sulla gola, il cazzo che entrava e usciva piano dalla figa: «Sei completamente dipendente ora, eh? Non puoi più vivere senza il mio cazzo vecchio dentro di te.»
Alessia, con le lacrime di piacere che le rigavano il viso, annuì contro il suo petto: «Sì, Master. Sono la tua puttana napoletana per sempre. Torno presto… e farò tutto, tutto quello che vuoi.»
Tornata a casa, la doppia vita era diventata un’ossessione insostenibile ma irresistibile. Di giorno la studentessa modello che sorrideva educata a cena, di notte la schiava che rischiava la famiglia intera per un uomo che poteva essere suo padre. E Carlo già programmava il passo successivo, in una mail che le fece venire solo leggendola: «Presto verrò io a Napoli. Entrerò in casa tua di notte, ti troverò nella tua cameretta e ti scoprirò lì, al buio, mentre i tuoi dormono ignari. E stavolta non sarà più solo una fantasia. Preparati, piccola.»
Alessia si toccò fino all’alba pensando a quella promessa, le dita affondate dentro, immaginando la porta che si apriva piano, le mani forti e pelose di Carlo che la prendevano senza chiedere permesso. Sapeva, nel profondo, che non avrebbe detto di no. Non avrebbe mai più detto di no a niente
scritto il
2026-01-07
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