Grazie Marisa!

di
genere
gay

Marisa mi aveva dato buca. Mi aveva detto che stava male, ma poi l'avevo vista in giro con Adamo, sorridente e spensierata. Quella scopata che mi ero pregustato, la mia prima volta tanto attesa, era svanita nel nulla. Mi sentivo sfortunato, quasi maledetto con le ragazze. Ma la rabbia bruciava forte e, in un attimo di sfida verso il mondo, contattai Gabriele. Era l'unico che mi avesse mai offerto sesso apertamente, ma avevo sempre finto di non capire. Quella sera, però, decisi che andava bene tutto: volevo solo darci dentro. Ci demmo appuntamento in spiaggia, al buio, sotto una luna piena d'argento.
​Lo vidi da lontano, una sagoma scura vicino alla riva. Gabriele aveva portato degli asciugamani e li aveva stesi sulla sabbia tiepida. Ci sedemmo lì, nel silenzio interrotto solo dalla risacca. Senza troppi giri di parole, iniziò a toccarmi. Le sue mani erano esperte, sicure. Iniziò a baciarmi il petto, risalendo verso il collo. Quando la sua bocca cercò la mia, ebbi un riflesso d'istinto: mi voltai e quello che doveva essere un bacio profondo finì sulla guancia.
​Ma Gabriele non si fermò. La sua mano esperta mi sbottonò i jeans e cercò la mia carne. Quando afferrò il mio cazzo, già teso e vibrante, sentii una scossa mai provata. Si abbassò e lo prese in bocca. Quel calore umido e la pressione perfetta mi fecero chiudere gli occhi, cancellando ogni ricordo di Marisa.
​Dopo avermi succhiato per un po', Gabriele decise di alzare la posta. Mi fece girare e iniziò a leccarmi l'ano. La sensazione della sua lingua era incredibile, un misto di calore e solletico che mi faceva inarcare la schiena. Ma poi sentii la sua pressione aumentare e il panico mi assalì: ebbi paura che volesse penetrarmi.
​La rabbia e l'orgoglio tornarono a galla. Non volevo essere passivo. Mi divincolai, lo guardai negli occhi e gli feci capire che volevo stare sopra. Gabriele, da vero esperto, sorrise e si sdraiò, aprendo le gambe per me. Con il cuore in gola, posizionai la punta del mio cazzo contro di lui. Spinsi lentamente, sentendo la punta scivolare, finché non fui completamente dentro. Cominciai a spingere con foga, scaricando in lui ogni frustrazione, ogni "no" ricevuto, finché non venni con una violenza che mi lasciò senza fiato.
​Ansimanti e sudati, decidemmo di fare il bagno. Entrammo in acqua completamente nudi, rabbrividendo per il freddo del mare che però rigenerava la pelle. Quando l'acqua ci arrivò alla vita, Gabriele mi attirò a sé da dietro. Questa volta non scappai.
​Sentii il suo cazzo duro che premeva contro le mie natiche, reso scivoloso dall'acqua salata. Mi lasciò cadere nel mare e, mentre le onde ci cullavano, provò a penetrarmi. Entrò lentamente, con una delicatezza che mi tolse ogni timore. L'acqua fungeva da lubrificante naturale, rendendo l'attrito magico, quasi irreale. Restammo incastrati l'uno nell'altro, con la luna che brillava sopra di noi.
​Iniziammo a muoverci al ritmo delle onde. Gabriele mi teneva stretto, le sue mani sui miei fianchi mi davano stabilità mentre lui affondava sempre più profondo. Il piacere crebbe a ondate, mescolandosi al freddo del mare e al calore del nostro contatto.
​"Vengo, cazzo... vengo!" gemette lui. Senti il suo calore esplodere dentro di me, un getto potente che mi fece vibrare. Quasi nello stesso istante, senza nemmeno toccarmi, la tensione nel mio corpo si spezzò e venni anche io, liberando il mio seme nell'acqua scura.
​Restammo abbracciati, cullati dalla marea. In quella notte, in tutti i sensi possibili — col cazzo e col culo — avevo finalmente vissuto la mia prima volta, ed era stata molto più potente di quanto avessi mai osato sognare.
Mentre l'acqua scivolava via dal mio corpo e tornavo verso gli asciugamani, nella mia mente regnava un silenzio strano, lucido. Mi ero sempre immaginato la mia prima volta come qualcosa di lineare, quasi scontato, e invece mi ritrovavo con la pelle d'oca e una consapevolezza che mi ribaltava dentro. Se me lo avessero chiesto solo un’ora prima, avrei giurato che non avrei mai voluto prenderlo nel culo; non era nei miei piani, non faceva parte del mio alfabeto. Eppure, era successo, ed era stato proprio quel superamento del limite a scatenare qualcosa di incontrollabile.
​Ripensavo a quel momento in acqua, a come mi fossi abbandonato. Non era stata solo una questione fisica; era stata la sensazione di un’invasione totale che, invece di respingermi, mi aveva completato. Sentire il calore di Gabriele spingere dentro di me, raggiungere quel punto profondo che non sapevo nemmeno esistesse, aveva mandato impulsi elettrici a tutto il corpo. Era un piacere diverso da quello della mano o della bocca: era un piacere sordo, viscerale, che sembrava scuotermi le ossa.
​Ciò che mi aveva fatto scattare la voglia, quella fame improvvisa di essere posseduto, era stata la sua sicurezza. Quando la sua lingua mi aveva esplorato con quella precisione esperta, aveva abbattuto ogni mia difesa psicologica. In quel momento, il tabù era svanito sotto i colpi del piacere puro. Sentirmi riempire in quel modo, sentire la pelle tendersi e poi accogliere ogni centimetro del suo cazzo, mi aveva fatto capire che il corpo non segue le regole che ci imponiamo a mente fredda.
​Mentre infilavo i jeans sulla pelle ancora umida di sale, sentivo ancora quel calore residuo dentro di me. La rabbia per Marisa era ormai un ricordo sbiadito, quasi ridicolo. Avevo scoperto una parte di me che non conoscevo, una capacità di godere che andava oltre ogni etichetta. Non importava cosa fosse "giusto" o previsto; importava solo che quel senso di pienezza e di abbandono mi aveva regalato una scossa mai provata prima. Guardai Gabriele che si rivestiva in silenzio sotto la luna e, dentro di me, sapevo che quella porta che avevamo aperto non si sarebbe chiusa mai più.
scritto il
2026-01-04
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