Grazie alla pioggia

di
genere
gay

Il rumore della pioggia battente contro la lamiera del garage creava un muro di suono che ci isolava dal resto del mondo. L'aria era fresca, impregnata dell'odore di olio motore, gomma e polvere bagnata. Al centro della stanza, la vecchia Vespa di mio padre poggiava solida sul cavalletto centrale.
​Alberto, con i capelli ancora umidi, salì in sella per gioco. Afferrò le manopole e iniziò a mimare la guida. Mi sistemai dietro di lui, stringendo le braccia attorno alla sua vita. Nonostante fossimo vestiti, il contatto era totale: sentivo il calore della sua schiena e, quasi senza rendermene conto, iniziai a spingere il mio cazzo, duro sotto la zip dei jeans, contro il suo sedere. Alberto non si scostò; assecondò la pressione, spingendo all'indietro. Restammo così per qualche minuto, finché lui non si voltò con una sfida negli occhi. "Ok, adesso facciamo il cambio," mormorò. Scesi e mi rimisi davanti; questa volta fu lui a incollarsi a me, spingendo la sua erezione contro il mio culo con un ritmo regolare e prepotente.
​All'improvviso, Alberto allungò la mano davanti, afferrando la mia erezione attraverso il tessuto. Ci scambiammo uno sguardo febbrile e ci spostammo nello stanzino interno al garage, un ripostiglio buio e stretto. In un attimo, senza averlo mai fatto prima, ci liberammo dei pantaloni. Tirai fuori il mio cazzo e lui lo afferrò; lui fece lo stesso e io lo presi in mano. Restammo lì, tra gli scaffali, a masturbarci a vicenda con una curiosità brutale, finché non venimmo quasi insieme, sporcandoci le mani nel buio.
​Ne parlammo dopo qualche giorno. Gli confessai che avrei voluto prenderlo nel culo. Alberto era esitante: "La mia prima volta vorrei farla con una ragazza," disse. Gli lanciai la provocazione: "E se mi vestissi da ragazza?". Quell'idea sembrò sbloccare qualcosa in lui.
​Tornammo in garage quando mio padre non c'era. Mi rinchiusi nello stanzino e mi preparai: mi infilai una minigonna di mia sorella senza mutande e un reggiseno con due palline da tennis dentro per simulare il seno. Quando Alberto entrò, rimase fulminato dalla mia silhouette nella penombra. "Sembri davvero un'altra persona," sussurrò.
​Mi voltai verso lo scaffale e lui, ancora vestito, sollevò la mini per guardare il mio culo nudo. Si posizionò dietro di me, poggiando il cazzo duro contro di me e iniziò a segarmi muovendo il bacino. Ma poi, preso dalla foga, mollò la presa e si spogliò completamente. Continuai a masturbarmi da solo mentre lui, nudo, mi fissava ipnotizzato. Quando venni, mi voltai verso di lui sollevando la mini: "Ora ti spiano la strada," dissi. Infilai le dita piene del mio sperma caldo nell'ano, facendole scorrere avanti e indietro per lubrificare il passaggio.
​Alberto si avvicinò e sentii il suo cazzo poggiare sulla pelle umida. Poi, con una spinta decisa, scivolò dentro. Non sentivo dolore, solo una pienezza incredibile e un piacere immenso che mi faceva sospirare a ogni suo affondo. Lui mi stringeva i fianchi, spingendo con forza mentre il petto sbatteva contro la mia schiena.
​"Cazzo, sei meglio di una donna," ansimò nel mio orecchio. "Lo voglio fare ancora nei prossimi giorni... a costo che tu pretenda di contraccambiare. Voglio sentirti dentro di me."
​Quella promessa mi fece vibrare. Alberto aumentò il ritmo, spingendo sempre più fondo, finché non lo sentii irrigidirsi. Con un ultimo sussulto, il suo sperma caldo fuoriuscì, riempiendo completamente il mio culo e suggellando quel segreto nato tra la polvere e la pioggia.
Non c'èera il ticchettio della pioggia sulla lamiera come tre giorni prima. Ma stavolta non c'era l'esitazione del debutto: c'era la fame di chi ha appena scoperto un gusto nuovo e non ne ha mai abbastanza.
​Ero di nuovo nello stanzino, la minigonna cortissima che mi sfiorava le cosce e le palline da tennis che premevano sotto il tessuto della maglietta. Alberto non aspettò nemmeno che lo chiamassi. Entrò nel garage già nudo, con l'erezione orgogliosa che tagliava l'ombra della stanza. Non disse una parola; mi afferrò per i fianchi e mi voltò contro lo scaffale, sollevando la mini con un gesto secco.
​Si infilò dentro di me senza troppi preamboli. Il suo calore mi riempì all'istante, un colpo profondo che mi fece battere i denti contro il ripiano di legno. Alberto spingeva come se volesse marchiarmi, le sue mani grandi che mi stringevano i glutei facendoli sporgere per accoglierlo meglio. Il fruscio della gonna che sbatteva a ogni affondo era l'unico suono oltre ai nostri respiri affannati. "Ti avevo detto che non avrei smesso," ringhiò mentre esplodeva dentro di me per la prima volta, lasciandomi tremante e colmo.
​Ma il patto era chiaro. Dopo qualche minuto di respiro, fu lui a voltarsi. Si appoggiò alla sella della Vespa sul cavalletto vicino allo stanzino, offrendosi alla luce fioca. Era il momento che aveva preteso: il ribaltamento. Mi sfilai la minigonna, restando solo con la maglietta e quel petto finto che rendeva tutto più ambiguo ed eccitante.
​Usai il suo stesso calore per lubrificarlo. Quando spinsi il mio cazzo dentro di lui, Alberto emise un verso strozzato, un mix di sorpresa e piacere puro. Sentire il "duro" del gruppo che si apriva per me, che stringeva le manopole della Vespa fino a far biancheggiare le nocche mentre io lo possedevo, fu un'iniezione di potere incredibile. Lo presi con ritmo costante, guardando come la sua schiena muscolosa si inarcava a ogni mia spinta, finché non sentii che anche lui stava perdendo il controllo.
​Non era finita. Alberto, ancora scosso dal piacere di avermi ricevuto, mi trascinò di nuovo nello stanzino. "Ancora," sussurrò, "voglio finire come prima." Mi rimisi la minigonna, solo per il gusto di dargli quell'immagine che lo faceva impazzire. Questa volta mi fece mettere a terra, sulle ginocchia, con la gonna che si apriva a ventaglio sul cemento fresco. Mi penetrò da dietro con una foga raddoppiata, quasi possessiva. Io allungai le mani indietro per aggrapparmi alle sue gambe sode, mentre lui mi teneva per le spalle, guidando il mio corpo come se fossi il suo giocattolo preferito.
​Il piacere era diventato un loop infinito tra noi due. Quando Alberto venne di nuovo, con una scarica che sembrò non finire mai, ci accasciammo entrambi sul pavimento, tra l'odore di segatura e quello dei nostri umori.
​"Siamo un disastro," mormorò Alberto ridendo tra i denti mentre mi accarezzava la gamba ancora coperta dalla calza. "Ma non credo che riusciremo a smettere."
scritto il
2026-01-26
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