Il pacco sbagliato
di
minkanku91
genere
gay
Tutto era iniziato per colpa di un pacco. Lavoro come corriere e la solitudine di certe sere mi aveva spinto a ordinare online quello che non avevo il coraggio di cercare nel mondo reale. Ma al deposito le scatole passano di mano in mano e quella volta, per un errore di smistamento, il mio pacco era finito nel carico di Marco, un mio collega che suona in una band e gira con il gruppo di Kevin. La scatola era mezza sfasciata e il contenuto era evidente: un vibratore nero, imponente, di gomma fredda. Marco lo aveva visto, aveva letto il mio nome e aveva richiuso tutto in silenzio.
Passarono le settimane e quella frustrazione crebbe. Ero stufo di infilarmi oggetti nel culo per masturbarmi; desideravo il calore, il peso e la pulsazione di un cazzo vero. Quella sera, convinto che tra me e Kevin ci fosse un’intesa mai confessata, decisi di osare. Eravamo con tutto il gruppo e, allungando una mano sotto il tavolo, cercai il suo pacco.
Fu un disastro. Kevin scattò in piedi come se l'avessi scottato. Iniziò a urlare davanti a tutti, facendomi fare una figura di merda epica. "Ma che cazzo fai? Checca, finocchio, gay di merda!". Le sue urla attirarono l'attenzione di tutti; i suoi amici ridevano, deridendomi mentre io cercavo solo di sparire nel nulla, con la faccia in fiamme per la vergogna.
Mentre uscivo dal locale col cuore a pezzi, sentii una mano sulla spalla. Era Marco. Uno di quelli che aveva riso, ma che ora mi guardava in modo diverso. "Ti devo parlare," disse di nascosto. Mi portò nella sede del suo gruppo musicale, un seminterrato insonorizzato pieno di amplificatori e cavi.
Appena chiusa la porta, Marco non perse tempo. "Kevin è un idiota," disse accendendo una luce rossa soffusa. "Urla perché ha paura. Ma io so cosa cercavi. Ho visto quel pacco al deposito mesi fa, quello col vibratore. Sapevo che ti stavi accontentando della plastica e mi faceva incazzare."
Si sbottonò i jeans e tirò fuori il cazzo, imponente e già teso. "Fammi quello che vuoi," ordinò con voce roca. Mi inginocchiai tra i supporti delle chitarre, abbandonando ogni difesa. Lo assaporai con una fame disperata, leccandolo e prendendolo in bocca mentre lui mi afferrava i capelli, guidando il ritmo. Era caldo, vivo, pulsante: tutto quello che la gomma non sarebbe mai stata.
Poi Marco mi sollevò e mi sbatté contro la cassa dell'amplificatore. Mi abbassò i pantaloni e mi penetrò con una spinta brutale che mi fece gridare contro le pareti di spugna. Sentivo la sua carne entrarmi dentro, riempiendomi completamente, mentre il metallo freddo dell'attrezzatura premeva contro il mio petto. Non c'erano più insulti, solo il rumore della pelle che sbatteva e il suo fiato sul mio collo.
Mi spostò sul divanetto di pelle logora, mettendosi sopra di me con tutto il suo peso. Volevo ancora il suo cazzo, ne volevo ogni millimetro. Marco iniziò a spingere con colpi lunghi e violenti, facendomi vibrare le ossa. Mi sentivo finalmente colmo, posseduto da un uomo che mi aveva osservato e desiderato in silenzio.
Alla fine, Marco si irrigidì, affondando fino in fondo. Si svuotò completamente dentro di me, un calore bollente che inondò le mie viscere mentre lui ringhiava per il piacere. Restammo così per minuti, nel silenzio della sala prove. Domani quel vibratore portalo qui, voglio vedere come lo usi.
Quelle parole mi rimbombarono in testa per tutta la notte. "Portalo qui, voglio vedere come lo usi." Non era più solo sesso; Marco voleva possedere anche la mia parte più intima e solitaria, quella che fino a quel momento avevo nascosto a tutti.
Il giorno dopo al deposito non riuscivo a guardarlo negli occhi, ma sentivo il suo sguardo addosso mentre caricavamo i furgoni. Appena finito il turno, mi diressi alla sede del gruppo. Avevo lo zaino in spalla e, dentro, quel pezzo di plastica nera che ora mi sembrava quasi ridicolo rispetto alla potenza di Marco.
Lui era già lì. Non c'erano strumenti che suonavano, solo il ronzio di un amplificatore acceso. Mi fece cenno di sedermi al centro della stanza, su uno sgabello, proprio sotto la luce rossa.
"L'hai portato?" chiese, incrociando le braccia sul petto massiccio.
Tirai fuori l'oggetto. Sotto quella luce sembrava ancora più scuro. Marco si avvicinò, ma non mi toccò. Si mise a un metro da me, tirando fuori il suo cazzo già teso e iniziando a masturbarsi lentamente, senza staccare gli occhi dai miei.
"Adesso fammi vedere," ordinò con un tono che non ammetteva repliche. "Fammi vedere come ti divertivi da solo."
Con le mani tremanti, iniziai a usare l'oggetto su me stesso davanti a lui. Era surreale: il contrasto tra la plastica fredda e lo sguardo ardente di Marco che mi studiava ogni movimento. Vederlo eccitarsi guardando me che mi aprivo da solo era mille volte più erotico di qualsiasi video avessi mai visto.
"Più fondo," comandò lui, aumentando il ritmo della sua mano. "Voglio sentirti gridare come se fossi io lì dentro."
Quando non ce la fece più a restare a guardare, Marco scattò in avanti. Mi strappò l'oggetto di mano, ma prima di possedermi, si fermò e si voltò, appoggiandosi al tavolo da mixaggio. "Ora infilalo nel mio culo," ordinò con voce roca. "Voglio giocare un po' anche io."
Gli infilai il vibratore nero tra le natiche sode, sentendo i suoi muscoli contrarsi. Poi mi fece sdraiare su una custodia rigida e si posizionò sopra di me. Volle scoparmi proprio così, col vibratore ancora infilato nel suo culo.
Fu un momento incredibile: sentivo il suo cazzo vero penetrarmi con una ferocia nuova, mentre l'oggetto di plastica che lo stimolava da dietro sbatteva contro di me a ogni colpo. Ogni sua spinta era violenta, amplificata dal piacere che quel gioco gli stava dando. Vedevo il vibratore muoversi ritmicamente tra le sue natiche mentre lui mi possedeva come un animale, ringhiando contro la mia spalla per cancellare ogni ricordo della gomma dal mio corpo.
Le sue spinte diventarono frenetiche, un incastro di sudore e plastica vibrante. Marco aumentò il ritmo finché non si irrigidì, affondando fino al midollo e svuotandosi dentro di me con una scarica bollente, mentre il vibratore scuoteva entrambi nell'ultimo, violento spasmo.
"Altro che corrieri... siamo due animali," ansimò restando schiacciato su di me. Il segreto del magazzino era diventato un patto di carne che ci avrebbe legato per sempre.
Passarono le settimane e quella frustrazione crebbe. Ero stufo di infilarmi oggetti nel culo per masturbarmi; desideravo il calore, il peso e la pulsazione di un cazzo vero. Quella sera, convinto che tra me e Kevin ci fosse un’intesa mai confessata, decisi di osare. Eravamo con tutto il gruppo e, allungando una mano sotto il tavolo, cercai il suo pacco.
Fu un disastro. Kevin scattò in piedi come se l'avessi scottato. Iniziò a urlare davanti a tutti, facendomi fare una figura di merda epica. "Ma che cazzo fai? Checca, finocchio, gay di merda!". Le sue urla attirarono l'attenzione di tutti; i suoi amici ridevano, deridendomi mentre io cercavo solo di sparire nel nulla, con la faccia in fiamme per la vergogna.
Mentre uscivo dal locale col cuore a pezzi, sentii una mano sulla spalla. Era Marco. Uno di quelli che aveva riso, ma che ora mi guardava in modo diverso. "Ti devo parlare," disse di nascosto. Mi portò nella sede del suo gruppo musicale, un seminterrato insonorizzato pieno di amplificatori e cavi.
Appena chiusa la porta, Marco non perse tempo. "Kevin è un idiota," disse accendendo una luce rossa soffusa. "Urla perché ha paura. Ma io so cosa cercavi. Ho visto quel pacco al deposito mesi fa, quello col vibratore. Sapevo che ti stavi accontentando della plastica e mi faceva incazzare."
Si sbottonò i jeans e tirò fuori il cazzo, imponente e già teso. "Fammi quello che vuoi," ordinò con voce roca. Mi inginocchiai tra i supporti delle chitarre, abbandonando ogni difesa. Lo assaporai con una fame disperata, leccandolo e prendendolo in bocca mentre lui mi afferrava i capelli, guidando il ritmo. Era caldo, vivo, pulsante: tutto quello che la gomma non sarebbe mai stata.
Poi Marco mi sollevò e mi sbatté contro la cassa dell'amplificatore. Mi abbassò i pantaloni e mi penetrò con una spinta brutale che mi fece gridare contro le pareti di spugna. Sentivo la sua carne entrarmi dentro, riempiendomi completamente, mentre il metallo freddo dell'attrezzatura premeva contro il mio petto. Non c'erano più insulti, solo il rumore della pelle che sbatteva e il suo fiato sul mio collo.
Mi spostò sul divanetto di pelle logora, mettendosi sopra di me con tutto il suo peso. Volevo ancora il suo cazzo, ne volevo ogni millimetro. Marco iniziò a spingere con colpi lunghi e violenti, facendomi vibrare le ossa. Mi sentivo finalmente colmo, posseduto da un uomo che mi aveva osservato e desiderato in silenzio.
Alla fine, Marco si irrigidì, affondando fino in fondo. Si svuotò completamente dentro di me, un calore bollente che inondò le mie viscere mentre lui ringhiava per il piacere. Restammo così per minuti, nel silenzio della sala prove. Domani quel vibratore portalo qui, voglio vedere come lo usi.
Quelle parole mi rimbombarono in testa per tutta la notte. "Portalo qui, voglio vedere come lo usi." Non era più solo sesso; Marco voleva possedere anche la mia parte più intima e solitaria, quella che fino a quel momento avevo nascosto a tutti.
Il giorno dopo al deposito non riuscivo a guardarlo negli occhi, ma sentivo il suo sguardo addosso mentre caricavamo i furgoni. Appena finito il turno, mi diressi alla sede del gruppo. Avevo lo zaino in spalla e, dentro, quel pezzo di plastica nera che ora mi sembrava quasi ridicolo rispetto alla potenza di Marco.
Lui era già lì. Non c'erano strumenti che suonavano, solo il ronzio di un amplificatore acceso. Mi fece cenno di sedermi al centro della stanza, su uno sgabello, proprio sotto la luce rossa.
"L'hai portato?" chiese, incrociando le braccia sul petto massiccio.
Tirai fuori l'oggetto. Sotto quella luce sembrava ancora più scuro. Marco si avvicinò, ma non mi toccò. Si mise a un metro da me, tirando fuori il suo cazzo già teso e iniziando a masturbarsi lentamente, senza staccare gli occhi dai miei.
"Adesso fammi vedere," ordinò con un tono che non ammetteva repliche. "Fammi vedere come ti divertivi da solo."
Con le mani tremanti, iniziai a usare l'oggetto su me stesso davanti a lui. Era surreale: il contrasto tra la plastica fredda e lo sguardo ardente di Marco che mi studiava ogni movimento. Vederlo eccitarsi guardando me che mi aprivo da solo era mille volte più erotico di qualsiasi video avessi mai visto.
"Più fondo," comandò lui, aumentando il ritmo della sua mano. "Voglio sentirti gridare come se fossi io lì dentro."
Quando non ce la fece più a restare a guardare, Marco scattò in avanti. Mi strappò l'oggetto di mano, ma prima di possedermi, si fermò e si voltò, appoggiandosi al tavolo da mixaggio. "Ora infilalo nel mio culo," ordinò con voce roca. "Voglio giocare un po' anche io."
Gli infilai il vibratore nero tra le natiche sode, sentendo i suoi muscoli contrarsi. Poi mi fece sdraiare su una custodia rigida e si posizionò sopra di me. Volle scoparmi proprio così, col vibratore ancora infilato nel suo culo.
Fu un momento incredibile: sentivo il suo cazzo vero penetrarmi con una ferocia nuova, mentre l'oggetto di plastica che lo stimolava da dietro sbatteva contro di me a ogni colpo. Ogni sua spinta era violenta, amplificata dal piacere che quel gioco gli stava dando. Vedevo il vibratore muoversi ritmicamente tra le sue natiche mentre lui mi possedeva come un animale, ringhiando contro la mia spalla per cancellare ogni ricordo della gomma dal mio corpo.
Le sue spinte diventarono frenetiche, un incastro di sudore e plastica vibrante. Marco aumentò il ritmo finché non si irrigidì, affondando fino al midollo e svuotandosi dentro di me con una scarica bollente, mentre il vibratore scuoteva entrambi nell'ultimo, violento spasmo.
"Altro che corrieri... siamo due animali," ansimò restando schiacciato su di me. Il segreto del magazzino era diventato un patto di carne che ci avrebbe legato per sempre.
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