Marco il bossa e sua moglie troia
di
Qulottone
genere
dominazione
Marco, il boss e la moglie troia
Marco era inginocchiato ai piedi del letto, le mani legate dietro la schiena. La porta si spalancò e il fumo del sigaro precedette l'ingresso di Don Pasquale. Il boss della Sanità non guardò nemmeno Marco; andò dritto da Chiara, che lo aspettava in lingerie nera, tremando di una curiosa eccitazione mista a terrore.
Don Pasquale le afferrò i capelli con una mano rude, costringendola a guardare il marito umiliato. «Guardalo bbuono, Chiara. Guarda 'stu fallito che t'ha sposata. Ma comme fa a t'accuntentà uno ca se mette a pecuro d'innante a n'ato ommene?»
Chiara ansimava, gli occhi lucidi. «Pasquà... ti prego... lui non è niente in confronto a te» sussurrò lei, con la voce rotta. Si voltò verso Marco, sputando le parole che sapeva lo avrebbero ferito: «Guardami, Marco! Guarda come mi scopa un uomo vero. Tu sei solo un guardone, non vali nemmeno la metà di quello che ha lui tra le gambe» Don Pasquale rise, un suono cupo che riempì la stanza. «Hai capito, Marcu'? 'A mugliera toia tene famme, e tu sî sulo 'o cammeriere ca sta a guardà mentre mangio io. Tu nun sî nisciuno. Statti llà, muzzarella, e nun chiurere l'uocchie, ca stasera t'aggi'a fa murì 'e mmerda.»
Il boss la sbatté contro il materasso con violenza, senza troppi complimenti. «Mo' vide comme se sbatte 'na femmena overo. Tu nun sî degno manco 'e le pulizzà 'e scarpe a chista, figurammoce 'e sta dint'ô lietto cu essa.» Chiara urlò il suo piacere mentre il boss la montava come una cagna, ignorando completamente le lacrime di umiliazione e godimento di Marco, che restava lì, invisibile e annientato.
L’aria nella stanza era densa di sudore e fumo. Le gambe di Chiara erano piene dello sperma del boss e lei, con un dito, ne stava assaggiando un po’, leccandosi le labbra. Don Pasquale si rivestì con calma assoluta, sistemandosi i gemelli d'oro senza degnare Chiara di un secondo sguardo; per lui era solo una sua proprietà, un territorio conquistato per ribadire chi fosse il re. Si avvicinò a Marco, ancora tremante e inginocchiato, e gli diede uno schiaffetto sprezzante sulla guancia con il palmo della mano. «Levat’a nanze, Marcu’... pulizza tutto cose» disse con un sorriso volgare. «T'aggiu lassato l'avanzi. Vide d'essere cuntento, ca n'ata vota nun saccio se t' 'o facci 'stu regalo.»
Marco non riusciva nemmeno a guardarlo in faccia. Don Pasquale tirò fuori un rotolo di banconote e ne buttò un paio a terra, proprio davanti al viso del marito. «Tè, accattate 'nu regalo pe' 'a signora. Dice ca è 'o pizzo pe' t'essere stato zitto e a guardà comme s'onora 'o patrone. Si' sulo 'n'ombra, 'nu sulo 'o scarto d' 'o piacere mio.»
Mentre il boss usciva sbattendo la porta, il silenzio si fece più pesante dell'umiliazione stessa. Chiara restava sul letto, spettinata e sottomessa, mentre Marco raccoglieva quei soldi da terra, consapevole che quel gesto lo aveva annientato come uomo, ma lo aveva eccitato oltre ogni limite possibile.
Marco era ancora lì, a terra, con i soldi del boss tra le dita tremanti, quando finalmente alzò lo sguardo verso il letto, cercando negli occhi di Chiara un briciolo di quella complicità che avevano prima di iniziare questo gioco. Ma non trovò nulla.
Chiara si alzò lentamente, pulendosi le cosce con un gesto di fastidio, lo sguardo pieno di un disprezzo che non aveva nulla di recitato. «Ti sei divertito, Marco?» gli chiese con una voce gelida che non aveva mai usato prima. «Ti sei goduto lo spettacolo mentre un uomo vero mi scopava come tu non sarai mai capace di fare?»
Marco provò a dire qualcosa, ma lei lo interruppe subito, scoppiando in una risata amara. «Guarda come sei ridotto... raccogli quei soldi da terra, dai. Almeno servono a qualcosa. Sai cosa mi ha detto Pasquale mentre tu guardavi con quegli occhi da cane bastonato? Mi ha detto che sei un poveraccio, e sai qual è la cosa divertente? Che aveva ragione.»
Poi si avvicinò a lui, sovrastandolo. «Non toccarmi, nè stasera nè mai più, mi fai schifo. Vai a dormire sul divano e domani vedi di farmi trovare la colazione pronta, cameriere. Hai voluto vedere? Adesso impara a vivere con l'immagine di me che urlo il suo nome, non il tuo.»
Il mattino dopo Don Pasquale tornò, ma stavolta non aveva il sigaro tra i denti; aveva due valigie di pelle e un mazzo di chiavi che gettò sul tavolo della cucina.
«Marcu’, ’a musica è cagnata,» disse il Boss mentre si accomodava a capotavola, nel posto che era sempre stato di Marco. «Aggio deciso ca m’aggi’a fermà ccà per un po’. ’A polizia sta facenno burdello abbascio ’o rione e ccà sto tranquillo. E poi...» guardò Chiara che entrava in cucina con un sorriso radioso, «...aggi’a fernì ’o lavoro cu ’sta femmena.»
Chiara non guardò nemmeno il marito. Si sedette sulle ginocchia di Don Pasquale e gli accarezzò la nuca. «Marco, hai sentito il padrone? Da oggi Pasquale vive qui. Tu traslochi nello stanzino, quello piccolo senza finestre. E vedi di rigare dritto: la casa deve essere uno specchio, i suoi vestiti devono essere stirati a puntino e non voglio sentire un fiato quando siamo di là a scopare»
Marco sentì un nodo alla gola, un misto di nausea e un’eccitazione così violenta da farlo mancare d'aria. Era stato cancellato. «Sì... sì, Chiara. Come volete voi, Don Pasquale,» mormorò con la testa bassa. «Bravo ommene ’e mmerda,» concluse il Boss ridendo, mentre gli lanciava addosso la sua camicia sporca. «Incomincia a faticà. Lavala a mano, ca ’e mmane toie sulo a chesto servono»
Qulottone@gmail.com
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Marco era inginocchiato ai piedi del letto, le mani legate dietro la schiena. La porta si spalancò e il fumo del sigaro precedette l'ingresso di Don Pasquale. Il boss della Sanità non guardò nemmeno Marco; andò dritto da Chiara, che lo aspettava in lingerie nera, tremando di una curiosa eccitazione mista a terrore.
Don Pasquale le afferrò i capelli con una mano rude, costringendola a guardare il marito umiliato. «Guardalo bbuono, Chiara. Guarda 'stu fallito che t'ha sposata. Ma comme fa a t'accuntentà uno ca se mette a pecuro d'innante a n'ato ommene?»
Chiara ansimava, gli occhi lucidi. «Pasquà... ti prego... lui non è niente in confronto a te» sussurrò lei, con la voce rotta. Si voltò verso Marco, sputando le parole che sapeva lo avrebbero ferito: «Guardami, Marco! Guarda come mi scopa un uomo vero. Tu sei solo un guardone, non vali nemmeno la metà di quello che ha lui tra le gambe» Don Pasquale rise, un suono cupo che riempì la stanza. «Hai capito, Marcu'? 'A mugliera toia tene famme, e tu sî sulo 'o cammeriere ca sta a guardà mentre mangio io. Tu nun sî nisciuno. Statti llà, muzzarella, e nun chiurere l'uocchie, ca stasera t'aggi'a fa murì 'e mmerda.»
Il boss la sbatté contro il materasso con violenza, senza troppi complimenti. «Mo' vide comme se sbatte 'na femmena overo. Tu nun sî degno manco 'e le pulizzà 'e scarpe a chista, figurammoce 'e sta dint'ô lietto cu essa.» Chiara urlò il suo piacere mentre il boss la montava come una cagna, ignorando completamente le lacrime di umiliazione e godimento di Marco, che restava lì, invisibile e annientato.
L’aria nella stanza era densa di sudore e fumo. Le gambe di Chiara erano piene dello sperma del boss e lei, con un dito, ne stava assaggiando un po’, leccandosi le labbra. Don Pasquale si rivestì con calma assoluta, sistemandosi i gemelli d'oro senza degnare Chiara di un secondo sguardo; per lui era solo una sua proprietà, un territorio conquistato per ribadire chi fosse il re. Si avvicinò a Marco, ancora tremante e inginocchiato, e gli diede uno schiaffetto sprezzante sulla guancia con il palmo della mano. «Levat’a nanze, Marcu’... pulizza tutto cose» disse con un sorriso volgare. «T'aggiu lassato l'avanzi. Vide d'essere cuntento, ca n'ata vota nun saccio se t' 'o facci 'stu regalo.»
Marco non riusciva nemmeno a guardarlo in faccia. Don Pasquale tirò fuori un rotolo di banconote e ne buttò un paio a terra, proprio davanti al viso del marito. «Tè, accattate 'nu regalo pe' 'a signora. Dice ca è 'o pizzo pe' t'essere stato zitto e a guardà comme s'onora 'o patrone. Si' sulo 'n'ombra, 'nu sulo 'o scarto d' 'o piacere mio.»
Mentre il boss usciva sbattendo la porta, il silenzio si fece più pesante dell'umiliazione stessa. Chiara restava sul letto, spettinata e sottomessa, mentre Marco raccoglieva quei soldi da terra, consapevole che quel gesto lo aveva annientato come uomo, ma lo aveva eccitato oltre ogni limite possibile.
Marco era ancora lì, a terra, con i soldi del boss tra le dita tremanti, quando finalmente alzò lo sguardo verso il letto, cercando negli occhi di Chiara un briciolo di quella complicità che avevano prima di iniziare questo gioco. Ma non trovò nulla.
Chiara si alzò lentamente, pulendosi le cosce con un gesto di fastidio, lo sguardo pieno di un disprezzo che non aveva nulla di recitato. «Ti sei divertito, Marco?» gli chiese con una voce gelida che non aveva mai usato prima. «Ti sei goduto lo spettacolo mentre un uomo vero mi scopava come tu non sarai mai capace di fare?»
Marco provò a dire qualcosa, ma lei lo interruppe subito, scoppiando in una risata amara. «Guarda come sei ridotto... raccogli quei soldi da terra, dai. Almeno servono a qualcosa. Sai cosa mi ha detto Pasquale mentre tu guardavi con quegli occhi da cane bastonato? Mi ha detto che sei un poveraccio, e sai qual è la cosa divertente? Che aveva ragione.»
Poi si avvicinò a lui, sovrastandolo. «Non toccarmi, nè stasera nè mai più, mi fai schifo. Vai a dormire sul divano e domani vedi di farmi trovare la colazione pronta, cameriere. Hai voluto vedere? Adesso impara a vivere con l'immagine di me che urlo il suo nome, non il tuo.»
Il mattino dopo Don Pasquale tornò, ma stavolta non aveva il sigaro tra i denti; aveva due valigie di pelle e un mazzo di chiavi che gettò sul tavolo della cucina.
«Marcu’, ’a musica è cagnata,» disse il Boss mentre si accomodava a capotavola, nel posto che era sempre stato di Marco. «Aggio deciso ca m’aggi’a fermà ccà per un po’. ’A polizia sta facenno burdello abbascio ’o rione e ccà sto tranquillo. E poi...» guardò Chiara che entrava in cucina con un sorriso radioso, «...aggi’a fernì ’o lavoro cu ’sta femmena.»
Chiara non guardò nemmeno il marito. Si sedette sulle ginocchia di Don Pasquale e gli accarezzò la nuca. «Marco, hai sentito il padrone? Da oggi Pasquale vive qui. Tu traslochi nello stanzino, quello piccolo senza finestre. E vedi di rigare dritto: la casa deve essere uno specchio, i suoi vestiti devono essere stirati a puntino e non voglio sentire un fiato quando siamo di là a scopare»
Marco sentì un nodo alla gola, un misto di nausea e un’eccitazione così violenta da farlo mancare d'aria. Era stato cancellato. «Sì... sì, Chiara. Come volete voi, Don Pasquale,» mormorò con la testa bassa. «Bravo ommene ’e mmerda,» concluse il Boss ridendo, mentre gli lanciava addosso la sua camicia sporca. «Incomincia a faticà. Lavala a mano, ca ’e mmane toie sulo a chesto servono»
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