Sonia & Tommaso - Capitolo 34: Una Maschera troppo stretta

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tradimenti

Il pomeriggio era scivolato via con quella lentezza tipica dei sabato pre-serata, ma l'ansia di tornare a recitare la parte della brava ragazza iniziava a pizzicarmi la pelle. Tommaso aveva promesso di arrivare alle venti in punto; la sua puntualità era una delle tante virtù che i miei genitori adoravano di lui, un tassello fondamentale del suo essere rassicurante.
Mi osservai un’ultima volta allo specchio. Il vestito scelto calzava a pennello, disegnando le forme e nascondendo con eleganza il tanga di pizzo nero che accarezzava il mio culetto. Un velo di cipria, un tocco di lucidalabbra e il sorriso più innocente del mio repertorio: la trasformazione era completa. La Sonia di Rimini era chiusa a chiave nella valigia, sepolta insieme ai profilattici e ai soldi delle marchette.
Scesi e raggiunsi i miei in cucina. La casa appariva immersa in quella quiete domestica che tanto mi annoiava, un silenzio che ero costretta a sopportare per mantenere le apparenze. Attraversai il corridoio, respirando il profumo della cena già nell'aria, e passai davanti al salotto. Mia sorella era già lì, adagiata sul divano accanto a Francesco.
Chiara, bellezza indiscutibile, dal fisico perfetto e viso angelico, al contrario mio, sembrava essere priva di zone d'ombra. Non potevo però dire di conoscerla, perché tra noi non c’era mai stata una vera confidenza. Nonostante ci fosse un solo anno a dividerci, sembrava quasi non volessimo fidarci l’una dell’altra per la paura di un giudizio negativo.
Francesco, il suo ragazzo da circa un anno, aveva venticinque anni e un fisico da macho, ma un carattere un po’ ombroso; l’esatto contrario del mio Tommaso. Mi sorrisero entrambi. «Ciao ragazzi,» dissi con tono disinvolto.
Trovai i miei genitori in cucina, già a tavola. «Ciao mamma, ciao papà,» esordii, avvicinandomi con un sorriso che sembrava sgorgare dal cuore. «Novità? Tutto bene?» Mamma mi sorrise, gli occhi brillanti di quella luce materna che sapevo manovrare con precisione chirurgica. «Benissimo, tesoro. Siamo stati in oratorio per la sagra e tuo padre ha ricevuto un sacco di ringraziamenti da Don Sebastiano per l’offerta che la banca ha fatto alla chiesa.» Papà annuì, visibilmente orgoglioso.
Scambiammo innocui pettegolezzi sulla parrocchia e piccole notizie di poco conto, discorsi che mi facevano sentire intrappolata in una gabbia dorata. Rispondevo con interesse simulato, annuendo al momento giusto, mentre la mente viaggiava già altrove, aspettando il suono che avrebbe annunciato l'arrivo di Tommaso.
Come previsto, il campanello suonò. Un sollievo per la fine di quella recita e un velato fastidio per ciò che mi aspettava. «Dev'essere Tommy,» annunciai, andando ad aprire. Subito la sua voce risuonò nel corridoio, calda e squillante. «Chiara! Francesco! Ciao ragazzi, come state?» Salutò mia sorella e il suo ragazzo con quella schiettezza che lo rendeva così amabile. Poi, senza esitazione, puntò verso la cucina.
«Mamma Maria! Papà Giorgio!» Il calore nella sua voce era palpabile mentre abbracciava i miei, uno dopo l'altro. Per loro, Tommaso era già un figlio. I volti si illuminarono all'istante. Del resto, quale genitore non avrebbe desiderato un genero come lui? Gentile, educato, stabile e innamorato di me in modo disarmante. E, agli occhi del mondo, l’unico uomo della mia vita.
Salutati i miei con un bacio affettuoso, uscimmo di casa. L'aria fresca della sera fu un sollievo, incapace però di spegnere il calore che ancora custodivo dentro. Tommaso appariva radioso, la mano stretta nella mia, già proiettato verso i suoi piccoli programmi: solita pizzeria e poi solita serata al pub con gli amici. Con infantile entusiasmo, non vedeva l'ora di raccontare loro della sua vacanza.
Sorrisi, pensando a ciò che avrebbe potuto narrare davvero. “Se solo immaginassero la verità sulla 'mia' vacanza... Se sapessero che, mentre lui dormiva beato per colpa del sonnifero, decine di uomini mi scopavano e inculavano senza sosta.” Un guizzo malizioso mi increspò le labbra, ma lui era troppo perso nei suoi discorsi per accorgersene.
Entrammo in pizzeria, dove ormai ci conoscevano bene; era il nostro rifugio abituale. I proprietari, napoletani veraci, ci accolsero con la consueta cordialità rumorosa. Subito partirono gli immancabili commenti in quel loro italiano cantilenante e intriso di doppi sensi. «Sonia, ma che bella guagliona che sei! Sembri una dea!» e poi le gomitate a Tommaso: «Eh Tommy, ti tieni la crema, eh? Beato te!».
Lui rideva, imbarazzato ma lusingato. A me, invece, non sfuggivano le occhiate: quegli sguardi lascivi che scendevano addosso come mani invisibili. Erano sfacciati, curiosi, e mi facevano eccitare da morire. Ma come sempre, mi limitai a sorridere, godendomi il brivido di quelle attenzioni. Forse loro intuivano che non ero la brava ragazza che pensava Tommaso.
Lasciata la pizzeria, prima delle ventidue eravamo già al pub. L'ambiente offriva il solito desolante copione: rumore di voci, tintinnio di bicchieri e la partita di calcio in televisione. Al tavolo erano già schierati gli amici di sempre: Andrea e Massimo, fanatici della squadra di calcetto immersi nei loro discorsi agonistici, quasi asessuati nella loro ossessione sportiva. Accanto a loro, con la figa come unica missione nella vita, sedeva Valentino; un disastro ambulante di oltre un quintale.
Poco dopo ci raggiunsero Federica e Giulia con i rispettivi fidanzati. La prima, carina ma appesantita, non faceva che parlare di matrimonio con Fabio; l’altra, con la faccia da stronza, era accompagnata da Luciano: un bel maschio moro e scolpito che ci provava anche con me. Lui, nel gruppo, era l'unico a suscitarmi qualche brivido; i suoi sguardi rubati non mi dispiacevano affatto.
Solo dopo che il gruppo si fu completato, Tommaso iniziò la narrazione edulcorata. Nuotava nel suo elemento, sciorinando i dettagli della vacanza: i posti visitati, l'ospitalità impeccabile di Mario ed Enzo. La sua innocenza mi faceva quasi tenerezza, mescolata a un pizzico di rabbia. «Se solo sapesse», pensai, passandomi la lingua sulle labbra per ritrovare il sapore del proibito.
Io restavo lì, le gambe accavallate, sentendo il mio culetto ancora dilatato a ricordarmi la verità. Mi chiedevo, con un velo di eccitazione, quanto ancora avrei retto quella finzione. I pettegolezzi con le amiche mi sembravano vuoti. Verso le undici e mezza decisi di averne abbastanza. «Vado un attimo in bagno,» dissi, celando l'impazienza.
Il bagno era esattamente come sempre: una latrina sporca e maleodorante. Piastrelle macchiate, pavimento appiccicoso. L'odore acre di urina e disinfettante economico. Entrai in un gabinetto. Il water mostrava segni scuri sul bordo; arricciai il naso e abbassai le mutandine, sedendomi con cautela su quel bordo freddo. Lasciai che la pipì scorresse e, seduta su quel water lurido, provai un desiderio improvviso di fuggire, di lasciare Tommaso e le sue chiacchiere. Volevo un’eccitazione viscerale. Pensai a Mario, a Nicola... a quanto avrei voluto essere di nuovo con loro.
Uscita dai gabinetti, mi avviai lungo il corridoio, ancora immersa nei pensieri sporchi, quando un urto mi fece barcollare. Leggero, ma improvviso. Mi girai per scusarmi, ma le parole mi morirono in gola. Un ragazzo alto, abbronzato, con le spalle forti disegnate dai tatuaggi che emergevano dalla maglietta scura: aveva un aspetto che non lasciava scampo. I suoi occhi mi fissarono con un'intensità tale da scatenare un calore improvviso tra le mie gambe. «Oh, scusami, non ti avevo proprio visto,» mormorai, con una voce più roca del solito.
Lui sorrise, un’espressione calda che mi sciolse all’istante. «Nessun problema, tranquilla. Anzi, è un piacere scontrarsi con te,» rispose, la voce profonda, magnetica. «Piacere, Antonio.» «Sonia,» dissi, porgendogli la mano. La sua stretta era decisa, carica di una scintilla elettrica.
«Allora, Sonia, cosa ci fai in un posto così noioso?» mi chiese, la voce che vibrava bassa, quasi confidenziale. «La solita routine,» ammisi con un sospiro teatrale, lasciando che lo sguardo indugiasse un istante di troppo sul suo petto. «Sono qui con il mio fidanzato e gli amici. E tu?» «Qualche amico, ma stasera non c’era nulla che valesse la pena guardare... fino a un momento fa.» I suoi occhi scesero sul mio corpo; un'occhiata lenta, vorace, che sentii scivolare sulla pelle come una carezza proibita. Mi fece bagnare all'istante. «Anche se adesso,» riprese, accorciando le distanze, «la serata si è fatta decisamente più interessante.» «Ah, sì?» lo provocai, esibendo un sorriso malizioso che Tommaso non avrebbe mai saputo interpretare. «E cosa ti spinge a pensarlo?»
Si avvicinò ancora, finché non potei sentire il calore del suo corpo. Il suo profumo, un mix di tabacco dolce e cuoio, mi inebriava. «Non capita tutti i giorni di imbattermi in una ragazza così... pericolosa. Sei di qui?» «Cremona. E tu?» «Anche io. Strano non averti mai incrociata. Forse frequenti i posti sbagliati,» osservò, e lo sguardo si fece così denso da scavarmi dentro, cercando la mia superficie sporca. «O forse non ci siamo mai guardati con attenzione,» ribattei, la voce ridotta a un sussurro, mentre studiavo i tatuaggi sulle sue spalle, immaginando la forza di quelle braccia su di me.
«Stasera la mia attenzione è tutta per te. E dimmi... questa routine che ti annoia, non pensi meriti una scossa?» Il suo tono era un invito esplicito, un comando travestito da domanda. Sentivo di ardere. Volevo quella scossa, la bramavo con ogni fibra. «Dipende da chi la dà,» sussurrai, quasi senza fiato, sentendo la fica pulsarmi sotto il vestito. «Io non do scosse, Sonia. Io lascio il segno,» sentenziò lui con un sorriso sornione, sfrontato come Nicola ma con una sfumatura di dolcezza carnale che mi confondeva. Appoggiati alla parete, ignorando il tempo che scivolava via come sabbia, iniziammo a parlare, studiandoci.
Il tempo era volato, e un improvviso campanello d'allarme mi ricordò che Tommaso avrebbe potuto insospettirsi. «Devo tornare dai miei amici,» dissi con un velo di autentico rammarico. «Non prima di avermi dato il tuo numero,» pretese lui, estraendo il telefono.
Glielo dettai senza esitare. Digitò in fretta, fece uno squillo e poi, prima che potessi aggiungere altro, si chinò su di me. Mi diede un bacio sulla bocca. Breve, ma di una ferocia contenuta che mi prese alla sprovvista, facendomi fremere la fica all'istante. Era un preludio, una promessa carnale. Le mie labbra si schiusero da sole; avrei voluto trascinarlo contro quel muro sporco, uscire, salire in macchina e farmi possedere finché non avessi più avuto fiato.
Mi trattenni. Con un sorriso che era un groviglio di desiderio e sfida, lo salutai. «Ciao, Antonio.» «Ciao, Sonia. Ci sentiamo presto.» Il suo sguardo mi seguì mentre mi allontanavo. Tornai al tavolo con il cuore in gola e la fica che batteva. La noia era evaporata. La serata aveva preso una piega decisamente più... eccitante.
scritto il
2026-01-01
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