Sonia & Tommaso - Capitolo 47: Il Germe del Dubbio
di
Sonia e Tommaso
genere
tradimenti
Rientrai a casa con il passo spezzato, una corsa furtiva tra le ombre delle vie che ormai sentivo nemiche. Il cuore martellava un ritmo confuso, un’altalena violenta tra l’umiliazione e quel piacere segreto che mi fioriva nelle viscere. Sentivo la scia calda del suo sperma scivolare lungo la coscia, una traccia appiccicosa che segnava il mio degrado a ogni movimento. Infilai la chiave nella toppa e richiusi la porta alle mie spalle con troppa fretta, cercando il silenzio del corridoio.
Ma la voce di mamma mi raggiunse dalla cucina, ferma e inaspettata. «Sonia? Sei tu?» Apparve sulla soglia, pulendosi le mani su un canovaccio, lanciandomi un'occhiata distratta che però indugiò un istante di troppo sul mio viso stravolto. «Ero fuori... per delle commissioni,» risposi con la gola secca, puntando subito alle scale prima che potesse leggere la verità tra le pieghe del mio affanno.
«Ti ha cercata Tommaso poco fa sul fisso,» gridò mentre salivo. «Voleva sapere se fossi già tornata dal centro; gli ho detto che oggi eri uscita molto presto... mi è sembrato sorpreso, ha riattaccato subito.»
Chiusa in bagno, il respiro corto, sfilai la minigonna con gesti frenetici e mi guardai allo specchio. Ciò che vidi fu un’immagine che stentai a riconoscere: le labbra erano gonfie, il trucco sfatto e le guance, dove si erano abbattuti gli schiaffi di Antonio, segnate da lividi rossi. Notai una crosticina di sperma ormai secco tra il naso e il labbro superiore; una scarica di nausea mi risalì lo stomaco, mischiandosi a un brivido elettrico. Accesi la luce accecante del neon e osservai il perizoma bianco, ormai ridotto a un cencio immondo; sporco di sangue, incrostato di sborra.
Lasciai cadere l'indumento sul pavimento e feci scorrere l'acqua della doccia, bollente, finché il vapore non saturò la stanza. Restai immobile sotto il getto, lasciando che il calore scorticasse la pelle per lavare via uno schifo che, in un modo perverso, continuava a nutrirmi. Asciugando le parti intime, avvertii un forte dolore all’ano: un monito pulsante della forza di Antonio. Quanto lo odiavo per avermi ridotta così!
Tommaso arrivò alle otto spaccate, puntuale come un orologio svizzero, pronto per la nostra solita serata al cinema. Nonostante il suo sorriso dolce, l’idea di muovermi da casa appariva insopportabile. La rabbia per la brutalità di Antonio bruciava ancora, ma era una cenere calda: una parte di me, la più oscura, stava già trasformando quel dolore in un nutrimento prelibato. Lui, però, colse subito l’increspatura sulla superficie della mia maschera. «Amore, tutto bene? Sembri... stanca,» chiese, scrutandomi con quegli occhi scuri e una premura così metodica da farmi quasi pena. «Tua madre diceva che oggi sei uscita presto... forse hai preso troppo sole?»
Quella domanda, apparentemente innocua, mi fece mancare un battito. Gli risposi che non stavo bene, che probabilmente il ciclo era alle porte: ma come un flash, nel medesimo istante in cui pronunciai quella parola, si accese in me un terribile dubbio. L'unica certezza che avevo era che Tommaso non era mai venuto dentro di me; nonostante prendessi la pillola da tempo e negli ultimi mesi gli avessi concesso di farlo senza preservativo. Ma in quell'ultimo mese, dal nostro arrivo a Rimini, tanti avevano inondato la mia fica con il loro seme; e che fossero amanti o perfetti estranei, chiunque di questi avrebbe potuto ingravidarmi.
Il terrore mi scosse le membra, facendomi tremare visibilmente. Cosa sarebbe successo se fossi rimasta incinta? E di chi? Ma la domanda successiva, ancora più macabra: se avessi voluto tenerlo? Un figlio che avrebbe potuto avere il sangue di Antonio, di Mario, di Enzo, o di uno dei tanti che si erano divertiti con me.
Eccitata a morte da questo, immaginai Tommaso che accarezzava il mio ventre gonfio di un seme straniero, convinto di proteggere il proprio futuro mentre nutriva il frutto di un'umiliazione collettiva. Sentii un brivido gelido percorrermi la schiena e, nel bel mezzo del salotto, sotto lo sguardo vigile del mio fidanzato, sentii la fica contrarsi in un orgasmo improvviso e violento.
In quel momento mi sentii la puttana più grande del mondo. La sua puttana, quella che lo tradiva nel modo più definitivo e biologico possibile. Tommaso fece un passo verso di me, sfiorandomi il braccio. «Sei tutta scossa, Sonia. Forse hai bisogno di restare a letto... e di raccontarmi bene cosa hai fatto oggi pomeriggio. Magari ti fa bene sfogarti, no?»
Lo guardai, incapace di rispondere. Ero una puttana, e come tale, non potevo fare a meno di concedermi al cazzo di chiunque volesse scoparmi. In quel momento, mentre cercavo di sostenere il suo sguardo ambiguo, capii che la mia perversione non era più un vizio, ma la mia unica, vera identità.
Ma la voce di mamma mi raggiunse dalla cucina, ferma e inaspettata. «Sonia? Sei tu?» Apparve sulla soglia, pulendosi le mani su un canovaccio, lanciandomi un'occhiata distratta che però indugiò un istante di troppo sul mio viso stravolto. «Ero fuori... per delle commissioni,» risposi con la gola secca, puntando subito alle scale prima che potesse leggere la verità tra le pieghe del mio affanno.
«Ti ha cercata Tommaso poco fa sul fisso,» gridò mentre salivo. «Voleva sapere se fossi già tornata dal centro; gli ho detto che oggi eri uscita molto presto... mi è sembrato sorpreso, ha riattaccato subito.»
Chiusa in bagno, il respiro corto, sfilai la minigonna con gesti frenetici e mi guardai allo specchio. Ciò che vidi fu un’immagine che stentai a riconoscere: le labbra erano gonfie, il trucco sfatto e le guance, dove si erano abbattuti gli schiaffi di Antonio, segnate da lividi rossi. Notai una crosticina di sperma ormai secco tra il naso e il labbro superiore; una scarica di nausea mi risalì lo stomaco, mischiandosi a un brivido elettrico. Accesi la luce accecante del neon e osservai il perizoma bianco, ormai ridotto a un cencio immondo; sporco di sangue, incrostato di sborra.
Lasciai cadere l'indumento sul pavimento e feci scorrere l'acqua della doccia, bollente, finché il vapore non saturò la stanza. Restai immobile sotto il getto, lasciando che il calore scorticasse la pelle per lavare via uno schifo che, in un modo perverso, continuava a nutrirmi. Asciugando le parti intime, avvertii un forte dolore all’ano: un monito pulsante della forza di Antonio. Quanto lo odiavo per avermi ridotta così!
Tommaso arrivò alle otto spaccate, puntuale come un orologio svizzero, pronto per la nostra solita serata al cinema. Nonostante il suo sorriso dolce, l’idea di muovermi da casa appariva insopportabile. La rabbia per la brutalità di Antonio bruciava ancora, ma era una cenere calda: una parte di me, la più oscura, stava già trasformando quel dolore in un nutrimento prelibato. Lui, però, colse subito l’increspatura sulla superficie della mia maschera. «Amore, tutto bene? Sembri... stanca,» chiese, scrutandomi con quegli occhi scuri e una premura così metodica da farmi quasi pena. «Tua madre diceva che oggi sei uscita presto... forse hai preso troppo sole?»
Quella domanda, apparentemente innocua, mi fece mancare un battito. Gli risposi che non stavo bene, che probabilmente il ciclo era alle porte: ma come un flash, nel medesimo istante in cui pronunciai quella parola, si accese in me un terribile dubbio. L'unica certezza che avevo era che Tommaso non era mai venuto dentro di me; nonostante prendessi la pillola da tempo e negli ultimi mesi gli avessi concesso di farlo senza preservativo. Ma in quell'ultimo mese, dal nostro arrivo a Rimini, tanti avevano inondato la mia fica con il loro seme; e che fossero amanti o perfetti estranei, chiunque di questi avrebbe potuto ingravidarmi.
Il terrore mi scosse le membra, facendomi tremare visibilmente. Cosa sarebbe successo se fossi rimasta incinta? E di chi? Ma la domanda successiva, ancora più macabra: se avessi voluto tenerlo? Un figlio che avrebbe potuto avere il sangue di Antonio, di Mario, di Enzo, o di uno dei tanti che si erano divertiti con me.
Eccitata a morte da questo, immaginai Tommaso che accarezzava il mio ventre gonfio di un seme straniero, convinto di proteggere il proprio futuro mentre nutriva il frutto di un'umiliazione collettiva. Sentii un brivido gelido percorrermi la schiena e, nel bel mezzo del salotto, sotto lo sguardo vigile del mio fidanzato, sentii la fica contrarsi in un orgasmo improvviso e violento.
In quel momento mi sentii la puttana più grande del mondo. La sua puttana, quella che lo tradiva nel modo più definitivo e biologico possibile. Tommaso fece un passo verso di me, sfiorandomi il braccio. «Sei tutta scossa, Sonia. Forse hai bisogno di restare a letto... e di raccontarmi bene cosa hai fatto oggi pomeriggio. Magari ti fa bene sfogarti, no?»
Lo guardai, incapace di rispondere. Ero una puttana, e come tale, non potevo fare a meno di concedermi al cazzo di chiunque volesse scoparmi. In quel momento, mentre cercavo di sostenere il suo sguardo ambiguo, capii che la mia perversione non era più un vizio, ma la mia unica, vera identità.
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