Sonia & Tommaso - Capitolo 51: Dieci minuti
di
Sonia e Tommaso
genere
tradimenti
Sentii un brivido freddo percorrere la schiena, risalendo lungo ogni vertebra.
— Non posso... — balbettai, la voce ridotta a un soffio che moriva nel frastuono del locale — Sono con Tommaso... e poi, ho il ciclo.
Antonio fissò lo sguardo su di me come si guarda un insetto fastidioso sotto la suola di una scarpa. Sul suo volto non c’era traccia di empatia, solo un’irritazione gelida.
— E allora? — ribatté secco — Sono problemi tuoi, non miei. Pierangelo vuole un pompino, e a lui la cosa va bene così. Ora muoviti e non farti aspettare.
Tornai verso il tavolo, sentendo il peso di quegli sguardi come un carico insopportabile. Sembravo un'attrice su un palco, costretta a recitare un ruolo odiato ma impossibile da rifiutare. Fu come muoversi da automa, mentre le parole di Antonio rimbombavano nella testa: «Dieci minuti, puttana. Se non vieni, vengo a prenderti io».
Uno sguardo all'orologio: le dieci e venti. Dieci minuti. Un conto alla rovescia martellante contro le tempie. Era necessario trovare una scusa, e subito. Nel sedermi, strinsi le ginocchia per nascondere il tremore delle gambe.
Giulia fu la prima a colpire, con quella sfrontatezza insopportabile nei momenti sbagliati. — Allora, Sonia? Chi era quel tipo? Sembrava conoscerti fin troppo bene — chiese, accompagnando la domanda con un sorrisetto malizioso che avrei voluto cancellarle dal viso.
Anche Federica restava in attesa, cercando con lo sguardo di mettermi a nudo. Ma la cosa sconvolgente fu notare che anche Tommaso, il mio ingenuo e caro Tommaso, teneva gli occhi fissi su di me. Lui non si era mai curato dei miei incontri; mai stato geloso o sospettoso, anche quando al mare le corna gliele avevo fatte sotto al naso. Che le ragazze gli avessero già messo la classica pulce nell'orecchio? Nonostante l'aria condizionata del pub, sudai freddo al solo pensiero.
Tutti aspettavano che parlassi. Così, come una professionista dell'inganno, sfoderai la mia bugia migliore. — Ma no, ragazze — dissi, cercando di dare alla voce un tono casuale, quasi annoiato — È un collega. Lo detesto, è un tipo insopportabile.
Poi aggiunsi, cercando gli occhi di Tommaso con un’espressione di finto sollievo: — Per fortuna che, con il nuovo impiego offerto da Nicola, non dovrò più rivedere certe facce.
La notizia del nuovo lavoro, di cui solo Tommaso era al corrente, fu accolta con un entusiasmo immediato. L’esca aveva funzionato. — Dai, Sonia! Che notizia fantastica! Sono felice per te! — esclamò Federica, finalmente addolcita. — Grande! Allora bisogna festeggiare! — aggiunse Fabio, alzando il bicchiere con un sorriso.
Tommaso afferrò la mia mano, stringendola con un affetto tale da farmi quasi male. — Visto, amore? Te l'avevo detto che era la scelta giusta.
Mentre ricevevo auguri e pacche sulle spalle, sentii l'attenzione allontanarsi dalle mie bugie. Provai un momento di sollievo, come un'evasa che ha appena superato il primo muro di cinta. Ma la libertà era solo un'illusione ottica. Il timer continuava a scorrere e il vero pericolo era in attesa lì, a pochi metri, tra l'odore di candeggina e lo squallore dei cessi del pub.
I minuti successivi furono un'agonia silenziosa; il cuore batteva all'impazzata, simile a un uccellino in gabbia. Con lo sforzo di apparire serena sorridevo, bevevo la mia birra come se nulla fosse, ma ogni sorso era una bugia in più a scendere in gola, ogni risata degli altri un promemoria del mio imminente destino.
Allo scadere dei dieci minuti. — Vado in bagno — dissi avviandomi con una naturalezza posticcia. — Sei sicura di stare bene, Sonia? Vuoi che ti accompagni? — Sibilò Federica alle mie spalle, gelandomi il sangue.
Quella premura apparente era una lama affilata, quasi ironica. Capii che non aveva creduto alle mie menzogne e che qualcosa aveva intuito. Le sue parole suonavano come un monito, un'accusa silenziosa. Non le risposi, allontanandomi fingendo di non aver sentito.
Pierangelo era già lì ad attendermi. Il suo sguardo viscido si posò su di me: senza proferire parola, la sua mano sudaticcia afferrò il mio polso, trascinandomi dentro uno dei cessi. Dopo avermi costretta a sedere sul water bagnato di piscio, si piazzò davanti; la sua ombra copriva ogni cosa. Con un movimento sbrigativo slacciò i pantaloni, facendoli scendere insieme alle mutande fino alle ginocchia.
Il suo cazzo era piccolo e maleodorante. Lo guardai dal basso con occhi di supplica, ignorati totalmente. Me lo spinse contro le labbra e schiusi la bocca, sentendo la gola stringersi. Feci del mio meglio per farlo finire in fretta, per chiudere quella parentesi il prima possibile.
Sembrava pronto a venire, ma all'improvviso si ritrasse. Sollevata quasi di peso, mi fece girare e iniziò a slacciarmi i jeans. Cercai di fermarlo, bisbigliando che non potevo, che non era il momento; ma a lui non importava e proseguì guardandomi con indifferenza.
Senza possibilità di urlare o chiedere aiuto, per il terrore di essere sentita, smisi di oppormi. Poggiai le mani sulla tazza sudicia, piegandomi a novanta gradi per offrire il mio corpo. Senza delicatezza, Pierangelo strattonò pantaloni e mutandine fino a metà gamba, posizionandosi dietro di me.
Sentendo che nonostante il tampax cercava di metterlo nella fica, lo fermai con la mano; e in un gesto di rassegnazione, lo indirizzai verso il mio buchetto. Non gli parve vero; con un sol colpo entrò. Sentirmi penetrare da quel cazzetto insignificante fu un'esperienza sgradevole e umiliante. Venne subito, con un rantolo che mi fece sentire ancora più squallida. Delle risate giunsero da fuori: qualcuno aveva sentito.
Quando si sfilò, rimasi piegata come un burattino con i fili tagliati. Sentivo la sua sborra uscire e bagnare le labbra della fica. Un mix di disgusto e di un piacere segreto che non osavo ammettere. Lo guardai ricomporsi, rosso in volto, col sudore a colargli dalla fronte. Estrasse due banconote da cinquanta euro e me le porse.
— Per l'extra — mormorò con un sorriso soddisfatto.
Poi, stupendomi con un gesto del tutto inatteso, mi diede un bacio sulla fronte; una finta dolcezza che non c'entrava nulla con lo schifo appena consumato.
L’uomo sgusciò fuori dalla porta furtivo, lasciandomi con i pantaloni abbassati e un forte senso di vergogna. Cercai di pulirmi con della carta igienica, e prima di uscire, attesi con l’orecchio tirato che non ci fosse nessuno. Lavai accuratamente le mani, anche se lo sporco lo sentivo addosso. Uscendo da quel lurido cubicolo, avevo temuto di trovare ad attendermi qualcuno che avesse sentito o intuito; magari Giulia e Federica, o perché no: proprio Tommaso.
Tornai dagli amici con il cuore a mille. Tommaso, Andrea e Massimo discutevano di calciomercato. Valentino trafficava con Facebook sul telefono. Le ragazze parlavano di organizzare il matrimonio. Tutto sembrava normale. Ero tornata da un'altra dimensione e a nessuno importava, nessuno aveva visto. Avevo vissuto un'esperienza estrema, ma per il mondo ero solo andata in bagno.
— Non posso... — balbettai, la voce ridotta a un soffio che moriva nel frastuono del locale — Sono con Tommaso... e poi, ho il ciclo.
Antonio fissò lo sguardo su di me come si guarda un insetto fastidioso sotto la suola di una scarpa. Sul suo volto non c’era traccia di empatia, solo un’irritazione gelida.
— E allora? — ribatté secco — Sono problemi tuoi, non miei. Pierangelo vuole un pompino, e a lui la cosa va bene così. Ora muoviti e non farti aspettare.
Tornai verso il tavolo, sentendo il peso di quegli sguardi come un carico insopportabile. Sembravo un'attrice su un palco, costretta a recitare un ruolo odiato ma impossibile da rifiutare. Fu come muoversi da automa, mentre le parole di Antonio rimbombavano nella testa: «Dieci minuti, puttana. Se non vieni, vengo a prenderti io».
Uno sguardo all'orologio: le dieci e venti. Dieci minuti. Un conto alla rovescia martellante contro le tempie. Era necessario trovare una scusa, e subito. Nel sedermi, strinsi le ginocchia per nascondere il tremore delle gambe.
Giulia fu la prima a colpire, con quella sfrontatezza insopportabile nei momenti sbagliati. — Allora, Sonia? Chi era quel tipo? Sembrava conoscerti fin troppo bene — chiese, accompagnando la domanda con un sorrisetto malizioso che avrei voluto cancellarle dal viso.
Anche Federica restava in attesa, cercando con lo sguardo di mettermi a nudo. Ma la cosa sconvolgente fu notare che anche Tommaso, il mio ingenuo e caro Tommaso, teneva gli occhi fissi su di me. Lui non si era mai curato dei miei incontri; mai stato geloso o sospettoso, anche quando al mare le corna gliele avevo fatte sotto al naso. Che le ragazze gli avessero già messo la classica pulce nell'orecchio? Nonostante l'aria condizionata del pub, sudai freddo al solo pensiero.
Tutti aspettavano che parlassi. Così, come una professionista dell'inganno, sfoderai la mia bugia migliore. — Ma no, ragazze — dissi, cercando di dare alla voce un tono casuale, quasi annoiato — È un collega. Lo detesto, è un tipo insopportabile.
Poi aggiunsi, cercando gli occhi di Tommaso con un’espressione di finto sollievo: — Per fortuna che, con il nuovo impiego offerto da Nicola, non dovrò più rivedere certe facce.
La notizia del nuovo lavoro, di cui solo Tommaso era al corrente, fu accolta con un entusiasmo immediato. L’esca aveva funzionato. — Dai, Sonia! Che notizia fantastica! Sono felice per te! — esclamò Federica, finalmente addolcita. — Grande! Allora bisogna festeggiare! — aggiunse Fabio, alzando il bicchiere con un sorriso.
Tommaso afferrò la mia mano, stringendola con un affetto tale da farmi quasi male. — Visto, amore? Te l'avevo detto che era la scelta giusta.
Mentre ricevevo auguri e pacche sulle spalle, sentii l'attenzione allontanarsi dalle mie bugie. Provai un momento di sollievo, come un'evasa che ha appena superato il primo muro di cinta. Ma la libertà era solo un'illusione ottica. Il timer continuava a scorrere e il vero pericolo era in attesa lì, a pochi metri, tra l'odore di candeggina e lo squallore dei cessi del pub.
I minuti successivi furono un'agonia silenziosa; il cuore batteva all'impazzata, simile a un uccellino in gabbia. Con lo sforzo di apparire serena sorridevo, bevevo la mia birra come se nulla fosse, ma ogni sorso era una bugia in più a scendere in gola, ogni risata degli altri un promemoria del mio imminente destino.
Allo scadere dei dieci minuti. — Vado in bagno — dissi avviandomi con una naturalezza posticcia. — Sei sicura di stare bene, Sonia? Vuoi che ti accompagni? — Sibilò Federica alle mie spalle, gelandomi il sangue.
Quella premura apparente era una lama affilata, quasi ironica. Capii che non aveva creduto alle mie menzogne e che qualcosa aveva intuito. Le sue parole suonavano come un monito, un'accusa silenziosa. Non le risposi, allontanandomi fingendo di non aver sentito.
Pierangelo era già lì ad attendermi. Il suo sguardo viscido si posò su di me: senza proferire parola, la sua mano sudaticcia afferrò il mio polso, trascinandomi dentro uno dei cessi. Dopo avermi costretta a sedere sul water bagnato di piscio, si piazzò davanti; la sua ombra copriva ogni cosa. Con un movimento sbrigativo slacciò i pantaloni, facendoli scendere insieme alle mutande fino alle ginocchia.
Il suo cazzo era piccolo e maleodorante. Lo guardai dal basso con occhi di supplica, ignorati totalmente. Me lo spinse contro le labbra e schiusi la bocca, sentendo la gola stringersi. Feci del mio meglio per farlo finire in fretta, per chiudere quella parentesi il prima possibile.
Sembrava pronto a venire, ma all'improvviso si ritrasse. Sollevata quasi di peso, mi fece girare e iniziò a slacciarmi i jeans. Cercai di fermarlo, bisbigliando che non potevo, che non era il momento; ma a lui non importava e proseguì guardandomi con indifferenza.
Senza possibilità di urlare o chiedere aiuto, per il terrore di essere sentita, smisi di oppormi. Poggiai le mani sulla tazza sudicia, piegandomi a novanta gradi per offrire il mio corpo. Senza delicatezza, Pierangelo strattonò pantaloni e mutandine fino a metà gamba, posizionandosi dietro di me.
Sentendo che nonostante il tampax cercava di metterlo nella fica, lo fermai con la mano; e in un gesto di rassegnazione, lo indirizzai verso il mio buchetto. Non gli parve vero; con un sol colpo entrò. Sentirmi penetrare da quel cazzetto insignificante fu un'esperienza sgradevole e umiliante. Venne subito, con un rantolo che mi fece sentire ancora più squallida. Delle risate giunsero da fuori: qualcuno aveva sentito.
Quando si sfilò, rimasi piegata come un burattino con i fili tagliati. Sentivo la sua sborra uscire e bagnare le labbra della fica. Un mix di disgusto e di un piacere segreto che non osavo ammettere. Lo guardai ricomporsi, rosso in volto, col sudore a colargli dalla fronte. Estrasse due banconote da cinquanta euro e me le porse.
— Per l'extra — mormorò con un sorriso soddisfatto.
Poi, stupendomi con un gesto del tutto inatteso, mi diede un bacio sulla fronte; una finta dolcezza che non c'entrava nulla con lo schifo appena consumato.
L’uomo sgusciò fuori dalla porta furtivo, lasciandomi con i pantaloni abbassati e un forte senso di vergogna. Cercai di pulirmi con della carta igienica, e prima di uscire, attesi con l’orecchio tirato che non ci fosse nessuno. Lavai accuratamente le mani, anche se lo sporco lo sentivo addosso. Uscendo da quel lurido cubicolo, avevo temuto di trovare ad attendermi qualcuno che avesse sentito o intuito; magari Giulia e Federica, o perché no: proprio Tommaso.
Tornai dagli amici con il cuore a mille. Tommaso, Andrea e Massimo discutevano di calciomercato. Valentino trafficava con Facebook sul telefono. Le ragazze parlavano di organizzare il matrimonio. Tutto sembrava normale. Ero tornata da un'altra dimensione e a nessuno importava, nessuno aveva visto. Avevo vissuto un'esperienza estrema, ma per il mondo ero solo andata in bagno.
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