Sonia & Tommaso - Capitolo 56: La vacanza è finita

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genere
tradimenti

Chiusa nella mia camera, sentivo il sapore della trasgressione ancora vivo sulle labbra; un retaggio acido e dolciastro che ardeva nell’anima. La missione era compiuta.
Presi il telefono per scrivere ad Antonio: le mani tremavano, ma non per timore. Era pura eccitazione. Le dita correvano veloci sullo schermo, dettate da un cuore che non conosceva più argini. Volevo dimostrargli di non aver paura, di essere ormai parte del suo mondo, una sua creatura.
Sonia: «Missione compiuta.»
Inviai il messaggio e il battito accelerò fino a farsi assordante. Sapevo che non si sarebbe fatto attendere. La mia vita era nelle sue mani e quella sottomissione mi faceva sentire spaventosamente viva.
Appena posato l'apparecchio, lo schermo si illuminò di nuovo e il nome di Luca apparve all’improvviso. Con lui non c’era il terrore elettrico che provavo per Antonio, ma l’illusione di un amore pulito: il perfetto contrappunto per la mia doppia vita. Aprii la chat con un sorriso che era per metà sincero e per metà sapiente recitazione.
Luca: «Ciao, ti penso in continuazione e sento da morire la tua mancanza... Mi pensi anche tu? 🥺»
Sonia: «Certo che ti penso. Sei l’unica cosa a farmi stare bene in questo momento. Sono spiacente di non poterti dare di più... Almeno per ora. 😞»
Luca: «Lo so, e non smetto di sperare. Voglio che tu sia mia. Quando lo lascerai? Non puoi continuare a farmi aspettare.»
Sonia: «Devi darmi tempo. Ti prometto che, al momento giusto, lo lascerò. Sarò solo tua, non desidero altro. Ma devi essere paziente. 🙏»
Luca: «Ti amo, amore mio. Non vedo l’ora. Ti giuro che sarò il migliore fidanzato del mondo. Ti sposerò, ti riempirò di coccole e faremo l’amore tutti i giorni. 😍»
Sonia: «Ti amo anch’io, Luca. Spero che un giorno potremo vivere il nostro amore senza nasconderci. Non smettere di amarmi. 💋»
Luca: «Mai. E non solo ti amo, ti desidero. Voglio il tuo corpo, voglio che tu sia solo mia. 🔞»
Sonia: «Anche io ti desidero, lo sai. Non vedo l’ora di tornare tra le tue braccia. Ma non mettermi fretta, è una situazione delicata. 🤫»
Luca: «Tranquilla, ti lascerò il tempo necessario. Spero solo che tu non mi stia prendendo in giro... 😔»
Sonia: «Ma scherzi? Mi offendi così... 🥺 Voglio te, ma non posso cancellare tre anni in un attimo. Ci sono i miei di mezzo. Cerca di capirmi. 🙏»
Luca: «No amore, scusa, non volevo. È che senza di te impazzisco. 😵‍💫»
Sonia: «Porta ancora un po’ di pazienza. Presto sarò tua e potrai chiedermi tutto ciò che desideri. Ora devo andare, domani si torna al lavoro e sarà dura. 💖»
Luca: «Sì, scusa. Ci sentiamo domani sera e mi dirai com’è andata. 👋»
Sonia: «Va bene. Sogni d’oro, amore. 💋»
Luca: «Saranno d’oro se ci sarai tu. 🥰»
Abbandonai il telefono sul letto, inebriata dall'assurdità di quella conversazione. Sapevo benissimo che non sarei mai stata sua. Già durante la nostra breve parentesi al mare, Luca aveva mostrato una gelosia patologica: bastava un'occhiata di troppo a un estraneo per scatenare l’inferno.
Con un uomo simile, le mie notti di perversione sarebbero state impossibili; sarebbe stato un carceriere appiccicoso, capace di soffocarmi con la sua presenza costante. Forse era proprio per questo che lo illudevo senza pietà.
Qualunque ragazza fosse finita tra le sue braccia avrebbe avuto l'esistenza rovinata dal suo controllo; io, invece, usavo il suo sentimento come una copertina di giornale, la mia menzogna più rassicurante. Anche se consapevole che il mio modo d’agire fosse sbagliato, Luca era diventato il mio lato "brava ragazza", un porto sicuro di finzione, giusto per sentirmi meno sola e, paradossalmente, meno sporca.
Rintanandomi sotto le lenzuola, però, un pensiero molesto mi attraversò la mente. Tommaso era passato sotto casa e aveva trovato le luci spente. Quella sua frase, apparentemente premurosa, nascondeva un’insidia che non potevo ignorare. Cosa aveva visto davvero?
Aveva forse suonato al citofono? E soprattutto: perché era tornato? Iniziava ad avere sospetti su di me? Il dubbio che la sua docilità fosse solo una facciata cominciava a scavarmi dentro, più a fondo di quanto volessi ammettere.
Il suono della sveglia mi strappò di soprassalto da un sogno eccitante. Erano le sette. Nella mia mente, Mario ed Enzo stavano ancora finendo di fottermi, e sentivo il corpo caldo e palpitante come se fosse stato vero.
Dovevo essere venuta nel sonno, perché le mutandine di cotone erano zuppe. Me le sfilai e le annusai, sentendo l'odore familiare del mio eccitamento mischiato al debole sentore del mio ciclo che stava finendo. Era un odore sensuale, capace di regalarmi un brivido sottile: il profumo della mia fica che reclamava altro sesso; un segreto solo mio.
Feci una doccia veloce, lavando con cura ogni traccia di quei fluidi notturni; ma la sensazione di quel sogno restava lì, incollata addosso. Indossai un intimo pulito e i vestiti adatti all'ufficio, cercando di ricomporre la Sonia che il mondo si aspettava di vedere.
La vacanza purtroppo era finita, ma a darmi la forza per ricominciare c’era la prospettiva del nuovo impiego. Non sapevo minimamente di cosa si trattasse, di quali compiti avrei dovuto occuparmi – io che di finanza non sapevo nulla – e tantomeno perché Nicola non avesse scelto piuttosto una ragazza laureata in economia. Solo per avermi come amante? Ma quello avrebbe potuto averlo comunque.
Persa in questi pensieri – stipata nel bus tra i soliti volti – raggiunsi quello che ancora per poco sarebbe stato il mio posto di lavoro.
L’ufficio era la solita gabbia: la signora Anna con la sua severità d'ordinanza, il ragionier Marzocchi già sepolto dalle scartoffie e Sergio, il mio collega e confidente, che mi accolse con un largo sorriso compiaciuto.
Nessuno sembrava entusiasta di ricominciare dopo tre settimane di vacanza; io, meno di tutti. Dopo i saluti e le solite domande di circostanza, accesi il computer, anche se la mente era altrove. Ricordavo con nostalgia Rimini: le notti folli con Mario ed Enzo, le passeggiate romantiche con Luca, e poi Nicola… Ed era proprio questo a turbarmi maggiormente: l’idea di dare le dimissioni. Quel posto lo aveva trovato mio padre, e lasciarlo sembrava un tradimento nei suoi confronti.
Eppure, il richiamo di Nicola era un grido che non potevo soffocare. Lui rappresentava una promessa di cambiamento, un mondo di trasgressione dove l’immagine monotona della "brava ragazza" non aveva diritto di cittadinanza.
La mattinata volò via tra telefonate e pratiche, un turbine che non mi lasciò il tempo di parlare con il direttore. A mezzogiorno, come nostra abitudine, uscii per la pausa pranzo con Sergio.
Ci dirigemmo al solito bar, tra l'odore di caffè bruciato e il bancone di legno scuro, dove ci scambiammo le confidenze sulla vacanza: ovviamente, ciò che gli dissi fu la versione casta che avrebbe potuto raccontargli anche Tommaso.
Sergio non aveva mai nascosto la sua attrazione per me: battute, occhiate audaci, qualche ingenua toccatina apparentemente involontaria. Era un bel ragazzo, gentile ed educato, e gli volevo bene; ma non avevo mai preso sul serio le sue avance, frapponendo sempre il fatto che fossi fidanzata. Questo almeno, fino a quel momento.
Ci rimase male e lo vidi incupirsi quando gli confessai del mio imminente licenziamento. Davanti a quella reazione, così spontanea e sincera, lo abbracciai d'impulso; promettendo che ci saremmo frequentati comunque e che saremmo rimasti amici. Lui, guardandomi negli occhi con un debole sorriso, rispose con un bacio fugace ma deciso sulle labbra, a cui non mi sottrassi.
Un tempo lo avrei fatto per fedeltà a Tommaso, ma la "nuova" Sonia si limitò a ridere, sentendo un sapore nuovo accendersi sulla lingua. Era il gusto del proibito che tornava a bussare, anche lì, tra la consuetudine lavorativa e la routine.
Era una bella giornata di sole e, finito di pranzare, ci spostammo al parco, sedendoci accanto alla fontana per godere degli ultimi istanti di libertà prima del rientro. Per me, era anche il momento del rituale quotidiano: la telefonata a Tommaso.
«Ciao, amore,» esordii, sfoderando il mio tono più dolce. Fu la solita conversazione affettuosa, una sequenza di frasi fatte che ormai recitavo a memoria. Ma mentre parlavamo, sentivo il suo tono leggermente diverso, una nota di stanchezza o forse di attesa.
«Spero tu stia meglio, piccola,» disse infine, con la voce piatta ma carica di una strana attenzione. «Ieri sera ero davvero preoccupato quando non ti ho sentita rispondere al citofono. Sembrava che la casa fosse vuota.»
«Ero sfinita, Tommaso. Avevo preso un antistaminico e sono crollata in un sonno profondissimo,» mentii, fissando l'acqua della fontana.
«Capisco. L'importante è che ora tu stia bene,» concluse lui, senza fare altre domande sulla serata. Quel suo silenzio, quella sua accettazione così immediata, cominciava a sembrarmi una trappola tesa con cura. Era davvero così ingenuo, o stava aspettando che fossi io a fare il passo falso definitivo?
La telefonata con Tommaso mi aveva lasciato addosso un’ombra di inquietudine. Trovavo irritante e noioso quel suo tono sulle sue, quasi risentito. Sapevo che non aveva digerito il congedo frettoloso della sera prima, ma la sua delusione non faceva che alimentare la mia recita di perfetta attrice: amante bugiarda e fidanzata fantasma.
Per far svanire quel senso di oppressione borghese, sentii un impellente bisogno di un’altra dose di trasgressione.
Sedendomi a cavalcioni sulla panchina in pietra, di fronte a Sergio, lasciai che la gonna risalisse lungo le cosce. Era un invito sfacciato, un’esca lanciata per catturare il suo sguardo. Mentre le mani fingevano di ricomporre il tessuto per coprirmi, il mio sorriso malizioso gridava l'esatto opposto.
Quando mi chiese se ci fossero problemi con Tommaso, colsi l’attimo. «A volte vorrei solo essere libera», sussurrai, studiando la sua reazione. «Secondo te, la fedeltà è davvero così importante in una coppia?», gli domandai con finta ingenuità, godendo del mix di sorpresa e bramosia che gli accese il volto. In quel momento Sergio smise di essere un collega per diventare una preda, un nuovo brivido da consumare.
La mia fica fremeva, vogliosa di nuove scosse, mentre i capezzoli premevano duri contro il tessuto del reggiseno. Non stavo più recitando la parte della compagna devota; stavo assecondando la troia che reclamava spazio nella mia anima.
Cogliendo nei miei occhi quello che poteva sembrargli un invito, lui si sporse e mi baciò. Non fu il contatto fugace di prima, ma un bacio vero. Le mie labbra si schiusero per accoglierlo e la mia lingua cercò la sua con una fame che lo sorprese. Fu un cortocircuito. La sua mano si posò sulla coscia nuda, la cui pelle bruciava sotto il suo tocco, mentre le dita si facevano strada con decisione sotto la gonna.
Sentii la sua mano risalire verso la mia fica già zuppa, provocandomi un brivido violento. Mentre la sua bocca scendeva a mordermi il collo, chiusi gli occhi godendo di ogni istante. Mi sentivo una preda che guidava il gioco, una zoccola a cui piaceva da morire farsi usare in un parco pubblico.
Quando la sua mano cercò l'elastico delle mutandine per passarvi sotto, lo fermai. Con un sorriso malizioso gli dissi che per quel giorno poteva bastare: non era un rifiuto, ma l'inizio di un gioco più eccitante. Lo lasciai sfogare sul mio collo e sul seno, gemendo mentre mi torturava i capezzoli, rendendoli dolenti e sensibili.
Lo sorpresi a mia volta: senza attendere un suo invito, portai la mano sulla sua patta. Sentivo il cazzo duro attraverso il jeans e morivo dalla voglia di toccarlo. Gli slacciai il bottone, abbassai la cerniera e vidi la cappella svettare dall'elastico dell’intimo: un invito a cui non potevo resistere.
La carezzai con la punta delle dita, facendolo fremere, poi lo impugnai come uno scettro sotto il tessuto, iniziando a segarlo piano.
Lui si staccò un istante dal mio collo, il fiato corto, cercando nuovamente di spingere le dita verso la mia intimità. «Fermati...» gli sussurrai all'orecchio, stringendo con più forza il suo cazzo tra le dita. «Ti ho detto che non è il momento.»
«Ti prego, Sonia... Sei zuppa, lo sento da qui,» mormorò lui.
«Sono le ultime perdite del ciclo, idiota,» ribattei con un ghigno malizioso. «Domani. Domani te la farò toccare e te la prenderai tutta. Ma ora guarda cosa ti sto facendo.»
Masturbandolo piano lasciai cadere un po’ di saliva sulla cappella, inumidendolo. Avrei voluto chinarmi e prenderlo in bocca, sentirne il sapore e mandare il mio attonito collega in delirio; ma visto dove eravamo, era già tanto quello che stavamo facendo.
La pausa pranzo volgeva al termine; non potevamo restare lì come adolescenti. Ci staccammo con un mix di desiderio e rassegnazione. Sergio, guardandomi con il respiro ancora affannoso dopo avermi sborrato sulla mano: «Sonia, mi hai fatto impazzire. Non vedo l'ora di averti».
A quelle parole avvertii un brivido di piacere. Gli accarezzai il viso con un ultimo sorriso: «Anche io, tesoro. Ma ora torniamo al lavoro. Non facciamoci scoprire».
Lui annuì e, aiutandomi ad alzarmi, mi diede un ultimo bacio. Non un bacio passionale, ma un bacio dolce, di affetto, quasi d’amore; come se quanto accaduto fosse il coronamento di una lunga attesa.
Rientrammo in ufficio come se nulla fosse successo. Ma sotto i miei vestiti il mio corpo era ancora scosso. Sentivo la mia fica grondare e i capezzoli duri da far quasi male. Un dolore delizioso che a ogni movimento attestava chi ero veramente: una troia, e questo mi piaceva da morire.
scritto il
2026-01-26
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