Sonia & Tommaso - Capitolo 55: Il Prezzo del Silenzio
di
Sonia e Tommaso
genere
tradimenti
Erano già passate le diciotto: presa dall'ansia misi via il cellulare con un gesto secco, forzandomi a un sorriso di circostanza mentre spingevo Tommaso a sbrigarsi lungo la via del ritorno.
«Non vedo l'ora di essere a casa, di lavarmi e infilarmi a letto,» mormorai, cercando di dare alla voce quel tono di spossatezza che ci si aspetta dopo una giornata intensa. Il mio passo era veloce, frenetico, mentre il suo restava lento, esasperante. Se solo avesse saputo che il desiderio non era affatto il riposo, ma correre verso un appuntamento che già mi faceva bagnare la fica.
Davanti al cancello lo salutai con un bacio frettoloso, appoggiando una mano sul suo petto per tenerlo a distanza. «Scusami, amore, non mi sento bene. Credo sia stato l'aperitivo, ho lo stomaco sottosopra,» mentii, simulando una smorfia di dolore. La sua delusione fu visibile, un'ombra di tristezza che gli attraversò il volto.
Tommaso, fissandomi per un istante, indugiò col viso a pochi centimetri dal mio. I suoi occhi sembravano volermi leggere dentro. «Hai un'aria strana, Sonia. Sicura vada tutto bene?» chiese, con una nota di agitazione. Prima che potessi ribattere, mi accarezzò la guancia con tenerezza; allontanandosi rassegnato, disse: «Riposati.»
Restava solo mezz'ora per prepararmi e andare all’appuntamento. La mente era un turbine, il corpo già teso per ciò che avrei dovuto fare. Fortunatamente a casa non c’era nessuno e corsi in bagno, spogliandomi strada facendo. Sotto il getto della doccia, l’odore dello sperma di Nicola ancora fresco tra le cosce salì verso le narici, eccitandomi un’ultima volta prima di svanire.
Indossai la gonna più corta che avevo nell'armadio e un top che lasciava le spalle scoperte. Recuperati alcuni profilattici rimasti dalle notti con Mario, li gettai nella borsa insieme al lucidalabbra e sgattaiolai fuori.
Correndo, nonostante i tacchi alti, raggiunsi l’hotel alle diciannove e venti. Strada facendo Antonio aveva già chiamato due volte, coprendomi di insulti. Ansimando, entrai nella hall del lussuoso hotel e puntai di corsa agli ascensori, ma fui bloccata dalla voce del concierge.
Erano in due dietro il bancone di mogano. «Posso esserle utile, signorina? Cerca qualcuno?» chiese il più vecchio, mentre l'altro mi squadrava dalla scollatura in giù. «La 207,» sussurrai piano, cercando di abbassare lo sguardo. Il giovane si sporse leggermente, scambiando un'occhiata d'intesa col collega. «Ah, la 207... i signori ti stavano proprio aspettando,» commentò con un sorriso sghembo, dandomi del tu. «Prendi pure l'ascensore a destra, bellezza. E falli divertire.»
A quelle parole, sentii avvampare un rossore improvviso, impossibile da domare. I due avevano capito subito e in poche parole mi avevano trattata per ciò che ero diventata: una puttana. Entrai nell'ascensore con il cuore che martellava nel petto, fissando il vuoto mentre le porte dorate si chiudevano separandomi dal resto del mondo. Sotto quegli sguardi mi ero sentita nuda, marchiata; quell'umiliazione, però, non aveva fatto altro che alimentare la mia eccitazione.
Davanti alla soglia della 207, le dita furono scosse da un tremito. Cercai aria con un respiro profondo e bussai. La porta si aprì: comparvero due uomini sulla sessantina, dall’aspetto di rassicuranti padri di famiglia in libera uscita. Uno alto e magro, dalla testa coronata da una folta chioma argentea; l’altro, più basso e calvo, ostentava una pancia prominente e una pesante catena d’oro incastrata tra i peli bianchi del petto. Probabilmente i loro figli erano più vecchi di me; quando mi videro, si guardarono per un attimo sorpresi.
«Sei in ritardo,» gracchiò l’uomo con la catena, mentre i suoi occhi scivolavano avidi sulle mie gambe. «Non farla aspettare, entra cara,» incalzò l’altro, con un tono dolce ma inquieto.
Entrando, il gelo dell’aria condizionata fece subito raddrizzare i miei capezzoli. Come ci si poteva aspettare da un hotel di quel tipo, la camera era lussuosa e impersonale, con gli asciugamani puliti sopra un letto rifatto alla perfezione: un'oasi di pulizia che contrastava nettamente con ciò che sarebbe accaduto.
«Spogliati, dolcezza,» ordinò quello con la catena d’oro. Senza dire una parola, sfilai la gonna, il top e il tanga, restando nuda sotto i loro sguardi vogliosi. Quelli fecero altrettanto mantenendo gli occhi fissi su di me, togliendosi gli abiti in modo convulso.
Nudi erano ridicoli, quasi patetici; in quella grottesca situazione, rischiai persino di ridergli in faccia. Entusiasti per quanto trovassero il mio corpo sodo e tonico, si misero a toccarmi ovunque in modo febbrile: tette, culo... Succhiavano i miei capezzoli con tale avidità da sembrare poppanti affamati. Addirittura, il più alto, quello con i capelli grigi, volle mettermi la lingua in bocca.
Impugnati i loro cazzi non ancora del tutto eretti, accucciandomi tra loro, iniziai a stuzzicarli sapientemente con la lingua. Poi, alzando lo sguardo verso quello con i capelli grigi, che sembrava essere il più malleabile tra i due, sorridendo dolcemente, presi a succhiarglielo. Mentre lo facevo a uno, con la mano segavo quell’altro, alternandoli da vera professionista. Devo dire che, in fatto di pompini, nelle ultime settimane avevo acquisito una notevole esperienza.
Il primo a volermi scopare fu quello con la catena d'oro; dopo avergli passato un profilattico, mi preparai stesa sul letto a gambe aperte. Lui strappò la bustina con i denti e lo indossò con gesti impazienti. Al confronto di quelle a cui ormai ero abituata, fu una penetrazione piuttosto deludente; quel cazzetto mediocre sembrava quello del mio fidanzato: pensiero, questo, a cui sorrisi tra me e me in modo perfido.
L’uomo si mosse velocemente e in modo goffo, schiacciandomi con la pancia fino a togliermi il respiro. Fortunatamente finì presto: dopo poche spinte venne nel preservativo con un rantolo, lasciandosi sfuggire una bestemmia; forse per la vergogna e la frustrazione di aver concluso così, tanto rapidamente.
Si ritirò, lasciando spazio all'amico. Questo volle fottermi da dietro e lo fece con discreta bravura, ma nemmeno lui resistette a lungo. Nel giro di mezz’ora tutto si era già concluso. «Ti piace farti pagare, vero?» sibilò quello con la catena, finendo di allacciarsi la camicia. «O sei una che lo fa solo per sentirsi troia?» aggiunse, ridendo.
Non risposi, limitandomi a un’alzata di spalle mentre mi dirigevo in bagno a sciacquarmi. Dopo essermi fatta il bidet, rimasi imbarazzata nel vedere l’asciugamano sporco di sangue. Era mortificante pensare che i due se ne fossero probabilmente accorti, ma Antonio non mi aveva lasciato scelta: sapeva che fossi mestruata, eppure non gli importava nulla.
Dopo averli lasciati in modo sbrigativo, scesi le scale quasi correndo. Superai la reception cercando di evitare i sorrisi sarcastici dei due addetti: appena fuori dall'hotel, emisi un sospiro di sollievo, pronta a rientrare nei panni della brava ragazza.
Rientrai a casa affrettando il passo, fingendo con me stessa che non fosse accaduto nulla; ma mentre infilavo le chiavi nella toppa, il telefono vibrò. Un messaggio di Tommaso: «Spero che tu stia meglio. Sono passato sotto casa tua dieci minuti fa e le luci erano tutte spente. Sei già nel mondo dei sogni, piccola?»
Il sangue mi si ghiacciò nelle vene. Lui era stato lì. E io ero appena tornata.
«Non vedo l'ora di essere a casa, di lavarmi e infilarmi a letto,» mormorai, cercando di dare alla voce quel tono di spossatezza che ci si aspetta dopo una giornata intensa. Il mio passo era veloce, frenetico, mentre il suo restava lento, esasperante. Se solo avesse saputo che il desiderio non era affatto il riposo, ma correre verso un appuntamento che già mi faceva bagnare la fica.
Davanti al cancello lo salutai con un bacio frettoloso, appoggiando una mano sul suo petto per tenerlo a distanza. «Scusami, amore, non mi sento bene. Credo sia stato l'aperitivo, ho lo stomaco sottosopra,» mentii, simulando una smorfia di dolore. La sua delusione fu visibile, un'ombra di tristezza che gli attraversò il volto.
Tommaso, fissandomi per un istante, indugiò col viso a pochi centimetri dal mio. I suoi occhi sembravano volermi leggere dentro. «Hai un'aria strana, Sonia. Sicura vada tutto bene?» chiese, con una nota di agitazione. Prima che potessi ribattere, mi accarezzò la guancia con tenerezza; allontanandosi rassegnato, disse: «Riposati.»
Restava solo mezz'ora per prepararmi e andare all’appuntamento. La mente era un turbine, il corpo già teso per ciò che avrei dovuto fare. Fortunatamente a casa non c’era nessuno e corsi in bagno, spogliandomi strada facendo. Sotto il getto della doccia, l’odore dello sperma di Nicola ancora fresco tra le cosce salì verso le narici, eccitandomi un’ultima volta prima di svanire.
Indossai la gonna più corta che avevo nell'armadio e un top che lasciava le spalle scoperte. Recuperati alcuni profilattici rimasti dalle notti con Mario, li gettai nella borsa insieme al lucidalabbra e sgattaiolai fuori.
Correndo, nonostante i tacchi alti, raggiunsi l’hotel alle diciannove e venti. Strada facendo Antonio aveva già chiamato due volte, coprendomi di insulti. Ansimando, entrai nella hall del lussuoso hotel e puntai di corsa agli ascensori, ma fui bloccata dalla voce del concierge.
Erano in due dietro il bancone di mogano. «Posso esserle utile, signorina? Cerca qualcuno?» chiese il più vecchio, mentre l'altro mi squadrava dalla scollatura in giù. «La 207,» sussurrai piano, cercando di abbassare lo sguardo. Il giovane si sporse leggermente, scambiando un'occhiata d'intesa col collega. «Ah, la 207... i signori ti stavano proprio aspettando,» commentò con un sorriso sghembo, dandomi del tu. «Prendi pure l'ascensore a destra, bellezza. E falli divertire.»
A quelle parole, sentii avvampare un rossore improvviso, impossibile da domare. I due avevano capito subito e in poche parole mi avevano trattata per ciò che ero diventata: una puttana. Entrai nell'ascensore con il cuore che martellava nel petto, fissando il vuoto mentre le porte dorate si chiudevano separandomi dal resto del mondo. Sotto quegli sguardi mi ero sentita nuda, marchiata; quell'umiliazione, però, non aveva fatto altro che alimentare la mia eccitazione.
Davanti alla soglia della 207, le dita furono scosse da un tremito. Cercai aria con un respiro profondo e bussai. La porta si aprì: comparvero due uomini sulla sessantina, dall’aspetto di rassicuranti padri di famiglia in libera uscita. Uno alto e magro, dalla testa coronata da una folta chioma argentea; l’altro, più basso e calvo, ostentava una pancia prominente e una pesante catena d’oro incastrata tra i peli bianchi del petto. Probabilmente i loro figli erano più vecchi di me; quando mi videro, si guardarono per un attimo sorpresi.
«Sei in ritardo,» gracchiò l’uomo con la catena, mentre i suoi occhi scivolavano avidi sulle mie gambe. «Non farla aspettare, entra cara,» incalzò l’altro, con un tono dolce ma inquieto.
Entrando, il gelo dell’aria condizionata fece subito raddrizzare i miei capezzoli. Come ci si poteva aspettare da un hotel di quel tipo, la camera era lussuosa e impersonale, con gli asciugamani puliti sopra un letto rifatto alla perfezione: un'oasi di pulizia che contrastava nettamente con ciò che sarebbe accaduto.
«Spogliati, dolcezza,» ordinò quello con la catena d’oro. Senza dire una parola, sfilai la gonna, il top e il tanga, restando nuda sotto i loro sguardi vogliosi. Quelli fecero altrettanto mantenendo gli occhi fissi su di me, togliendosi gli abiti in modo convulso.
Nudi erano ridicoli, quasi patetici; in quella grottesca situazione, rischiai persino di ridergli in faccia. Entusiasti per quanto trovassero il mio corpo sodo e tonico, si misero a toccarmi ovunque in modo febbrile: tette, culo... Succhiavano i miei capezzoli con tale avidità da sembrare poppanti affamati. Addirittura, il più alto, quello con i capelli grigi, volle mettermi la lingua in bocca.
Impugnati i loro cazzi non ancora del tutto eretti, accucciandomi tra loro, iniziai a stuzzicarli sapientemente con la lingua. Poi, alzando lo sguardo verso quello con i capelli grigi, che sembrava essere il più malleabile tra i due, sorridendo dolcemente, presi a succhiarglielo. Mentre lo facevo a uno, con la mano segavo quell’altro, alternandoli da vera professionista. Devo dire che, in fatto di pompini, nelle ultime settimane avevo acquisito una notevole esperienza.
Il primo a volermi scopare fu quello con la catena d'oro; dopo avergli passato un profilattico, mi preparai stesa sul letto a gambe aperte. Lui strappò la bustina con i denti e lo indossò con gesti impazienti. Al confronto di quelle a cui ormai ero abituata, fu una penetrazione piuttosto deludente; quel cazzetto mediocre sembrava quello del mio fidanzato: pensiero, questo, a cui sorrisi tra me e me in modo perfido.
L’uomo si mosse velocemente e in modo goffo, schiacciandomi con la pancia fino a togliermi il respiro. Fortunatamente finì presto: dopo poche spinte venne nel preservativo con un rantolo, lasciandosi sfuggire una bestemmia; forse per la vergogna e la frustrazione di aver concluso così, tanto rapidamente.
Si ritirò, lasciando spazio all'amico. Questo volle fottermi da dietro e lo fece con discreta bravura, ma nemmeno lui resistette a lungo. Nel giro di mezz’ora tutto si era già concluso. «Ti piace farti pagare, vero?» sibilò quello con la catena, finendo di allacciarsi la camicia. «O sei una che lo fa solo per sentirsi troia?» aggiunse, ridendo.
Non risposi, limitandomi a un’alzata di spalle mentre mi dirigevo in bagno a sciacquarmi. Dopo essermi fatta il bidet, rimasi imbarazzata nel vedere l’asciugamano sporco di sangue. Era mortificante pensare che i due se ne fossero probabilmente accorti, ma Antonio non mi aveva lasciato scelta: sapeva che fossi mestruata, eppure non gli importava nulla.
Dopo averli lasciati in modo sbrigativo, scesi le scale quasi correndo. Superai la reception cercando di evitare i sorrisi sarcastici dei due addetti: appena fuori dall'hotel, emisi un sospiro di sollievo, pronta a rientrare nei panni della brava ragazza.
Rientrai a casa affrettando il passo, fingendo con me stessa che non fosse accaduto nulla; ma mentre infilavo le chiavi nella toppa, il telefono vibrò. Un messaggio di Tommaso: «Spero che tu stia meglio. Sono passato sotto casa tua dieci minuti fa e le luci erano tutte spente. Sei già nel mondo dei sogni, piccola?»
Il sangue mi si ghiacciò nelle vene. Lui era stato lì. E io ero appena tornata.
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