Sonia & Tommaso - Capitolo 60: Il Conto
di
Sonia e Tommaso
genere
tradimenti
Alzandomi dal tavolo, lasciai Tommaso assorto nei suoi pensieri. Ogni passo verso il bagno era un’onda di eccitazione: sentivo lo sguardo del cameriere bruciare sulla pelle, mentre fissava il culo fasciato dal tubino nero. Gli risposi con un’occhiata furtiva, segnale che suonava quasi come un invito.
Il bagno era piccolo e pulito, ma la mia mente lo trasformò in un luogo di peccato. Sistemando il trucco davanti allo specchio, sperai che avrebbe avuto il coraggio; non avevo alcuna certezza, ma l’istinto era sicuro di non sbagliare.
Sentii la porta aprirsi: senza voltarmi, avvertii la sua presenza, quel profumo maschile capace di tormentarmi durante tutta la cena. Fissai la sua immagine riflessa: era lì. I suoi occhi da predatore brillavano famelici. Per un istante il tempo si fermò, sospeso tra il ronzio del neon e il battito accelerato del mio cuore: eravamo due estranei complici di un’intesa brutale, immobili in una bolla di silenzio che pesava più di qualsiasi parola.
Senza dire nulla, mi afferrò la mano tirandomi nel bagno degli uomini e serrò la porta. Spinta contro il muro, sentivo i muscoli contratti in un groviglio di nervi e brividi, stretta tra il freddo delle piastrelle e il calore prepotente del suo corpo.
Subito le nostre labbra si unirono in un bacio che sapeva di desiderio primitivo. Avvolsi le braccia attorno al suo collo taurino, mentre lui, abilmente, faceva scivolare la zip del vestito: il tubino scivolò via, cadendo a terra in un fruscio quasi impercettibile.
Mi voltò come fossi una bambola di pezza, scostando brutalmente il perizoma, quasi a lacerarlo: ero nuda, esposta, con il suo fiato caldo sopra le spalle e le dita a stuzzicare il clitoride fino a farmi impazzire.
Piegata in avanti con le mani al muro, avvertii il suo cazzo premere contro l’ano. Era grosso, duro, imponente, e la sensazione del prepuzio strusciato contro lo sfintere, deliziosa.
«Ti farò male» sussurrò con voce roca. Non era una domanda, ma un’affermazione.
Potevo sentire il rumore dei piatti in sala, la musica, la gente che rideva. Percepivo Tommaso, seduto a pochi metri da me. L’idea di essere posseduta in quel cesso, a un passo da lui, aveva una carica erotica incredibile.
Lo volevo e, in un sussulto di desiderio, spinsi indietro il bacino. Lui non attese oltre ed entrò in un colpo solo. Un gemito lungo mi esplose tra le labbra. Sentii un dolore acuto, atroce, trasformarsi gradualmente in un piacere indescrivibile.
Fu un amplesso veloce, selvaggio: con le mani puntate al muro incassai i suoi affondi, fino a sentire il retto inondarsi di sperma. Venne con un ruggito sordo, quasi animalesco, spingendo il cazzo fino alla radice.
Svuotato, si accostò al mio orecchio e grugnì: «Tanto sei bella, tanto sei troia». Gli risposi con un sorriso carico di soddisfazione: lo sapevo perfettamente. Ritraendosi con un ghigno stampato in faccia, aggiunse: «Ora puoi tornare dal tuo amore».
Dopodiché solo il rumore della zip, seguito da quello della porta che si apriva per poi chiudersi rapidamente. Rimasi appoggiata contro le piastrelle, con la testa che girava, le gambe scosse dai tremiti e l’ano dolorante dal quale colava un rivolo di sborra.
Dopo essermi rivestita, nonostante il volto acceso da un rossore febbrile e gli occhi lucidi, apparivo come la solita Sonia: ma sotto la seta, ero una peccatrice che aveva appena consumato un tradimento brutale a pochi metri dal proprio fidanzato.
Tornai al tavolo. «Tutto bene, amore? Sei rimasta via un bel po’» osservò Tommaso, studiando il mio viso con un’espressione incerta. «Sì... c’era fila... e poi ho perso tempo con il trucco» balbettai, sorpresa da quella constatazione. Una scusa fragile, pronunciata con una voce troppo vacillante per essere credibile. Fissandomi, indugiò sulle guance: «Sei tutta rossa, Sonia. Ti senti bene?».
«Il vino, credo» risposi, sedendo con il culetto indolenzito. Prima che aggiungesse altro, mi sporsi verso di lui e lo baciai: un bacio dolce, affettuoso, con ancora il sapore di quell’altro sulle labbra e lo sperma, caldo e viscido, ad imbrattare il perizoma.
Tommaso annuì poco convinto ma scelse di non indagare oltre; quella sua fiducia, così cieca e assoluta, faceva quasi tenerezza.
La cena proseguì, e al momento del caffè, il cameriere si ripresentò al tavolo:
«Spero che tutto sia stato di vostro gradimento» disse, con un’enfasi impercettibile sulla parola “tutto”.
Lo fissai con un lampo d’intesa: «Grazie, tutto sublime» risposi abbassando lo sguardo sul suo pacco con un sorriso malizioso; questo mentre l’ignaro Tommaso gli porgeva la carta di credito e una banconota da venti euro come mancia.
Accarezzati dalla brezza serale, uscimmo dal ristorante abbracciati.
Nonostante la frescura, il brivido che sentivo era tutto interiore: l'azzardo, la menzogna, ma soprattutto quel piacere fisico che solo il sesso sapeva darmi.
Un ghigno silenzioso mi scosse al pensiero che Tommaso, pagando il conto, avesse dato la mancia proprio a colui che si era appena inculato la sua ragazza; come a volerlo ripagare, involontariamente, per il servizio di cui avevo goduto.
Quasi a voler suggellare la nostra apparente riappacificazione e concludere degnamente quella "romantica" serata, senza chiedere, Tommaso si fermò nel parcheggio dove eravamo soliti fare l’amore. Forse per un senso di colpa, o perché in fondo provavo tenerezza per lui, nonostante l’ora tarda non obbiettai.
Spento il motore, nell'abitacolo rimase solo il suono dei nostri respiri. Tommaso si voltò a baciarmi con una foga inaspettata, quasi volesse rivendicare un territorio che intuiva sfuggirgli. Sentivo le sue mani muoversi con un’urgenza nuova, e cercare la mia pelle sotto il tubino.
Quando sentii abbassare le mutandine e vidi che stava per buttarsi con la faccia tra le mie gambe, lo bloccai: «No, amore... mi è appena passato il ciclo, meglio di no» mormorai. Chissà, pensai perfidamente, se gli sarebbe piaciuto assaggiare la sborra di un altro uomo.
Non saprei dire se fosse l'ebbrezza a rendermi così calda e ricettiva, ma ero eccitata. Lo accolsi guidandolo dentro di me e, malgrado il suo cazzettino, emisi un gemito: un piacere reale, nutrito forse dall’adulterio del ristorante.
«Sei così eccitata stasera...» ansimò lui, muovendosi piano per non venire precocemente. «Perché sei contenta che io parta, Sonia? Ti vedrai con qualcuno?» «Ma cosa dici...» risposi, inarcando la schiena per accogliere quel poco che poteva darmi. «Tua madre dice che Antonio è un bel ragazzo... esci con lui?» «Perché chiedi di Antonio proprio ora?»
Le sue domande non avevano l’ombra dell’astio, ma il peso dell’eccitazione. La gelosia lo rendeva più uomo, mentre io godevo dell’assurdo: farmi scopare dal mio ragazzo, mentre il nome di uno dei miei amanti aleggiava tra noi come un profumo proibito. Prima ancora di finire la frase era già venuto dentro di me: non per sua scelta, ma costretto dalle mie gambe, serrate attorno ai suoi fianchi per impedirgli di ritrarsi.
Era la sua prima volta poveretto, e per rassicurarlo gli dissi che non correvamo alcun pericolo.
Stretti in un’intimità calda e inusuale, avvolta dal calore del suo corpo, ne sentivo il battito martellare contro il petto.
Con dolcezza, accarezzandogli i capelli, tornai sulla domanda: «Perché mi hai chiesto di Antonio?».
Tommaso, in una classica reazione post-coitale, si lasciò vincere dalla vergogna. Quasi smarrito chiese scusa, ma lo strinsi più forte per non lasciarlo scappare. «Ti piacerebbe?» gli chiesi a bruciapelo, caricando la voce di tutta la malizia e l’ambiguità che avevo in corpo. «Ti piacerebbe vedermi, o anche solo sapermi, con un altro ragazzo?».
Lo fissai negli occhi, accarezzandogli il viso. «Amore... se questo è il tuo desiderio, non devi mica vergognarti» sussurrai, con quella voce che si usa per rassicurare un bambino. «Succede che un uomo abbia certe fantasie». Lui rimase in silenzio, sospeso tra l’imbarazzo e una verità che faticava a confessare a se stesso.
Poi, facendosi coraggio, mormorò: «Sonia, ultimamente sembri diversa... anche le ragazze se ne sono accorte. Frequenti qualcuno? Amore, ti prego dimmelo». Non risposi. Lo lasciai rosolare nel dubbio, limitandomi a studiarlo con una piccola increspatura maliziosa sulle labbra. Lo tenni lì, appeso a quel mezzo sorriso, prima di colpire ancora: «E se anche fosse? Ti piacerebbe?».
Gli sfiorai il labbro inferiore col pollice, godendo del suo sussulto. «Ti piacerebbe sentirmi dire che esco con qualcuno? Che mentre sei via non resto sola, ma sono con un ragazzo che sa farmi divertire?». Gli rivolsi una smorfia furba che non prometteva nulla di buono. «Saresti geloso, amore, o saresti curioso di sapere cosa abbiamo fatto?».
L’espressione sul suo volto, ma soprattutto il risveglio del cazzo tra le mie cosce, diedero la risposta che cercavo. Era quasi miracoloso: Tommaso non recuperava mai l’erezione subito dopo un amplesso, eppure l’idea di un mio ipotetico tradimento lo stava risvegliando. Gli sorrisi con una tenerezza enorme, sincera. Il suo volto si era acceso di un entusiasmo nuovo, impossibile da celare; una luce che gli scaldava i lineamenti.
Mi baciò con un’insolita passione, quasi un impeto di gratitudine per avergli permesso di affacciarsi su quell’abisso senza sentirsi giudicato. Quando ci staccammo, gli toccai amorevolmente la punta del naso e, sorridendo, gli ricordai che si era fatto tardi: l'indomani ci attendeva una giornata lavorativa.
Lui annuì, ma i suoi occhi brillavano febbrilmente, mentre le mani gli tremavano nel riaccendere il motore. Durante il tragitto non riuscì a tacere: «Ma quindi... è successo davvero? Ti incontri con qualcuno? Si tratta di questo Antonio? Dimmi almeno se lo hai baciato, Sonia... o se ci hai fatto qualcosa... si insomma, capisci...». Le sue domande cadevano nell'abitacolo come gocce di pioggia su una lastra di metallo rovente, veloci e insistenti.
Mi limitai a stringergli il braccio, appoggiando la testa sulla sua spalla e strofinando il seno contro il tessuto della giacca; sentendomi una piccola troia maliziosa, orgogliosa di quel potere che stavo esercitando su di lui.
Giunti davanti a casa, Tommaso spense il motore e con impazienza le sue labbra cercarono le mie.
«Ti prego amore, dimmi solo sì o no... non ti chiedo altro» sussurrò staccandosi con il fiato corto.
Lo fissai in silenzio, lasciando che la mia espressione ambigua parlasse per me, prima di scivolare fuori dall'auto e lasciarlo lì, nel buio, a bruciare nella sua stessa eccitazione.
Entrai cercando di non fare rumore, ma la luce del salotto tagliava ancora l’oscurità dell’ingresso.
Mio padre era sprofondato in poltrona, lo sguardo fisso sul giornale, mentre mamma sorseggiava una tisana che emanava un vapore dolciastro. Alzarono lo sguardo all’unisono, studiando la mia figura sulla soglia. «Com’è andata la cena?» chiese lei, la voce pacata che galleggiava nel silenzio della stanza.
«Bene, tutto perfetto» risposi, sforzandomi di mantenere il tono fermo. Ogni passo verso di loro era un piccolo calvario di piacere e dolore; sentivo il bruciore tra le natiche farsi più acuto a ogni movimento. «Siamo stanchi, e poi Tommaso parte domenica per lavoro» aggiunsi frettolosa, offrendo quella giustificazione come uno scudo per evitare che i loro occhi indugiassero troppo sul viso acceso o sul disordine invisibile che portavo dentro.
Dopo averli salutati e augurato la buonanotte, raggiunsi finalmente la mia cameretta. Chiusa la porta alle spalle, lasciai che il silenzio mi avvolgesse. Prima Sergio, poi il cameriere di cui nemmeno conoscevo il nome, e infine Tommaso: era stata indubbiamente una giornata intensa, conclusa felicemente con un’ammissione che apriva scenari a dir poco interessanti.
In un fruscio di seta lasciai cadere il tubino e, dopo aver scalciato le scarpe, sfilai il perizoma: era in condizioni pietose, con vistose striature di sborra a contrastare il pizzo nero. Inevitabilmente ripensai a Chiara e a quanto avevo scoperto: due straniere sotto lo stesso tetto, ognuna con addosso il proprio sapore di sesso proibito.
Scivolai tra le lenzuola nuda e senza lavarmi, lasciando che l'odore di maschio accompagnasse il mio sonno; come un marchio impresso sulla pelle.
Il bagno era piccolo e pulito, ma la mia mente lo trasformò in un luogo di peccato. Sistemando il trucco davanti allo specchio, sperai che avrebbe avuto il coraggio; non avevo alcuna certezza, ma l’istinto era sicuro di non sbagliare.
Sentii la porta aprirsi: senza voltarmi, avvertii la sua presenza, quel profumo maschile capace di tormentarmi durante tutta la cena. Fissai la sua immagine riflessa: era lì. I suoi occhi da predatore brillavano famelici. Per un istante il tempo si fermò, sospeso tra il ronzio del neon e il battito accelerato del mio cuore: eravamo due estranei complici di un’intesa brutale, immobili in una bolla di silenzio che pesava più di qualsiasi parola.
Senza dire nulla, mi afferrò la mano tirandomi nel bagno degli uomini e serrò la porta. Spinta contro il muro, sentivo i muscoli contratti in un groviglio di nervi e brividi, stretta tra il freddo delle piastrelle e il calore prepotente del suo corpo.
Subito le nostre labbra si unirono in un bacio che sapeva di desiderio primitivo. Avvolsi le braccia attorno al suo collo taurino, mentre lui, abilmente, faceva scivolare la zip del vestito: il tubino scivolò via, cadendo a terra in un fruscio quasi impercettibile.
Mi voltò come fossi una bambola di pezza, scostando brutalmente il perizoma, quasi a lacerarlo: ero nuda, esposta, con il suo fiato caldo sopra le spalle e le dita a stuzzicare il clitoride fino a farmi impazzire.
Piegata in avanti con le mani al muro, avvertii il suo cazzo premere contro l’ano. Era grosso, duro, imponente, e la sensazione del prepuzio strusciato contro lo sfintere, deliziosa.
«Ti farò male» sussurrò con voce roca. Non era una domanda, ma un’affermazione.
Potevo sentire il rumore dei piatti in sala, la musica, la gente che rideva. Percepivo Tommaso, seduto a pochi metri da me. L’idea di essere posseduta in quel cesso, a un passo da lui, aveva una carica erotica incredibile.
Lo volevo e, in un sussulto di desiderio, spinsi indietro il bacino. Lui non attese oltre ed entrò in un colpo solo. Un gemito lungo mi esplose tra le labbra. Sentii un dolore acuto, atroce, trasformarsi gradualmente in un piacere indescrivibile.
Fu un amplesso veloce, selvaggio: con le mani puntate al muro incassai i suoi affondi, fino a sentire il retto inondarsi di sperma. Venne con un ruggito sordo, quasi animalesco, spingendo il cazzo fino alla radice.
Svuotato, si accostò al mio orecchio e grugnì: «Tanto sei bella, tanto sei troia». Gli risposi con un sorriso carico di soddisfazione: lo sapevo perfettamente. Ritraendosi con un ghigno stampato in faccia, aggiunse: «Ora puoi tornare dal tuo amore».
Dopodiché solo il rumore della zip, seguito da quello della porta che si apriva per poi chiudersi rapidamente. Rimasi appoggiata contro le piastrelle, con la testa che girava, le gambe scosse dai tremiti e l’ano dolorante dal quale colava un rivolo di sborra.
Dopo essermi rivestita, nonostante il volto acceso da un rossore febbrile e gli occhi lucidi, apparivo come la solita Sonia: ma sotto la seta, ero una peccatrice che aveva appena consumato un tradimento brutale a pochi metri dal proprio fidanzato.
Tornai al tavolo. «Tutto bene, amore? Sei rimasta via un bel po’» osservò Tommaso, studiando il mio viso con un’espressione incerta. «Sì... c’era fila... e poi ho perso tempo con il trucco» balbettai, sorpresa da quella constatazione. Una scusa fragile, pronunciata con una voce troppo vacillante per essere credibile. Fissandomi, indugiò sulle guance: «Sei tutta rossa, Sonia. Ti senti bene?».
«Il vino, credo» risposi, sedendo con il culetto indolenzito. Prima che aggiungesse altro, mi sporsi verso di lui e lo baciai: un bacio dolce, affettuoso, con ancora il sapore di quell’altro sulle labbra e lo sperma, caldo e viscido, ad imbrattare il perizoma.
Tommaso annuì poco convinto ma scelse di non indagare oltre; quella sua fiducia, così cieca e assoluta, faceva quasi tenerezza.
La cena proseguì, e al momento del caffè, il cameriere si ripresentò al tavolo:
«Spero che tutto sia stato di vostro gradimento» disse, con un’enfasi impercettibile sulla parola “tutto”.
Lo fissai con un lampo d’intesa: «Grazie, tutto sublime» risposi abbassando lo sguardo sul suo pacco con un sorriso malizioso; questo mentre l’ignaro Tommaso gli porgeva la carta di credito e una banconota da venti euro come mancia.
Accarezzati dalla brezza serale, uscimmo dal ristorante abbracciati.
Nonostante la frescura, il brivido che sentivo era tutto interiore: l'azzardo, la menzogna, ma soprattutto quel piacere fisico che solo il sesso sapeva darmi.
Un ghigno silenzioso mi scosse al pensiero che Tommaso, pagando il conto, avesse dato la mancia proprio a colui che si era appena inculato la sua ragazza; come a volerlo ripagare, involontariamente, per il servizio di cui avevo goduto.
Quasi a voler suggellare la nostra apparente riappacificazione e concludere degnamente quella "romantica" serata, senza chiedere, Tommaso si fermò nel parcheggio dove eravamo soliti fare l’amore. Forse per un senso di colpa, o perché in fondo provavo tenerezza per lui, nonostante l’ora tarda non obbiettai.
Spento il motore, nell'abitacolo rimase solo il suono dei nostri respiri. Tommaso si voltò a baciarmi con una foga inaspettata, quasi volesse rivendicare un territorio che intuiva sfuggirgli. Sentivo le sue mani muoversi con un’urgenza nuova, e cercare la mia pelle sotto il tubino.
Quando sentii abbassare le mutandine e vidi che stava per buttarsi con la faccia tra le mie gambe, lo bloccai: «No, amore... mi è appena passato il ciclo, meglio di no» mormorai. Chissà, pensai perfidamente, se gli sarebbe piaciuto assaggiare la sborra di un altro uomo.
Non saprei dire se fosse l'ebbrezza a rendermi così calda e ricettiva, ma ero eccitata. Lo accolsi guidandolo dentro di me e, malgrado il suo cazzettino, emisi un gemito: un piacere reale, nutrito forse dall’adulterio del ristorante.
«Sei così eccitata stasera...» ansimò lui, muovendosi piano per non venire precocemente. «Perché sei contenta che io parta, Sonia? Ti vedrai con qualcuno?» «Ma cosa dici...» risposi, inarcando la schiena per accogliere quel poco che poteva darmi. «Tua madre dice che Antonio è un bel ragazzo... esci con lui?» «Perché chiedi di Antonio proprio ora?»
Le sue domande non avevano l’ombra dell’astio, ma il peso dell’eccitazione. La gelosia lo rendeva più uomo, mentre io godevo dell’assurdo: farmi scopare dal mio ragazzo, mentre il nome di uno dei miei amanti aleggiava tra noi come un profumo proibito. Prima ancora di finire la frase era già venuto dentro di me: non per sua scelta, ma costretto dalle mie gambe, serrate attorno ai suoi fianchi per impedirgli di ritrarsi.
Era la sua prima volta poveretto, e per rassicurarlo gli dissi che non correvamo alcun pericolo.
Stretti in un’intimità calda e inusuale, avvolta dal calore del suo corpo, ne sentivo il battito martellare contro il petto.
Con dolcezza, accarezzandogli i capelli, tornai sulla domanda: «Perché mi hai chiesto di Antonio?».
Tommaso, in una classica reazione post-coitale, si lasciò vincere dalla vergogna. Quasi smarrito chiese scusa, ma lo strinsi più forte per non lasciarlo scappare. «Ti piacerebbe?» gli chiesi a bruciapelo, caricando la voce di tutta la malizia e l’ambiguità che avevo in corpo. «Ti piacerebbe vedermi, o anche solo sapermi, con un altro ragazzo?».
Lo fissai negli occhi, accarezzandogli il viso. «Amore... se questo è il tuo desiderio, non devi mica vergognarti» sussurrai, con quella voce che si usa per rassicurare un bambino. «Succede che un uomo abbia certe fantasie». Lui rimase in silenzio, sospeso tra l’imbarazzo e una verità che faticava a confessare a se stesso.
Poi, facendosi coraggio, mormorò: «Sonia, ultimamente sembri diversa... anche le ragazze se ne sono accorte. Frequenti qualcuno? Amore, ti prego dimmelo». Non risposi. Lo lasciai rosolare nel dubbio, limitandomi a studiarlo con una piccola increspatura maliziosa sulle labbra. Lo tenni lì, appeso a quel mezzo sorriso, prima di colpire ancora: «E se anche fosse? Ti piacerebbe?».
Gli sfiorai il labbro inferiore col pollice, godendo del suo sussulto. «Ti piacerebbe sentirmi dire che esco con qualcuno? Che mentre sei via non resto sola, ma sono con un ragazzo che sa farmi divertire?». Gli rivolsi una smorfia furba che non prometteva nulla di buono. «Saresti geloso, amore, o saresti curioso di sapere cosa abbiamo fatto?».
L’espressione sul suo volto, ma soprattutto il risveglio del cazzo tra le mie cosce, diedero la risposta che cercavo. Era quasi miracoloso: Tommaso non recuperava mai l’erezione subito dopo un amplesso, eppure l’idea di un mio ipotetico tradimento lo stava risvegliando. Gli sorrisi con una tenerezza enorme, sincera. Il suo volto si era acceso di un entusiasmo nuovo, impossibile da celare; una luce che gli scaldava i lineamenti.
Mi baciò con un’insolita passione, quasi un impeto di gratitudine per avergli permesso di affacciarsi su quell’abisso senza sentirsi giudicato. Quando ci staccammo, gli toccai amorevolmente la punta del naso e, sorridendo, gli ricordai che si era fatto tardi: l'indomani ci attendeva una giornata lavorativa.
Lui annuì, ma i suoi occhi brillavano febbrilmente, mentre le mani gli tremavano nel riaccendere il motore. Durante il tragitto non riuscì a tacere: «Ma quindi... è successo davvero? Ti incontri con qualcuno? Si tratta di questo Antonio? Dimmi almeno se lo hai baciato, Sonia... o se ci hai fatto qualcosa... si insomma, capisci...». Le sue domande cadevano nell'abitacolo come gocce di pioggia su una lastra di metallo rovente, veloci e insistenti.
Mi limitai a stringergli il braccio, appoggiando la testa sulla sua spalla e strofinando il seno contro il tessuto della giacca; sentendomi una piccola troia maliziosa, orgogliosa di quel potere che stavo esercitando su di lui.
Giunti davanti a casa, Tommaso spense il motore e con impazienza le sue labbra cercarono le mie.
«Ti prego amore, dimmi solo sì o no... non ti chiedo altro» sussurrò staccandosi con il fiato corto.
Lo fissai in silenzio, lasciando che la mia espressione ambigua parlasse per me, prima di scivolare fuori dall'auto e lasciarlo lì, nel buio, a bruciare nella sua stessa eccitazione.
Entrai cercando di non fare rumore, ma la luce del salotto tagliava ancora l’oscurità dell’ingresso.
Mio padre era sprofondato in poltrona, lo sguardo fisso sul giornale, mentre mamma sorseggiava una tisana che emanava un vapore dolciastro. Alzarono lo sguardo all’unisono, studiando la mia figura sulla soglia. «Com’è andata la cena?» chiese lei, la voce pacata che galleggiava nel silenzio della stanza.
«Bene, tutto perfetto» risposi, sforzandomi di mantenere il tono fermo. Ogni passo verso di loro era un piccolo calvario di piacere e dolore; sentivo il bruciore tra le natiche farsi più acuto a ogni movimento. «Siamo stanchi, e poi Tommaso parte domenica per lavoro» aggiunsi frettolosa, offrendo quella giustificazione come uno scudo per evitare che i loro occhi indugiassero troppo sul viso acceso o sul disordine invisibile che portavo dentro.
Dopo averli salutati e augurato la buonanotte, raggiunsi finalmente la mia cameretta. Chiusa la porta alle spalle, lasciai che il silenzio mi avvolgesse. Prima Sergio, poi il cameriere di cui nemmeno conoscevo il nome, e infine Tommaso: era stata indubbiamente una giornata intensa, conclusa felicemente con un’ammissione che apriva scenari a dir poco interessanti.
In un fruscio di seta lasciai cadere il tubino e, dopo aver scalciato le scarpe, sfilai il perizoma: era in condizioni pietose, con vistose striature di sborra a contrastare il pizzo nero. Inevitabilmente ripensai a Chiara e a quanto avevo scoperto: due straniere sotto lo stesso tetto, ognuna con addosso il proprio sapore di sesso proibito.
Scivolai tra le lenzuola nuda e senza lavarmi, lasciando che l'odore di maschio accompagnasse il mio sonno; come un marchio impresso sulla pelle.
9
voti
voti
valutazione
6.7
6.7
Continua a leggere racconti dello stesso autore
racconto precedente
Sonia & Tommaso - Capitolo 59: Specchi di Vetro
Commenti dei lettori al racconto erotico