Sonia & Tommaso - Capitolo 53: La Domenica del Peccato
di
Sonia e Tommaso
genere
tradimenti
Quella domenica la calura era quasi insopportabile: la tipica mattina d’estate con l’aria spessa e umida. Appena uscita dalla doccia, indossai un vestitino di lino leggero, che nel giro di pochi minuti sentivo già appiccicato addosso come una seconda pelle. Lo stesso valeva per la biancheria intima, e il fastidioso assorbente.
Eravamo pronte: io, Chiara e i miei genitori. Tommaso e Francesco ci aspettavano già in chiesa. Inutile dire quanto i miei fossero orgogliosi di noi; non avrei mai trovato il coraggio di ferirli, ma allo stesso tempo non provavo alcun senso di colpa. Anzi, ne traevo un piacere perverso, quasi fosse proprio la loro ingenuità e la loro mentalità bigotta a spingermi oltre il limite.
Il sole picchiava forte e l’afa si faceva sempre più asfissiante, ma la mia mente non si fermava un istante, già impegnata a cercare una scusa per scappare nel pomeriggio: un malore improvviso o una telefonata urgente… Qualsiasi cosa piuttosto della solita noia.
Il ricordo della sera prima, di quel pompino umiliante nei cessi del pub, era vivo e maledettamente eccitante; e nonostante lo schifo e il rischio di essere scoperta, avrei voluto ripetere ancora un'esperienza del genere.
Non ero più la brava ragazza che tutti vedevano, ma una puttana che recitava una parte alla perfezione.
Quel giorno, persino la chiesa era rovente e la messa pareva non finire mai. Restavo seduta, immobile, percependo il lino fradicio aderire alle cosce, mentre Tommaso, accanto a me, sembrava seguire la funzione con interesse.
Ripensavo alle sue parole, quelle pronunciate quella notte in un momento di libidine, e di cui poi si era vergognato: «Non hai mai... desiderato farlo con un altro? Solo per vedere l'effetto che fa?». Perché le aveva dette? Non sembravano dettate da un sospetto, ma il frutto di un pensiero proibito. “Se solo avesse saputo…” pensai sorridendo tra me.
All’improvviso, il cellulare vibrò nella borsa e imbarazzata sbirciai di nascosto: era un messaggio di Nicola. Mamma lanciò subito un'occhiata severa, ma feci finta di nulla, rispondendo con un rapido: «Ti chiamo dopo» e richiusi la borsa.
Appena fuori dalla chiesa, allontanandomi di qualche passo e con il cuore che batteva all’impazzata per l’emozione, lo chiamai. Il desiderio di sentire la sua voce era troppo forte, e lui, al primo squillo rispose.
«Ciao Sonia,» disse con quella sua voce profonda che riusciva sempre a farmi fremere.
«Ciao,» risposi con un tono allegro, quasi infantile. «Come stai? Sei già tornato?»
«Da poco,» ribatté lui con una nota maliziosa. «E ho voglia di vederti e di scoparti.»
Bastarono quelle poche parole a farmi bagnare all'istante.
«Nicola, sei pazzo!» dissi ridendo piano. «Non puoi dirmi certe cose.»
«Perché no? Tu non ne hai voglia?»
«Lo sai che ti voglio. Ma è domenica e sono con la mia famiglia. Non so proprio come fare.»
«Non preoccuparti, ho io la soluzione,» propose con la sua solita sicurezza. «Raggiungimi in ufficio verso le 16. E se non riesci a liberarti di Tommaso... porta anche lui.»
Rimasi senza fiato. Non potevo credere che fosse così sfacciato da volermi lì insieme al mio fidanzato, anche se la proposta era terribilmente elettrizzante.
«Nicola, scherzi?» esclamai soffocando una risata. «Non posso portarlo, è assurdo!»
«Non temere, non succederà nulla. Sarà come un piccolo gioco: un'esperienza che non dimenticherai.»
Lo sbigottimento durò solo un attimo, subito sommerso da una libidine violenta. La prospettiva di fare sesso con lui mentre Tommaso restava lì, ignaro di tutto, era conturbante. Sentivo i capezzoli farsi duri contro il lino del vestito.
«Va bene,» sussurrai con voce bassa. «Ci vediamo dopo.»
Riattaccai sentendomi improvvisamente sollevata. La calura era sparita, sostituita dall’adrenalina. Il cellulare vibrò di nuovo: l'indirizzo dell'ufficio a Cremona si materializzò sullo schermo.
Era tutto vero, e tornando verso gli altri, sentii un tremito alle gambe .
I miei e Chiara con Francesco si erano già incamminati, lasciando solo Tommaso a fissarmi da lontano, con un'espressione confusa a ombrargli il viso. Gli andai incontro sorridendo, attenta a non dare troppo a vedere la gioia che provavo.
«Tommaso, tesoro,» dissi con tono dolce e melodioso, «ho una notizia fantastica. Era Nicola: mi aspetta già oggi nel suo ufficio per definire i dettagli dell'offerta!»
Il suo viso si illuminò all'istante, di un'ingenuità disarmante; una gioia così pura da farmi sentire, per un secondo, una merda.
«Oh, Sonia, è fantastico! Sono così felice per te!» esclamò. Poi, con l'entusiasmo di un ragazzino, aggiunse: «Ti accompagno! Sapevo che eri speciale, che il mondo si sarebbe accorto di te.»
Quella risposta, piuttosto scontata, ebbe l’effetto d’irritarmi ed accendermi al contempo. Non sapevo cosa avesse in mente Nicola, se stesse scherzando o se facesse sul serio, ma all'immaginarmi sua complice e vivere quell'esperienza, impazzivo dalla voglia.
Mano nella mano ci incamminammo verso casa. La sua purezza, quel candore e quella felicità stridevano contro ciò che avremmo vissuto poche ore dopo, creando un contrasto incredibile. Pareva di recitare in un film, con me nel ruolo della fidanzata perfetta.
«Quando pensi di dirlo ai tuoi?» chiese Tommaso, radioso. «Saranno molto contenti.»
«Non lo so,» risposi con un sorriso enigmatico. «Ma non prima di aver parlato con Nicola.»
L’idea di mentire ancora e alimentare quel gioco pericoloso, era come un fremito di puro piacere.
Il pranzo domenicale si svolse in un’atmosfera di serena normalità. I maschi parlavano di sport; le voci di mio padre, Tommaso e Francesco si accavallavano in un ronzio familiare. Dall'altra parte del tavolo io, mamma e Chiara discutevamo di pettegolezzi, tra sorrisi e sguardi d’intesa che celavano una noia soffocante.
Ma la mia mente era altrove, lontana da quella tavola imbandita: già da Nicola.
A stuzzicarmi era la sua aria autoritaria, quella sicurezza capace di farmi sentire protetta pur sapendo di rischiare tutto. Volevo il suo cazzo poderoso, sentirlo spingere dentro di me, incularmi fin nel profondo. La mia fica e il mio culo reclamavano la sua presenza.
Dopo pranzo, con una scusa corsi in bagno, presi una peretta, procedendo a un’accurata pulizia interna: dovevo essere pronta per Nicola. Ogni fibra del mio corpo era tesa, sensibile. Non misi l'assorbente, limitandomi al tampone per non avere ostacoli.
Il fervore era tale da farmi dimenticare la calura e persino Tommaso. La ragione era completamente offuscata.
Tornai in sala con un’espressione tranquilla, riprendendo a chiacchierare di banalità come se nulla fosse. Ma sotto il vestito di lino, il corpo era in fiamme.
Erano appena le 15:30, ma Tommaso aveva già iniziato a farmi fretta, ansioso di arrivare puntuale all'appuntamento; entusiasta e senza alcun sospetto.
Se invece avesse saputo che stava per accompagnare la sua fidanzata a farsi scopare da un altro uomo, cosa avrebbe fatto? Ogni tanto le sue parole tornavano involontariamente a riaffiorarmi nella mente: «Non hai mai... desiderato farlo con un altro? Solo per vedere l'effetto che fa?».
Assorta nei miei pensieri e intenta a dare l’ultima passata di lucidalabbra, vidi mia sorella apparire sulla porta, nuda dalla vita in giù, con i capelli spettinati e le guance arrossate. Si tamponava tra le gambe con dei fazzoletti di carta, e capii che Francesco le era venuto dentro.
Solo mezz’ora prima i miei genitori se n’erano andati per far visita a dei parenti; lei e Francesco avevano subito approfittato della loro assenza per rifugiarsi in camera.
Seduta sul bidet, incrociò il mio sguardo nello specchio. Ne nacque una risata complice: non c’era giudizio, solo l’intesa silenziosa di due sorelle che dividevano un piccolo segreto.
Voltandomi le diedi un bacio sulla fronte, e la lasciai per raggiungere il mio fidanzato cornuto.
Lui era in salotto, impaziente, il volto radioso per un’ingenua felicità. Gli andai incontro, lo baciai con una dolcezza che sapeva di tradimento e ci incamminammo per uscire.
Il mio corpo era già pronto, la fica grondava. Ero zuppa, persa nel desiderio di ciò che stava per accadere.
Eravamo pronte: io, Chiara e i miei genitori. Tommaso e Francesco ci aspettavano già in chiesa. Inutile dire quanto i miei fossero orgogliosi di noi; non avrei mai trovato il coraggio di ferirli, ma allo stesso tempo non provavo alcun senso di colpa. Anzi, ne traevo un piacere perverso, quasi fosse proprio la loro ingenuità e la loro mentalità bigotta a spingermi oltre il limite.
Il sole picchiava forte e l’afa si faceva sempre più asfissiante, ma la mia mente non si fermava un istante, già impegnata a cercare una scusa per scappare nel pomeriggio: un malore improvviso o una telefonata urgente… Qualsiasi cosa piuttosto della solita noia.
Il ricordo della sera prima, di quel pompino umiliante nei cessi del pub, era vivo e maledettamente eccitante; e nonostante lo schifo e il rischio di essere scoperta, avrei voluto ripetere ancora un'esperienza del genere.
Non ero più la brava ragazza che tutti vedevano, ma una puttana che recitava una parte alla perfezione.
Quel giorno, persino la chiesa era rovente e la messa pareva non finire mai. Restavo seduta, immobile, percependo il lino fradicio aderire alle cosce, mentre Tommaso, accanto a me, sembrava seguire la funzione con interesse.
Ripensavo alle sue parole, quelle pronunciate quella notte in un momento di libidine, e di cui poi si era vergognato: «Non hai mai... desiderato farlo con un altro? Solo per vedere l'effetto che fa?». Perché le aveva dette? Non sembravano dettate da un sospetto, ma il frutto di un pensiero proibito. “Se solo avesse saputo…” pensai sorridendo tra me.
All’improvviso, il cellulare vibrò nella borsa e imbarazzata sbirciai di nascosto: era un messaggio di Nicola. Mamma lanciò subito un'occhiata severa, ma feci finta di nulla, rispondendo con un rapido: «Ti chiamo dopo» e richiusi la borsa.
Appena fuori dalla chiesa, allontanandomi di qualche passo e con il cuore che batteva all’impazzata per l’emozione, lo chiamai. Il desiderio di sentire la sua voce era troppo forte, e lui, al primo squillo rispose.
«Ciao Sonia,» disse con quella sua voce profonda che riusciva sempre a farmi fremere.
«Ciao,» risposi con un tono allegro, quasi infantile. «Come stai? Sei già tornato?»
«Da poco,» ribatté lui con una nota maliziosa. «E ho voglia di vederti e di scoparti.»
Bastarono quelle poche parole a farmi bagnare all'istante.
«Nicola, sei pazzo!» dissi ridendo piano. «Non puoi dirmi certe cose.»
«Perché no? Tu non ne hai voglia?»
«Lo sai che ti voglio. Ma è domenica e sono con la mia famiglia. Non so proprio come fare.»
«Non preoccuparti, ho io la soluzione,» propose con la sua solita sicurezza. «Raggiungimi in ufficio verso le 16. E se non riesci a liberarti di Tommaso... porta anche lui.»
Rimasi senza fiato. Non potevo credere che fosse così sfacciato da volermi lì insieme al mio fidanzato, anche se la proposta era terribilmente elettrizzante.
«Nicola, scherzi?» esclamai soffocando una risata. «Non posso portarlo, è assurdo!»
«Non temere, non succederà nulla. Sarà come un piccolo gioco: un'esperienza che non dimenticherai.»
Lo sbigottimento durò solo un attimo, subito sommerso da una libidine violenta. La prospettiva di fare sesso con lui mentre Tommaso restava lì, ignaro di tutto, era conturbante. Sentivo i capezzoli farsi duri contro il lino del vestito.
«Va bene,» sussurrai con voce bassa. «Ci vediamo dopo.»
Riattaccai sentendomi improvvisamente sollevata. La calura era sparita, sostituita dall’adrenalina. Il cellulare vibrò di nuovo: l'indirizzo dell'ufficio a Cremona si materializzò sullo schermo.
Era tutto vero, e tornando verso gli altri, sentii un tremito alle gambe .
I miei e Chiara con Francesco si erano già incamminati, lasciando solo Tommaso a fissarmi da lontano, con un'espressione confusa a ombrargli il viso. Gli andai incontro sorridendo, attenta a non dare troppo a vedere la gioia che provavo.
«Tommaso, tesoro,» dissi con tono dolce e melodioso, «ho una notizia fantastica. Era Nicola: mi aspetta già oggi nel suo ufficio per definire i dettagli dell'offerta!»
Il suo viso si illuminò all'istante, di un'ingenuità disarmante; una gioia così pura da farmi sentire, per un secondo, una merda.
«Oh, Sonia, è fantastico! Sono così felice per te!» esclamò. Poi, con l'entusiasmo di un ragazzino, aggiunse: «Ti accompagno! Sapevo che eri speciale, che il mondo si sarebbe accorto di te.»
Quella risposta, piuttosto scontata, ebbe l’effetto d’irritarmi ed accendermi al contempo. Non sapevo cosa avesse in mente Nicola, se stesse scherzando o se facesse sul serio, ma all'immaginarmi sua complice e vivere quell'esperienza, impazzivo dalla voglia.
Mano nella mano ci incamminammo verso casa. La sua purezza, quel candore e quella felicità stridevano contro ciò che avremmo vissuto poche ore dopo, creando un contrasto incredibile. Pareva di recitare in un film, con me nel ruolo della fidanzata perfetta.
«Quando pensi di dirlo ai tuoi?» chiese Tommaso, radioso. «Saranno molto contenti.»
«Non lo so,» risposi con un sorriso enigmatico. «Ma non prima di aver parlato con Nicola.»
L’idea di mentire ancora e alimentare quel gioco pericoloso, era come un fremito di puro piacere.
Il pranzo domenicale si svolse in un’atmosfera di serena normalità. I maschi parlavano di sport; le voci di mio padre, Tommaso e Francesco si accavallavano in un ronzio familiare. Dall'altra parte del tavolo io, mamma e Chiara discutevamo di pettegolezzi, tra sorrisi e sguardi d’intesa che celavano una noia soffocante.
Ma la mia mente era altrove, lontana da quella tavola imbandita: già da Nicola.
A stuzzicarmi era la sua aria autoritaria, quella sicurezza capace di farmi sentire protetta pur sapendo di rischiare tutto. Volevo il suo cazzo poderoso, sentirlo spingere dentro di me, incularmi fin nel profondo. La mia fica e il mio culo reclamavano la sua presenza.
Dopo pranzo, con una scusa corsi in bagno, presi una peretta, procedendo a un’accurata pulizia interna: dovevo essere pronta per Nicola. Ogni fibra del mio corpo era tesa, sensibile. Non misi l'assorbente, limitandomi al tampone per non avere ostacoli.
Il fervore era tale da farmi dimenticare la calura e persino Tommaso. La ragione era completamente offuscata.
Tornai in sala con un’espressione tranquilla, riprendendo a chiacchierare di banalità come se nulla fosse. Ma sotto il vestito di lino, il corpo era in fiamme.
Erano appena le 15:30, ma Tommaso aveva già iniziato a farmi fretta, ansioso di arrivare puntuale all'appuntamento; entusiasta e senza alcun sospetto.
Se invece avesse saputo che stava per accompagnare la sua fidanzata a farsi scopare da un altro uomo, cosa avrebbe fatto? Ogni tanto le sue parole tornavano involontariamente a riaffiorarmi nella mente: «Non hai mai... desiderato farlo con un altro? Solo per vedere l'effetto che fa?».
Assorta nei miei pensieri e intenta a dare l’ultima passata di lucidalabbra, vidi mia sorella apparire sulla porta, nuda dalla vita in giù, con i capelli spettinati e le guance arrossate. Si tamponava tra le gambe con dei fazzoletti di carta, e capii che Francesco le era venuto dentro.
Solo mezz’ora prima i miei genitori se n’erano andati per far visita a dei parenti; lei e Francesco avevano subito approfittato della loro assenza per rifugiarsi in camera.
Seduta sul bidet, incrociò il mio sguardo nello specchio. Ne nacque una risata complice: non c’era giudizio, solo l’intesa silenziosa di due sorelle che dividevano un piccolo segreto.
Voltandomi le diedi un bacio sulla fronte, e la lasciai per raggiungere il mio fidanzato cornuto.
Lui era in salotto, impaziente, il volto radioso per un’ingenua felicità. Gli andai incontro, lo baciai con una dolcezza che sapeva di tradimento e ci incamminammo per uscire.
Il mio corpo era già pronto, la fica grondava. Ero zuppa, persa nel desiderio di ciò che stava per accadere.
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