Sonia & Tommaso - Capitolo 61: Il Riflesso dell'Ombra

di
genere
tradimenti

Il risveglio mi colse avvolta dal calore delle lenzuola e dal ricordo di una serata frenetica. Stiracchiandomi con pigrizia, avvertii subito quel bruciore sordo: il marchio brutale del cameriere. Con le dita sfiorai l’ano, ancora sensibile e dilatato, sorridendo soddisfatta a quella piacevole sensazione.
Ripensai a Tommaso, ai discorsi sussurrati nell’oscurità dell’auto e a quell’erezione imprevista, nata dal sospetto che lo avessi tradito. Non era più solo il fidanzato; era diventato un territorio nuovo da esplorare, complice inconsapevole che chiedeva, pur temendo la risposta, di essere trascinato nel mio mondo.
Mentre il getto della doccia spazzava via l’odore di maschio, già pensavo alle prossime mosse: quello non sarebbe stato un giorno qualunque, fatto di noia e apparenze, ma un’occasione per alimentare il fuoco che Tommaso aveva appena iniziato a scoprire.
Sergio, con il suo fisico atletico e quel sorriso pulito da ragazzo perbene, era lo strumento ideale: non solo un amante con cui divertirmi, ma l'esca perfetta. Percepivo già il brivido di vederlo diventare l'ingrediente di un intrigo perverso, destinato a trasformare Tommaso in uno spettatore privilegiato.
Inaugurai la nuova strategia già quella mattina in ufficio, trasformando le ore di lavoro in un gioco di provocazioni studiate. Nell'inutile tentativo di concentrarsi sul lavoro, vedevo il collega perdersi ogni volta che, passandogli accanto, la gonnellina di seta lo sfiorava lasciando il mio profumo, o quando, chinata per prendere un faldone, gli offrivo un’audace visuale.
Durante la pausa pranzo, raggiungemmo il nostro angolo di paradiso con il sole che splendeva alto nel cielo, alimentando e riscaldando quella confidenza sensuale che ormai ci legava. Appena spento il motore, Sergio abbassò rapidamente i calzoni. Adoravo la sua prontezza, quella fame bruta che lo rendeva sempre scattante; fissai la verga già gonfia, lucida e pulsante, impaziente di sentirne di nuovo il sapore e la consistenza contro il palato.
Gli afferrai il cazzo, avvertendone il calore contro il palmo; rivolgendogli un sorriso carico di malizia, lo accolsi in bocca con un movimento lento, studiato per portarlo al limite. Sergio emise un gemito soffocato, affondando le dita tra i miei capelli. Glielo succhiai con avidità, lo sguardo fisso nel suo, gustando le contrazioni del suo viso stravolto dalla lussuria.
Prima che venisse, sfilai rapidamente le mutandine ormai zuppe del mio umore e lo pregai di scoparmi. Sotto di lui, serravo le gambe attorno ai suoi fianchi, incitandolo a non fermarsi. Sentivo il cazzo scorrere ritmicamente, avanti e indietro, spinto fin contro il collo dell'utero. L’orgasmo arrivò presto, violento, liberatorio; facendomi inarcare e tendere ogni singolo muscolo.
Rientrando verso l’ufficio, ci fermammo al solito bar per uno spuntino veloce. Divorai il mio tramezzino con un appetito vorace, come se quell’attività fisica avesse risvegliato una fame latente. Sergio, guardandomi compiaciuto, mi pulì un angolo della bocca con il pollice: un gesto apparentemente semplice, ma che rivelava tutta la nostra nuova, sensuale complicità.
Rientrammo al lavoro tenendoci per mano, incuranti di chi ci vedesse; sapevo che il mio tempo lì era contato e di conseguenza non davo più peso a cosa potessero pensare gli altri colleghi.
A metà pomeriggio, sfidando il pericolo di essere scoperti, ci chiudemmo in bagno: le sue mani risalirono lungo le mie cosce nude, trovando la fica oscenamente bagnata. Eravamo due complici in territorio nemico, ma era proprio il rischio a rendere tutto più eccitante.
Alle diciannove, dalla finestra dell’ufficio intravidi l’auto di Tommaso parcheggiata oltre il cancello scorrevole. Tutto procedeva secondo i piani: era lì, pronto a spiarmi tra il viavai dei camion e il brontolio dei motori al minimo.
Come programmato, uscii abbracciata a Sergio. In un angolo del piazzale, seminascosti dalla recinzione ma in posizione perfetta per essere visti dall’esterno, lasciai che lui mi stringesse a sé, baciandomi. Come veri amanti, restammo così per alcuni minuti, alternando risatine a tenere effusioni.
Era una messinscena deliziosa: porgere a Tommaso l’immagine di un’intimità sentimentale, qualcosa di molto più pericoloso del sesso puro. Sentivo il suo sguardo incollato su di noi, bruciare di quella gelosia che io stessa stavo seminando. Con un ultimo, prolungato bacio sulla bocca, mi staccai da lui sussurrando un «A domani» che vibrava di promesse.
Uscendo in strada, finsi di essermi accorta solo in quel momento dell’auto del mio fidanzato, avvicinandomi con l’aria di chi teme di essere stata sorpresa in flagrante.
Salii in macchina in silenzio, chiudendo la portiera con una lentezza studiata, come se prevedessi un rimprovero. Lo sguardo di Tommaso era fisso su di me, febbrile, carico di un’agitazione che faticava a dominare. Sentivo la sua tensione vibrare nell'abitacolo, rendendo l’aria quasi asfissiante.
«Sonia... ma che cazzo stavi facendo?» mormorò, con la voce rotta da un respiro corto. «Proprio con Sergio? Ora capisco perché mi ha riso in faccia l’altra sera!»
Voltandomi verso di lui, lasciai che la gonnellina scivolasse un po’ più su lungo le cosce. «Oh, ma figurati! Povero Sergio... è così giù di corda in questo periodo. La sua ragazza lo ha mollato e lui si sfoga con me. E per quella risata dell’altro giorno, non devi farci caso: era solo nervosismo, credimi. Lui non è cattivo, è solo per via del momento che sta attraversando.»
Lo sguardo di Tommaso cercava il mio con un’insistenza quasi dolorosa. «Vi stavate baciando, Sonia. Vi ho visti. Eravate stretti come due amanti e gli hai dato dei baci sulla bocca, cazzo! E magari con la lingua! Cosa intendi con “si sfoga con me”? Ci scopi?»
«Ma figurati! Erano solo baci di conforto, amore...» risposi, sfiorandogli il collo con la mano e un sorriso ambiguo increspato tra le labbra. «Era così disperato che non ho avuto il coraggio di scostarlo. È stato un momento di tenerezza, nulla di più. Non dovresti essere geloso; te lo assicuro, gli ho solo dato un po’ d’affetto.»
Sapevo che quella spiegazione, così palesemente falsa e maliziosa, era il carburante ideale per il suo tormento. Tommaso mise finalmente in moto, ma le sue mani tremavano sul volante. Durante il tragitto, invece di chiudersi in un rancoroso silenzio, continuò a incalzarmi, travolto da una curiosità morbosa che, certamente, lo stava eccitando a morte.
«Ma lui... lui ti desidera, vero? Lo si vede, sai?» chiedeva, lanciando occhiate continue alle mie labbra ancora lucide. «Sonia, dimmi la verità... c’è dell’altro tra voi?»
«Amore, ma cosa dici...» sospirai, simulando un finto imbarazzo ma gioendo dentro di me. Godevo nel vederlo così, sospeso tra il dolore del tradimento e l’estasi di immaginarmi tra le braccia di un altro. Lo stavo portando esattamente dove volevo: nell'abisso delizioso dove il sospetto diventa la più potente delle droghe.
A casa, dopo cena, la costante presenza dei miei genitori e la partita di coppa in tv impedirono un ulteriore interrogatorio. Nonostante giocasse proprio la sua squadra del cuore, lo vedevo distratto, irrequieto. Contrariamente al solito, il suo sguardo, anziché essere attratto dallo schermo, mi cercava continuamente.
Da vera stronza, pochi minuti prima che finisse il primo tempo, con la scusa di essere stanca lo salutai per andare a letto.
«A domani, amore... buonanotte; scusami ma sono distrutta» gli sussurrai, posandogli un bacio casto sulla guancia che sapeva di beffa.
Salii le scale lasciandolo lì, seduto sul divano a masticare la propria frustrazione e quel desiderio inespresso che lo stava consumando. Entrai in camera con il cuore leggero, assaporando la consapevolezza di averlo abbandonato a un'altra notte di tormento. Lui portava con sé il dubbio, io il sapore dei baci di Sergio e il brivido di un gioco che era appena iniziato.
scritto il
2026-02-15
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