Sonia & Tommaso - Capitolo 52: Lo Scudo dell'Innocenza
di
Sonia e Tommaso
genere
tradimenti
La noia della serata si era protratta fino a dopo mezzanotte. Nonostante la stanchezza, il mio corpo restava un miscuglio di emozioni contrastanti; l'unica nota capace di accendere un brivido era stata, paradossalmente, la perversione di Antonio.
Tommaso, come sempre, fermò la macchina nel nostro solito parcheggio isolato. «Solo qualche minuto, amore,» disse con il suo consueto tono dolce.
Annuii stringendomi a lui, recitando la parte della gattina affettuosa.
Ero esausta; non vedevo l’ora di tornare a casa per spogliarmi e togliere di dosso quella sgradevole sensazione di sporco. Ma in fondo, al mio fidanzato sempre così buono e gentile, glielo dovevo.
Dopo la brutalità di Antonio, sentivo la sua rassicurante innocenza come un rifugio caldo e protetto. In quel momento non stavo recitando una parte, ma ero tornata ad essere la sua fidanzata; anche se sporca dello sperma di un altro uomo.
Stretta tra le sue braccia, sentivo però che qualcosa lo turbava; un bisogno impellente di parlare, di confrontarsi. Difatti, dopo qualche tenera effusione, mi rivolse la domanda che temevo: «Amore, sei sicura che vada tutto bene?»
Cercava il mio sguardo, mentre il suo cuore batteva all'impazzata contro il mio petto. «Le ragazze dicono che ti vedono cambiata da quando siamo tornati dalla vacanza.»
Sentendomi in trappola, la mia mente trovò rapidamente una via d'uscita. «Ma no, amore. Non è nulla,» risposi, fingendo un'ombra di preoccupazione. «Sono solo un po' in ansia per il nuovo lavoro e a disagio perché non so come fare a licenziarmi da quello attuale. Tutto qui.»
Come sempre, lui scelse di credermi. «Oh, tesoro, ma non ti preoccupare,» disse prendendomi le mani. «È una reazione normale. Vedrai che andrà tutto bene, io sono qui con te e ti aiuterò. Se ti fa stare più serena, posso accompagnarti a parlare con il tuo capo. Vedrai che capirà.»
La sua ingenuità era disarmante, quasi dolorosa. Mi abbracciò forte, rassicurandomi con una dolcezza che non meritavo. E io, come ricompensa, decisi di fargli un delizioso pompino. Se lo meritava. La sua fiducia cieca e il suo amore restavano la mia unica salvezza, l'ultima barriera tra me e l'abisso.
Chinandomi su di lui, mentre le ombre del parcheggio isolato ci avvolgevano, gli slacciai il jeans e abbassai la cerniera. Il suo cazzo era già duro e leggermente bagnato, ma a farmi sorridere malignamente, fu il paragone mentale che feci con i miei amanti.
Antonio, Nicola, Mario e gli altri, erano tutt’altra cosa; il pisellino del mio Tommy al confronto faceva quasi tenerezza.
Prima di accoglierlo in bocca, passai lievemente la lingua su quella piccola cappella rosa, facendolo ansimare. Osservavo soddisfatta le espressioni dipinte sul suo viso, muovendomi con una maestria che fino a poco tempo prima non mi apparteneva; un’abilità affinata sul campo nelle ultime settimane.
Tommaso abbandonò la testa sul sedile, gemendo piano.
«Tesoro... dio, che brava che sei... mi fai impazzire,» sussurrò, con la voce rotta dall'eccitazione. «Sei diventata... bravissima. Faresti perdere la testa a qualunque uomo...»
Continuai, sentendo il suo corpo tendersi sotto le mie labbra. Poi, nel culmine del piacere, si lasciò sfuggire una frase buttata lì, un pensiero che sembrava essere scivolato fuori dal controllo della sua ragione: «Non hai mai... desiderato farlo con un altro? Solo per vedere l'effetto che fa?»
Non smisi. Lo guardai dal basso, con gli occhi fissi nei suoi, mentre lui veniva quasi istantaneamente nella mia bocca, sopraffatto da quel mix letale di piacere fisico e proibito mentale.
Restammo in silenzio per qualche istante, col solo rumore del suo respiro che tornava regolare. Pulendo lentamente le labbra con un fazzoletto, ruppi il ghiaccio fissando i suoi occhi con una finta curiosità. «Perché quella domanda, Tommaso?» chiesi, cercando di mantenere la voce ferma.
Lui arrossì violentemente, distogliendo lo sguardo verso il parabrezza. Il tipico ripensamento post-orgasmico lo stava già schiacciando sotto il peso della vergogna. «Scusa, amore... non so cosa mi sia preso,» balbettò imbarazzato, giocherellando con le chiavi dell'auto. «È una sciocchezza, una fantasia stupida, passata per la testa nel momento del piacere. Non farci caso, davvero. Tu sei mia, e io non vorrei mai vederti con nessun altro. Sono solo un idiota.»
Sorrisi e lo baciai teneramente, rassicurandolo. Ma dentro di me, un brivido gelido si mescolava al disgusto: se solo avesse saputo che la sua "fantasia stupida" era stata la mia realtà appena un'ora prima, tra l'odore di urina e il sudore di uno sconosciuto.
Tommaso, come sempre, fermò la macchina nel nostro solito parcheggio isolato. «Solo qualche minuto, amore,» disse con il suo consueto tono dolce.
Annuii stringendomi a lui, recitando la parte della gattina affettuosa.
Ero esausta; non vedevo l’ora di tornare a casa per spogliarmi e togliere di dosso quella sgradevole sensazione di sporco. Ma in fondo, al mio fidanzato sempre così buono e gentile, glielo dovevo.
Dopo la brutalità di Antonio, sentivo la sua rassicurante innocenza come un rifugio caldo e protetto. In quel momento non stavo recitando una parte, ma ero tornata ad essere la sua fidanzata; anche se sporca dello sperma di un altro uomo.
Stretta tra le sue braccia, sentivo però che qualcosa lo turbava; un bisogno impellente di parlare, di confrontarsi. Difatti, dopo qualche tenera effusione, mi rivolse la domanda che temevo: «Amore, sei sicura che vada tutto bene?»
Cercava il mio sguardo, mentre il suo cuore batteva all'impazzata contro il mio petto. «Le ragazze dicono che ti vedono cambiata da quando siamo tornati dalla vacanza.»
Sentendomi in trappola, la mia mente trovò rapidamente una via d'uscita. «Ma no, amore. Non è nulla,» risposi, fingendo un'ombra di preoccupazione. «Sono solo un po' in ansia per il nuovo lavoro e a disagio perché non so come fare a licenziarmi da quello attuale. Tutto qui.»
Come sempre, lui scelse di credermi. «Oh, tesoro, ma non ti preoccupare,» disse prendendomi le mani. «È una reazione normale. Vedrai che andrà tutto bene, io sono qui con te e ti aiuterò. Se ti fa stare più serena, posso accompagnarti a parlare con il tuo capo. Vedrai che capirà.»
La sua ingenuità era disarmante, quasi dolorosa. Mi abbracciò forte, rassicurandomi con una dolcezza che non meritavo. E io, come ricompensa, decisi di fargli un delizioso pompino. Se lo meritava. La sua fiducia cieca e il suo amore restavano la mia unica salvezza, l'ultima barriera tra me e l'abisso.
Chinandomi su di lui, mentre le ombre del parcheggio isolato ci avvolgevano, gli slacciai il jeans e abbassai la cerniera. Il suo cazzo era già duro e leggermente bagnato, ma a farmi sorridere malignamente, fu il paragone mentale che feci con i miei amanti.
Antonio, Nicola, Mario e gli altri, erano tutt’altra cosa; il pisellino del mio Tommy al confronto faceva quasi tenerezza.
Prima di accoglierlo in bocca, passai lievemente la lingua su quella piccola cappella rosa, facendolo ansimare. Osservavo soddisfatta le espressioni dipinte sul suo viso, muovendomi con una maestria che fino a poco tempo prima non mi apparteneva; un’abilità affinata sul campo nelle ultime settimane.
Tommaso abbandonò la testa sul sedile, gemendo piano.
«Tesoro... dio, che brava che sei... mi fai impazzire,» sussurrò, con la voce rotta dall'eccitazione. «Sei diventata... bravissima. Faresti perdere la testa a qualunque uomo...»
Continuai, sentendo il suo corpo tendersi sotto le mie labbra. Poi, nel culmine del piacere, si lasciò sfuggire una frase buttata lì, un pensiero che sembrava essere scivolato fuori dal controllo della sua ragione: «Non hai mai... desiderato farlo con un altro? Solo per vedere l'effetto che fa?»
Non smisi. Lo guardai dal basso, con gli occhi fissi nei suoi, mentre lui veniva quasi istantaneamente nella mia bocca, sopraffatto da quel mix letale di piacere fisico e proibito mentale.
Restammo in silenzio per qualche istante, col solo rumore del suo respiro che tornava regolare. Pulendo lentamente le labbra con un fazzoletto, ruppi il ghiaccio fissando i suoi occhi con una finta curiosità. «Perché quella domanda, Tommaso?» chiesi, cercando di mantenere la voce ferma.
Lui arrossì violentemente, distogliendo lo sguardo verso il parabrezza. Il tipico ripensamento post-orgasmico lo stava già schiacciando sotto il peso della vergogna. «Scusa, amore... non so cosa mi sia preso,» balbettò imbarazzato, giocherellando con le chiavi dell'auto. «È una sciocchezza, una fantasia stupida, passata per la testa nel momento del piacere. Non farci caso, davvero. Tu sei mia, e io non vorrei mai vederti con nessun altro. Sono solo un idiota.»
Sorrisi e lo baciai teneramente, rassicurandolo. Ma dentro di me, un brivido gelido si mescolava al disgusto: se solo avesse saputo che la sua "fantasia stupida" era stata la mia realtà appena un'ora prima, tra l'odore di urina e il sudore di uno sconosciuto.
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