Sonia & Tommaso - Capitolo 59: Specchi di Vetro
di
Sonia e Tommaso
genere
tradimenti
La giornata lavorativa era finalmente giunta al termine, e quanto accaduto durante la pausa pranzo appariva come un'isola felice in un mare di noia: un’eccitante trasgressione al cui pensiero ancora fremevo.
Uscendo dall’ufficio assieme a Sergio, non mi stupii di trovare Tommaso ad aspettarmi. Una consuetudine sulla quale, quel giorno, progettai un piccolo gesto di vendetta: facendo in modo che ci vedesse, salutai il collega con un bacio leggero sulla bocca. Un atto di provocazione su cui il mio fidanzato non azzardò commenti; con il voltafaccia riguardo all'offerta di Nicola, sapeva di essersi comportato male.
Salii in macchina salutandolo con freddezza, limitandomi, lungo il tragitto, a rispondere quasi a monosillabi. Nel tentativo di stemperare la tensione e cercare una riconciliazione, chiese del lavoro, se fossi contenta di uscire a cena o cosa avrei indossato; ma non una parola su quel bacio. Possibile rimanesse impassibile davanti a un gesto tanto intimo? E proprio verso colui che, solo il giorno prima, lo aveva sbeffeggiato ridendogli in faccia? Eppure, come al solito, fece finta di niente. Come potevo definirlo? Tonto e ingenuo, oppure furbo e scaltro?
Appena varcata la soglia di casa, lo lasciai con mia madre e corsi in camera. Feci scivolare gli abiti sul pavimento finché non rimasi solo con il perizoma. In bagno, seduta a fare pipì, vidi sul cesto della biancheria le mutandine di Chiara; buttate lì per essere lavate. Erano semplici, di cotone bianco e ancora umide; un feticcio a cui non seppi resistere. Sembravano l'emblema dell'innocenza, eppure i miei occhi scorsero qualcosa di diverso: una macchia, un residuo che ormai riconoscevo bene; sperma.
Le annusai, sentendo un’ondata di calore invadermi il corpo. Confrontai quell'odore di sesso fresco con le tracce che portavo addosso: la medesima essenza. Francesco era via per lavoro; dunque, la mia "brava" sorellina lo aveva tradito. Sorrisi allo specchio con una soddisfazione crudele, scossa da un piacere perverso: eravamo uguali, due troie nascoste dietro la stessa maschera.
Dopo la doccia, indossai un tubino nero, semplice ed elegante: il perfetto equilibrio tra castità e seduzione. Un filo di trucco, una buona dose di profumo, ed ero pronta per la mia recita. Calzati i sandali a tacco dodici, scesi le scale sentendomi padrona del ruolo: una donna che amava ed era amata, la ragazza di buona famiglia e la puttana che bramava il sesso. Due anime fuse in un unico corpo che portava ancora i segni di un altro uomo.
Sorprendendomi, quasi a voler comprare il mio perdono, Tommaso non aveva scelto la solita pizzeria, ma un piccolo ristorante fuori città, intimo e sofisticato. L’atmosfera era ovattata, le luci soffuse e i tavoli divisi da eleganti separé. Ci accomodammo, circondati dalla calda luce delle candele e da una piacevole melodia lounge.
Nonostante tutto, però, mi sentivo una bomba a orologeria carica di malizia e quella bolla di normalità, invece di rassicurarmi, agiva come un detonatore. Mentre lui teneva la mia mano, chiedendomi: «Ti piace, amore?», io avevo già messo gli occhi sul cameriere: un bel moro con i capelli rasati, abbronzato e muscoloso, dal collo taurino e la faccia da delinquente. La sua divisa, sebbene impeccabile, mal celava una fitta trama di tatuaggi da galeotto.
Il suo era uno sguardo penetrante, capace di far tremare le ginocchia e bagnare la fica a qualsiasi donna: in un solo istante, con un silenzioso scambio di sguardi, ci eravamo già capiti; come se tra noi esistesse un codice segreto, un linguaggio che non aveva bisogno di parole per dichiarare la nostra natura.
La cena fu comunque piacevole, e per il momento cercai di scordare il comportamento vigliacco e meschino tenuto da Tommaso la sera prima. Ordinammo un antipasto di pesce e un delizioso risotto di mare servito con un ottimo vino bianco... ma la mia mente era altrove. Forse anche per via dell'alcol, le parole di colui che mi sedeva di fronte giungevano come un brusio lontano. Ciò che invece percepivo lucidamente era la mia fica umida e affamata di carne.
Quasi inconsciamente, i miei occhi seguivano ogni movimento di quel perfetto esemplare di maschio. Intento a servire, ne osservavo i gesti, ammaliata dal modo in cui riusciva a catturare la mia attenzione anche da lontano; quando mi fissava, sentivo il cuore battere a un ritmo insostenibile.
Approfittai di un momento in cui Tommaso era distratto per rilanciare con sfrontatezza quella sfida. Schiusi appena le labbra, lasciando che lo sguardo scendesse lento verso la fitta trama di tatuaggi che gli contornava il collo, dichiarando apertamente l'interesse per quel corpo estraneo proprio lì, a un passo dal mio fidanzato.
Quasi a voler rispondere alla mia provocazione, con gli occhi fissi sui miei e un mezzo sorriso sfacciato ad increspargli le labbra, si avvicinò a versarci altro vino. Sentii il calore del suo corpo premere contro la spalla; un'invasione deliberata che mi fece scorrere un brivido lungo la schiena.
Nel posare la bottiglia, le sue dita sfiorarono le mie: un contatto elettrico, un lampo di intesa che Tommaso scambiò per una banale sbadataggine, continuando a sorridere ignaro.
«Lo sai che ti amo, Sonia,» percepii dire, tornando per un istante nel presente. «So di aver sbagliato a coinvolgere tuo padre. Non volevo farlo arrabbiare, lo sai,» continuò stringendomi la mano, cercando quel contatto che io avvertivo con imbarazzo. «Forse siamo stati troppo frettolosi; dovevamo pensarci con più calma. In fondo, è un lavoro strano, non credi?»
Troppo frettolosi? Come poteva dire una cosa simile? Proprio lui che mi aveva spinta ad accettare. Avevo davanti la possibilità di cambiare in meglio la mia esistenza e lui osava definire “lavoro strano” quello offerto da Nicola.
Era facile prevedere il futuro pianificato per me da lui e dai miei genitori: un bel matrimonio, interminabili serate con i soliti amici al pub, domeniche a messa per poi tornare, ogni lunedì, a chiudermi in quello squallido ufficio. Poveri illusi; a costo di andare a battere per Antonio, quella Sonia non esisteva più. Ma poiché di Nicola potevo fidarmi, lo lasciai parlare; tanto sapevo che qualcosa sarebbe successo, e lui, il mio povero cornuto, ne avrebbe pagato le conseguenze.
E mentre il mio fidanzato proseguiva il suo monologo, quasi a volermi estraniare, la mia attenzione tornò sull’unica cosa che in quel momento mi interessava davvero: l’affascinante sconosciuto, che in pochi minuti aveva decifrato di me più di quanto avesse mai fatto Tommaso in oltre tre anni.
«Sai, amore,» continuò lui, «c'è una cosa che volevo dirti. Domenica prossima parto per lavoro. Starò via qualche giorno.»
Udendo quelle parole, lo guardai sorpresa e non riuscii a trattenere un sorriso. Domenica prossima! Il mio corpo, già in fermento, divenne incandescente. Vedendo il mio sorriso, lui rimase spiazzato. «Cosa c’è? Sembra che tu ne sia contenta,» mormorò, stringendo gli occhi come a voler leggere tra le pieghe della mia espressione.
Sforzandomi di tornare seria, gli accarezzai il dorso della mano. «No amore, cosa vai pensando...» risposi, lasciando però che la voce suonasse appena troppo carica, quasi ambigua. «Sono solo contenta per te e per il tuo lavoro.»
Il mio tono lo lasciò interdetto. Vidi nei suoi occhi un’ombra, un misto di gelosia e un’improvvisa, morbosa curiosità. Tommaso non era stupido; i segnali cominciavano ad accumularsi. Prima la comparsa di Antonio a casa mia, poi la sfacciataggine di Sergio, e ora quella strana euforia per la sua partenza.
Lo sentivo: la sua mente stava già iniziando a costruire scenari che lo ferivano e, al tempo stesso, sembravano intrigarlo.
Intanto, dietro di lui, intento a sparecchiare un tavolo vicino, il cameriere si era fermato a fissarmi in tacita, spudorata attesa. Sotto il suo sguardo penetrante, sentii un calore intenso e umido diffondersi nel basso ventre; un groviglio di paura e desiderio. Bramavo quel corpo ignoto: il suo odore, il suo sapore, quel cazzo che già immaginavo grosso e duro dentro di me.
«Vado un attimo in bagno,» mormorai, con la voce appena incrinata.
Tommaso, troppo assorto nei suoi pensieri, annuì. Alzandomi in modo provocante, strizzai l’occhio alla mia preda; un piccolo, veloce gesto che il mio fidanzato non vide. Incamminandomi, avvertii il suo sguardo bruciarmi sulla pelle. Non ero più la brava ragazza; ero una troia con un urgente bisogno di cazzo.
Uscendo dall’ufficio assieme a Sergio, non mi stupii di trovare Tommaso ad aspettarmi. Una consuetudine sulla quale, quel giorno, progettai un piccolo gesto di vendetta: facendo in modo che ci vedesse, salutai il collega con un bacio leggero sulla bocca. Un atto di provocazione su cui il mio fidanzato non azzardò commenti; con il voltafaccia riguardo all'offerta di Nicola, sapeva di essersi comportato male.
Salii in macchina salutandolo con freddezza, limitandomi, lungo il tragitto, a rispondere quasi a monosillabi. Nel tentativo di stemperare la tensione e cercare una riconciliazione, chiese del lavoro, se fossi contenta di uscire a cena o cosa avrei indossato; ma non una parola su quel bacio. Possibile rimanesse impassibile davanti a un gesto tanto intimo? E proprio verso colui che, solo il giorno prima, lo aveva sbeffeggiato ridendogli in faccia? Eppure, come al solito, fece finta di niente. Come potevo definirlo? Tonto e ingenuo, oppure furbo e scaltro?
Appena varcata la soglia di casa, lo lasciai con mia madre e corsi in camera. Feci scivolare gli abiti sul pavimento finché non rimasi solo con il perizoma. In bagno, seduta a fare pipì, vidi sul cesto della biancheria le mutandine di Chiara; buttate lì per essere lavate. Erano semplici, di cotone bianco e ancora umide; un feticcio a cui non seppi resistere. Sembravano l'emblema dell'innocenza, eppure i miei occhi scorsero qualcosa di diverso: una macchia, un residuo che ormai riconoscevo bene; sperma.
Le annusai, sentendo un’ondata di calore invadermi il corpo. Confrontai quell'odore di sesso fresco con le tracce che portavo addosso: la medesima essenza. Francesco era via per lavoro; dunque, la mia "brava" sorellina lo aveva tradito. Sorrisi allo specchio con una soddisfazione crudele, scossa da un piacere perverso: eravamo uguali, due troie nascoste dietro la stessa maschera.
Dopo la doccia, indossai un tubino nero, semplice ed elegante: il perfetto equilibrio tra castità e seduzione. Un filo di trucco, una buona dose di profumo, ed ero pronta per la mia recita. Calzati i sandali a tacco dodici, scesi le scale sentendomi padrona del ruolo: una donna che amava ed era amata, la ragazza di buona famiglia e la puttana che bramava il sesso. Due anime fuse in un unico corpo che portava ancora i segni di un altro uomo.
Sorprendendomi, quasi a voler comprare il mio perdono, Tommaso non aveva scelto la solita pizzeria, ma un piccolo ristorante fuori città, intimo e sofisticato. L’atmosfera era ovattata, le luci soffuse e i tavoli divisi da eleganti separé. Ci accomodammo, circondati dalla calda luce delle candele e da una piacevole melodia lounge.
Nonostante tutto, però, mi sentivo una bomba a orologeria carica di malizia e quella bolla di normalità, invece di rassicurarmi, agiva come un detonatore. Mentre lui teneva la mia mano, chiedendomi: «Ti piace, amore?», io avevo già messo gli occhi sul cameriere: un bel moro con i capelli rasati, abbronzato e muscoloso, dal collo taurino e la faccia da delinquente. La sua divisa, sebbene impeccabile, mal celava una fitta trama di tatuaggi da galeotto.
Il suo era uno sguardo penetrante, capace di far tremare le ginocchia e bagnare la fica a qualsiasi donna: in un solo istante, con un silenzioso scambio di sguardi, ci eravamo già capiti; come se tra noi esistesse un codice segreto, un linguaggio che non aveva bisogno di parole per dichiarare la nostra natura.
La cena fu comunque piacevole, e per il momento cercai di scordare il comportamento vigliacco e meschino tenuto da Tommaso la sera prima. Ordinammo un antipasto di pesce e un delizioso risotto di mare servito con un ottimo vino bianco... ma la mia mente era altrove. Forse anche per via dell'alcol, le parole di colui che mi sedeva di fronte giungevano come un brusio lontano. Ciò che invece percepivo lucidamente era la mia fica umida e affamata di carne.
Quasi inconsciamente, i miei occhi seguivano ogni movimento di quel perfetto esemplare di maschio. Intento a servire, ne osservavo i gesti, ammaliata dal modo in cui riusciva a catturare la mia attenzione anche da lontano; quando mi fissava, sentivo il cuore battere a un ritmo insostenibile.
Approfittai di un momento in cui Tommaso era distratto per rilanciare con sfrontatezza quella sfida. Schiusi appena le labbra, lasciando che lo sguardo scendesse lento verso la fitta trama di tatuaggi che gli contornava il collo, dichiarando apertamente l'interesse per quel corpo estraneo proprio lì, a un passo dal mio fidanzato.
Quasi a voler rispondere alla mia provocazione, con gli occhi fissi sui miei e un mezzo sorriso sfacciato ad increspargli le labbra, si avvicinò a versarci altro vino. Sentii il calore del suo corpo premere contro la spalla; un'invasione deliberata che mi fece scorrere un brivido lungo la schiena.
Nel posare la bottiglia, le sue dita sfiorarono le mie: un contatto elettrico, un lampo di intesa che Tommaso scambiò per una banale sbadataggine, continuando a sorridere ignaro.
«Lo sai che ti amo, Sonia,» percepii dire, tornando per un istante nel presente. «So di aver sbagliato a coinvolgere tuo padre. Non volevo farlo arrabbiare, lo sai,» continuò stringendomi la mano, cercando quel contatto che io avvertivo con imbarazzo. «Forse siamo stati troppo frettolosi; dovevamo pensarci con più calma. In fondo, è un lavoro strano, non credi?»
Troppo frettolosi? Come poteva dire una cosa simile? Proprio lui che mi aveva spinta ad accettare. Avevo davanti la possibilità di cambiare in meglio la mia esistenza e lui osava definire “lavoro strano” quello offerto da Nicola.
Era facile prevedere il futuro pianificato per me da lui e dai miei genitori: un bel matrimonio, interminabili serate con i soliti amici al pub, domeniche a messa per poi tornare, ogni lunedì, a chiudermi in quello squallido ufficio. Poveri illusi; a costo di andare a battere per Antonio, quella Sonia non esisteva più. Ma poiché di Nicola potevo fidarmi, lo lasciai parlare; tanto sapevo che qualcosa sarebbe successo, e lui, il mio povero cornuto, ne avrebbe pagato le conseguenze.
E mentre il mio fidanzato proseguiva il suo monologo, quasi a volermi estraniare, la mia attenzione tornò sull’unica cosa che in quel momento mi interessava davvero: l’affascinante sconosciuto, che in pochi minuti aveva decifrato di me più di quanto avesse mai fatto Tommaso in oltre tre anni.
«Sai, amore,» continuò lui, «c'è una cosa che volevo dirti. Domenica prossima parto per lavoro. Starò via qualche giorno.»
Udendo quelle parole, lo guardai sorpresa e non riuscii a trattenere un sorriso. Domenica prossima! Il mio corpo, già in fermento, divenne incandescente. Vedendo il mio sorriso, lui rimase spiazzato. «Cosa c’è? Sembra che tu ne sia contenta,» mormorò, stringendo gli occhi come a voler leggere tra le pieghe della mia espressione.
Sforzandomi di tornare seria, gli accarezzai il dorso della mano. «No amore, cosa vai pensando...» risposi, lasciando però che la voce suonasse appena troppo carica, quasi ambigua. «Sono solo contenta per te e per il tuo lavoro.»
Il mio tono lo lasciò interdetto. Vidi nei suoi occhi un’ombra, un misto di gelosia e un’improvvisa, morbosa curiosità. Tommaso non era stupido; i segnali cominciavano ad accumularsi. Prima la comparsa di Antonio a casa mia, poi la sfacciataggine di Sergio, e ora quella strana euforia per la sua partenza.
Lo sentivo: la sua mente stava già iniziando a costruire scenari che lo ferivano e, al tempo stesso, sembravano intrigarlo.
Intanto, dietro di lui, intento a sparecchiare un tavolo vicino, il cameriere si era fermato a fissarmi in tacita, spudorata attesa. Sotto il suo sguardo penetrante, sentii un calore intenso e umido diffondersi nel basso ventre; un groviglio di paura e desiderio. Bramavo quel corpo ignoto: il suo odore, il suo sapore, quel cazzo che già immaginavo grosso e duro dentro di me.
«Vado un attimo in bagno,» mormorai, con la voce appena incrinata.
Tommaso, troppo assorto nei suoi pensieri, annuì. Alzandomi in modo provocante, strizzai l’occhio alla mia preda; un piccolo, veloce gesto che il mio fidanzato non vide. Incamminandomi, avvertii il suo sguardo bruciarmi sulla pelle. Non ero più la brava ragazza; ero una troia con un urgente bisogno di cazzo.
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