Sonia & Tommaso - Capitolo 57: L'Argine Spezzato
di
Sonia e Tommaso
genere
tradimenti
Il pomeriggio volò via, risucchiato da un turbine di scartoffie e telefonate che parevano non darmi tregua. Essendo il primo giorno dopo la vacanza, la scrivania fu subito piena di bolle di carico da smaltire. Cercai più volte con lo sguardo la porta del direttore, ma il tempo si sgretolò tra le dita prima che potessi parlargli. Ogni volta che provavo ad alzarmi, venivo inchiodata alla sedia da un nuovo intoppo, rimandando quel gesto tanto imbarazzante quanto inevitabile.
Nonostante la frenesia però, la mente tornava ossessivamente a Sergio. Anche se limitato, quello che era successo mi era piaciuto. Il ricordo del suo cazzo e del suo sperma era ancora sulle dita: non le avevo lavate di proposito, perché volevo che il suo odore restasse incollato alla mia pelle. Un segreto che furtivamente, di tanto in tanto portavo al viso, inspirando con gli occhi socchiusi, mentre la fica grondava.
Immersi nel via vai dell’ufficio, quel desiderio latente si era manifestato segretamente con sorrisi complici e un rapido bacio rubato nei bagni; un contatto furtivo, veloce, ma sufficiente a farmi sentire come un’ adolescente alle prime esperienze.
Alle diciannove, uscendo trovai Tommaso ad attendermi: il suo malumore sembrava svanito, sostituito dal solito sorriso bonario. Lo abbracciai baciandolo proprio mentre Sergio varcava la soglia del palazzo. I due si salutarono, fermandosi a chiacchierare cordialmente: guardarli sorridersi, con ancora l'odore di Sergio addosso, fu quasi esilarante.
«Ehi, Tommi, com'è andata la vacanza?» chiese Sergio, con una punta di malizia che solo io potevo cogliere. «Sonia ha fatto la brava?» Tommaso rise, stringendomi a sé. «Ma certo! Sonia è sempre bravissima.»
In quel momento la saliva mi andò di traverso: un colpo di tosse involontario che scatenò in Sergio una sghignazzata maliziosa, quasi a voler marcare quel segreto tra noi. Tommaso lo fissò con espressione interrogativa, tradendo un imbarazzo che non riuscì a soffocare. Lo si vedeva che c’era rimasto male e appena saliti in macchina, chiese subito spiegazioni per quella risata. Si era sentito sbeffeggiato da Sergio, quasi avesse colto in quel gesto un’allusione alla mia infedeltà.
Con tono indifferente, quasi annoiato, risposi di non averne idea, bollando Sergio come uno stupido che non meritava attenzione. Tentai di cambiare argomento raccontando dell'intensa giornata di lavoro e della mancata occasione di parlare con il direttore. Lui ascoltava, ma lo percepivo indispettito, ancora impigliato nel ricordo di prima. Dopo un attimo di silenzio, disse con una punta di freddezza: «Forse è meglio così. Non trovi che sia più corretto parlarne prima con tuo padre?».
Anche se il suggerimento appariva sensato, colsi nelle sue parole una nota stonata: una piccola vendetta mascherata da buonsenso, il tentativo meschino di rimettermi sotto controllo sfruttando l’autorità paterna. Temevo quel confronto, sapendo che papà sarebbe stato contrario, ma Tommaso insistette, offrendosi di appoggiarmi e di convincerlo personalmente.
Appena rientrati a casa, lo lasciai in cucina con i miei e salii in camera per cambiarmi. La giornata era stata un'agonia di noia e routine, ma la fica pulsava ancora per l'incontro con Sergio; il ciclo era ormai agli sgoccioli e non vedevo l’ora di onorare la promessa fatta al collega. Indossati dei pantaloncini aderenti e una canotta senza reggiseno, scesi in cucina, pronta per la recita. Chiara non c'era, e la sua assenza appariva come un buon auspicio, visto l’imbarazzo per quanto avrei dovuto dire.
Aspettai che finissimo di mangiare, poi, facendomi coraggio: «Papà, ti devo parlare,» esordii, con voce stranamente ferma. Lui accennò il solito sorriso, anche se già avvertivo tensione nell'aria. Gli spiegai dell'offerta di Nicola e della convenienza del nuovo lavoro.
Ascoltava in silenzio, lo sguardo impenetrabile; poi, alzando la mano per interrompermi, disse in modo perentorio: «Non sono d'accordo, Sonia. Questo Nicola non lo conosco, e sai quanta fatica mi sia costato quel posto.»
«Ma papà, è una grandissima opportunità!» protestai, cercando di soffocare la frustrazione. «Non se ne parla,» tagliò corto lui, con autorità.
Cercai disperatamente un appiglio in Tommaso, aspettando una sua parola di sostegno; invece, con calma e incapace di reggere il mio sguardo, si schierò contro.
«Sonia, ha ragione. Perché non ci pensi meglio?»
Quel suo voltafaccia non pareva essere frutto di ingenuità o reverenza, ma una mossa calcolata per chiudermi in una gabbia di sicurezze che non ero più disposta ad accettare. Sconcertata e offesa da quel tradimento, alzandomi da tavola con un sorriso forzato, dissi solamente: «Sono stanca, vado a riposare. Buonanotte a tutti.»
Senza attendere risposta, corsi in camera, soffocata da quella disgustosa e ipocrita prepotenza. Chiusa la porta e sbarazzata rapidamente dei vestiti, mi gettai nuda sul letto. Il contatto con il fresco del lenzuolo si scontrò con la pelle ancora in fiamme, custode di una verità che nessuno, in quella casa, poteva nemmeno osare immaginare.
Avevo un urgente bisogno di Nicola, della sua mascolina risolutezza. Afferrato il telefono, scrissi velocemente: «Ho parlato con mio padre... non l'ha presa bene. Non vuole che lasci quell’impiego. 😭» La sua risposta non si fece attendere, carica di quella sicurezza di cui necessitavo: «Stai tranquilla tesoro, ci penso io; dove lavora?»
Gli scrissi il nome della filiale di banca dove era direttore: rispose che la conosceva, ribadendo di non preoccuparmi; al contrario di Tommaso, sapevo non mi avrebbe delusa.
Rasserenata dalla fiducia che riponevo in lui, iniziammo a scambiarci effusioni erotiche via chat: dirette e audaci, le sue parole bastarono per farmi bagnare all'istante. «Mi ecciti, Sonia. Ti sto immaginando stesa sul tuo letto...»
Senza aspettare che lo chiedesse, scattai una foto nuda davanti allo specchio e gliela mandai: un atto di ribellione, la prova silenziosa che fossi pronta a tutto.
Con la mente tornai a Rimini, a quelle notti passate a scopare instancabilmente con lui; sfacciato e audace fino al punto di portare Alessandro in camera mia. Pareva assurdo, eppure era successo tutto con Tommaso che dormiva beato accanto a noi. Eccitata da quel ricordo, le dita scivolarono sulla fica in una piacevolissima danza solitaria.
Dopo quell'orgasmo liberatorio, rimasi nel buio della stanza a fissare il soffitto. Ero stata gelida con il mio fidanzato; nemmeno lo avevo salutato, ma la sua condotta meritava quel silenzio. Vigliaccamente, prima mi aveva incoraggiata per poi voltarmi le spalle. Povero cornuto, pensai cinicamente. Non capiva che, in quel modo, non otteneva altro che spingermi più a fondo tra le braccia di uomini come Nicola.
Cercai il nome di Sergio sul telefono e con un ghigno sadico digitai veloce: «Domani ti farò divertire.» Non era solo desiderio, ma vendetta.
Dalla finestra giunse il rumore dell'auto di Tommaso che si allontanava. Sotto, le voci dei miei lo salutavano con il solito affetto. Pochi istanti dopo, il telefono vibrò. «Amore, mi dispiace per stasera. So che ci sei rimasta male, ma in fondo papà ha ragione. Domani ti porto fuori a cena e parliamo, ok? Ti amo.»
Sorrisi con un misto di disgusto e pietà. Non risposi, lasciandolo rosolare nel dubbio. Pensava davvero che una cena potesse riportarmi a essere la sua "brava ragazza obbediente"? Non sapeva che l'indomani avrei aggiunto un nuovo cazzo alla mia collezione.
A Sergio avrei concesso la scopata che tanto desiderava. Non importava dove — in auto, in un vicolo, in ufficio — sapevo solo che l'avrei fatto.
Nonostante la frenesia però, la mente tornava ossessivamente a Sergio. Anche se limitato, quello che era successo mi era piaciuto. Il ricordo del suo cazzo e del suo sperma era ancora sulle dita: non le avevo lavate di proposito, perché volevo che il suo odore restasse incollato alla mia pelle. Un segreto che furtivamente, di tanto in tanto portavo al viso, inspirando con gli occhi socchiusi, mentre la fica grondava.
Immersi nel via vai dell’ufficio, quel desiderio latente si era manifestato segretamente con sorrisi complici e un rapido bacio rubato nei bagni; un contatto furtivo, veloce, ma sufficiente a farmi sentire come un’ adolescente alle prime esperienze.
Alle diciannove, uscendo trovai Tommaso ad attendermi: il suo malumore sembrava svanito, sostituito dal solito sorriso bonario. Lo abbracciai baciandolo proprio mentre Sergio varcava la soglia del palazzo. I due si salutarono, fermandosi a chiacchierare cordialmente: guardarli sorridersi, con ancora l'odore di Sergio addosso, fu quasi esilarante.
«Ehi, Tommi, com'è andata la vacanza?» chiese Sergio, con una punta di malizia che solo io potevo cogliere. «Sonia ha fatto la brava?» Tommaso rise, stringendomi a sé. «Ma certo! Sonia è sempre bravissima.»
In quel momento la saliva mi andò di traverso: un colpo di tosse involontario che scatenò in Sergio una sghignazzata maliziosa, quasi a voler marcare quel segreto tra noi. Tommaso lo fissò con espressione interrogativa, tradendo un imbarazzo che non riuscì a soffocare. Lo si vedeva che c’era rimasto male e appena saliti in macchina, chiese subito spiegazioni per quella risata. Si era sentito sbeffeggiato da Sergio, quasi avesse colto in quel gesto un’allusione alla mia infedeltà.
Con tono indifferente, quasi annoiato, risposi di non averne idea, bollando Sergio come uno stupido che non meritava attenzione. Tentai di cambiare argomento raccontando dell'intensa giornata di lavoro e della mancata occasione di parlare con il direttore. Lui ascoltava, ma lo percepivo indispettito, ancora impigliato nel ricordo di prima. Dopo un attimo di silenzio, disse con una punta di freddezza: «Forse è meglio così. Non trovi che sia più corretto parlarne prima con tuo padre?».
Anche se il suggerimento appariva sensato, colsi nelle sue parole una nota stonata: una piccola vendetta mascherata da buonsenso, il tentativo meschino di rimettermi sotto controllo sfruttando l’autorità paterna. Temevo quel confronto, sapendo che papà sarebbe stato contrario, ma Tommaso insistette, offrendosi di appoggiarmi e di convincerlo personalmente.
Appena rientrati a casa, lo lasciai in cucina con i miei e salii in camera per cambiarmi. La giornata era stata un'agonia di noia e routine, ma la fica pulsava ancora per l'incontro con Sergio; il ciclo era ormai agli sgoccioli e non vedevo l’ora di onorare la promessa fatta al collega. Indossati dei pantaloncini aderenti e una canotta senza reggiseno, scesi in cucina, pronta per la recita. Chiara non c'era, e la sua assenza appariva come un buon auspicio, visto l’imbarazzo per quanto avrei dovuto dire.
Aspettai che finissimo di mangiare, poi, facendomi coraggio: «Papà, ti devo parlare,» esordii, con voce stranamente ferma. Lui accennò il solito sorriso, anche se già avvertivo tensione nell'aria. Gli spiegai dell'offerta di Nicola e della convenienza del nuovo lavoro.
Ascoltava in silenzio, lo sguardo impenetrabile; poi, alzando la mano per interrompermi, disse in modo perentorio: «Non sono d'accordo, Sonia. Questo Nicola non lo conosco, e sai quanta fatica mi sia costato quel posto.»
«Ma papà, è una grandissima opportunità!» protestai, cercando di soffocare la frustrazione. «Non se ne parla,» tagliò corto lui, con autorità.
Cercai disperatamente un appiglio in Tommaso, aspettando una sua parola di sostegno; invece, con calma e incapace di reggere il mio sguardo, si schierò contro.
«Sonia, ha ragione. Perché non ci pensi meglio?»
Quel suo voltafaccia non pareva essere frutto di ingenuità o reverenza, ma una mossa calcolata per chiudermi in una gabbia di sicurezze che non ero più disposta ad accettare. Sconcertata e offesa da quel tradimento, alzandomi da tavola con un sorriso forzato, dissi solamente: «Sono stanca, vado a riposare. Buonanotte a tutti.»
Senza attendere risposta, corsi in camera, soffocata da quella disgustosa e ipocrita prepotenza. Chiusa la porta e sbarazzata rapidamente dei vestiti, mi gettai nuda sul letto. Il contatto con il fresco del lenzuolo si scontrò con la pelle ancora in fiamme, custode di una verità che nessuno, in quella casa, poteva nemmeno osare immaginare.
Avevo un urgente bisogno di Nicola, della sua mascolina risolutezza. Afferrato il telefono, scrissi velocemente: «Ho parlato con mio padre... non l'ha presa bene. Non vuole che lasci quell’impiego. 😭» La sua risposta non si fece attendere, carica di quella sicurezza di cui necessitavo: «Stai tranquilla tesoro, ci penso io; dove lavora?»
Gli scrissi il nome della filiale di banca dove era direttore: rispose che la conosceva, ribadendo di non preoccuparmi; al contrario di Tommaso, sapevo non mi avrebbe delusa.
Rasserenata dalla fiducia che riponevo in lui, iniziammo a scambiarci effusioni erotiche via chat: dirette e audaci, le sue parole bastarono per farmi bagnare all'istante. «Mi ecciti, Sonia. Ti sto immaginando stesa sul tuo letto...»
Senza aspettare che lo chiedesse, scattai una foto nuda davanti allo specchio e gliela mandai: un atto di ribellione, la prova silenziosa che fossi pronta a tutto.
Con la mente tornai a Rimini, a quelle notti passate a scopare instancabilmente con lui; sfacciato e audace fino al punto di portare Alessandro in camera mia. Pareva assurdo, eppure era successo tutto con Tommaso che dormiva beato accanto a noi. Eccitata da quel ricordo, le dita scivolarono sulla fica in una piacevolissima danza solitaria.
Dopo quell'orgasmo liberatorio, rimasi nel buio della stanza a fissare il soffitto. Ero stata gelida con il mio fidanzato; nemmeno lo avevo salutato, ma la sua condotta meritava quel silenzio. Vigliaccamente, prima mi aveva incoraggiata per poi voltarmi le spalle. Povero cornuto, pensai cinicamente. Non capiva che, in quel modo, non otteneva altro che spingermi più a fondo tra le braccia di uomini come Nicola.
Cercai il nome di Sergio sul telefono e con un ghigno sadico digitai veloce: «Domani ti farò divertire.» Non era solo desiderio, ma vendetta.
Dalla finestra giunse il rumore dell'auto di Tommaso che si allontanava. Sotto, le voci dei miei lo salutavano con il solito affetto. Pochi istanti dopo, il telefono vibrò. «Amore, mi dispiace per stasera. So che ci sei rimasta male, ma in fondo papà ha ragione. Domani ti porto fuori a cena e parliamo, ok? Ti amo.»
Sorrisi con un misto di disgusto e pietà. Non risposi, lasciandolo rosolare nel dubbio. Pensava davvero che una cena potesse riportarmi a essere la sua "brava ragazza obbediente"? Non sapeva che l'indomani avrei aggiunto un nuovo cazzo alla mia collezione.
A Sergio avrei concesso la scopata che tanto desiderava. Non importava dove — in auto, in un vicolo, in ufficio — sapevo solo che l'avrei fatto.
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