Sonia & Tommaso - Capitolo 48: Il Buio in Sala

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tradimenti

Nonostante il film fosse noioso, l'atmosfera ovattata della sala buia si adattava perfettamente al turbinio che agitava i miei pensieri. Non volevo essere lì; non con Tommaso, non in quel momento. Dopo una quindicina di minuti, sentii qualcuno sedersi accanto a me, nella poltrona libera tra la mia e la parete. Prima ancora di voltarmi, riconobbi il suo profumo: era Antonio.
Rimasi immobilizzata e sbigottita da tanta audacia, mentre lui sorrideva in modo sornione, con gli occhi che brillavano nel buio come quelli di un predatore. Lanciai un’occhiata rapida a Tommaso: totalmente assorto nella trama, il suo profilo veniva illuminato dai riflessi dello schermo. Antonio doveva averci seguito; non c’era altra spiegazione.
Sentii la sua mano scivolare sul mio fianco, risalire lenta fino al seno: sotto la semplice maglietta di cotone, il reggiseno di pizzo non offriva alcuna protezione. Lo soppesò con prepotenza, stringendo il capezzolo fino a provocarmi una smorfia di dolore che soffocai contro il palmo della mano. Continuando a sorridere, la sua mano s’insinuò sotto la stoffa, sollevando il pizzo per cercare il contatto diretto. Il calore della sua pelle contro la mia e il turgore del capezzolo che, al suo tocco, diventava duro come pietra, mi accese all'istante. Il pensiero che Tommaso fosse lì, a pochi centimetri, ignaro di quella profanazione, era eccitante da morire.
Antonio si sporse, sfiorando la mia guancia con il suo respiro caldo. «Ti aspetto nei bagni, puttana,» sussurrò, facendomi fremere.
Vidi la sua ombra alzarsi e scomparire nel corridoio. Aspettai cinque minuti, il tempo necessario perché il cuore smettesse di rimbombare nelle orecchie; poi chinandomi verso Tommaso: «Amore, vado un attimo in bagno,» mormorai, fingendo una nota di spossatezza. Lui si voltò subito, con quella sua espressione innocente, e chiese: «Non stai bene?». Lo rassicurai con un sorriso vuoto che mi fece sentire un'impostora, promettendogli di tornare presto.
Entrai in bagno, abbagliata dalle luci al neon. Antonio era lì; appoggiato a uno dei lavandini con le braccia incrociate e quell'aria di sfida da togliermi la terra da sotto i piedi. Avvicinandomi non dissi nulla: dopo gli schiaffi del pomeriggio, non sapevo cosa aspettarmi. Avevo paura di lui, eppure lo desideravo con una fame spaventosa. Tirandomi a sé con uno strattone, mi baciò. Un bacio lungo, profondo, che cancellò in me ogni traccia di orgoglio residuo. Dopo avermi condotta in uno dei cessi, slacciò i jeans, abbassandomeli assieme alle mutandine.
In quel cubicolo stretto lasciai che mi denudasse. Tirò fuori il cazzo, già duro e pronto, e seduta sulla tazza, glielo succhiai con una frenesia che non credevo di possedere, affamata di quel sapore ormai entratomi nel sangue. Poi, dopo avermi fatta alzare e inchinare con le mani poggiate sul water, me lo spinse nella fica, scopandomi senza pietà. In quel momento scordai Tommaso, le preoccupazioni, tutto. Stavo godendo in modo selvaggio, mordendo un labbro per non urlare.
Tornai al mio posto bagnata e sporca. A ogni passo, sentivo il miscuglio dei miei umori e dello sperma di Antonio colare lungo le pareti interne della vagina, un marchio viscido della mia infedeltà. Tommaso era esattamente come lo avevo lasciato, assorto nel film. Guardandomi con un sorriso dolce, chiese: «Tutto bene?». «Sì, tutto bene, amore,» risposi con la voce che ancora tremava. «Hai tardato,» osservò lui. Per un attimo, il suo sguardo indugiò sulla mia maglietta, forse un po' sgualcita, poi tornò allo schermo. «Ma d'altronde, con il ciclo in arrivo, è normale che ti senta... agitata.»
Rannicchiata nella poltrona, sentivo il bisogno fisico di allontanarmi da lui. Il tremore alle gambe non accennava a smettere. Tommaso si allungò verso di me, abbracciandomi. Non volevo sentirmi la sua fidanzata, non lo meritavo, eppure lui continuava a tenermi stretta. Inspirai contro la sua spalla, inalando il suo profumo pulito, delicato, sentendomi immonda. «Sono felice che tu stia meglio,» sussurrò. Non risposi; limitandomi ad abbassare lo sguardo, mentre il pensiero tornava inevitabilmente ad Antonio.
Dopo essere venuto dentro di me nel chiuso di quel bagno, Antonio si era ricomposto con una freddezza glaciale, ricordandomi che mi avrebbe aspettata l'indomani con i soldi. Io, ancora vibrante per l'orgasmo, lo avevo guardato senza trovare le parole. Ci eravamo lasciati così, in un silenzio carico di promesse violente. Quel pomeriggio mi aveva segnata nel profondo: ora non lo vedevo più solo come un amante perverso, ma come un aguzzino dal quale non riuscivo a staccarmi.
Tommaso sorrise di nuovo, con quella premura costante che sentivo ferirmi come una lama. Come potevo tradirlo in quel modo? Eppure, nonostante la colpa, l'eccitazione provata con Antonio mi faceva sentire la puttana più grande del mondo, rabbrividendo al pensiero del piacere proibito di tornare da lui.
Cercai di concentrarmi sullo schermo, ma il film era ormai un rumore di fondo privo d’interesse. I miei sensi erano saturi da un turbinio di odori e sapori: l'odore acre dello sperma di Antonio, la traccia salata che ancora sentivo colare, il sapore del bacio di un uomo che mi usava come carne da macello. Provai un moto di disgusto improvviso, il desiderio viscerale di scappare e nascondermi per non dover mai più incrociare lo sguardo limpido di Tommaso.
Chiusi gli occhi e cercai di respirare, ma l'aria restava strozzata in gola. Guardai il mio fidanzato, travolta da un senso di colpa tale da farmi star male fisicamente. Ma, allo stesso tempo, quel malessere alimentava un piacere oscuro: quello di essere una puttana, di tradire, di sentire il seme di un altro scivolare tra le cosce proprio lì, accanto a lui. E la cosa più eccitante di tutte, quella che toglieva il respiro, era la consapevolezza che la mattina dopo sarei tornata da Antonio.
scritto il
2026-01-18
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