Sonia & Tommaso - Capitolo 50: Senza scampo

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tradimenti

Il rumore della porta di casa che si chiudeva alle spalle risuonò nella mia testa come uno sparo. Ero tornata, ero di nuovo al sicuro, ma non ero la stessa Sonia che ne era uscita poche ore prima. Antonio aveva preso il sopravvento, usandomi e poi scaricandomi in mezzo alla strada come un oggetto rotto.
La rabbia si mescolò a una nausea violenta, costringendomi a correre in bagno. Vomitai l'anima, per poi restare seduta sul pavimento freddo. Ero sconvolta. Non avevo altra scelta che accettare il ricatto. Scossa da un brivido, pensai a Tommaso, che sarebbe arrivato di lì a poco. Non potevo dirgli nulla. Lui era la mia facciata da brava ragazza, la sola via di fuga, eppure, in quel momento, sentivo che stava diventando la mia condanna.
Quando arrivò, ero pronta. Indossavo jeans e una camicia bianca: una copertura pulita contro lo sporco che sentivo dentro. Cercai di sorridere, ma il viso era una maschera di cera.
Camminammo per il centro tenendoci per mano, l'immagine perfetta di una coppia felice. Ma io non ero lì. La mente era rimasta al tavolo del bar, prigioniera dei suoi insulti e delle sue minacce. Tommaso era rassicurante, innocente, così distante dall'orrore che portavo addosso. Gli volevo bene, lo sentivo come un'ancora, ma la colpa mi stringeva la gola fino a togliermi il respiro.
Da Michele, lo sforzo di mangiare e parlare divenne estenuante. Inanellavo aneddoti futili che suonavano come bugie preconfezionate, mentre la pizza pareva fatta di cartone. Chiedendomi se Antonio fosse lì a guardarmi, magari nascosto tra le ombre dei vicoli, temetti che potesse apparire per umiliarmi di nuovo.
Poi, la solita routine: il pub, gli amici, le battute di sempre. Tutto mi parve piatto, prevedibile, dandomi un senso di soffocamento. E per la prima volta, la sensazione fu quasi di giustificazione. Quel bisogno di trasgressione diventava una forma di ribellione necessaria. Non potevo essere solo la "brava ragazza" di Tommaso. Volevo il brivido, il rischio, la perversione. Volevo Antonio, la sua violenza e le sue umiliazioni, perché solo con lui, in quel baratro, mi sentivo viva.
L’odore del pub avvolgeva ogni cosa: un mix di birra, fritto e formaggio fuso. Seduta con Federica e Giulia, mentre Tommaso si allontanava per prendere da bere, continuavo a ripetermi le sue parole:
— Andrò all'appartamento con Irina, la scoperò.
Restavo aggrappata a quella frase come a un chiodo ardente. Speravo di non vederlo, eppure ogni fibra del corpo lo cercava tra la folla.
— Ma che hai, Sonia? Sembri un fantasma — chiese Giulia.
Le risposi con la solita, banale scusa del ciclo. Ma Federica fissò lo sguardo su di me con un’espressione che mi fece tremare. La sua attenzione era una lama che spogliava ogni menzogna.
— Già... — mormorò con un tono da farmi sentire nuda — Sembri un’altra, ultimamente.
Abbozzai una risata forzata e cercai di cambiare discorso, chiedendole del suo matrimonio, della data, di qualunque cosa potesse distogliere l'attenzione. Lei rispose, ma la sua voce era un'eco che si perdeva nel frastuono del locale. Ero lì, seduta con loro, ma ero un'estranea. Una brava ragazza in un mondo che non apparteneva più alla mia anima.
Di colpo, sentii un brivido freddo; il cuore perse un battito e il sangue si gelò nelle vene. Appoggiato al bancone del bar, c'era Antonio. Fissava la mia figura. Il suo sguardo penetrante sembrava spogliarmi di ogni vestito, di ogni bugia, di ogni residuo di dignità. Sul suo viso aleggiava un sorriso beffardo, malizioso, che urlava senza voce:
«Ti ho beccata, puttana».
Il battito accelerò all'impazzata, mentre il viso diventava rosso e bollente. Abbassai lo sguardo, cercando inutilmente di nascondermi dietro i capelli. Ero esposta, nuda; Antonio aveva vinto ancora una volta.
— Sonia, ma che ti succede? Hai visto un fantasma? — chiese Federica, preoccupata.
— No... no, è che... non è nulla, ve lo assicuro — balbettai, con la voce che tremava come quella di una bambina scoperta a mentire.
Provai un imbarazzo profondo, un brivido che si mischiò però a un’eccitazione torbida. Antonio era lì e mi aveva in pugno. Nonostante il terrore, sentii la fica bagnarsi all'istante; un desiderio folle, il bisogno viscerale di essere umiliata, di essere sua. Ero paralizzata, una statua di sale in mezzo al fiume di voci e risate del pub. Tommaso stava tornando con il suo passo lento e rassicurante, mentre le amiche fissavano la mia reazione con occhi troppo attenti. Il volto in fiamme era una bandiera rossa che sventolava nel buio.
Antonio, dal bancone, iniziò a farmi dei cenni con la testa e con la mano. Erano richiami silenziosi che nella mente risuonavano come quelli di un padrone verso il proprio cane. Quando Tommaso arrivò con le birre, provai un istante di sollievo, sperando di essere protetta dalla sua presenza, ma i miei occhi restavano calamitati irresistibilmente verso il bancone.
A un certo punto, lui si mosse. Accennò un passo verso di noi, verso il nostro tavolo, e in quell'istante di disperazione ebbi la forza di agire; alzandomi di scatto. Non potevo permettere che il suo gioco diventasse palese davanti a tutti.
— Scusate, vado a salutare un tizio che conosco — mormorai con una scusa debole e banale.
Allontanandomi, sentii gli occhi di Federica e Giulia piantati sulla schiena come lame. Ogni passo era un metro in più verso l'inferno personale, ma il richiamo era troppo forte.
— Allora, puttana, ti sei decisa a venire? — disse Antonio non appena lo raggiunsi.
La sua voce era bassa, roca, tagliente come un bisturi.
— Quando ti chiamo, tu vieni. Non fare la preziosa, non hai scelta. Ricorda: se non fai la brava, il tuo fidanzatino perderà la benda dagli occhi, eh?
Abbassai la testa, fissando il pavimento sporco del locale, incapace di rispondere. Fu allora che la mia attenzione cadde sulla figura al suo fianco. Un uomo grasso, sui quarant'anni, con un sorriso viscido stampato sulla faccia. Scrutava il mio corpo da capo a piedi con lussuria. Antonio ridacchiò, posando una mano sulla spalla dell'uomo con un’arroganza spudorata.
— Ti presento Pierangelo — disse, per poi rivolgermi una smorfia dura che non ammetteva repliche — Fatti trovare nei cessi tra dieci minuti. Ha già pagato.
scritto il
2026-01-20
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