Il miglior pompino della Storia dell'Umanità

Scritto da , il 2022-06-05, genere etero

La felicità è anche tornare a casa dopo un'oretta di jogging, docciarsi e sedersi l'una accanto all'altro sul divano a fare nulla o quasi, aspettando di pensare alla cena. Lo so, siamo un po' in zona Al Bano, ma sono certa che la canzone non prendesse in esame tutte le possibilità. In fondo era solo una canzone, e tutto sommato abbastanza cretina.

La felicità è anche sentire la sua voce out of the blue:

- Me lo fai un pompino?

Così, ex abrupto, senza un preavviso, senza nulla che lo lasciasse presagire, nemmeno una carezza o un bacetto. Nulla. Posando sul bracciolo l'iPad sul quale stava leggendo le mail e interrompendo la mia lettura delle news sul telefono. Non è una richiesta vera e propria e non è un'intimazione, è come una via di mezzo.

Ne ho fatti tanti e a un sacco di gente. Non scriverò "anche troppi, anche troppa", perché non sono pentita nemmeno un po'. Tuttavia il modo in cui me l’ha chiesto, la situazione, mi fa pensare una cosa, insinua dentro di me una domanda: com’è un pompino fatto per amore? La prima risposta che darei è che si tratta di un pompino come tutti gli altri, almeno per me. Io sono sempre quella, la mia bocca è sempre quella, la mia abilità è sempre quella. Ma davvero è così?

Non dirò che sia la pratica sessuale che mi piace di più, ma solo perché non faccio classifiche. Però è quella cui penso con maggior facilità, e accanto alla parola "cazzo" l'associazione che mi viene più spontanea è quella con il verbo "succhiare".

Mi è sempre piaciuto, la trovo un'attrazione irrefrenabile, la contabilità ho smesso di tenerla che andavo ancora a scuola. Molte volte non ero particolarmente lucida, molte altre sì, assolutamente.

Ne ho fatti in gran parte per il semplice piacere di farli, naturalmente ne ho fatti altri perché erano un preliminare. Li ho fatti per simpatia, perché mi andava di regalare un orgasmo a qualcuno. Alternando due ragazzi, o alternandone tre, o mentre c'era chi mi guardava farlo. Ho fatto gare di pompini. Li ho fatti rispondendo a inviti timidi o addirittura ridicoli ("ti va di darmi qualche bacetto lì?") oppure dopo che una pomiciata di pochi secondi si era trasformata in un brutale "prendimelo in bocca, troia" (o "bionda", se era appena più educato). Certe sere o certi pomeriggi li ho fatti senza sapere il nome di quello cui lo stavo facendo oppure dimenticandolo qualche ora dopo. Assecondando richieste tipo "dai, ora fanne uno pure a lui" o ignorando conversazioni volgari come "lascia fare a lei, è ‘na bocchinara nata", ma anche arrapandomi per i ragazzi che elogiavano le mie skills. Li ho fatti mentre un altro mi sbatteva. Sono uscita di casa dicendo a me stessa "oggi almeno uno me lo faccio". Magari è andata male o magari non mi sono fermata a uno. Ho ingoiato, ho chiesto o consentito che mi imbrattassero, ho tossito sperma andato di traverso e l’ho pure espulso dal naso come muco, in qualche circostanza non sono riuscita a evitare che tracimasse dalla bocca. Sono stata a tratti davvero lurida, ho subìto l’onta del rifiuto del bacio, l’umiliazione del sentirsi dire “sciacquati ché fai schifo”, ho sbavato, ho rovinato make up. Spessissimo mi sono percepita piena di forza, ho provato orgoglio. Lo sperma è stato il mio sapone, il mio shampoo, il mio collirio, il mio aerosol. Ho sentito tessere le mie lodi prima, durante e dopo, ho sentito insultarmi prima, durante e dopo. Mi sono masturbata nel mentre, ho goduto senza nemmeno toccarmi, ho avvertito la fica schiudersi lasciando che le mutandine si bagnassero, a volte neanche le avevo, a volte le avevo e mi impiastricciavo lo stesso collant, leggings, pantaloni. Mi sono eccitata immaginando di farlo a qualcuno appena scorto tra la folla, mi sono sgrillettata a pensarci.

Ho fatto pompini nei luoghi più disparati: all'aperto, in macchina, in angoli bui, nelle toilette, in alberghi più o meno decenti, ovviamente nelle case, conosciute o estranee che fossero. In posti curiosi cui non avrei minimamente pensato ma che alla bisogna si sono rivelati adattissimi, in posti meno adatti ma divertenti, in posti pericolosi. Addirittura a non più di dieci metri da un commissariato di polizia (ma ce ne accorgemmo solo dopo). Facendomi avanti io, oppure essendo forzata e andando giù con una risatina isterica che celava paura e eccitazione insieme. Per sfida e un paio di volte per vendetta (sì, ok, quelli me li sarei potuti risparmiare). Puntando a una conclusione rapida, perché so come concludere, oppure torturando il malcapitato/fortunato di turno perché so come lasciare qualcuno sulla corda. Finendo da sola o permettendo che la brutalità maschile prendesse il sopravvento. Preferibilmente senza usare le mani: può essere che faccia più mignotta, in realtà è perché mi viene più facile e preferisco aggrapparmi. Accucciata, rannicchiata, seduta, distesa a letto, mentre me la leccavano, persino in piedi con il tipo del momento accomodato su un letto a castello. Li ho fatti soprattutto in ginocchio, sacrificando i pantaloni alla sporcizia o la pelle a graffi e lividi, distruggendo calze. Mi è piaciuto praticamente sempre e, ripeto, non mi pento di nulla.

Conosco la mia abilità. Certo, un po' di pratica c'è voluta prima di non avere più paura di farlo male, ma io credo che al fondo ci sia parecchia predisposizione naturale. Ho imparato senza fatica a tenere la testa sgombra e a seguire sostanzialmente il mio istinto. Ho chiesto “ti piace?” conoscendo già la risposta, ho mugolato di piacere o per compiacere, sono stata una colonna sonora di grugniti, risucchi, inalazioni rapide e rumorose contro l’apnea.

E ci sono state giornate in cui ho pure pensato "questa DEVE essere la madre di tutte le succhiate di cazzo". Perché in quel momento tenevo molto non solo al cazzo ma anche al suo portatore. Luca è stato uno di questi pochi fortunati. La prima volta che l'ho imboccato non me la scorderò, come non dimenticherò ciò che pensai: sarà il primo pompino della tua vita, qualsiasi lingua te l’abbia accarezzato in passato.

E' chiaro, tra me e lui non mancano i momenti, diciamo così, più passionali, anzi sono più o meno la norma. Sono la norma i miei "voglio prendertelo in bocca" enunciati vis à vis, scritti per whatsapp, sussurrati per telefono. E lui non è da meno, credetemi.

Stavolta invece no, nulla di tutto questo. "Me lo fai un pompino?" detto come si direbbe "e se facessi un risotto?".

La felicità è anche sorridergli e rispondergli "certo, tesoro, tutto quello che vuoi". Rinunciando a manifestare una qualsiasi (e per giunta reale) sorpresa. Rinunciando a interloquire per affermare la mia soggettività, fosse anche solo domandargli scherzosamente "e ora questa come t'è venuta?". La felicità è inginocchiarsi tra le sue gambe aperte e slacciare il laccetto dei pantaloni della tuta, liberare il suo Ben di Dio. Mettersi al lavoro senza bisogno di inscenare l’orgetta, scoprirsi le tette, arraparsi con le volgarità, esprimere voglie particolari. Guardarlo ogni tanto senza fare lo sguardo da troia golosa e, sempre ogni tanto, sorridere, bearsi della sua beatitudine. Non si tratta di dire o di sentirsi dire “sono la tua bocchinara/sei la mia bocchinara”, e se proprio ve lo devo confessare non mi sento nemmeno particolarmente ed euforicamente zoccola. So che probabilmente una definizione di “normalità” faticherei a darla, però me la sento addosso: una normalissima ragazza che fa un normalissimo pompino al suo normalissimo ragazzo.

E sono eccitata, sì che sono eccitata. Perché la felicità stasera è farglielo, assaggiare il piacere della sua carne, esaudire un suo desiderio. Ma pensando soprattutto al suo, di piacere. Perché chiunque ha bisogno di un po’ di quality time di tanto in tanto e lui più di tutti. Perché se lo merita, perché è mio. Ripensandoci, non deve essere un normalissimo pompino, deve essere il miglior pompino della Storia dell'Umanità.

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