Il prezzo della sottomissione (parte 11)

Scritto da , il 2021-11-30, genere sadomaso

Gli (ex) amici cominciarono a chiamarla anche in privato, nelle singole case senza la presenza di Niccolò, sempre informato. Si divertivano e poi la mandavano via o, a volte, se la tenevano per la notte. Erano loro a scegliere, non la schiava.
Simona era sempre più presa in un vortice e non si accorse, per lo meno non subito, che Niccolò, come tutti gli altri, diventavano sempre più cattivi ed esigenti con lei.
Anche in pubblico capitava che la trattassero come una cameriera.
Fu questo uno dei primi segnali che le fecero suonare qualche campanello di allarme, inizialmente nel subconscio. Stava venendo meno quella distinzione che la mandava sulle montagne russe, cioè il netto distacco tra pubblico e privato.
La distanza tra loro aumentò anche nel privato, in quanto la trattavano sempre più come schiava, essendo evidente la sola attenzione verso il loro piacere. L’atteggiamento in pubblico, invece, contribuiva a farla sentire sempre meno parte di quel gruppo nel quale lei era solo un giocattolo.
Una volta fu chiamata da Luisa ed Ernesto. In casa trovò ad attenderla una gogna. Nuda, la fecero mettere a 90 gradi per infilare collo e polsi negli appositi buchi. Le due assi che la bloccavano furono chiuse con un lucchetto.
Ai capezzoli ed alle grandi labbra appesero, con morsetti, alcuni pesini che le facevano male.
Il suo dolore era una costante per l’eccitazione dei Padroni.
Luisa si eccitò a penetrarla con un dildo mentre il marito usava la sua bocca. Erano troppo eccitati e non ci misero molto a godere, prima Ernesto, avendo preso posto nella vagina della schiava, e poi Luisa, dopo averla liberata ed essersi fatta leccare.
Organizzarono altre serate insieme, sempre più spesso.
Simona cominciava ad avere paura di quegli eventi. Il dolore era sempre più forte ed anche l’umiliazione. Soprattutto erano cessate le montagne russe, essendo evidente la sempre meno considerazione per la sua persona che non era parte del gruppo con la sua natura sottomessa, ma era sempre più il giocattolo di quel gruppo.
Anche in pubblico gli altri cominciavano ad accorgersene e lei si sentì sempre meno esaltata.
Venne chiamata per l’ennesima cena tra amici. Ovviamente gli “amici” erano quelli seduti al tavolo. La cosa particolare di quella sera consisteva nel fatto che la loro eleganza era limitata al busto.
Dalla vita in giù, a tavola, erano completamente nudi con i sessi esposti.
La schiava era sotto al tavolo nel cui centro vi era un foro. In esso passava una catenella che, sotto, terminava con due morsetti attaccati alle grandi labbra di Simona.
L’altra estremità della catenella era appoggiata sulla tavola.
La ragazza, mentre i commensali cenavano, doveva leccare i loro sessi, eccitati.
Ad ogni tirata di catenella, che le faceva molto male, doveva, in senso orario, spostarsi per dedicarsi al sesso del Padrone, o Padrona successiva.
Le pinzette le davano un dolore costante che le arrivava alle tempie.
Per aumentare il (loro) divertimento, le ammanettarono i polsi dietro alla schiena, in modo da renderle scomoda la posizione e difficoltoso lo spostamento da un Padrone all’altro.
Li eccitava moltissimo sapere che mentre consumavano la cena, sotto il tavolo una giovane, bella ed ammirata ragazza, scomoda e sofferente, si dedicava al loro piacere. Vedevano evidenziata la differenza di status tra loro, seduti, e la schiava sotto il tavolo.
Chi non godette durante la lunghissima cena, la usò dopo, davanti agli altri. Quando tutti si furono soddisfatti, le ordinarono di stare a terra, zitta, mentre loro, che si erano rivestiti, discorrevano seduti su poltrone e divani, sorseggiando spumante freddo e tenendola ai loro piedi, ovviamente nuda.
Quello fu uno degli ultimi incontri.
L'ultima serata, che lei stessa non portò a termine, la vide in una villa che avevano affittato. Lì, con grande sorpresa, trovò un’altra ragazza, più giovane di lei, in evidente ruolo di schiava. Subito si chiese se fosse nuova o se era coesistita con la sua schiavitù.
Tutta quella esperienza fino ad allora vissuta era incentrata sull’espressione del corpo, sul far respirare quella cosa che aveva dentro e che le era esplosa, sfuggita di mano, colta ed usata da altre persone.
L’ultimo atto fu all’inizio della “festa”.
Pioveva e nel cortile della villa affittata non c’era un portico. Le auto dovevano essere parcheggiate ad una trentina di metri dalla porta di ingresso.
Niccolò la costrinse, nuda, ad andare a prendere con l’ombrello gli altri amici. Questi arrivarono contemporaneamente ma su due macchine separate.
Lei dovette fare 4 viaggi in modo da ospitare sotto l’ombrello una persona per volta.
La particolarità non fu tanto nel fatto che doveva stare nuda (ormai da tempo con loro non indossava vestiti) quanto nella circostanza che lei non avrebbe potuto essere coperta dall’ampio ombrello che, per il diametro, le avrebbe invece consentito di proteggersi.
Doveva tenere esposto il braccio, coprire l'ospite dopo avere aperto la portiera in modo deferente e, nel tragitto verso la casa, prendersi l’acqua. Questo anche nell’andata verso l’auto, quando l’ombrello avrebbe dovuto restare chiuso.
Accompagnò tutti e quattro alla porta di ingresso mentre l’altra schiava, più giovane di lei, era all’asciutto e li aspettava in casa, inginocchiata e nuda, con un vassoio sul quale vi erano bicchieri di spumante.
L’acqua piovana nascose le sue lacrime che, anche se fossero state notate, sicuramente sarebbero state ignorate.

* * *

Epilogo
Guardavo Giorgio dall’altra parte del tavolo mentre terminava il suo racconto.
Aveva ancora il suo bicchiere di vino rosso dal quale non aveva più sorseggiato nulla.
Nemmeno io avevo fatto progressi con la mia birra.
Lo ascoltavo, cercando di leggere dietro e dentro le sue parole che mi avevano descritto la loro storia.
“Ora ci siamo lasciati, ma cerchiamo di lavorare sull’anima di entrambi. La cicatrice fa il suo mestiere e, quindi, si fa vedere e sentire. Io fui il primo a schiantarmi e a farmi male, quando lei definitivamente smise di considerarmi come parte di quella storia che avevamo iniziato insieme seppur con motivazioni separate. Poi toccò a lei che, però, si è fatta forse più male, perché la sua corsa era continuata sempre più veloce, come un’auto senza controllo in una ripida discesa su una strada di montagna. Puoi tenere la vettura per un po’, ma se non controlli la potenza prima o poi ti schianti”.
Ripensai all’espressione notata un’ora addietro, quando lo vidi in questo bar e mi avvicinai a parlare dopo che sua moglie si era allontanata. Avevo visto quando Simona arrivò e notai, nel bacio di saluto che diede a Giorgio, la tipica espressione di dolore di un corpo toccato in un punto ove c’è una lesione.
Ripensai al corpo di Simona, a quanto lo avessi desiderato ed invidiato il mio amico Giorgio che vi aveva libero accesso.
Nel pensare a quanto mi fossi ingannato, vidi il dolore dei miei due amici.

* * *

Ora non so davvero dove lei sia finita
Se ha partorito un figlio o come inventa le sere
Lui abita da solo e divide la vita
Fra il lavoro, versi inutili e la routine d'un bicchiere
Soffiasse davvero quel vento di scirocco
E arrivasse ogni giorno per spingerci a guardare
Dietro alla faccia abusata delle cose
Nei labirinti oscuri delle case
Dietro allo specchio segreto d'ogni viso
Dentro di noi (*).

*(Estratto dalla canzone “Scirocco”, di Francesco Guccini, contenuta nell’album “Signora Bovary”, 1987)

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