Proxima Centauri, fine corsa

Scritto da , il 2020-11-11, genere prime esperienze

Mi lascio scivolare dentro il budello di roccia, trattenuta dal discensore che sfrega contro la parete, scorrendo sulla corda infangata. Gli spazi sono sempre più stretti e presto mi incastro con i fianchi nel cunicolo verticale di questa maledetta grotta.
'Ma non potevano farla più larga, questa fottuta grotta?'
Cerco di tirarmi sulla corda, ma i gomiti si incastrano, non riesco a muovere le gambe per cercare di spostarmi da questa posizione di stallo.
Da sopra mi guardano preoccupati, ma possono fare ben poco. O improvvisano un paranco, oppure in qualche modo devo cavarmela io a tirarmi fuori di impiccio da questa strettoia.
In su non vado. Se scendendo mi incastro ancora di più, sarà un casino tirarmi fuori.
Provo a scendere, il corpo scivola, la corda scorre nel discensore.
Svuoto i polmoni, ma cambia poco. È il mio culone che si è incastrato. Ora sono ancora più bloccata di prima. Da qua non se ne viene fuori. Finchè mi viene un barlume di idea. Cerco di sollevare appena appena un ginocchio. Le anche si mettono oblique e riesco a scendere. Poi più sotto la strettoia si allarga. Appena in tempo per non farmi prendere dal panico.
Do il segnale di corda libera e proseguo nello stretto cunicolo che ora si è fatto orizzontale.
Mi raggiungono gli altri che, visto come sono discesa io, sono riusciti a divincolarsi un po' meglio nella strettoia. La grotta procede stretta fino ad una curvatura a baionetta.
Non si passa ed il soffitto stringe sempre di più.
Mi tolgo il caschetto e riesco a buttare la testa poco più in là, ma non basta.
Mi tiro indietro fino all'ultimo slargo della galleria. Mi tolgo l'imbragatura, tuta da grotta e sottotuta in pile e resto in mutandine e top. Mi porto alla strettoia micidiale. Il contatto della pelle nuda contro il pavimento infangato del cunicolo mi fa rabbrividire, ma ben presto lo sforzo muscolare per passare la strettoia mi attenua le sensazioni esterne. Da dietro mi sostengono sui piedi che scalciano a vuoto, per aiutarmi a trovare punti di spinta. Qualcuno ne approfitta per mettermi una mano sul culo. Va beh, pazienza. L'ambiente speleologico è fatto così ed in questo momento tutto aiuta.
Le tette mi ingombrano, ma per fortuna riesco a schiacciarle e a spostarle. Trattengo il fiato e avanzo.
La roccia ruvida mi strappa la canotta, ma finalmente riesco a superare la strettoia, praticamente nuda, in uno spazio molto più largo.
Sbanfo dalla fatica, riempiendo di vapore l'ambiente freddo, saturo di umidità. Il petto mi si solleva in respiri profondi.
Mi sembra di essere stata partorita di nuovo, ma sono di là.
Gli altri mi passano i vestiti attraverso la strettoia. Con mazzetta e punta cerco di allargarne un poco i contorni ed infine anche gli altri, tra sudore, fango e imprecazioni riescono a passare.
La prosecuzione della grotta è molto bella, intercettando un torrente attivo e scivolando a fianco di cascate e laghetti ricchi di stalattiti e candide stalagmiti.
Avanziamo in questi ambienti vergini, mai visti da alcun essere umano finchè sul fondo dell'ultima galleria scorgiamo un bagliore che si fa sempre più luminoso con il nostro progredire.
Ci avviciniamo all'uscita in parete, all'aria aperta, al sole; il secondo ingresso della grotta, da anni ipotizzato e cercato e solo oggi trovato. La luce dopo giorni di esplorazione, come un nuovo sole dopo anni di viaggio interstellare.

'Buongiorno Yuko, ti trovi sulla navicella Phenix, in viaggio verso Proxima Centauri...'
Mi riscuoto. Respiro profondamente, riabituandomi all'idea, riallacciando i ricordi di dove mi trovo.
Non è più la mia cameretta, sono nella capsula di riserva, nel modulo di comando. Le nostre quattro camere sono ormai tutte disabitate ed io sono l'unico essere umano sopravvissuto in questo viaggio che ora dovrebbe essere arrivato ad un qualche tipo di termine.
'... Sulla Terra è il tre novembre 2035, mentre qui sulla Phenix siamo all'incirca al giorno tre novembre 2024...'
Il 2035, sulla Terra.
Chissà cosa sarà successo al pianeta in questi 15 anni.
Mi guardo il corpo nudo. Sono ridotta a pelle e ossa, ma qui, da sola sulla Phenix, dalle 6 settimane di vita previste per quattro persone, sono passata ad un patrimonio di quasi sei mesi di ossigeno e viveri. Sempre che io decida di vivere e di rimanere sveglia.
Resta sempre l'ipotesi di abbandonare la nave o di ibernarmi e lasciarmi morire nel sonno.
Chissà dove sono finita. Questo è l'ultimo risveglio. Da ora in poi qualunque tipo di interesse per il nostro destino decade del tutto ed il centro controllo missione sulla Terra chiuderà la pratica Phenix.
Mi sposto verso i finestroni.
C'è un gran lavorio di macchine in funzione, di led e ticchettii di apparecchiature.
La strumentazione, progettata per funzionare in autonomia, sta registrando dati e svolgendo attività di ricerca in questo ambiente in cui sono andata a finire i miei giorni.
Vengo presa dalla curiosità.
Apro il primo portellone. La luce rossa di una luminosa stella inonda questi ambienti che per anni hanno ricevuto solo luce artificiale.
Proxima Centauri.
Fasci di luce rossa si riversano nella navicella, come l'onda fra gli scogli del mare di un pianeta ormai lontano.
Ce l'abbiamo fatta.
Rossa come un sole in perenne tramonto, ma apparentemente molto più grande, Proxima Centauri è il mio nuovo sole, la luce perenne che assisterà allo spegnimento della mia luce temporale.
La Phenix deve veramente essere entrata nella sua orbita. Le ipotesi si sono confermate corrette.
Questa spedizione non ha ormai più alcun scopo biologico, e tutta l'apparecchiatura è volta a raccogliere dati da questo sistema planetario tutto da scoprire.
Io sono una casuale testimone di una ricerca cosmologica eseguita da sonde planetarie al termine di un viaggio interstellare.
Mi sento molto come il tenente Giovanni Drogo, l'eroe del deserto dei tartari di Buzzati, nella fortezza Bastiani. Quando infine arriva la battaglia ed è tutto un fermento di persone che si prepara, lui viene escluso e congedato; esiliato ad affrontare l'ultimo dialogo con la morte, solo, inutile ed abbandonato.
Apro l'altro portellone e rimango abbagliata da una luce azzurrina.
Con immenso stupore dai cristalli del finestrone mi giunge la visione di un pianeta molto vicino, avvolto da un'atmosfera dal tenue colore celeste, interrotto da distese purpuree dai contorni irregolari.
La luce si diffonde nella navicella.
Sullo sfondo, alle spalle del pianeta azzurro, il cielo nero riporta alla memoria le forme delle costellazioni, di poco modificate rispetto alla prospettiva dalla Terra.
Cerco la fisionomia a “W” di Cassiopea per identificare il Sole e lo trovo.
Una stella decisamente più luminosa delle altre, ai piedi della regina mitologica, ma solo una nuova stella in una costellazione qualunque.
Qui, invece, sto orbitando in un sistema di tre stelle. Per la verità due sono molto lontane, appena visibili alle spalle di Proxima. Resto ammaliata da questo spettacolo, assolutamente inimmaginabile per chi, dalla Terra, con i telescopi, cerca di decifrare i misteri di questa parte dell'universo, anche se vicina al sistema solare.
La solitudine è tremenda, ma il posto incantevole, e le melodie celtiche che sto ascoltando rendono tutto molto più accettabile.
Ascolto i messaggi dalla Terra.
Come previsto, qualcuno ha preso il posto di Hermann Morr. Chissà cosa sta facendo l'ex responsabile della missione Phenix. Si sarà messo a scrivere racconti erotici, come minimo.
I miei messaggi disperati sono ancora in viaggio verso le parabole del centro controllo, ma nel frattempo sono stati fatti progressi nelle indagini astronomiche. È stato scoperto un altro pianeta intorno a Proxima Centauri e sono stati ottenuti dati orbitali su Proxima b.
La Phenix dovrebbe attraversarne il piano orbitale ed essere agganciata dalla forza gravitazionale della nana rossa.
Dalla nave madre sono partite sonde dirette ai due pianeti ed una in orbita intorno alla stella.
Io ormai non ho più alcun scopo in questa missione. Dopo il check up medico, i miei ultimi dati sono partiti per la Terra e fra quattro anni qualcuno metterà la parola fine anche al ricordo della mia esistenza, che, in questo sistema planetario, di fatto si spegnerà in questi giorni.
Non so neanch'io cosa fare, se mettermi la tuta spaziale ed uscire per schiantarmi sul pianeta qui di fianco, o consumarmi in questi ultimi sei mesi che mi rimangono nella navicella in cui ho vissuto e sono sopravvissuta per cinque anni. Solo poche ore da sveglia in verità, raccogliendo storie ed emozioni equivalenti a cinque anni vissuti sulla Terra.
Avrei voglia di esplorare questo pianeta prima che la Phenix si allontani, ma non ho alcuna attrezzatura per sbarcarvi né per sopravviverci. Oltretutto non so nulla di questo posto.
Cerco di decifrare i dati che le strumentazioni di bordo stanno raccogliendo, ma non ho le conoscenze per manovrare ed interrogare gli strumenti.
Non riesco neanche a capire se siamo entrati nell'orbita di questo pianeta o se lo sfioreremo soltanto, proseguendo il viaggio verso Proxima. Non so neanche che pianeta sia. Dalle dimensioni del disco rosso davanti ai miei occhi direi che siamo vicinissimi alla stella e quindi forse questo è davvero Proxima b. Come ci siamo finiti, visto che avevamo una probabilità esattamente uguale a zero, è ancora un mistero che non potrò decifrare io, ma che dalla Terra, studiando i dati del percorso, forse potranno chiarire.
Gli strumenti stanno facendo misure, ma i risultati non mi saranno comunicati. Il mio nuovo sole è pazzariello e di tanto in tanto spara dei brillamenti che hanno la potenza di migliaia di bombe atomiche. Non credo che potrò sopravvivere fuori dal guscio della Phenix. Mi sento estremamente fragile, con i miei delicati meccanismi cellulari, rispetto ai macchinari di titanio, acciaio e silicio di cui sono composte le strumentazioni che esploreranno in sicurezza il sistema.
Nelle immagini dei monitor che permettono la visione della poppa della navicella, è visibile un sarcofago in metallo. Per qualche motivo a me sconosciuto una delle due bare viaggianti è stata trascinata nella rotta dell'astronave. Sembra stupido, ma questo mi fa sentire meno sola, anche se la compagnia è un po' macabra.
Mangio qualcosa. La musica e questo scenario rendono l'atmosfera onirica ed evanescente.
Ho imparato a muovermi nell'ambiente senza gravità, ma probabilmente sono diventata del tutto inadatta a vivere in un ambiente dotato di gravità.
Mi metto poi a sbirciare i dati sui monitor dei computer.
Grazie a rudimentali istruzioni riesco a scovare una rappresentazione grafica del nostro viaggio fra le stelle. È da questi grafici che riesco a capire che la Phenix è giunta già da qualche settimana intorno alla stella, ha compiuto un'ampia curvatura finendo catturata dalla sua gravità.
Dopo alcune orbite intorno alla stella, sembra che la traiettoria sia stata deviata, portando l'astronave in prossimità di questo pianeta, che si conferma essere “Proxima b”.
Pianeta di tipo terrestre. Non è ancora chiaro, dai dati aggiornati dalla Terra, se questo pianeta abbia acqua o un'atmosfera, ma da quel che posso capire, un'atmosfera esiste, anche se ne ignoro completamente la composizione.
Anche in pieno giorno, la luce è quella che da noi si presenta al termine del tramonto.
Passo il tempo a rimirare il pianeta, a cercare di scorgerne i particolari, oppure ad immergermi in questo tramonto senza fine. Molto romantico, ma in fondo anche abbastanza monotono.
Guardo le mail, tenendomi tra le braccia Patachou ed il sigaro, unici ricordi concreti dei miei ultimi amici, come tempo fa una bimba, in un giardino di Yokohama, teneva il suo orsacchiotto Kokò, sballottata tra la città di mare ed Osaka, la sua città natale, prima di finire in Italia a ricostruire un'improbabile rete di amicizie ed affetti.
A sorpresa nella posta trovo un lungo filmato che mi ha inviato Luthien. Immagini di vita subacquea, una manta che nuota lentamente nelle sfumature blu scuro, come ora io galleggio nello spazio senza gravità.
Le rispondo.
'Ciao, Luthien. Sono ancora viva, da sola. Ancora per quanto tempo?'
Hermann si è dimesso da direttore della missione Phenix. Continuerà a seguire i dati, ma si è buttato nella missione per Marte, ormai pronta per la prima partenza.
Mi parla di sensi di colpa, si sente responsabile per le persone partite e scomparse durante il volo, come pure per quelle che, anche se giunte a destinazione, sarebbero morte senza alcuna speranza né scopo.
'Caro Hermann, sto bene. Ho il cuore pesante per la perdita dei miei compagni di volo, molto appesantito; ma sto meglio. La vicinanza di un pianeta con un'atmosfera mi dà un certo sollievo. C'è ancora un sole che mi illumina di luce naturale, che getta la mia ombra sulle pareti della Phenix. Ho solo il dispiacere di non poter condividere questo spettacolo con Gwyn ed Annalisa, anche se qualcuno è rimasto appiccicato al culo dell'astronave e non so neanche chi. Osservo il pianeta che lentamente ruota. In lontananza la stella doppia di Alpha Centauri è un gioiellino in questo immutabile crepuscolo rosso intenso. Non credo che starò qui sulla Phenix a finire cibo ed ossigeno con l'angoscia di osservare giorno per giorno la sabbia della clessidra della mia vita che lentamente fluisce e si consuma per arrivare alla sua fine programmata. Ti auguro di raggiungere gli obiettivi della tua vita. Io, i miei, penso di averli raggiunti. Ora mi sento leggera, sempre più leggera.'
In camera di Annalisa ritrovo il suo profumo, lo apro e mi immergo nell'aroma della ragazza. Chiudo gli occhi ed è come se lei, in carne ed ossa, ricomparisse, qui fra le mie braccia, leggera, soffice e tiepida, ne sento le carezze ed i baci sul collo e sul seno. Sento le sue curve sinuose sotto le mie dita.
Mi lascio ondeggiare nella navicella vuota, come una medusa nelle acque, un pesce esotico nella barriera corallina, cullata dalla musica di Enya, nella luce incerta di questo crepuscolo senza fine.
È come se portassi nel cuore i sentimenti di tutta l'Umanità, li conservassi dentro di me.
Sono l'unico essere vivente, l'unico essere al carbonio in mezzo a questi automi a base di silicio. Unico baluardo della vera umanità, quella che non solo pensa e costruisce macchine, ma principalmente ha un cuore, uno spirito e sentimenti.
Mi fermo ancora nella navicella il tempo equivalente a circa tre giornate terrestri.
Giusto per la conferma che l'orbita della Phenix si è stabilizzata intorno al pianeta, attorno al quale giriamo una decina di volte.
Poi ad un certo momento, non è un giorno o una mattina, poiché questa regolazione del tempo qui non esiste più, decido definitivamente che non voglio morire qui, consumare l'ossigeno ed i nutrimenti e spegnermi qui. Preferisco morire prima, ma su un pianeta, in un ambiente naturale, e non in questo posto, che riproduce malamente solo alcune caratteristiche del mio pianeta di origine.
Mi viene in mente Gwyn e non riesco a trattenermi dal ridere.
Su questa superficie arriverà dal cielo una ragazza dai tratti orientali, venuta da un altro pianeta, esattamente come sulla Terra è arrivata un giorno una certa 'Lamù' dal pianeta Uru, con i caratteri somatici di una ragazza giapponese. Ecco, in realtà mi manca il bikini tigrato.
E Gwyn ha lasciato la Terra per cercare una Lamù che contemporaneamente era partita dallo stesso posto per andare in un altro pianeta, finendo sulla sua stessa navicella.
Mi faccio una mangiatona, anche se i cibi liofilizzati, dopo 5 anni, non sono per nulla appetitosi. Già non lo erano alla partenza. Davvero ci vorrebbe una carbonara, un buon sushi, un piatto di linguine allo scoglio. Tanto ora non ho più problemi di dieta o di linea.
Mi rimetto la mia tuta spaziale, che ora mi sta esageratamente larga. Mi ricordo quando l'ho messa la prima volta, aiutata da Hermann Morr.
Non sono previsti moduli di atterraggio. Ciò che doveva essere inviato, qualche sonda e macchinario, probabilmente è già partito e nessuno, proprio nessuno, si sarebbe aspettato che intercettassimo veramente un pianeta dotato di atmosfera.
Quando è tutto pronto, mi prendo il profumo di Annalisa, il coniglietto ed il sigaro di Gwyn.
Se sono finiti in un buco nero o dispersi nello spazio, almeno l'ultima cosa che mi resta di loro rimarrà sulla superficie solida di un pianeta.
Il resto lo lascio qui, ad orbitare per chissà quanti anni, attorno a questo pianeta ignoto.
Perdo ancora alcune ore a guardare le immagini della Terra e ad ascoltare musiche, prima dell'addio definitivo. Ho pensato a lungo ed ora sono pronta.
Con commozione mi guardo in giro, ricordando le persone e le ore passate in questo posto in cui in realtà sono rimasta per 5 anni.
Come Giona che esce dalla balena dopo tre giorni e tre notti per recarsi a Ninive, anch'io lascio il rifugio sicuro per investirmi di una nuova missione, un nuovo scopo di vita.
Comunico a Terra cosa sto facendo, mando un'ultima mail per chiudere il diario di bordo.
Ma poiché non voglio morire bruciata, cosciente, nel rientro in una atmosfera, mi inietto una fiala di midazolam in muscolo. Un sonnifero che mi farà addormentare prima di incenerirmi mentre precipito, lasciandomi qualche minuto per guardarmi in giro nel mio nuovo pianeta.
Poi blocco il casco della tuta sulla testa. Ho qualche ora di ossigeno, ma conto di arrivare al suolo molto prima. L'erogatore del gas vitale funziona bene, di nuovo sento il rumore dei miei atti respiratori; riesco anche a percepire il mio cuore che mi batte in gola e pulsa nelle tempie.
Mi porto verso il cunicolo che dà accesso al portellone di uscita, chiudo l'oblò interno alle spalle ed apro quello esterno; esco da questo mausoleo dopo 5 anni.
Finalmente alla luce di un nuovo sole, rosso carminio, ondeggio un po', attaccata alle maniglie esterne del portellone.
Ultima oasi del pianeta Terra, addio.
Una piccola spinta e mi sgancio dalla Phenix, su una nuova orbita diretta verso Proxima b.
Mi sento leggera, come un petalo che vola in un vento tiepido e gagliardo di una primavera giapponese. Un petalo sfuggito dalla Terra e finito per sbaglio, solo, su un altro pianeta, unico messaggio organico dal pianeta di origine, unico testimone di una vita fatta di cellule viventi, non solo macchine, numeri e dati.
Procedendo nell'atmosfera, di nuovo sento il rumore del vento intorno al casco. La tuta spaziale vibra, flagellata dagli strali dell'aria, come quella volta nelle tempeste di vento del monte Fuji.
Scorgo immense distese fucsia e porpora alternate a chiazze azzurrine sulla superficie del pianeta cui mi avvicino come una meteora. Poi mi coglie un torpore.
Cerco di mantenermi sveglia per curiosare lungo la superficie in cui riposeranno i miei resti, ma il buio si impossessa dei miei occhi, ovatta le mie sensazioni, e poi è solo silenzio.

Nella mia mente si formano immagini. Sotto di me una distesa di strane piante, come anemoni di mare dal colore purpureo, lunghi tentacoli in movimento lento e sinuoso come mosse da flussi gassosi o liquidi. La visione si allarga e scorgo le mie gambe, il mio corpo nella candida tuta spaziale, i distintivi dell'ESA, l'agenzia spaziale europea.
Sono sospesa nel vuoto, tra sogno e realtà. Mi muovo e le mie gambe si muovono, muovo le mie braccia e mi vedo le mani. Respiro ancora, riesco a percepire il rumore dell'aria dentro e fuori di me. Mi tocco il volto, le mie mani scivolano sul cristallo del mio casco.
Sono ancora viva.
Sospesa in qualcosa che non riesco a capire se liquido o gassoso.
Non mi sono incenerita nel rientro nell'atmosfera, ed ora sono trattenuta a mezz'aria da qualcosa.
Qualcosa che forse mi ha protetta nella caduta, ed ora mi tiene in vita.
Non so quanto sono rimasta addormentata sotto l'effetto del sonnifero, e non so quanto ossigeno mi rimanga.
Sebbene riesca a muovere gambe e braccia, a guardarmi intorno, non riesco a muovermi da questa posizione, non riesco a scendere sulla superficie che intravedo sotto di me, e nemmeno a spostarmi di posto.
Devo solo aspettare.
“Qualcuno mi sente?” Azzardo al microfono all'interno del casco. Nessuna risposta.
Mi stupisco del rumore della mia voce, che non percepivo da tempo.
Mi dà un piacere senza senso risentire la mia voce. Mi fa sentire meno sola ed abbandonata in questa situazione che non riesco a definire.
Provo ancora a spostarmi, ma annaspo nel vuoto e pertanto mi rassegno e mi dedico a guardarmi intorno.
Quei grossi steli purpurei che ondeggiano incerti sembrano forme di vita primordiali.
“Hey, voi!” provo a chiamarli come se fossi diventata un personaggio di una fiaba fantastica, mettendomi a ridere stupidamente.
“Ciuffetti! Mi sentite?” e scoppio di nuovo a ridere sinceramente divertita, del tutto acritica della situazione in cui mi trovo. Ma del resto, cosa dovrei fare?
Mi vengono in mente le alghe che ondeggiavano, lunghe e verdi, nell'acqua scura del piccolo ruscello nel nostro giardino di Osaka, quando ero piccola.
Le osservavo muoversi lentamente, in movimenti ripetuti eppure sempre diversi.
Nella memoria riaffiorano le note di una ninna nanna, una antica filastrocca che canticchiavo al mio orsacchiotto Kokò, e senza accorgermene la mia voce inizia a delinearne le melodie. Dapprima quasi inconsciamente, impercettibilmente; poi me ne accorgo, ne divento cosciente, modulando la mia voce alla ricerca di quei ricordi da anni sepolti nel subconscio.
Muovo i piedi e le mani per imitare il monotono movimento di questi rami senza foglie che si muovono sotto di me.
Finchè non vedo emergere da questo mare di tentacoli, qualcosa che si muove lanciando lampi di colore rosso vermiglio.
Un essere, due, poi una decina, affiorano alla superficie di questa prateria, come grosse stelle marine dotate però di numerosi tentacoli, dai vividi colori di corallo rosso.
Si staccano dalla superficie ed aleggiano verso di me, si attaccano delicatamente alle mie gambe, mi avvolgono con i loro tentacoli, mi risalgono sulle cosce, come grosse lumache.
La mia fine sarà dunque mangiata dagli abitanti di questo pianeta?
Non tento neanche di scappare, so già che non posso spostarmi, né scuoto le gambe per scrollarmi di dosso questa presenza.
Lo stupore mi paralizza il respiro. Bene o male è il primo contatto di un vivente del pianeta Terra, con un essere di un altro pianeta.
I tentacoli stanno studiando la mia tuta, forse si stanno chiedendo se sono buona da mangiare, o che razza di involucro indigesto mi ricopre.
Sushi al cartoccio?
Le strane stelle marine mi avvolgono, ma non mi stringono, mi scorrono addosso, scivolano sul mio corpo, risalgono tra le cosce e mi lambiscono il ventre.
Il colore è stupendo, ma vedere il mio corpo che gradualmente viene avvolto nelle loro spire mi mette una certa angoscia.
Non canticchio più, mi chiedo quale sarà la mia fine. Stritolata? Soffocata? Divorata?
Non potevano mangiarmi mentre ancora ero nel sonno?
Eppure percepisco, non so come, che la mia caduta è stata controllata da questi esseri.
Sono sicura che il mio destino fosse quello di schiantarmi in fiamme sulla crosta del pianeta, o polverizzarmi in volo, eppure qualcosa o qualcuno ha protetto la mia discesa.
Ed ora, con la stessa curiosità con cui osservo i loro movimenti sul mio corpo, questi esseri stanno studiando me. Mi stanno mantenendo in vita percependo che arrivo da un pianeta lontano.
Ma intanto i tentacoli risalgono lungo il mio ventre, mi avvolgono il petto e si allungano sulle braccia. Muovo gli arti e li vedo oscillare. Non stringono, non fanno male, ma la superficie della mia tuta è ormai completamente ricoperta da queste mucillagini. Avvicino le braccia e provo ad accarezzarli, a studiarne la superficie, come loro studiano la mia.
La loro pelle è finemente ruvida, al contatto si contraggono, quasi come lumachine che si ritraggono se stimolate. Non riesco a cogliere altre strutture, mentre alcuni tentacoli mi si allungano sul collo e sul casco. Mi pare di scorgere qualcosa di simile a piccole ventose sulla superficie che aderisce al mio casco, ma dopo pochi secondi sono completamente avvolta e non vedo più se non attraverso qualche stretta fessura di luce.
Passano attimi in cui l'angoscia dell'attesa mi fa percepire il rumore del mio respiro inquieto.
Non ha senso opporre resistenza, cercare di strapparmi di dosso questi parassiti rosso sangue.
Sento forzare il casco e capisco che appena staccheranno il cristallo dal resto della tuta, tutto il gas che mi mantiene in vita si disperderà e morirò asfissiata.
Questione di pochi minuti.
Sento torcere il casco, una forza che non avrei ipotizzato fa leva per aprirmi lo scafandro.
Poi scatta la leva e sento l'ossigeno uscire con un sibilo acuto, ma solo per poco. Il casco è presto staccato e avverto una gelida temperatura esterna.
Trattengo il fiato. Sulla pelle sento un'aria umida, pungente, irritante.
Resisto solo pochi secondi mentre i tentacoli si infilano all'interno della tuta, nel mio calore, nell'ambiente che mi mantiene in vita.
Nell'ansia, nella forte emozione, non riesco a trattenere il respiro, i polmoni mi si svuotano e devo inalare.
Un forte ed acre odore di ammoniaca e di anidride solforosa mi entra nei polmoni.
Sento chiudersi la gola ed i bronchi in un attacco di asma, tossisco, mi sento soffocare, inalo altro gas ed il mio corpo è scosso da un nuovo accesso di tosse secca. Non riesco più a respirare in questo gelido gas, irritante ed irrespirabile, mi sento scoppiare il cuore in gola nell'imminente asfissia, quando i tentacoli mi si infilano in gola e nel naso.
Vengo scossa da un impellente conato di vomito, sento quasi esplodermi gli occhi dalle orbite. Le lacrime mi scendono lungo il volto, paonazzo nel tentativo di respirare.
La gola piena, non riesco a respirare né a vomitare, quando all'improvviso sento finalmente aria buona raggiungermi i polmoni.
Riprendo a respirare, espando il petto e sono di nuovo in vita.
Questi essere, questi tentacoli, mi stanno somministrando aria da respirare.
Non so come, ma in pochi secondi hanno capito cosa respiravo nella mia tuta, hanno percepito che nel loro ambiente stavo soffocando ed in modo del tutto misterioso mi stanno somministrando la miscela di ossigeno ed azoto che mi mantiene in vita.
Questi esseri non vogliono stritolarmi, uccidermi o mangiarmi.
Con un'attitudine, delle capacità per noi incomprensibili, mi stanno tenendo in vita, mi stanno studiando.
Penso alle strumentazioni della Phenix, le sonde che forse sono scese su questo pianeta. Noi studiamo loro, raccogliamo un insieme di numeri, formule, calcoli matematici.
E nello stesso momento, loro stanno studiando il mistero della vita che si è creato sulla Terra.
In pochi secondi conoscono di me un'infinità di informazioni vitali.
Respiro profondamente, i polmoni si espandono. Volgo il capo e mi guardo intorno. L'aria è fredda e frizzante, ma il gas che respiro è tiepido.
I tentacoli si infilano nella tuta, mi scorrono sul corpo, li percepisco sulla pelle, umidi e viscidi.
Sento gonfiarsi la tuta, tendere le cuciture finchè il tessuto si lacera. Il mio corpo nudo è ora allo studio di coloro che già due volte mi hanno salvato da una morte sicura.
Solo un paio di piccoli slip mi rimangono, ma i tentacoli hanno già indovinato la mia temperatura e, avvolgendomi, mi scaldano.
Mi avvolgono, mi si infilano nelle mutandine e presto anche queste vanno in pezzi.
Mi stanno analizzando, mentre io, riscaldata e ossigenata, resto a mezz'aria in balia della loro curiosità scientifica. Ormai comincio a convincermi di non avere da temere, ma il mio futuro è tutto un'incognita. Di sicuro posso dire che sto sopravvivendo più a lungo del previsto, e che se fossi rimasta sulla Phenix a morire, mi sarei persa il momento magnifico di questo incontro tra esseri viventi di pianeti diversi.
Chissà loro di cosa sono fatti, come vivono e come sono organizzati su questo pianeta.
I tentacoli mi scorrono caldi e viscidi sul corpo.
La sensazione è tremendamente piacevole e rilassante. Non stringono, non mordono e non pungono. Sono però in continuo movimento, in perpetuo studio di come sono fatta, forse anche di come funziono. Non vogliono solo scaldarmi e proteggermi dai gas della loro atmosfera, per me tossici.
È un movimento continuo. Mi si infilano sotto le ascelle, intorno al collo, umidi e morbidi. Mi strisciano sulle cosce ed intorno al ventre, mi si insinuano tra i seni.
Il mio respiro si modifica in questa sensazione di piacere che non riesco a controllare.
Sospiri profondi, gemiti. Tentacoli si mescolano tra i miei capelli, mi avvolgono la testa e mi chiedo se questi esseri riescono a leggermi i pensieri, le emozioni e le sensazioni.
Lo scivolamento tra le gambe si fa più intenso, un tentacolo ha scoperto la mia apertura tra le cosce ed indugia curioso.
Ci manca solo, ora, che....
Ecco, mi entra dentro, mi scivola sulla vulva, e tutto il resto perde ogni senso. Percepisco solo il movimento sui seni e sotto le ascelle, e poi...
Poi solo quel tentacolo che mi scivola addosso, che umido e viscido mi penetra dentro, fino in fondo, si torce, si allarga e si stringe. Gemo, il respiro si allunga, si fa profondo in sospiri sempre più prolungati.
E intanto penso che stanno studiando il mistero della vita e della riproduzione come avviene sulla Terra. Il corpo della donna creato per accogliere, per proteggere.
Proteggere ed accogliere l'uomo, con amore e delicatezza, e poi cullare ed avvolgere la nuova vita che nel mio interno ha la potenzialità di crescere e svilupparsi. Nel calore del mio corpo, nutrita della mia stessa vita.
La donna, il corpo di un umano venuto da lontano, nelle spire degli alieni ora geme di piacere, riproducendo il godimento di un atto sessuale, l'appagamento costruito intorno al mistero della procreazione. I tentacoli mi scorrono addosso, mi avvolgono, mi accarezzano, caldi e bagnati, scivolano su ogni centimetro della mia pelle e dentro di me, raccolgono gli umori del mio piacere che mi scivolano sulle cosce.
I miei gemiti nell'orgasmo imminente, svergognata di fronte ad una platea di decine di alieni.
Rapita nella mente, in sensazioni dimenticate, il mio corpo si contorce di estasi sentendo queste lingue avvolgermi, infilarsi ed accarezzarmi.
La mia mente viaggia lontano, meccanismi cerebrali potenziati comprendono che non per un caso fortuito, non per una congiuntura astrale la navicella è entrata nell'orbita di questo pianeta, ma in quanto manovrata direttamente da questi esseri superiori.
Fattezze primordiali e capacità enormemente superiori all'intelletto ed alle possibilità del pensiero umano.
La sapienza per muovere gli oggetti, pilotare col pensiero navicelle aliene.
Ma poi ogni pensiero svanisce, mentre mi sciolgo in un orgasmo a lungo trattenuto. I tentacoli mi trattengono, mi accarezzano, mi avvolgono e mi cingono, mentre il mio corpo si scuote in spasmi e contrazioni.
Poi sento come se la stretta sul mio corpo si attenuasse; mi rimangono tentacoli avvolti ai fianchi come a trattenermi, a cullarmi e a sostenermi. Le propaggini sul mio volto mi garantiscono il respiro e mi rilasso come in un abbraccio caldo ed umido, sulle ginocchia ad una morbida madre.
Mi assopisco e il respiro ritorna regolare, un riposo senza sogni o sensazioni, il pensiero sopraffatto ed annichilito dalle situazioni imprevedibili di questa mia vita sul nuovo pianeta.
Quale sarà il mio destino?
Sospesa nell'aria e coccolata per il resto della mia esistenza?
Beh, poteva andar peggio, eppure il mio futuro gravita ancora intorno ad un interrogativo senza risposta.
Quando mi risveglio vedo un assembramento di stelle rosse che si solleva a poca distanza da me.
Un movimento di tentacoli avvolge qualcosa, sospeso nell'aria, come ancora sono io, sollevata dalla superficie purpurea di queste piante dall'aspetto marino.
Tra i tentacoli rossi in fermento, si insinuano esseri color acquamarina, che presto scompaiono nelle profondità dei tentacoli rossi.
Esseri che non avevo ancora visto, come serpenti si insinuano nel frenetico movimento delle stelle marine.
Cosa hanno trovato ancora, cosa stanno studiando le stelle marine?
Ormai ho dato un nome agli esseri che mi ospitano, che mi studiano e che mi tengono in vita, regalandomi a loro insaputa, anche momenti di intenso piacere.
Non riesco a pensare al mio prossimo futuro, la mia mente si rifiuta di costruire ipotesi, non sostenuta da alcun dato obiettivo, alcuna informazione concreta.
Non ho fame né dolore. Solo comincio a sentirmi stufa di rimanere sospesa in aria, anche se non sono ostacolata nei movimenti. Ma non posso spostarmi in nessun luogo. Probabilmente non devo neanche; forse la vegetazione ai miei piedi è lesiva per il mio fragile corpo, inadeguato a questo pianeta ed a questa atmosfera. O magari le mie ossa diventate inconsistenti in questi anni non sono in grado di sorreggermi se depositata sulla superficie.
Il grumo di stelle marine si sta dipanando, restano solo pochi tentacoli e quelle specie di murene color indaco, ma non riesco a dare significato a quel poco che appare al di sotto.
Qualcosa in lento movimento, ma dotato di vita.
Alzo gli occhi verso il disco rosso di Proxima Centauri, tiepido e vicino, ed un nuovo torpore mi prende. Troppe emozioni mi hanno attraversata dal mio ultimo risveglio sulla Phenix.
Come in un sogno passeggio nuda, camminando leggera tra queste distese di anemoni fucsia, li accarezzo con le mani, i loro steli mi sfiorano le caviglie e le cosce.
I miei piedi avvertono di nuovo la pressione di un suolo solido sotto le piante, anche se mi sento estremamente leggera. Le stelle marine sono scomparse, ma so che, potendo respirare e muovermi senza quasi risentire di una gravità che mi spezzerebbe le ossa, gli esseri alieni probabilmente sono dentro di me.
Non riesco più ad accorgermi del tempo che passa.
Poi perdo anche il ricordo di me stessa e mi sento dissolvere in un oceano di riminiscenze e sensazioni.

“Ciao Miyoshi! Allora com'è andata l'ecografia?”
“Indovina”
“Femmina!”
“Sìììì! Come la tua!”
“Senti, le nostre due bambine devono crescere insieme! Imperativo!”
“Certamente!”
“Dai, quando partite? Dai, dai dai!”
“Guarda, Marina, aspettavamo solo di fare l'esame. Il posto è confermato, a settembre saremo a Roma. Visto il termine della gravidanza i capi della Mitsubishi hanno anticipato il trasferimento di Hiroshige.”
“Alè, vai! Ci faremo seguire nello stesso ospedale e dallo stesso ginecologo. Come avete deciso che si chiamerà la piccola?”
“Yuko!”
“Bene, Yuko e Annalisa best friends forever!”

Ed ora siamo ancora qui.
Il corpo del grosso telescopio Celestron da 9 pollici e un quarto è in asse. La serata è ideale, limpida e solo lievemente ventosa.
Nel cielo australe le stelle della croce del sud brillano palpitanti. Sulla sinistra, come il dardo di un sagittario, le due stelle del Centauro puntano decise verso il piccolo gioiello dei cieli a sud dell'equatore.
Senza perdere altro tempo puntiamo la stella più luminosa del Centauro. All'oculare rimiriamo la luminosa stella doppia, l'emozione ci prende alla gola, ci fa battere forte il cuore.
“Dai, Yuko, fa vedere!”
“Aspetta, te la metto a fuoco. Ecco!”
Annalisa appoggia l'occhio all'oculare e rimane senza fiato di fronte alla coppia di brillantissime stelle. Quasi in punta di piedi, i capelli biondi raccolti in una coda per non intralciare la vista all'oculare, stringe forte la mano all'amica di famiglia giapponese e si immerge della visione degli astri.
“È sempre come la prima volta, vero?”
Annalisa non risponde, ma stringe più forte la mano all'amica.
“Non mi stancherei mai di guardarla.”
“Anch'io. Sei pronta adesso?” chiede la ragazza orientale.
Annalisa annuisce, si avvicina all'amica e la bacia delicatamente sulle labbra.
“Vai, Yuko, fammi sognare!”
La giapponese armeggia con la tastiera elettronica, cerca, muove.
“Fammi vedere la mappa.”
L'altra riaccende il display del cellulare, con la posizione precisa delle stelle, una mappa stellare ad alto dettaglio proprio di quella zona di cielo.
Yuko riprende ad armeggiare, cambia oculare, rimette a fuoco.
“Si vede?”
“Ci dovrei essere, la zona è questa, aspetta.”
Cambia nuovamente l'oculare e riallinea lo strumento. “Eccola!”
“Fammi vedere!!!”
“Aspetta! La metto in centro, un attimo... “
La ragazza non si sposta. Rimane imbambolata all'oculare.
“Dai, Yuko, si vede?”
L'asiatica si sposta lentamente dal telescopio, gli occhi lucidi di emozione si fissano profondamente in quelli azzurri dell'amica di infanzia, della compagna di sempre.
Non dice nulla, ma prende la mano dell'amica e annuisce, poi si scosta per lasciare il posto.
L'altra si avventa, si appiccica all'oculare, regola la messa a fuoco e si azzittisce.
“Sei sicura? È Proxima Centauri?”
“Ah-ha!”
“Un puntino rosso disperso nell'Universo.”
“Un rubino che palpita su un velluto nero. Dai, tocca a me!”
“Spe!”
“Annalisa, ti prego.”
“Vai, tesoro.”
La giapponese si attacca alla piccola lente e si immerge nella contemplazione della piccola stella rossa che brilla tutta sola nel campo dell'oculare.
Annalisa le si accosta da dietro, le allunga le braccia intorno al ventre appoggiandole il capo sulla spalla. “Bella, vero?”
“Sì, ora tocca a te. Faccio fatica a staccarmi, dai, guarda tu!”
“Che voglia di essere lassù, vero?”
“Anche tu continui a fare quei sogni?”
“Gli anemoni di mare color porpora?”
“Le stelle marine color vermiglio!”
“Quanto ti amo Yuko.”
“Anch'io. Io non riesco a capire come faccio ad amarti così tanto, Annalisa.”
“Come facciamo a fare gli stessi sogni, te lo sei spiegata? Guarda tu, ora, Yogodo Tusudi.”
“Non so. Dai, non chiamarmi così.”
“Scusami, Yokopoko Mayoko, anzi, Yukopoko Mayuko!”
“Spiritosona. Guarda che sono nata anch'io a Roma, come te.”
“Può darsi, ma non hai l'accento dell'Urbe.”
“Beh, un poco sì, anvedi! È che appena varco la soglia di casa entro nell'impero nipponico, e questo non aiuta. Hai sognato anche tu l'uomo col sigaro?”
“Quello dei tatuaggi?”
Ritorna il silenzio nella notte africana. Quelle notti senza luce, senza umidità, in cui il cielo è veramente nero ed ogni minima luminosità del profondo cielo si staglia netta contro lo sfondo dell'universo.
Si alternano a rimirare nell'oculare la palpitante stella rossa lontana nello spazio, senza mai stancarsi.
Poi a notte inoltrata si staccano a malincuore dall'evanescente visione e ritornano verso i bungalow.
Heinrich il gestore dell'astro-resort le sta aspettando ancora sveglio.
Le due amiche sono in vacanza-premio in Namibia, per festeggiare il loro simultaneo diciottesimo compleanno con una maratona di osservazioni astronomiche che alla fine di fatto si stanno limitando quasi esclusivamente a lunghe osservazioni della minuscola stella rossa.
“Cosa avete osservato, ragazze, questa notte?” le accoglie col suo forte accento tedesco.
“Proxima Centauri!” rispondono all'unisono come se stessero parlando di una cosa ovvia.
Heinrich ridacchia tenendosi la pancia. “Ancora?” finge incredulità. Le due annuiscono. Sembrano due gemelle, anche se sono completamente diverse. Nate lo stesso giorno, cresciute sempre insieme e diventate quasi sorelle.
“Ma non vi stancate mai?”
Annalisa prende la mano all'amica e la fissa stringendo le labbra emozionata.
“Mai.” Risponde l'asiatica per entrambe.
“È la nostra stella, noi veniamo da là.” Conclude la bionda.
Heinrich sorride. “Sapete che esisteva una leggenda che parlava di una missione dell'ESA, una ventina di anni fa, con un equipaggio umano, diretta proprio verso quella stella, per studiarne i pianeti? Una missione rimasta segreta e di cui i risultati sono del tutto avvolti dal mistero?”
“Certo!” risponde subito Annalisa, con un tono di ovvietà.
“È da lì che veniamo noi due!” fa eco l'amica e le due scoppiano a ridere.
Heinrich scuote la testa sorridendo. 'Beata gioventù spensierata!'
Le due salutano e si allontanano per mano verso le loro stanze, ma appena fuori dalla vista del tedesco si avvicinano tenendosi per le due mani.
“Stasera tocca a te, Yuko, a venire a dormire da me.” Tono da cospirazione.
La giapponese ammicca. “Il tempo di fare una doccia.”
“E dove c'è scritto che non tu non possa farla insieme a me?”
“Ok, ho afferrato il messaggio.” La ragazza inverte la rotta.
“Anzi, vai a prendere Kokò, c'è un coniglietto che lo ha invitato stanotte a dormire insieme!”
“Il vecchio Patachou ha le idee chiare!”
Rapida corsa e la ragazza dagli occhi a mandorla si infila furtiva nella camera dell'amica, con un orsacchiotto tra le braccia.

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