Il corto circuito di Winnie the Pooh - Lussuria e castigo

Scritto da , il 2020-03-15, genere etero

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***** 16 GENNAIO *****

Messaggio WhatsApp, ding! “Buongiorno dottore. Sono Annalisa, si ricorda? Volevo dirle che il progetto è pronto e che se vuole glielo posso mostrare”.

E’ il terzo che gli mando, oggi. Finora non li ha nemmeno letti.

Risposta: “Adesso sono da solo, scema, dimmi tutto”. “Stasera possiamo vederci?”. “Stasera sul tardi però”. “Va bene”. “Tanto possiamo fare tardi che mia moglie non c’è. Provo a cercare un posto”. “Se vuoi il posto ce l’ho io“. “???”. “Ce l’ho io” “Ok ti passo a prendere”. “Ho voglia di te”. “Anche io”. “Dieci meno un quarto sotto da te?”. “Ok, cancella la chat”. “Sì ok, anche tu”.



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- E il pupazzetto?

- Ahahahahah ce l’ho da sempre...

- E’ di quelli che fanno luce?

- Ma no, è pelouche... tira via quelle mani...

- Pensavo che ti piacesse.

- Non qui sul portone.

- E allora sbrigati.

- Aspetta, la chiave non apre bene, è una copia della copia...

- Cosa è sto posto?

- Sono una ragazza piena di risorse...

- No, davvero, cosa è?

- Vuoi passare la sera a fare domande?

- Vabbè...

- A proposito, non farmi strillare.

- Perché?

- Non farmi strillare, non voglio che mi sentano.

- Toccherà imbavagliarti...




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- Beh, è un classico, no? Il capo e la giovane stagista. E’ un cliché.

Glielo dico mentre disegno dei piccoli cerchi con il dito sulla sua camicia, un po’ sotto la scapola. Mi fa un po’ strano, perché di solito io sono seduta dove è seduto lui e Luca è seduto dove sono seduta io.

- Io non sono un capo e tu non sei una stagista – risponde strizzandomi una tetta da sopra il vestito.

- Ok... sono un contratto a termine e tu sei un quasi-capo, siamo lì...

- Come definizione preferisco il vice-direttore marketing e la nerd – sorride.

- Un po’ troia come nerd, no? – gli sospiro abbassando improvvisamente la voce e passandogli la mano leggera sulla patta.

- Di’ la verità, è il mio potere che ti attira...

- No... direi piuttosto i tuoi soldi, ahahahah...

- Ahahahah allora stai fresca. E poi? – domanda afferrandomi la mano, come se volesse tenerla lì, sul suo pacco che si sta gonfiando.

- Poi cosa?

- Cos’altro ti attira?

Mi inginocchio sul divano, a cavallo delle sue gambe, mi siedo sulle sue ginocchia. Gli afferro la cravatta e lo tiro verso di me. Punta del naso contro punta del naso.

- Queste sopracciglia non sono niente male... – sussurro.

- Sicuramente... e poi? – sorride.

- La narice, uh... la narice sinistra...

- E poi? – chiede abbassando la voce.

Lo guardo con tutta l’ironia di cui sono capace. E anche con quella che non ho. Sorrido.

- Lo so cosa vuoi sentire, ma non te lo dirò... – gli sospiro.

- Sì che me lo dirai...

- Sì, eh? E tu cosa mi dirai?

Apro la bocca e poggio le labbra sulle sue. Attendo l’invasione della sua lingua. Gliela risucchio, ci attorciglio la mia. Mi faccio risucchiare a mia volta finché non si stanca.

- Dillo – mi fa quando si stacca – cosa ti attira di me?

La mano che non tiene la sua cravatta scende verso il basso. Cerca il miracolo della sua carne sempre più gonfia per me. Il suo cazzo. Non glielo dirò, ma tanto lo sa già. Impazzisco per il suo grosso cazzo. E in fondo anche questo è un cliché. Solo che a me, stasera, forse perché gioco in casa, va di essere io a condurre. A decidere i tempi. E’ per questo che mi rimetto in piedi davanti a lui.

- Cioè un pompino te lo gusteresti ora, fumando una sigaretta mentre mi tieni l’altra mano sulla nuca... Qui puoi fumare, non siamo mica in albergo...

- Diciamo che la scena ideale sarebbe seduto qui sopra. Con una sigaretta in una mano e un bicchiere di qualcosa nell'altra. E, OGNI TANTO, mollare il bicchiere per accarezzarti la nuca. Devi stare inginocchiata sul parquet, ovvio.

- Ovvio. Maaaa... senza sigaretta io? E senza niente da bere? Cosí, inutile?

- Perché inutile? Mi faresti un pompino, più utile di così...

- Ti preparo qualcosa?

- Lo sai fare un negroni?

- Certo, ma non ho il necessario.

- E che cosa hai?

- Vodka tonic... o gin tonic se vuoi, ma non so se c’è il limone.

- Vodka allora.



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- Comunque il drink lo posso condividere – dice - anche perché mi piace il freddo di una bocca che ha appena bevuto. La sigaretta no, non sopporto dividerla. Ce ne possiamo fumare una per ciascuno. Alla fine di una giornata così non c'è fretta. Naturalmente tu devi stare per terra.

- In ginocchio... vestita o nuda?

- Vestita, ma con la zip tirata giù. Voglio vederti le tette quando ti pieghi in avanti. Perché è chiaro che sei venuta senza nulla sotto, no?

- Beh, ti confesserò che le mutandine me le sono tolte adesso in cucina... Quindi, è proprio un pompino quello che vuoi...

- Vada per il pompino. Anche se prima mi devi dire perché me lo vuoi fare tu...

- Ahahahah, ok... Vediamo... Il perché puoi sceglierlo tra quattro opzioni: a) perché, banalmente, ho voglia di farti un pompino; b) perché ti ho rotto le palle oggi con tutti quei WhatsApp, tu hai avuto una giornata pesante e ti meriti un po’ di quality time; c) perché merito un premio io; d) perché sono un’inutile troietta dove svuotare le tue ansie lavorative.

- Decisamente la d. Non ti offenderei mai con le altre risposte...

- Mi vuoi proprio far bagnare...

- Lo sei già, ci metterei la mano sul fuoco. E poi lo sai benissimo che ti considero questo. Anche se condivido con te la vodka.

- Sei un porco bastardo, sai? Credo comincerò a sbuffarti su un po’ di fumo sul cazzo prima di leccare partendo dal basso. Con gli occhi piantati nei tuoi.

- Il fumo su tutto il cazzo? Ottima idea.

- E poi, prima di imboccarlo in un colpo solo, un sorso di vodka e un cubetto di ghiaccio in bocca.

- Brava. Mentre succhi meriti una carezza sulla testa. Leggera, almeno la prima...

- Ma alla fine ti voglio violento... però, prima... parlami... appena mi dici qualche parola magica magari aumento...

- Ma sei sicura di imboccarlo tutto al primo colpo?

- Sì... Sono brava lo sai. Però vado incoraggiata....

- Ho un cazzo impegnativo, per una bocca. Ma se lo prendi davvero così un “che pompinara” sospirato te lo meriti tutto.

- Ti piace fumare aromatizzato?

- Non particolarmente.

Prendo la sigaretta e bagno il filtro nella fica, me la accendo. L’ho fatto anche con Luca questo giochetto e mi sono pure domandata quale sia stata la prima volta che l’ho fatto. Non me la sono ricordata e non me la ricordo nemmeno ora. Stefano mi guarda un po’ esterrefatto e sorride.

- Se ne bagni un’altra, avrei voglia di una sigaretta anche io...

- Ma certo...

- Ma chi l’avrebbe detto che eri così?

- Così come? Ho bisogno di un piccolo incentivo...

- Così zoccola.





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Alterno leccate e succhiate senza toglierti gli occhi di dosso, senza usare le mani... un po’ troia no? Non pensi che sia da troia? Non pensi che sono proprio brava? Che nessuno te l’ha mai succhiato così? Perché stasera non me lo dici?

- Abbassa il vestito, troia...

Ti piacciono adesso le mie tettine, eh? Non hai idea di quanto sono bagnata ora e di che fatica stia facendo a non finirmi da sola. Ma non mi finirò, mi conosci. Lo sai che voglio che sia tu a farmi venire. Eppure è lo stesso una tortura...

- Mi posso toccare?

- Un attimo, devi prima eseguire un ordine.

- Che ordine?

- No aspetta. Continua a succhiare piano, devo mandare un paio di messaggi...

- Che stronzo...

- Eddai... Tanto tu sei una troia succhiacazzi a disposizione, no? L’hai detto tu. L’ordine te lo do dopo.

- Dammelo ti prego....

- Metti i palmi delle mani a terra e succhiami così, solo bocca. Fai piano.

Obbedisco. Ti succhio, ti infilo tutto in gola. Ritorno su e non stacco gli occhi dai tuoi e, cazzo, lo vedo proprio che ti piace, ti piace tanto quando arrivo in fondo, eh? Non lo sai nemmeno tu quanta voglia ho di farti godere. E ti prego, vieni, vieni subito, sono tanto brava, sono una cagnetta che ha bisogno del suo premio. Dove mi inonderai? Mi piacerebbe riceverti tutto, senza ingoiare. Aprire la bocca e fartela vedere piena della tua spuma bianca, mandare tutto giù e poi sorriderti, soffiarti un bacio. Dimostrarti quanto io stessa possa godere del tuo piacere.

- Ho il cazzo durissimo, Annalisa. Voglio il tuo viso.

E’ questo che vuoi? È a tua completa disposizione. Lo metto a tua completa disposizione. Non conta il mio desiderio ora, decidi tu. Finisciti toccandoti a due millimetri da me, segati e spruzzami. Sento la punta del tuo cazzo che mi spinge sulle labbra mentre te lo meni, è quello per cui sono nata. E ok, va bene, sono talmente inutile che non merito nemmeno di farti venire io... però voglio almeno che mi imbratti tutta. Cazzo come vorrei poter restare qui e andare a dormire così, con te, senza nemmeno pulirmi...



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Ansimo. Sballottata su e giù, su e giù. Ansimo. Ansimo perché non ce la farei nemmeno a urlare, nemmeno volendo. Nemmeno potendo. Non sono riuscita a dirtelo, ma sapessi. Sapessi solo quanto mi fa impazzire il solo fatto di essere completamente nuda a cavalcioni su di te, con i pantaloni ancora indosso, le scarpe, la camicia, la cravatta e il cazzo di fuori.

Ti piace il mio culo, eh? Lo capisco da come me lo stringi. E anche a me piace come me lo stringi. Stringi un po’ più forte stasera, spingi un po’ più forte dai-dai-dai... Lo vorresti, vero? Lo capisco da come ci infili il dito dentro. E io, sinceramente, non posso nemmeno fare finta che i miei siano gridolini di dolore. Sì, il primo magari. Sono proprio una zozza, eh? Ma scommetto che ti ritieni fortunato ad avere sedotto una zozza.

Uno schiaffo sul culo. Il dolore e il gemito. Riapro gli occhi e lo vedo con quell’espressione da figlio di puttana. “Ti piace, eh?”. Lo sa che mi piace, ma vuole sentirselo dire. E invece io non te lo voglio dire, ok? Mi mordo il labbro e gli sorrido di rimando. Altro schiaffo, forte come il primo, anzi forse di più. Ma sull’altra natica. Mi fa scattare, un piccolo movimento inconsulto verso il basso. Il cazzo sul quale sono impalata è come se mi si conficcasse ancora più dentro. La sua mano corre sulla mia bocca a soffocarmi. “Fai piano, troia”. Sì, scusami, te l’ho detto io di non farmi urlare, ma come potevo non urlare? Mi ripete che non devo fare casino e io, anziché ribellarmi, gli lagno addosso “sono una puttana... sono la tua troia”. Ansimo e ho la testa che mi gira.

Mi gira ma funziona, anche se improvvisamente i pensieri hanno cominciato ad andare in senso antiorario. Anzi, un unico pensiero: in nome di cosa distruggo sempre tutto?

Non mi accontento, non mi fermo, non costruisco mai un cazzo. Cerco-cerco-cerco. E se voglio trovo, eh? Cazzo se trovo. Trovo chi non sa darmi, chi non può darmi, chi non mi basta. Sono una specialista in questo. Forse perché, alla fine, è il modo che mi consente di scappare sempre, che mi dà sempre la scusa perfetta.

In nome di cosa sto distruggendo tutto? Di questo cazzo che è la prima cosa cui penso la mattina e l’ultima prima di chiudere gli occhi? Del mio desiderio che ci sia lui con me, sotto il piumone, a completarmi? In nome di cosa distruggo tutto? Del suo non esserci quando lo voglio, del mio doverci essere sempre?

In nome di cosa sto mandando a puttane la mia storia con Luca? In nome di questo massacro irrinunciabile? Del quarto o quinto orgasmo? Del prossimo che mi stravolgerà mentre me ne rimango incastrata sopra di lui? In nome degli strilli che devo reprimere stasera mentre il suo cazzo mi scava dentro come una trivella?

Si è messo a ridere quando gliel’ho detto. Oddio, più che detto, rantolato. Era la nostra seconda volta, in quella pensioncina. Gli ero crollata accanto, devastata dagli orgasmi. E lui sembrava non smontare mai mai, mai. “Ahahahah trivella non me l’hanno mai detto”, mi fece mentre gli passavo leggera un dito lungo quell’asta grossa e lunga e appena un po’ smobilitata. La guardavo affascinata, ma non perché fosse grossa e lunga. Non me n’è mai fregato tantissimo. Ma in quel momento era bello da vedere, il suo cazzo, gonfio e perfettamente adagiato sulla pancia, soprattutto perché me lo sentivo ancora dentro insieme a tutte le sensazioni che mi aveva appena regalato.

E adesso che è tornato qui, dentro di me, al suo posto, mi domando in nome di cosa mi aggancio con la bocca alle sue labbra, alle sue guance, al suo orecchio, alla sua giugulare. Bacio e succhio come un neonato succhia la tetta, mentre porto la sua mano sulla mia di tetta, implorandolo di straziarla. Voglio essere marchiata o voglio marchiare?



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- Che cazzo fai, idiota?

Slo-mo. La mano che mi stringeva una tetta adesso la comprime. Quella che mi frugava tra i capelli ora è sulla spalla. Spinta, spinta via. Il corpo all’indietro. Il cazzo su cui sono impalata sembra muoversi, ma in realtà è il mio bacino che si muove. Scossa di piacere nuovo che mi fa miagolare. Più su invece, nella mia testa, esplode il panico.

Slo-mo. Vengo scansata, messa a sedere sul divano. Stefano scatta in piedi bestemmiando, dandomi della deficiente. I pantaloni scuri del completo, la sua camicia bianca, la cravatta. La sua asta rigida all’inverosimile che gli balla davanti mentre cammina veloce alla ricerca di uno specchio. Tutto è così rapido eppure sfila davanti a me con una lentezza esasperante. Molto più panico che piacere, adesso. E’ come se il piacere si fosse rattrappito per il terrore, nascosto dentro un buco.

Lo seguo, nuda come un verme, mentre cerca alla cieca, si infila nel bagno e accende la luce. Non oso fare un passo in più mentre lo osservo guardarsi allo specchio, guardarsi il collo, la macchia rossa e inequivocabile del succhiotto che gli ho appena fatto. Peggiorerà, diventerà violacea da qui a poco. Lo sappiamo tutti e due.

- Ma perché? – sibila incazzato senza nemmeno voltarsi verso di me – ma guarda che cazzo hai combinato…

- Forse ora se ne va… forse lo puoi tenere coperto… - balbetto. Lo so perfettamente che sono cazzate, ma non so che altro dire.

- Ma che cazzo dici, stronza…

Guardo il bagno e poi guardo il buio della camera da letto proprio lì accanto. Immagino la sua stanza da letto, anzi solo il letto. Sua moglie sotto di lui, una donna senza faccia. Lui che la monta come monta me, con le gambe ripiegate, facendole tenere le mani sulle ginocchia. Davvero se la scopa così? E mentre se la scopa pensa a me? Sarà quello il momento in cui lei si accorgerà di quella macchia rossa?

- Sei davvero cretina... – dice. La rabbia non è più quella di prima. Però mi sembra di morire, perché quando mi dice che sono cretina sento che lo pensa davvero.



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Si avvicina. Lo aspetto immobile, ho una paura fottuta, adesso. Ti prego ti prego perdonami. Non glielo dico a parole. Ma credo che tutto di me parli benissimo. Dai, Stefano, cazzo.

Non mi rendo nemmeno bene conto dell’assurdità della scena. C’è un uomo fatto e finito che squadra una ragazza e si lascia prendere per mano, si lascia riportare nel salone. La guarda con gli occhi della rabbia, lei lo guarda con gli occhi della paura. Ma lo guarda poco, non riesce a sostenere gli occhi di lui nei suoi. Lui forse è ridicolo, con il cazzo fuori dalla patta. Lei, oltre che impaurita, è completamente nuda di fronte a lui. Ma non perché è senza vestiti.

- Ti prego... – sussurro disperata.

Lui nemmeno risponde, mi guarda. Mi avvicino, lo bacio tremando. Labbra sulle sue labbra, sul suo viso. Nulla sembra scioglierlo. Ti prego, ti prego. Gli slaccio la cravatta e gliela sfilo dal collo. Gli sbottono la camicia. Ti prego, ti prego. Non le senti le mie tette sul petto? La mia pelle sulla tua? Non le senti le labbra sulle tue? Tutto il mio corpo dice una cosa sola: “Torna da me, torna da me”. Lo bacio, ma non sono i baci della voglia, i miei. Avete presente quei bacetti che si danno quando hai fatto male a una persona e gli dici “scusa-scusa adesso con questi bacetti torna tutto a posto”? Ecco, quelli. Diffusi, ovunque. Sul viso, sulle labbra, sul collo. Sì, anche sul collo, dove quella macchia rossa comincia a diventare orribile ed esplicita. E poi sulle spalle, facendogli precipitare giù la camicia, sul petto. Torna da me, torna da me. Perdonami, ti prego. Non so che m’è preso...

Gli stessi bacetti che riservo al suo petto e al suo ventre li riservo, inginocchiandomi, al suo cazzo che spunta ormai morbido dalla patta. Torniamo quello che eravamo prima, ti prego. Anzi, meglio di prima, visto che ti slaccio la cintura e ti faccio calare giù i pantaloni. Torniamo come prima e meglio di prima, ti prego.

Vorrei dirgli che se mi lascia fare significa qualcosa, no? Significa che il ghiaccio si sta squagliando. Vorrei dirgli che se glielo succhio come so fare io, se me lo struscio sulla guancia come per adorarlo e lui mi accarezza i capelli non è più cosi arrabbiato. Vorrei dirgli che nessuna spinta sulla nuca per farselo imboccare un’altra volta mi ha mai resa così felice. Ti prego perdonami, siamo tornati noi, perdonami. Voglio essere perdonata e voglio essere tua. Interamente tua.

- Me lo metti nel culo? Voglio che mi inculi.

Glielo chiedo, quasi glielo imploro, guardandolo dal basso. Stefano non dice nulla, anche se nei suoi occhi lampeggia la domanda "perché oggi sì e le altre volte no?". Non rispondo, che c'è da rispondere? Non ne sarei nemmeno capace. Sussurro solo "dai...". Lui sorride, più un ghigno che un sorriso.

Ginocchia sul pavimento, tette sui cuscini del divano, cuore che batte. Dall’essere sistemata così a sentirsi afferrare le mani e mettersele sulle chiappe è un attimo. Messaggio ricevuto, me le devo allargare da sola, come una mignotta. A me stessa devo confessarlo, ho paura. E' un bel po' che non lo faccio così. E questo è il momento dell'attesa, della voglia e della paura. Tanta paura, lo ammetto. Ma anche tanta voglia di lui. Non riesco a dirmi "chi me l'ha fatto fare". L’ho fatto io stessa, spinta da un impulso irrefrenabile.

- Faccio piano… - sospira lui. Sono le prime parole che dice dopo la raffica di insulti che mi ha riservato. Sento la sua carne sulla mia e ho un brivido.

- No, inculami. Inculami forte.

Ok, sono ufficialmente una squilibrata.



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E’ pressoché impossibile spiegarvi quanto mi faccia schifo il sapore, quanto mi facciano schifo i pelucchi del tessuto che mi sono rimasti appiccicati sulla lingua. E non so nemmeno descrivervi come l’abbia sbavato, sto cuscinetto. Ce l’ho messa io la faccia, la bocca, su quel cuscinetto. Poi, chi lo sa, una spinta più forte, sono scattata su, ho urlato. Mi ha fatto troppo male, penso. La sua mano mi ci ha spinta un’altra volta. Tardi per soffocare quello strillo ma non gli altri. Non così tardi da soffocare persino le risposte alle sue domande più indecenti. Risposte delle quali non gliene frega un cazzo.

- Sta zitta... sta zitta... – mi dice come se non gliene freghi un cazzo nemmeno della sottoscritta.

E’ arrogante mentre mi spinge la testa sul cuscino. E’ sprezzante mentre mi dice di stare zitta. E questo mi piace, mi è sempre piaciuto, lo voglio, lo cerco, lo desidero. Lo desidero cento volte più del suo cazzo che mi sta scempiando il culo. Devo essere pazza, devo essere completamente pazza. L’ho sempre pensato, devo essere pazza.

Si chiama antifrasi, espressione contraria. Dire una cosa e intenderne un'altra. Come il mio "bastardo!" a denti stretti e soffocato dal cuscino. Un insulto, una dichiarazione d'amore. Non ho mai dichiarato così nettamente a nessuno il mio amore, il mio bisogno di lui, la mia totale dipendenza.

- Lo vedi che ci godi?

- Sì!

- Quanto ci godi?

- Mi fai male.

- Ma ti piace....

- Sì!

- Ti piace che ti sfondo il culo...

- Sì ma mi fai male!

- Dillo che ti piace anche il dolore...

- No!

- E cos’è allora che ti piace?

Il castigo, penso tra me e me. Ciò che mi piace in questo momento è il castigo.



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Me lo merito quel castigo. Me lo meritavo prima di leggere il racconto di quella ragazza e me lo sono meritato dopo.

Per avere costretto Stefano a tagliarsi con il rasoio e a coprirsi la ferita con un cerottone e dire poi a sua moglie di essersi squarciato come un cretino.

Per non avere ancora avuto il coraggio di lasciare Luca. E anzi, recitare con lui, e anche davanti ai nostri amici, la parte della fidanzatina sempre più perfetta e precisa, che gli si siede sulle ginocchia sorridente anche quando ci sono posti liberi. E recitare invece con lui, quando siamo soli, la parte della fidanzatina perfetta, innamorata e porca.

Per quegli "amore mio" che ho cominciato a dirgli.

Per non essere ancora riuscita a chiudere con Stefano.

Per quella volta che sono andata nel suo ufficio perché non l'avevo ancora visto di sotto a fumarsi una sigaretta, quel giorno. E mi sembrava di impazzire.

Per quell'ipocrita "hai tempo per me stasera?".

Per quei messaggi osceni che gli ho mandato un giorno su WhatsApp. Cancellati dopo avere visto le spunte azzurre.

Per i tre pompini che gli ho fatto in macchina dopo quella sera allo scannatoio e per essermi lasciata portare in un'altra pensioncina.

Per il senso di liberazione che provo ogni volta che metto giù con Luca, adesso che possiamo solo telefonarci.

Per il sexting clandestino.

Per avere definitivamente rinunciato anche all'illusione di essere sua e continuare a cercarlo.


FINE

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