L'unica vera nostalgia che ho
di
RunningRiot
genere
confessioni
Quando ho cominciato a scrivere questo racconto era agosto, un venerdì mattina avanzata. Ero in salotto, seduta al tavolo e con il laptop acceso. Controllavo svogliatamente l’avanzamento di un progetto, facevo qualche telefonata. A nessuno andava di fare un cazzo di niente, me per prima.
Poi il racconto l'ho messo da parte, forse perché lo giudicavo troppo intimo o perché pensavo che in definitiva a nessuno gliene fregasse nulla. Oppure perché me ne dimenticai e basta. Vallo a sapere, non me lo ricordo. Anzi, dirò di più: potrebbe pure essere che l'abbia pubblicato e che per qualche assurda ragione sia stato rimosso, nella mia cronologia non c'è. In tal caso chiedo scusa e perdonatemi per come sto messa con la capoccia.
Comunque, l'andamento degli eventi descritti nel racconto era questo.
Step One. Senza un perché ho infilato la mano nei pantaloncini e ho iniziato a toccarmi. Una volta una mia amica mi ha detto: “Non capisco come ti venga voglia di masturbarti mentre il tuo ragazzo è in casa, a me non viene”. Aveva bevuto un po' e voleva essere allusiva, forse voleva scambiare pettegolezzi. Non intendevo essere brusca, ma le risposi sin troppo seriamente che ero io che non capivo lei: “Sono due cose molto diverse”. Naturalmente lo sapeva, ma non mi andava di assecondare il suo gioco, qualunque fosse. Chiusi lì la questione.
Sono proprio due cose diverse. E poi quella lì, in quella mattinata di agosto, non era nemmeno masturbazione vera e propria. Scrissi che avevo voglia di una cosa mia, intima, di benessere leggero e autosomministrato. Non ero nemmeno tanto arrapata.
Due giorni dopo avrei compiuto trent’anni, numero tondo. Un traguardo che un tempo mi metteva paura ma, alle soglie della data fatidica, mi dava solo un po’ di malinconia, ogni tanto tristezza. Una volta mi dicevo anche, ma questo un bel po' di tempo fa, che superato quel traguardo avrei dovuto voltarmi indietro e tirare un bilancio della mia vita fino a quel momento. Anche in quel caso ci pensavo con un po' di paura. Ma ora invece no, non me ne fregava un cazzo. Sapevo che non sarebbe stato un giorno come un altro, ma neanche tutto sto granché. Festeggiamenti moderati: cena al mare con Luca e con i miei, in un bel posto. Del resto, se sei nata in pieno agosto ti abitui sin da piccola alla sobrietà dei tuoi compleanni.
In quanto al bilancio della mia vita... beh, ho un passato mica male ma, appunto, è passato. Non mi pento di nulla e non ho rimorsi. Certo, alcune cose avrei fatto bene ad evitarle, però ormai è andata. Sono relativamente serena e, al tempo stesso, sono consapevole che serena del tutto non potrò esserlo mai. Ad agosto scrissi "ho un lavoro ed è già tanto, mi pagano bene". Oggi ho cambiato lavoro e mi pagano addirittura meglio. Da qualche anno mi sono persino innamorata, cosa che un tempo avrei giudicato altamente improbabile tenuto conto del mio modus vivendi e, soprattutto, della mia strutturale anaffettività. Almeno da questo punto di vista sto superbene e non cerco altro, non mi passa proprio per l'anticamera del cervello. Non è il solito modo di dire.
E riguardo al sesso, visto che qui parliamo di sesso, non ho rimpianti, non mi mancano gli eccessi del passato. Non quelli piacevoli e men che meno quelli non piacevoli.
Una cosa però sì, a volte mi manca. La guardo da lontano, con una benevolenza che riservo a poche altre cose. E sì, un po' la rimpiango e ogni tanto, quando questo avviene, faccio ciò che sto facendo adesso, mi lascio andare ai ricordi. Senza furia e senza morbosità. Quasi come se quei ricordi temessi di sporcarli.
Step Two. Sull'onda di quei ricordi, smisi di toccarmi la passera e buttai giù qualcosa al computer. Ecco quello che scrissi in quella mattina di agosto.
Dunque, lettrici e lettori, prendiamo il toro per le corna (anche se in questo caso di tori non c'è nemmeno l'ombra) e affrontiamo con onestà la questione. Ho bisogno di togliere dall'indeterminatezza queste sensazioni, questi sentimenti, e scriverli. Perché scripta manent.
Mi mancano le effusioni tra ragazze. Ecco. Non sto parlando delle serate in disco e delle sveltine: i baci furiosi, i reggiseni quasi strappati via, le mani dentro le mutandine (quando ce le avevo) e le dita l’una nella fica dell’altra a fare a gara a chi veniva prima. E nemmeno di quelle storie appena appena meno improvvisate, quando uscivo di casa sapendo a cosa andavo incontro e dicendo a me stessa "ok, oggi faccio la lesbica".
Mi manca invece l'emozione del primo incontro, mi mancano i sorrisi, gli sguardi incerti, i primi baci languidi e insicuri, le labbra che sfiorano la pelle, la complicità, le tracce leggere disegnate dalle mani sulla pancia o sul seno. Oggi, adesso, se ci ripenso mi stupisco dell'effetto che tutte queste piccole-grandi cose hanno su di me. E a dirla tutta mi stupisco dei brividi e di ritrovarmi così bagnata.
La prima è stata Raki, molto amica della mia migliore amica. A dire il vero, si tratterebbe in assoluto del mio secondo "rapporto saffico", se vogliamo chiamarlo così. Ma se volete chiamarla lesbicata io non mi offendo. Penso a lei perché durante il primo ero inebetita e passiva (ebbene sì) e anche per tanti altri motivi che qui non avrebbe senso raccontare. Con lei, che non era proprio mai stata con una ragazza, ho fatto sfoggio di "esperienza". Sì, lo so, sembra ridicolo dirlo ma per qualche aspetto è anche vero, soprattutto se ripenso al momento in cui mi resi conto che "oddio, ho fatto venire una ragazza". Con la bocca, come sino a quel giorno avevo fatto solo con i ragazzi. Con loro sì che una certa esperienza ce l'avevo.
E oltre a lei penso soprattutto a altre tre.
Una ragazza olandese conosciuta a Londra, l'unica più grande di me di qualche anno. Di lei ho scritto, e parecchio. Racconti in cui la fantasia (tanta) si mescolava con buone dosi di verità e nei quali ho cercato di mantenere, a volte un po' esagerando, il vero tratto caratteristico del nostro rapporto: l'ammirazione e la mia docile sottomissione nei suoi confronti. Ma non pensate a cose strane, di sesso ce n'è stato, sì, ma non sto parlando solo di quello, anzi.
Poi Micaela, la portoghese, la cui accondiscendenza si trasformava in sfrontatezza quando eravamo nude. In quel caso, tra le due, quella docile era lei, ma io per carattere so approfittarmi pochissimo della gente. Dovessi descriverla, scherzandoci sopra un po', direi che le piacevano soprattutto due cose: diventare brilla in pizzeria e farsi mangiare la fica seduta sul mio viso mentre mi scopava con una zucchina. Poi mi chiedeva di ricambiare. Io con lei non sapevo se ridere o godere - beh, in realtà facevo entrambe le cose - ma ciò che ricordo di più è la meravigliosa leggerezza dei nostri incontri.
E infine Marta, anche lei conosciuta a Londra. La dolcezza in persona fino a quando non diventavamo entrambe due zoccole assurde (forse io un po' di più, lei era più "giocosa"). I mille baci scambiati, le esplorazioni interminabili dei nostri corpi, le parole soavi che da un certo punto in poi diventavano sconce. La sua grazia della prima volta, mentre mi leccava il grilletto e mi inculava con un ditino: “Ti piace anche così, vero?”. Poi, sul suo divano, quella grazia diventò furia e ciao...
Se potessi esprimere un desiderio, uno solo, non sarebbe certo quello di far ritornare questi momenti e queste ragazze. Per fortuna o per sfortuna, ho altre priorità. Però, a volte, non posso fare a meno di guardarmi indietro con una specie di dolce nostalgia. Come dice una canzone che per tanti versi mi è cara, è l'unica vera nostalgia che ho.
“Ti giuro è l’unica, davvero l’unica, l’unica vera nostalgia che ho”.
Poi il racconto l'ho messo da parte, forse perché lo giudicavo troppo intimo o perché pensavo che in definitiva a nessuno gliene fregasse nulla. Oppure perché me ne dimenticai e basta. Vallo a sapere, non me lo ricordo. Anzi, dirò di più: potrebbe pure essere che l'abbia pubblicato e che per qualche assurda ragione sia stato rimosso, nella mia cronologia non c'è. In tal caso chiedo scusa e perdonatemi per come sto messa con la capoccia.
Comunque, l'andamento degli eventi descritti nel racconto era questo.
Step One. Senza un perché ho infilato la mano nei pantaloncini e ho iniziato a toccarmi. Una volta una mia amica mi ha detto: “Non capisco come ti venga voglia di masturbarti mentre il tuo ragazzo è in casa, a me non viene”. Aveva bevuto un po' e voleva essere allusiva, forse voleva scambiare pettegolezzi. Non intendevo essere brusca, ma le risposi sin troppo seriamente che ero io che non capivo lei: “Sono due cose molto diverse”. Naturalmente lo sapeva, ma non mi andava di assecondare il suo gioco, qualunque fosse. Chiusi lì la questione.
Sono proprio due cose diverse. E poi quella lì, in quella mattinata di agosto, non era nemmeno masturbazione vera e propria. Scrissi che avevo voglia di una cosa mia, intima, di benessere leggero e autosomministrato. Non ero nemmeno tanto arrapata.
Due giorni dopo avrei compiuto trent’anni, numero tondo. Un traguardo che un tempo mi metteva paura ma, alle soglie della data fatidica, mi dava solo un po’ di malinconia, ogni tanto tristezza. Una volta mi dicevo anche, ma questo un bel po' di tempo fa, che superato quel traguardo avrei dovuto voltarmi indietro e tirare un bilancio della mia vita fino a quel momento. Anche in quel caso ci pensavo con un po' di paura. Ma ora invece no, non me ne fregava un cazzo. Sapevo che non sarebbe stato un giorno come un altro, ma neanche tutto sto granché. Festeggiamenti moderati: cena al mare con Luca e con i miei, in un bel posto. Del resto, se sei nata in pieno agosto ti abitui sin da piccola alla sobrietà dei tuoi compleanni.
In quanto al bilancio della mia vita... beh, ho un passato mica male ma, appunto, è passato. Non mi pento di nulla e non ho rimorsi. Certo, alcune cose avrei fatto bene ad evitarle, però ormai è andata. Sono relativamente serena e, al tempo stesso, sono consapevole che serena del tutto non potrò esserlo mai. Ad agosto scrissi "ho un lavoro ed è già tanto, mi pagano bene". Oggi ho cambiato lavoro e mi pagano addirittura meglio. Da qualche anno mi sono persino innamorata, cosa che un tempo avrei giudicato altamente improbabile tenuto conto del mio modus vivendi e, soprattutto, della mia strutturale anaffettività. Almeno da questo punto di vista sto superbene e non cerco altro, non mi passa proprio per l'anticamera del cervello. Non è il solito modo di dire.
E riguardo al sesso, visto che qui parliamo di sesso, non ho rimpianti, non mi mancano gli eccessi del passato. Non quelli piacevoli e men che meno quelli non piacevoli.
Una cosa però sì, a volte mi manca. La guardo da lontano, con una benevolenza che riservo a poche altre cose. E sì, un po' la rimpiango e ogni tanto, quando questo avviene, faccio ciò che sto facendo adesso, mi lascio andare ai ricordi. Senza furia e senza morbosità. Quasi come se quei ricordi temessi di sporcarli.
Step Two. Sull'onda di quei ricordi, smisi di toccarmi la passera e buttai giù qualcosa al computer. Ecco quello che scrissi in quella mattina di agosto.
Dunque, lettrici e lettori, prendiamo il toro per le corna (anche se in questo caso di tori non c'è nemmeno l'ombra) e affrontiamo con onestà la questione. Ho bisogno di togliere dall'indeterminatezza queste sensazioni, questi sentimenti, e scriverli. Perché scripta manent.
Mi mancano le effusioni tra ragazze. Ecco. Non sto parlando delle serate in disco e delle sveltine: i baci furiosi, i reggiseni quasi strappati via, le mani dentro le mutandine (quando ce le avevo) e le dita l’una nella fica dell’altra a fare a gara a chi veniva prima. E nemmeno di quelle storie appena appena meno improvvisate, quando uscivo di casa sapendo a cosa andavo incontro e dicendo a me stessa "ok, oggi faccio la lesbica".
Mi manca invece l'emozione del primo incontro, mi mancano i sorrisi, gli sguardi incerti, i primi baci languidi e insicuri, le labbra che sfiorano la pelle, la complicità, le tracce leggere disegnate dalle mani sulla pancia o sul seno. Oggi, adesso, se ci ripenso mi stupisco dell'effetto che tutte queste piccole-grandi cose hanno su di me. E a dirla tutta mi stupisco dei brividi e di ritrovarmi così bagnata.
La prima è stata Raki, molto amica della mia migliore amica. A dire il vero, si tratterebbe in assoluto del mio secondo "rapporto saffico", se vogliamo chiamarlo così. Ma se volete chiamarla lesbicata io non mi offendo. Penso a lei perché durante il primo ero inebetita e passiva (ebbene sì) e anche per tanti altri motivi che qui non avrebbe senso raccontare. Con lei, che non era proprio mai stata con una ragazza, ho fatto sfoggio di "esperienza". Sì, lo so, sembra ridicolo dirlo ma per qualche aspetto è anche vero, soprattutto se ripenso al momento in cui mi resi conto che "oddio, ho fatto venire una ragazza". Con la bocca, come sino a quel giorno avevo fatto solo con i ragazzi. Con loro sì che una certa esperienza ce l'avevo.
E oltre a lei penso soprattutto a altre tre.
Una ragazza olandese conosciuta a Londra, l'unica più grande di me di qualche anno. Di lei ho scritto, e parecchio. Racconti in cui la fantasia (tanta) si mescolava con buone dosi di verità e nei quali ho cercato di mantenere, a volte un po' esagerando, il vero tratto caratteristico del nostro rapporto: l'ammirazione e la mia docile sottomissione nei suoi confronti. Ma non pensate a cose strane, di sesso ce n'è stato, sì, ma non sto parlando solo di quello, anzi.
Poi Micaela, la portoghese, la cui accondiscendenza si trasformava in sfrontatezza quando eravamo nude. In quel caso, tra le due, quella docile era lei, ma io per carattere so approfittarmi pochissimo della gente. Dovessi descriverla, scherzandoci sopra un po', direi che le piacevano soprattutto due cose: diventare brilla in pizzeria e farsi mangiare la fica seduta sul mio viso mentre mi scopava con una zucchina. Poi mi chiedeva di ricambiare. Io con lei non sapevo se ridere o godere - beh, in realtà facevo entrambe le cose - ma ciò che ricordo di più è la meravigliosa leggerezza dei nostri incontri.
E infine Marta, anche lei conosciuta a Londra. La dolcezza in persona fino a quando non diventavamo entrambe due zoccole assurde (forse io un po' di più, lei era più "giocosa"). I mille baci scambiati, le esplorazioni interminabili dei nostri corpi, le parole soavi che da un certo punto in poi diventavano sconce. La sua grazia della prima volta, mentre mi leccava il grilletto e mi inculava con un ditino: “Ti piace anche così, vero?”. Poi, sul suo divano, quella grazia diventò furia e ciao...
Se potessi esprimere un desiderio, uno solo, non sarebbe certo quello di far ritornare questi momenti e queste ragazze. Per fortuna o per sfortuna, ho altre priorità. Però, a volte, non posso fare a meno di guardarmi indietro con una specie di dolce nostalgia. Come dice una canzone che per tanti versi mi è cara, è l'unica vera nostalgia che ho.
“Ti giuro è l’unica, davvero l’unica, l’unica vera nostalgia che ho”.
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