Proseffionale 3
di
Stemmy
genere
dominazione
Mentre il suo respiro tornava piano piano regolare e il tremore si attenuava sotto la coperta, lei ha iniziato a muoversi leggermente, come se stesse riacquistando il controllo del proprio corpo un muscolo alla volta. Io restavo seduto accanto a lei sul divano, una mano appoggiata con leggerezza sulla sua spalla coperta, l’altra che le accarezzava lentamente i capelli.
Dopo un lungo silenzio, ha girato la testa verso di me. Gli occhi, ancora un po’ velati dallo subspace, mi cercavano con una nuova intensità. Non era più solo desiderio o sottomissione: c’era qualcos’altro, qualcosa di più personale, quasi urgente.
“Max…”, ha sussurrato, la voce ancora rauca e fragile.
Ha deglutito, si è leccata le labbra secche, poi ha preso un respiro profondo come per raccogliere coraggio.
“Voglio poterti chiamare direttamente. La prossima volta… non voglio passare da Melissa. Voglio essere io a scriverti, a dirtelo quando ho bisogno… quando ho bisogno di te”.
Ho mantenuto il contatto visivo, lasciando che il silenzio si dilatasse un attimo. È una richiesta che capita, ma non spesso. E quando arriva, di solito porta con sé un confine che si sta pericolosamente assottigliando.
“Le regole esistono per un motivo”, ho risposto con calma, il tono neutro ma fermo. “Proteggono entrambi. Te dalla possibilità di diventare… troppo coinvolta. Me dal rischio di oltrepassare linee che non dovrei oltrepassare”.
Lei ha chiuso gli occhi per un secondo, come se quelle parole le avessero fatto male fisicamente.
“Lo so”, ha mormorato. “Lo capisco. Ma stasera… quello che è successo stasera non era solo una scena. Non era solo sesso o potere o sottomissione. Io…” Ha esitato, poi ha riaperto gli occhi e mi ha guardato dritto dentro. “Mi sono sentita vista. Davvero vista. E non voglio che questo finisca con una telefonata a un’agenzia e un appuntamento fissato da qualcun altro. Voglio poter essere io a dirtelo. Ho bisogno di te. Adesso”.
Ho lasciato passare altri secondi. Dentro di me già sapevo che avrei ceduto, lo sapevo dal momento in cui aveva pronunciato il mio nome durante l’orgasmo, rompendo quel muro sottile tra cliente e persona. Ma non volevo che sembrasse una concessione facile.
“Se ti do il mio numero”, ho detto lentamente, “cambia tutto. Non sarà più solo un servizio. Diventerà… personale. E personale significa pericoloso, per tutti e due”.
“Lo so”. La sua voce era un soffio. “Ma sono disposta a correre il rischio. Tu… lo sei?”
L’ho guardata ancora qualche istante. Poi ho sospirato piano, quasi un sorriso rassegnato.
“Prendi il telefono dalla borsa”, le ho detto indicando la sua pochette abbandonata vicino al divano.
Lei si è mossa lentamente, ancora avvolta nella coperta, ha frugato un attimo e ha tirato fuori il cellulare. Me l’ha passato senza una parola.
Ho digitato il mio numero privato, quello che usano in pochissimi, e gliel’ho restituito.
“Salvalo come vuoi”, ho detto. “Ma se lo usi, usa la parola -rosso- nel primo messaggio se è un’emergenza vera. Altrimenti… scrivimi e basta”.
Ha guardato lo schermo per qualche secondo, come se non credesse che fosse successo davvero. Poi ha alzato gli occhi, lucidi.
“Grazie”, ha sussurrato.
Si è sporta verso di me, lentamente, dandomi tutto il tempo di fermarla se avessi voluto.
Non l’ho fermata.
Le sue labbra hanno trovato le mie in un bacio che non somigliava per niente a quelli che ci si scambia di solito alla fine di una sessione. Non era grato, non era cerimonioso. Era affamato, disperato, intimo. La lingua ha cercato la mia con una dolcezza possessiva, le mani mi hanno incorniciato il viso come se temesse che potessi sparire. Ho ricambiato, lasciando che il bacio durasse più di quanto le regole avrebbero permesso, sentendo il suo sapore salato di lacrime e sudore e desiderio residuo.
Quando si è staccata, aveva il respiro corto e gli occhi lucidi.
“È stata l’esperienza più bella, più intensa, più… liberatoria della mia vita”, ha detto piano, quasi con timore reverenziale. “Non sto esagerando. Non l’avevo mai provato prima… sentirmi così al sicuro mentre venivo completamente distrutta”.
Ho sorriso appena, sfiorandole la guancia con il pollice.
“Ne sono felice”.
Si è morsa il labbro inferiore, un gesto che le avevo visto fare poche volte, quasi infantile.
“Devi pensare a qualcosa per la prossima volta”, ha detto, la voce che tremava appena. “Qualcosa che mi faccia sentire di nuovo così… posseduta, vulnerabile, tua. Qualcosa che mi piaccia almeno altrettanto. Anzi… di più, se possibile”.
L’ho guardata dritto negli occhi.
“Ci sto già pensando”, ho risposto, la voce bassa. “Quando sarai pronta… scrivimi. Io saprò cosa proporti”.
Ha annuito, un piccolo sorriso finalmente le ha incurvato le labbra, stanco, sincero, luminoso.
Si è alzata piano, ancora avvolta nella coperta, ha raccolto i vestiti sparsi e si è vestita con movimenti lenti, quasi rituali. Ogni tanto mi lanciava un’occhiata, come per assicurarsi che fossi ancora lì.
Prima di aprire la porta si è girata un’ultima volta.
“Ti scrivo presto”, ha detto semplicemente.
“Lo spero”, ho risposto.
È uscita senza aggiungere altro, ma il modo in cui ha chiuso la porta. piano, quasi con delicatezza, mi ha fatto capire che non era un arrivederci qualunque.
Sono rimasto solo nel dungeon, l’odore di lei ancora nell’aria, il silenzio rotto solo dal ronzio lontano dell’impianto di aerazione.
Ho sorriso tra me.
Sapevo già che il prossimo messaggio sarebbe arrivato entro pochi giorni.
E sapevo già che qualunque cosa le avrei proposto… lei avrebbe detto di sì.
Il giorno dopo – venerdì pomeriggio – stavo ancora sistemando mentalmente gli ultimi dettagli della serata precedente quando il telefono ha vibrato. Numero privato. L'ho lasciato squillare tre volte, poi ho risposto con un semplice:
"Pronto."
Silenzio dall’altra parte, poi la sua voce, bassa, quasi tremante.
"Max… sono io. Non ce la faccio ad aspettare. Ho bisogno di rivederti. Subito. Domani. Ti prego."
Ho lasciato che il silenzio si allungasse un attimo, sentendo già l’urgenza che le vibrava nella voce.
"Domani è sabato," ho detto calmo. "Stesso dungeon. Stessa entrata sul retro. Arrivi alle 21 in punto. Bussa tre volte. Il resto lo sai."
"Max, io…"
"Non adesso," l’ho interrotta piano ma decisa. "Ne parliamo domani. Quando sarai lì. Nient’altro. Capito?"
Un respiro corto, quasi un singhiozzo trattenuto.
"Sì… capito."
"Bene. A domani."
Ho chiuso la chiamata senza aspettare risposta. Volevo che passasse le successive ventiquattro ore con il cuore in gola, immaginando, fantasticando, senza avere nessun dettaglio su cui aggrapparsi. Niente istruzioni, niente anticipazioni. Solo l’appuntamento e il peso di ciò che già sapeva di desiderare.
Sabato sera, ore 20:50.
Sono arrivato con largo anticipo. Ho scelto la Cella, come avevo deciso nella mia testa fin dal primo momento in cui aveva pronunciato quelle parole al telefono il giorno prima: sottomessa, umiliata, ridotta a un oggetto. Niente pietà.
La stanza era esattamente come la ricordavo: mattoni grezzi e sporchi alle pareti, pavimento di cemento freddo, una lampadina al neon debole che ronzava e ogni tanto sfarfallava, gettando ombre malate. Un materasso sottile e logoro buttato in un angolo, catene arrugginite ma sicure fissate alle pareti a diverse altezze, un water di ceramica scheggiato in un angolo senza nessuna parete divisoria. Niente comodità, niente specchi eleganti, niente attrezzi raffinati. Solo crudo, sporco, essenziale. Perfetto per quello che voleva.
Ho acceso solo quella luce al neon. Il resto del dungeon era immerso nel buio. Ho controllato l’orologio: 20:58.
Alle 21 in punto ho sentito i tre colpi secchi sulla porta metallica esterna.
Ho aspettato dieci secondi, abbastanza per farle salire l’ansia, poi ho aperto.
Eccola.
Indossava un lungo cappotto nero che le arrivava quasi alle caviglie, occhiali da sole nonostante fosse notte fonda, capelli raccolti in una coda severa. Tremava visibilmente, ma non di freddo. Le mani stringevano i lembi del cappotto come se fosse l’ultima cosa che la teneva ancorata al mondo di fuori.
Mi ha guardato un istante negli occhi, un lampo di riconoscimento, di sollievo, di terrore eccitato, poi ha abbassato subito lo sguardo.
Non ha detto una parola.
Afferro una ciocca dei suoi capelli con forza, stringendo alla base della nuca, e la trascino dentro senza alcun riguardo. Il cemento graffia leggermente le sue ginocchia mentre la costringo ad avanzare a quattro zampe, il corpo che si tende e si contorce per seguire il mio strattone. Non le do il tempo di respirare, di protestare, di capire. La porta si chiude alle nostre spalle con un tonfo metallico che fa vibrare l’aria.
La cella è illuminata solo da quella lampadina al neon malata che ronza e sfarfalla. Al centro della stanza c’è lei: la Mistress che ho chiamato apposta per questa sera. Alta, imponente, grassa in un modo che trasuda potenza più che debolezza. Indossa una vestina di pelle nera lucida che le fascia i fianchi larghi e il seno pesante, tacchi altissimi che fanno risuonare ogni passo come un avvertimento. In mano tiene un frustino corto, di cuoio intrecciato, che fa schioccare leggermente contro il palmo mentre ci osserva arrivare.
La mia cliente si blocca di colpo. Sento i suoi muscoli irrigidirsi sotto la mia presa, il respiro che si spezza in un singhiozzo strozzato. Alza la testa quel tanto che le permette la mia mano nei capelli e la vede. Gli occhi le si spalancano, il terrore puro le attraversa il viso come un lampo. Prova a indietreggiare istintivamente, ma io stringo di più, la tengo ferma.
“Che… che cosa…” balbetta, la voce rotta, quasi un sussurro terrorizzato.
Mi chino su di lei, le labbra vicino al suo orecchio.
“Hai chiesto tu di essere umiliata”, le ricordo con voce bassa e gelida. “Hai chiesto di non avere pietà. Di essere ridotta a un oggetto. Di essere usata senza riguardo. Pensavi che lo avrei fatto da solo? Che ti avrei risparmiato la vergogna vera?”
Le trema il mento. Le lacrime le si affacciano già agli angoli degli occhi. Guarda la Mistress, che sorride lenta, crudele, facendo scorrere il frustino lungo il proprio fianco con un gesto lento e deliberato.
“Questa è la sorpresa che ti aspettava”, continuo, tirandole i capelli per costringerla a tenere la testa alta e guardare bene. “Non sei più solo mia stasera. Sei nostra. E lei non ha la mia stessa pazienza”.
La Mistress fa un passo avanti, i tacchi che echeggiano come colpi di martello. Si ferma a un metro da noi, le gambe divaricate, il frustino che dondola pigramente.
“Guardala bene”, le dico. “Guardala e ricorda perché sei qui. Perché l’hai chiesto tu”.
Un singhiozzo le sfugge dalla gola. Annuisce a fatica, le lacrime che finalmente le scivolano lungo le guance.
“Togliti il cappotto”, ordino, lasciandole i capelli ma restando in piedi sopra di lei. “Lascialo cadere. E resta con gonna e camicetta. Niente altro. Niente biancheria. Niente dignità”.
Le mani le tremano violentemente mentre slaccia la cintura. Il cappotto scivola giù dalle spalle, rivelando la gonna plissettata chiara e la camicetta floreale che indossava anche la prima volta, un contrasto grottesco con l’ambiente sporco e brutale della cella. Sotto non c’è niente, come le avevo imposto al telefono. I capezzoli spingono già contro il tessuto sottile, duri per il freddo e per la paura.
Resta in ginocchio, le mani appoggiate sul cemento, la testa bassa, il respiro corto e spezzato.
La Mistress ride piano, un suono basso e gutturale.
“Carina”, dice, girandole lentamente intorno. “Molto carina. Ma non per molto”.
Mi chino di nuovo su di lei, afferrandole il mento con due dita per costringerla a sollevare il viso e guardare dritto verso la Mistress che ci osserva immobile, il frustino che dondola pigramente contro la coscia fasciata di pelle.
"Quella donna," le dico con voce bassa e lenta, quasi un sussurro confidenziale, "è un’esperta di sospensioni shibari. Una delle migliori che conosca. Sa legare in modi che fanno implorare di smettere… e sa anche quando non smettere affatto."
Lei trema più forte, gli occhi spalancati fissi sulla figura imponente al centro della cella. Le lacrime le rigano già le guance, ma non osa distogliere lo sguardo.
"Per ora," continuo, lasciando andare il suo mento e facendo un passo indietro, "io mi godrò lo spettacolo. Tu non devi fare niente. Solo subire. Lasciarti legare. Lasciarti sospendere. Lasciarti umiliare nel modo più completo e doloroso possibile. È questo che hai chiesto, no? Nessuna pietà. Solo essere un oggetto."
La Mistress fa un cenno con la testa, un sorriso lento e crudele che le incurva le labbra dipinte di rosso scuro. Senza una parola si avvicina, i tacchi che battono sul cemento come colpi di sentenza. Si china leggermente, raccoglie una matassa di corde di juta grezza da un secchio lì accanto, corde spesse, ruvide, che graffiano la pelle solo a sfiorarle.
"In piedi," ordina la Mistress con voce profonda, autoritaria, che non ammette repliche.
Lei obbedisce tremando, le gambe molli, ma si alza. La camicetta floreale è già madida di sudore sotto le ascelle, la gonna plissettata le aderisce alle cosce per l’umidità.
La Mistress inizia senza preamboli.
Prima le afferra i polsi, li incrocia dietro la schiena e comincia a legarli con nodi stretti e precisi, la corda che morde la pelle delicata. Ogni giro è calcolato: non solo per immobilizzare, ma per far male, per far sentire ogni fibra della juta che scava. La mia cliente geme piano al primo nodo vero, un suono soffocato che diventa un singhiozzo quando la corda viene tirata per stringere.
Poi la Mistress passa alle caviglie: le lega strette, lasciando solo pochi centimetri tra l’una e l’altra, abbastanza per farla stare in equilibrio precario ma non per camminare. Un cappio supplementare intorno alle ginocchia, un altro intorno alle cosce alte, che forza le gambe a restare semiaperte anche quando cercherà di chiuderle.
La camicetta viene strappata di colpo, bottoni che volano sul pavimento, lasciando il seno nudo, i capezzoli già duri e arrossati dal freddo e dalla paura. La gonna segue a ruota, tirata giù con violenza fino alle caviglie legate, intrappolandole le gambe in un groviglio di stoffa.
Nuda, tremante, legata ai polsi e alle caviglie, viene spinta al centro della stanza.
La Mistress getta una corda sopra una trave metallica esposta sul soffitto, una vecchia carrucola industriale che ho fatto installare apposta per queste sessioni. Un capo della corda finisce legato al nodo tra i polsi della donna, l’altro capo viene tirato con forza.
Lentamente, senza fretta, la Mistress tira.
I polsi salgono. Le braccia si tendono all’indietro. La schiena si inarca per forza. Lei geme, poi urla piano quando le spalle protestano. La corda continua a salire: la costringe a piegarsi in avanti, il busto che scende sempre di più, fino a quando la testa non è quasi all’altezza delle ginocchia.
Poi la vera sospensione.
La Mistress lega un’altra serie di corde: un’imbracatura intorno al torace, sotto il seno, che solleva e schiaccia i seni verso l’alto in modo osceno; corde che passano tra le gambe, dividendole le grandi labbra e mordendo il clitoride gonfio ogni volta che si muove; corde che avvolgono le cosce e le tirano verso l’alto, piegandole le ginocchia e costringendola in una posizione arcuata estrema.
Alla fine tira l’ultima corda.
Il corpo di lei si solleva da terra.
Pende ora completamente sospesa, a testa in giù, il corpo arcuato all’indietro come un arco teso al limite della rottura. Le braccia legate dietro la schiena e tirate verso l’alto formano un angolo doloroso con le spalle; le gambe sono piegate e divaricate, le ginocchia verso il soffitto, i piedi puntati in aria, le caviglie legate insieme e ancorate a un anello sul pavimento per impedire qualsiasi oscillazione utile.
La massa dei suoi capelli, sciolti durante la legatura, le cade come una cascata verso il basso, coprendole parzialmente il viso arrossato e bagnato di lacrime. Ogni respiro le fa oscillare leggermente il corpo, e la corda tra le gambe le sfrega il clitoride in modo crudele, strappandole piccoli gemiti involontari.
La Mistress fa un passo indietro, ammira il lavoro con soddisfazione professionale.
"Bellissima," mormora, dando un colpetto leggero con il frustino sulla pianta di un piede sospeso. Il colpo fa sobbalzare tutto il corpo legato, e un grido strozzato esce dalla gola della donna.
Io mi avvicino lentamente, girandole intorno come un predatore che valuta la preda già catturata.
"Guarda come sei patetica," le dico piano, accarezzandole con un dito la guancia bagnata di lacrime e saliva che le cola dalla bocca aperta. "Capelli che ti cadono in faccia come una puttana da bordello, tette schiacciate verso l’alto, fica spalancata e gocciolante, culo in aria… esattamente l’oggetto umiliato che volevi essere."
Lei singhiozza, ma non dice “rosso”. Non ancora.
La Mistress ride piano e fa schioccare il frustino contro il palmo.
"Quanto vuoi che duri la sospensione?" mi chiede, senza smettere di guardare la donna appesa.
Io sorrido.
"Finché non implora davvero. E anche dopo."
La notte è ancora lunga, e lei è solo all’inizio della sua disfatta.
Io mi limito a osservare, le braccia incrociate, lasciando che il terrore si depositi dentro di lei come veleno lento.
"Ora," dico alla fine, rompendo il silenzio, "cominciamo a farti capire davvero cosa significa essere un oggetto."
La Mistress alza il frustino.
E lei, chiude gli occhi e trema, sapendo che non c’è più via di ritorno.
Mentre la sospensione la tiene arcuata e immobile, il corpo teso come una corda sul punto di spezzarsi, i gemiti della donna si trasformano in lamenti bassi e continui. Ogni piccolo movimento, un respiro troppo profondo, un tentativo istintivo di alleviare la pressione sulle spalle, fa oscillare le corde, e la juta grezza le morde la pelle in nuovi punti, strappandole un singhiozzo strozzato.
La Mistress si posiziona tra le sue gambe divaricate e sospese, il fallo nero e sproporzionato fissato all’estremità di un lungo bastone di metallo lucido che impugna con entrambe le mani. È grosso, venoso, irreale nella sua dimensione, progettato per riempire e insieme umiliare. Senza preavviso, senza lubrificante aggiuntivo oltre a quello che già le cola tra le cosce, la Mistress spinge.
La penetrazione è lenta all’inizio, deliberata, lasciando che la donna senta ogni centimetro che la allarga, che la forza ad aprirsi. Un urlo gutturale le esce dalla gola, la testa che scatta all’indietro (o meglio, verso il basso, data la posizione capovolta), la cascata di capelli biondi che ondeggia violentemente e le copre parzialmente il viso arrossato e bagnato di lacrime. Il corpo intero si contrae, i muscoli delle cosce tremano, le dita dei piedi si rannicchiano nell’aria.
La Mistress non si ferma. Spinge ancora, ruotando leggermente il bastone per far sentire la circonferenza, poi comincia un movimento ritmico, profondo, meccanico. Ogni affondo fa sobbalzare il corpo sospeso, le corde che cigolano contro la trave, i seni schiacciati verso l’alto che rimbalzano oscenamente, i capezzoli duri come pietre. La donna geme senza più ritegno, un misto di dolore acuto e piacere forzato che le esce a ondate, la saliva che le cola dagli angoli della bocca aperta e le scivola lungo le guance verso i capelli.
Io mi avvicino dal lato opposto, mi inginocchio davanti al suo viso capovolto. Le afferro i capelli, ormai un groviglio umido e arruffato, e le sollevo la testa quel tanto che le corde le permettono, costringendola a guardarmi. Il suo viso è una maschera di sofferenza pura: occhi gonfi e rossi, guance rigate da lacrime e muco, labbra tremanti, mascella contratta in un tentativo disperato di non urlare troppo forte.
Con l’altra mano slaccio lentamente la zip dei pantaloni, tiro fuori il membro già duro, gonfio, pulsante. Lo appoggio contro la sua guancia bollente, lo sfrego piano lungo la linea della mascella, poi sulle labbra socchiuse, lasciando una scia lucida di pre-eiaculato. Lei ansima, il respiro caldo e spezzato che mi investe la pelle.
“Senti quanto sei patetica”, le sussurro, la voce bassa e crudele. “Appesa come un pezzo di carne, riempita da dietro come una cagna in calore, e ora con la faccia premuta contro il cazzo di un uomo che ti usa solo perché può. Apri.”
Le sue labbra tremano, ma obbedisce. Apre la bocca quanto le corde e la posizione le permettono, non molto, ma abbastanza. Io spingo piano la cappella tra le sue labbra, solo l’inizio, lasciandola lì, facendole sentire il sapore salato, il peso, mentre la Mistress continua a scoparla con il fallo dal basso, ogni spinta che le fa sobbalzare il corpo e spinge il viso contro di me.
Il suo sguardo, quel poco che riesco a vedere tra i capelli che le cadono sugli occhi, è un misto devastante di terrore, vergogna e resa totale. Soffre, lo vedo nelle contrazioni dei muscoli del collo, nelle lacrime che continuano a scorrere all’insù verso la fronte, nel modo in cui il suo corpo si tende e si arrende a ogni affondo simultaneo.
La Mistress accelera leggermente, il bastone che entra ed esce con un suono bagnato e osceno. Io tengo il viso di lei premuto contro il mio sesso, sfregandolo avanti e indietro, usandole la bocca come un giocattolo morbido e umido, senza mai spingere troppo a fondo, non ancora. Voglio che senta l’umiliazione di essere riempita da entrambe le parti, di essere usata come un oggetto senza valore, di non avere più alcun controllo sul proprio corpo o sulla propria dignità.
“Brava”, mormoro, accarezzandole la guancia con il pollice mentre le sfrego il membro sulle labbra. “Soffri per noi. È esattamente quello che volevi”.
Un altro gemito strozzato le sfugge, soffocato dal mio sesso contro la bocca. Il corpo sospeso trema violentemente, le corde che gemono sotto il peso e la tensione.
La Mistress ride piano, un suono basso e soddisfatto.
“Sta per venire”, dice, senza rallentare. “Senti come si stringe intorno al fallo”,
Io sorrido, tenendo il suo viso schiacciato contro di me.
“Allora lasciala venire,» rispondo. «Falla venire mentre soffre. Falla venire sapendo che non è un premio… è solo un’altra umiliazione”.
E mentre la Mistress spinge più forte, più profondo, io le tengo la testa ferma e continuo a sfregarmi contro il suo viso disfatto, godendomi ogni gemito, ogni lacrima, ogni spasmo di quel corpo appeso e completamente alla nostra mercé.
stemmy75@gmail.com
Dopo un lungo silenzio, ha girato la testa verso di me. Gli occhi, ancora un po’ velati dallo subspace, mi cercavano con una nuova intensità. Non era più solo desiderio o sottomissione: c’era qualcos’altro, qualcosa di più personale, quasi urgente.
“Max…”, ha sussurrato, la voce ancora rauca e fragile.
Ha deglutito, si è leccata le labbra secche, poi ha preso un respiro profondo come per raccogliere coraggio.
“Voglio poterti chiamare direttamente. La prossima volta… non voglio passare da Melissa. Voglio essere io a scriverti, a dirtelo quando ho bisogno… quando ho bisogno di te”.
Ho mantenuto il contatto visivo, lasciando che il silenzio si dilatasse un attimo. È una richiesta che capita, ma non spesso. E quando arriva, di solito porta con sé un confine che si sta pericolosamente assottigliando.
“Le regole esistono per un motivo”, ho risposto con calma, il tono neutro ma fermo. “Proteggono entrambi. Te dalla possibilità di diventare… troppo coinvolta. Me dal rischio di oltrepassare linee che non dovrei oltrepassare”.
Lei ha chiuso gli occhi per un secondo, come se quelle parole le avessero fatto male fisicamente.
“Lo so”, ha mormorato. “Lo capisco. Ma stasera… quello che è successo stasera non era solo una scena. Non era solo sesso o potere o sottomissione. Io…” Ha esitato, poi ha riaperto gli occhi e mi ha guardato dritto dentro. “Mi sono sentita vista. Davvero vista. E non voglio che questo finisca con una telefonata a un’agenzia e un appuntamento fissato da qualcun altro. Voglio poter essere io a dirtelo. Ho bisogno di te. Adesso”.
Ho lasciato passare altri secondi. Dentro di me già sapevo che avrei ceduto, lo sapevo dal momento in cui aveva pronunciato il mio nome durante l’orgasmo, rompendo quel muro sottile tra cliente e persona. Ma non volevo che sembrasse una concessione facile.
“Se ti do il mio numero”, ho detto lentamente, “cambia tutto. Non sarà più solo un servizio. Diventerà… personale. E personale significa pericoloso, per tutti e due”.
“Lo so”. La sua voce era un soffio. “Ma sono disposta a correre il rischio. Tu… lo sei?”
L’ho guardata ancora qualche istante. Poi ho sospirato piano, quasi un sorriso rassegnato.
“Prendi il telefono dalla borsa”, le ho detto indicando la sua pochette abbandonata vicino al divano.
Lei si è mossa lentamente, ancora avvolta nella coperta, ha frugato un attimo e ha tirato fuori il cellulare. Me l’ha passato senza una parola.
Ho digitato il mio numero privato, quello che usano in pochissimi, e gliel’ho restituito.
“Salvalo come vuoi”, ho detto. “Ma se lo usi, usa la parola -rosso- nel primo messaggio se è un’emergenza vera. Altrimenti… scrivimi e basta”.
Ha guardato lo schermo per qualche secondo, come se non credesse che fosse successo davvero. Poi ha alzato gli occhi, lucidi.
“Grazie”, ha sussurrato.
Si è sporta verso di me, lentamente, dandomi tutto il tempo di fermarla se avessi voluto.
Non l’ho fermata.
Le sue labbra hanno trovato le mie in un bacio che non somigliava per niente a quelli che ci si scambia di solito alla fine di una sessione. Non era grato, non era cerimonioso. Era affamato, disperato, intimo. La lingua ha cercato la mia con una dolcezza possessiva, le mani mi hanno incorniciato il viso come se temesse che potessi sparire. Ho ricambiato, lasciando che il bacio durasse più di quanto le regole avrebbero permesso, sentendo il suo sapore salato di lacrime e sudore e desiderio residuo.
Quando si è staccata, aveva il respiro corto e gli occhi lucidi.
“È stata l’esperienza più bella, più intensa, più… liberatoria della mia vita”, ha detto piano, quasi con timore reverenziale. “Non sto esagerando. Non l’avevo mai provato prima… sentirmi così al sicuro mentre venivo completamente distrutta”.
Ho sorriso appena, sfiorandole la guancia con il pollice.
“Ne sono felice”.
Si è morsa il labbro inferiore, un gesto che le avevo visto fare poche volte, quasi infantile.
“Devi pensare a qualcosa per la prossima volta”, ha detto, la voce che tremava appena. “Qualcosa che mi faccia sentire di nuovo così… posseduta, vulnerabile, tua. Qualcosa che mi piaccia almeno altrettanto. Anzi… di più, se possibile”.
L’ho guardata dritto negli occhi.
“Ci sto già pensando”, ho risposto, la voce bassa. “Quando sarai pronta… scrivimi. Io saprò cosa proporti”.
Ha annuito, un piccolo sorriso finalmente le ha incurvato le labbra, stanco, sincero, luminoso.
Si è alzata piano, ancora avvolta nella coperta, ha raccolto i vestiti sparsi e si è vestita con movimenti lenti, quasi rituali. Ogni tanto mi lanciava un’occhiata, come per assicurarsi che fossi ancora lì.
Prima di aprire la porta si è girata un’ultima volta.
“Ti scrivo presto”, ha detto semplicemente.
“Lo spero”, ho risposto.
È uscita senza aggiungere altro, ma il modo in cui ha chiuso la porta. piano, quasi con delicatezza, mi ha fatto capire che non era un arrivederci qualunque.
Sono rimasto solo nel dungeon, l’odore di lei ancora nell’aria, il silenzio rotto solo dal ronzio lontano dell’impianto di aerazione.
Ho sorriso tra me.
Sapevo già che il prossimo messaggio sarebbe arrivato entro pochi giorni.
E sapevo già che qualunque cosa le avrei proposto… lei avrebbe detto di sì.
Il giorno dopo – venerdì pomeriggio – stavo ancora sistemando mentalmente gli ultimi dettagli della serata precedente quando il telefono ha vibrato. Numero privato. L'ho lasciato squillare tre volte, poi ho risposto con un semplice:
"Pronto."
Silenzio dall’altra parte, poi la sua voce, bassa, quasi tremante.
"Max… sono io. Non ce la faccio ad aspettare. Ho bisogno di rivederti. Subito. Domani. Ti prego."
Ho lasciato che il silenzio si allungasse un attimo, sentendo già l’urgenza che le vibrava nella voce.
"Domani è sabato," ho detto calmo. "Stesso dungeon. Stessa entrata sul retro. Arrivi alle 21 in punto. Bussa tre volte. Il resto lo sai."
"Max, io…"
"Non adesso," l’ho interrotta piano ma decisa. "Ne parliamo domani. Quando sarai lì. Nient’altro. Capito?"
Un respiro corto, quasi un singhiozzo trattenuto.
"Sì… capito."
"Bene. A domani."
Ho chiuso la chiamata senza aspettare risposta. Volevo che passasse le successive ventiquattro ore con il cuore in gola, immaginando, fantasticando, senza avere nessun dettaglio su cui aggrapparsi. Niente istruzioni, niente anticipazioni. Solo l’appuntamento e il peso di ciò che già sapeva di desiderare.
Sabato sera, ore 20:50.
Sono arrivato con largo anticipo. Ho scelto la Cella, come avevo deciso nella mia testa fin dal primo momento in cui aveva pronunciato quelle parole al telefono il giorno prima: sottomessa, umiliata, ridotta a un oggetto. Niente pietà.
La stanza era esattamente come la ricordavo: mattoni grezzi e sporchi alle pareti, pavimento di cemento freddo, una lampadina al neon debole che ronzava e ogni tanto sfarfallava, gettando ombre malate. Un materasso sottile e logoro buttato in un angolo, catene arrugginite ma sicure fissate alle pareti a diverse altezze, un water di ceramica scheggiato in un angolo senza nessuna parete divisoria. Niente comodità, niente specchi eleganti, niente attrezzi raffinati. Solo crudo, sporco, essenziale. Perfetto per quello che voleva.
Ho acceso solo quella luce al neon. Il resto del dungeon era immerso nel buio. Ho controllato l’orologio: 20:58.
Alle 21 in punto ho sentito i tre colpi secchi sulla porta metallica esterna.
Ho aspettato dieci secondi, abbastanza per farle salire l’ansia, poi ho aperto.
Eccola.
Indossava un lungo cappotto nero che le arrivava quasi alle caviglie, occhiali da sole nonostante fosse notte fonda, capelli raccolti in una coda severa. Tremava visibilmente, ma non di freddo. Le mani stringevano i lembi del cappotto come se fosse l’ultima cosa che la teneva ancorata al mondo di fuori.
Mi ha guardato un istante negli occhi, un lampo di riconoscimento, di sollievo, di terrore eccitato, poi ha abbassato subito lo sguardo.
Non ha detto una parola.
Afferro una ciocca dei suoi capelli con forza, stringendo alla base della nuca, e la trascino dentro senza alcun riguardo. Il cemento graffia leggermente le sue ginocchia mentre la costringo ad avanzare a quattro zampe, il corpo che si tende e si contorce per seguire il mio strattone. Non le do il tempo di respirare, di protestare, di capire. La porta si chiude alle nostre spalle con un tonfo metallico che fa vibrare l’aria.
La cella è illuminata solo da quella lampadina al neon malata che ronza e sfarfalla. Al centro della stanza c’è lei: la Mistress che ho chiamato apposta per questa sera. Alta, imponente, grassa in un modo che trasuda potenza più che debolezza. Indossa una vestina di pelle nera lucida che le fascia i fianchi larghi e il seno pesante, tacchi altissimi che fanno risuonare ogni passo come un avvertimento. In mano tiene un frustino corto, di cuoio intrecciato, che fa schioccare leggermente contro il palmo mentre ci osserva arrivare.
La mia cliente si blocca di colpo. Sento i suoi muscoli irrigidirsi sotto la mia presa, il respiro che si spezza in un singhiozzo strozzato. Alza la testa quel tanto che le permette la mia mano nei capelli e la vede. Gli occhi le si spalancano, il terrore puro le attraversa il viso come un lampo. Prova a indietreggiare istintivamente, ma io stringo di più, la tengo ferma.
“Che… che cosa…” balbetta, la voce rotta, quasi un sussurro terrorizzato.
Mi chino su di lei, le labbra vicino al suo orecchio.
“Hai chiesto tu di essere umiliata”, le ricordo con voce bassa e gelida. “Hai chiesto di non avere pietà. Di essere ridotta a un oggetto. Di essere usata senza riguardo. Pensavi che lo avrei fatto da solo? Che ti avrei risparmiato la vergogna vera?”
Le trema il mento. Le lacrime le si affacciano già agli angoli degli occhi. Guarda la Mistress, che sorride lenta, crudele, facendo scorrere il frustino lungo il proprio fianco con un gesto lento e deliberato.
“Questa è la sorpresa che ti aspettava”, continuo, tirandole i capelli per costringerla a tenere la testa alta e guardare bene. “Non sei più solo mia stasera. Sei nostra. E lei non ha la mia stessa pazienza”.
La Mistress fa un passo avanti, i tacchi che echeggiano come colpi di martello. Si ferma a un metro da noi, le gambe divaricate, il frustino che dondola pigramente.
“Guardala bene”, le dico. “Guardala e ricorda perché sei qui. Perché l’hai chiesto tu”.
Un singhiozzo le sfugge dalla gola. Annuisce a fatica, le lacrime che finalmente le scivolano lungo le guance.
“Togliti il cappotto”, ordino, lasciandole i capelli ma restando in piedi sopra di lei. “Lascialo cadere. E resta con gonna e camicetta. Niente altro. Niente biancheria. Niente dignità”.
Le mani le tremano violentemente mentre slaccia la cintura. Il cappotto scivola giù dalle spalle, rivelando la gonna plissettata chiara e la camicetta floreale che indossava anche la prima volta, un contrasto grottesco con l’ambiente sporco e brutale della cella. Sotto non c’è niente, come le avevo imposto al telefono. I capezzoli spingono già contro il tessuto sottile, duri per il freddo e per la paura.
Resta in ginocchio, le mani appoggiate sul cemento, la testa bassa, il respiro corto e spezzato.
La Mistress ride piano, un suono basso e gutturale.
“Carina”, dice, girandole lentamente intorno. “Molto carina. Ma non per molto”.
Mi chino di nuovo su di lei, afferrandole il mento con due dita per costringerla a sollevare il viso e guardare dritto verso la Mistress che ci osserva immobile, il frustino che dondola pigramente contro la coscia fasciata di pelle.
"Quella donna," le dico con voce bassa e lenta, quasi un sussurro confidenziale, "è un’esperta di sospensioni shibari. Una delle migliori che conosca. Sa legare in modi che fanno implorare di smettere… e sa anche quando non smettere affatto."
Lei trema più forte, gli occhi spalancati fissi sulla figura imponente al centro della cella. Le lacrime le rigano già le guance, ma non osa distogliere lo sguardo.
"Per ora," continuo, lasciando andare il suo mento e facendo un passo indietro, "io mi godrò lo spettacolo. Tu non devi fare niente. Solo subire. Lasciarti legare. Lasciarti sospendere. Lasciarti umiliare nel modo più completo e doloroso possibile. È questo che hai chiesto, no? Nessuna pietà. Solo essere un oggetto."
La Mistress fa un cenno con la testa, un sorriso lento e crudele che le incurva le labbra dipinte di rosso scuro. Senza una parola si avvicina, i tacchi che battono sul cemento come colpi di sentenza. Si china leggermente, raccoglie una matassa di corde di juta grezza da un secchio lì accanto, corde spesse, ruvide, che graffiano la pelle solo a sfiorarle.
"In piedi," ordina la Mistress con voce profonda, autoritaria, che non ammette repliche.
Lei obbedisce tremando, le gambe molli, ma si alza. La camicetta floreale è già madida di sudore sotto le ascelle, la gonna plissettata le aderisce alle cosce per l’umidità.
La Mistress inizia senza preamboli.
Prima le afferra i polsi, li incrocia dietro la schiena e comincia a legarli con nodi stretti e precisi, la corda che morde la pelle delicata. Ogni giro è calcolato: non solo per immobilizzare, ma per far male, per far sentire ogni fibra della juta che scava. La mia cliente geme piano al primo nodo vero, un suono soffocato che diventa un singhiozzo quando la corda viene tirata per stringere.
Poi la Mistress passa alle caviglie: le lega strette, lasciando solo pochi centimetri tra l’una e l’altra, abbastanza per farla stare in equilibrio precario ma non per camminare. Un cappio supplementare intorno alle ginocchia, un altro intorno alle cosce alte, che forza le gambe a restare semiaperte anche quando cercherà di chiuderle.
La camicetta viene strappata di colpo, bottoni che volano sul pavimento, lasciando il seno nudo, i capezzoli già duri e arrossati dal freddo e dalla paura. La gonna segue a ruota, tirata giù con violenza fino alle caviglie legate, intrappolandole le gambe in un groviglio di stoffa.
Nuda, tremante, legata ai polsi e alle caviglie, viene spinta al centro della stanza.
La Mistress getta una corda sopra una trave metallica esposta sul soffitto, una vecchia carrucola industriale che ho fatto installare apposta per queste sessioni. Un capo della corda finisce legato al nodo tra i polsi della donna, l’altro capo viene tirato con forza.
Lentamente, senza fretta, la Mistress tira.
I polsi salgono. Le braccia si tendono all’indietro. La schiena si inarca per forza. Lei geme, poi urla piano quando le spalle protestano. La corda continua a salire: la costringe a piegarsi in avanti, il busto che scende sempre di più, fino a quando la testa non è quasi all’altezza delle ginocchia.
Poi la vera sospensione.
La Mistress lega un’altra serie di corde: un’imbracatura intorno al torace, sotto il seno, che solleva e schiaccia i seni verso l’alto in modo osceno; corde che passano tra le gambe, dividendole le grandi labbra e mordendo il clitoride gonfio ogni volta che si muove; corde che avvolgono le cosce e le tirano verso l’alto, piegandole le ginocchia e costringendola in una posizione arcuata estrema.
Alla fine tira l’ultima corda.
Il corpo di lei si solleva da terra.
Pende ora completamente sospesa, a testa in giù, il corpo arcuato all’indietro come un arco teso al limite della rottura. Le braccia legate dietro la schiena e tirate verso l’alto formano un angolo doloroso con le spalle; le gambe sono piegate e divaricate, le ginocchia verso il soffitto, i piedi puntati in aria, le caviglie legate insieme e ancorate a un anello sul pavimento per impedire qualsiasi oscillazione utile.
La massa dei suoi capelli, sciolti durante la legatura, le cade come una cascata verso il basso, coprendole parzialmente il viso arrossato e bagnato di lacrime. Ogni respiro le fa oscillare leggermente il corpo, e la corda tra le gambe le sfrega il clitoride in modo crudele, strappandole piccoli gemiti involontari.
La Mistress fa un passo indietro, ammira il lavoro con soddisfazione professionale.
"Bellissima," mormora, dando un colpetto leggero con il frustino sulla pianta di un piede sospeso. Il colpo fa sobbalzare tutto il corpo legato, e un grido strozzato esce dalla gola della donna.
Io mi avvicino lentamente, girandole intorno come un predatore che valuta la preda già catturata.
"Guarda come sei patetica," le dico piano, accarezzandole con un dito la guancia bagnata di lacrime e saliva che le cola dalla bocca aperta. "Capelli che ti cadono in faccia come una puttana da bordello, tette schiacciate verso l’alto, fica spalancata e gocciolante, culo in aria… esattamente l’oggetto umiliato che volevi essere."
Lei singhiozza, ma non dice “rosso”. Non ancora.
La Mistress ride piano e fa schioccare il frustino contro il palmo.
"Quanto vuoi che duri la sospensione?" mi chiede, senza smettere di guardare la donna appesa.
Io sorrido.
"Finché non implora davvero. E anche dopo."
La notte è ancora lunga, e lei è solo all’inizio della sua disfatta.
Io mi limito a osservare, le braccia incrociate, lasciando che il terrore si depositi dentro di lei come veleno lento.
"Ora," dico alla fine, rompendo il silenzio, "cominciamo a farti capire davvero cosa significa essere un oggetto."
La Mistress alza il frustino.
E lei, chiude gli occhi e trema, sapendo che non c’è più via di ritorno.
Mentre la sospensione la tiene arcuata e immobile, il corpo teso come una corda sul punto di spezzarsi, i gemiti della donna si trasformano in lamenti bassi e continui. Ogni piccolo movimento, un respiro troppo profondo, un tentativo istintivo di alleviare la pressione sulle spalle, fa oscillare le corde, e la juta grezza le morde la pelle in nuovi punti, strappandole un singhiozzo strozzato.
La Mistress si posiziona tra le sue gambe divaricate e sospese, il fallo nero e sproporzionato fissato all’estremità di un lungo bastone di metallo lucido che impugna con entrambe le mani. È grosso, venoso, irreale nella sua dimensione, progettato per riempire e insieme umiliare. Senza preavviso, senza lubrificante aggiuntivo oltre a quello che già le cola tra le cosce, la Mistress spinge.
La penetrazione è lenta all’inizio, deliberata, lasciando che la donna senta ogni centimetro che la allarga, che la forza ad aprirsi. Un urlo gutturale le esce dalla gola, la testa che scatta all’indietro (o meglio, verso il basso, data la posizione capovolta), la cascata di capelli biondi che ondeggia violentemente e le copre parzialmente il viso arrossato e bagnato di lacrime. Il corpo intero si contrae, i muscoli delle cosce tremano, le dita dei piedi si rannicchiano nell’aria.
La Mistress non si ferma. Spinge ancora, ruotando leggermente il bastone per far sentire la circonferenza, poi comincia un movimento ritmico, profondo, meccanico. Ogni affondo fa sobbalzare il corpo sospeso, le corde che cigolano contro la trave, i seni schiacciati verso l’alto che rimbalzano oscenamente, i capezzoli duri come pietre. La donna geme senza più ritegno, un misto di dolore acuto e piacere forzato che le esce a ondate, la saliva che le cola dagli angoli della bocca aperta e le scivola lungo le guance verso i capelli.
Io mi avvicino dal lato opposto, mi inginocchio davanti al suo viso capovolto. Le afferro i capelli, ormai un groviglio umido e arruffato, e le sollevo la testa quel tanto che le corde le permettono, costringendola a guardarmi. Il suo viso è una maschera di sofferenza pura: occhi gonfi e rossi, guance rigate da lacrime e muco, labbra tremanti, mascella contratta in un tentativo disperato di non urlare troppo forte.
Con l’altra mano slaccio lentamente la zip dei pantaloni, tiro fuori il membro già duro, gonfio, pulsante. Lo appoggio contro la sua guancia bollente, lo sfrego piano lungo la linea della mascella, poi sulle labbra socchiuse, lasciando una scia lucida di pre-eiaculato. Lei ansima, il respiro caldo e spezzato che mi investe la pelle.
“Senti quanto sei patetica”, le sussurro, la voce bassa e crudele. “Appesa come un pezzo di carne, riempita da dietro come una cagna in calore, e ora con la faccia premuta contro il cazzo di un uomo che ti usa solo perché può. Apri.”
Le sue labbra tremano, ma obbedisce. Apre la bocca quanto le corde e la posizione le permettono, non molto, ma abbastanza. Io spingo piano la cappella tra le sue labbra, solo l’inizio, lasciandola lì, facendole sentire il sapore salato, il peso, mentre la Mistress continua a scoparla con il fallo dal basso, ogni spinta che le fa sobbalzare il corpo e spinge il viso contro di me.
Il suo sguardo, quel poco che riesco a vedere tra i capelli che le cadono sugli occhi, è un misto devastante di terrore, vergogna e resa totale. Soffre, lo vedo nelle contrazioni dei muscoli del collo, nelle lacrime che continuano a scorrere all’insù verso la fronte, nel modo in cui il suo corpo si tende e si arrende a ogni affondo simultaneo.
La Mistress accelera leggermente, il bastone che entra ed esce con un suono bagnato e osceno. Io tengo il viso di lei premuto contro il mio sesso, sfregandolo avanti e indietro, usandole la bocca come un giocattolo morbido e umido, senza mai spingere troppo a fondo, non ancora. Voglio che senta l’umiliazione di essere riempita da entrambe le parti, di essere usata come un oggetto senza valore, di non avere più alcun controllo sul proprio corpo o sulla propria dignità.
“Brava”, mormoro, accarezzandole la guancia con il pollice mentre le sfrego il membro sulle labbra. “Soffri per noi. È esattamente quello che volevi”.
Un altro gemito strozzato le sfugge, soffocato dal mio sesso contro la bocca. Il corpo sospeso trema violentemente, le corde che gemono sotto il peso e la tensione.
La Mistress ride piano, un suono basso e soddisfatto.
“Sta per venire”, dice, senza rallentare. “Senti come si stringe intorno al fallo”,
Io sorrido, tenendo il suo viso schiacciato contro di me.
“Allora lasciala venire,» rispondo. «Falla venire mentre soffre. Falla venire sapendo che non è un premio… è solo un’altra umiliazione”.
E mentre la Mistress spinge più forte, più profondo, io le tengo la testa ferma e continuo a sfregarmi contro il suo viso disfatto, godendomi ogni gemito, ogni lacrima, ogni spasmo di quel corpo appeso e completamente alla nostra mercé.
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