Tra la mia Ragazza e sua Cugina - capitolo 1

di
genere
tradimenti

La verità è che la mente umana è strana, sporca, specialmente quella maschile: spesso finiamo per ragionare più con l’istinto che con il cervello. 
Questa storia inizia in un parcheggio isolato, nell'intimità della mia macchina. Erika, la mia ragazza, è sopra di me sui sedili posteriori. È seminuda e muove il bacino con un ritmo ipnotico, mentre io sono sotto di lei, con il viso immerso nel suo collo che ho già iniziato a marcare con baci profondi. I vetri dell'auto iniziano ad appannarsi, isolandoci dal resto del mondo. 
“Franci sì, non resisto... ti prego, prendimi!” mi supplica, cercandomi poi con un bacio passionale che sa di urgenza. Non me lo faccio ripetere: con una spinta decisa entro dentro di lei, dettando un ritmo incalzante per portarla subito al limite. 
Lei cerca di soffocare i gemiti contro la mia spalla, ma il piacere è troppo forte. Si muove freneticamente, mentre il suo seno sussulta attirando la mia bocca; serro le labbra attorno ai suoi capezzoli, stimolandoli con la mano mentre il calore tra noi aumenta a ogni respiro. 
“Franci sì... più forte!” mormora Erika tra i sospiri. Aumento la cadenza, sentendo che manca pochissimo. “Sì, così... sto venendo!” grida infine, mentre le sue pareti si stringono attorno a me in un riverbero elettrico che la lascia senza fiato. 
Sudata e svuotata, si accascia per un istante accanto a me baciandomi con dolcezza, ma il suo sguardo è ancora acceso. “Ma tu non sei venuto, amore mio... dobbiamo rimediare,” mi sussurra all’orecchio. Le sue dita avvolgono la mia virilità ancora intrisa di lei, iniziando a stuzzicarmi. 
“Amore, mi fai impazzire quando fai così,” rispondo, abbandonando la testa contro il sedile. 
“Ti piacerà ancora di più adesso,” ribatte con un sorrisetto malizioso. Si abbassa lentamente, accarezzandomi con la punta della lingua prima di accogliermi interamente nella sua bocca calda. La sensazione della sua saliva e il calore di quel contatto mi tolgono il respiro. 
Si ferma solo un secondo, lasciando scivolare un rivolo lucido per lubrificare meglio la presa della mano, un gesto che mi manda letteralmente fuori di testa. “Mi raccomando, avvertimi prima di arrivare al limite,” mormora, tornando a dedicarsi a me con rinnovata passione. 
Le accompagno la testa, affondando le dita tra i suoi capelli. “Eri, sei fantastica... cazzo, mi stai uccidendo.” Le mie parole sembrano caricarla: aumenta l'intensità, aiutandosi con la mano in un movimento fluido che mi porta inesorabilmente al punto di non ritorno. 
“Ci sono quasi, amore!” Riesco a malapena a parlare. Lei risale con le labbra un’ultima volta e poi si ferma, sostituendo la bocca con la mano che si muove frenetica, mentre mi bacia con una foga disperata. Tutta la tensione accumulata esplode finalmente tra le sue dita, lasciandomi sprofondare in un orgasmo intenso e totale.
Mentre il mio respiro rallenta, cercando di ritrovare un ritmo normale, Erika si scioglie dalla mia presa, passandosi una mano tra i capelli spettinati con un sospiro soddisfatto.
“Ok, disastro avvenuto,” ridacchia, guardando le nostre condizioni. “Dobbiamo assolutamente darci una sistemata prima di tornare alla civiltà.”
Si gira e si sporge in avanti, allungandosi nello spazio tra i due sedili anteriori per raggiungere il cruscotto dove teniamo le salviette. Il movimento inarca la sua schiena, offrendo alla mia vista il suo fondoschiena nudo, illuminato appena dalla luce fioca di un lampione lontano. La tentazione è troppo forte, anche adesso. Non resisto: mi avvicino e stampo un bacio sonoro proprio lì, sulla pelle morbida, dandole poi un leggero morso giocoso.
“Ahi! Scemo!” esclama lei sobbalzando, ma la sento ridere mentre afferra il pacchetto. Torna indietro brandendo le salviette come un trofeo e me ne lancia qualcuna addosso. “Tieni, Romeo. Vedi di pulirti.”
Ci sistemiamo alla bell'e meglio, tra gesti impacciati e risate sommesse che riempiono l’abitacolo. Una volta rivestiti, o almeno resi presentabili, l’atmosfera cambia ancora. Non c’è più l’urgenza di prima, ma una calma calda e avvolgente. Lei si rannicchia contro il mio petto, io le circondo le spalle con un braccio, attirandola a me per proteggerla dal freddo che inizia a filtrare dai finestrini.
Restiamo così per un po’, incastrati sul sedile posteriore, a scambiarci baci lenti e carezze pigre.
“Sei un disastro, lo sai?” le sussurro tra i capelli, stringendola forte.
“Sì, ma sono il tuo disastro preferito,” risponde lei pronta, alzando il viso per guardarmi. Ha gli occhi che brillano, quell’espressione innamorata che mi frega ogni volta. Le accarezzo la guancia col pollice.
“Già. Ti amo da morire, piccola.”
“Ti amo anch'io, Franci. Tanto.”
Mi dà un bacio a stampo sulle labbra, poi appoggia di nuovo la testa sulla mia spalla, come se si fosse appena ricordata di qualcosa. Sento che sorride contro la mia maglietta.
“A proposito... cerca di recuperare le energie stanotte.”
“Perché? Hai altre idee in mente?” chiedo io malizioso.
Lei scoppia a ridere e mi dà un colpetto sul petto. “Ma no, stupido! Parlo di domani. Ti ricordi che giorno è, vero?”
La guardo perplesso per un secondo, poi l’illuminazione.
“Oddio. Il pranzo da tua nonna.”
“Esatto,” conferma lei divertita. “E ha detto che ha preparato il ragù e l'arrosto. Quindi vedi di arrivare affamato, perché se non finisci tutto si offende.”
Sbuffo una risata, baciandole la fronte. “D'accordo, d'accordo. Per le lasagne di tua nonna questo e altro. Ma ora restiamo ancora un minuto qui, mh?”
“Sì,” sussurra lei chiudendo gli occhi. “Ancora un minuto.”

Il giorno dopo ha tutto un altro sapore. L’aria è tiepida, pulita, e mentre saliamo le scale verso l’appartamento della nonna di Erika, vengo investito dal profumo inconfondibile del ragù che cuoce da ore.
Stringo la mano di Erika. Lei è bellissima nella sua semplicità, con un vestitino a fiori e quel sorriso dolce di chi si sente a casa. Mi sento bene, solido. Sono il "brav’uomo", il fidanzato innamorato che non ha bisogno di guardarsi attorno perché ha già tutto. Credevo di aver già tutto.
“Amore, vieni, ti presento il resto della truppa,” mi dice Erika tirandomi verso il salone. C’è il solito vociare da pranzo della domenica, bicchieri che tintinnano, parenti che salutano.
“Nonna è in cucina, ma prima...” Erika si ferma e fa un cenno verso la porta finestra che dà sul balcone. “Voglio presentarti mia cugina. È arrivata stamattina.”
Mi giro con un sorriso di circostanza, pronto alla solita stretta di mano formale. E invece, il mio mondo si ferma per un secondo.
Lei è lì, appoggiata allo stipite della porta, con l’aria di chi si annoia mortalmente e allo stesso tempo sa di essere il centro dell’attenzione.
Non assomiglia per niente a Erika. Se la mia ragazza è dolcezza e luce, questa ragazza è un magnete oscuro, pura gravità fisica.
La prima cosa che mi colpisce, come un pugno nello stomaco, è il viso. Ha lineamenti che sembrano disegnati per far perdere la testa a un uomo: labbra piene, carnose, accentuate da un gloss che le rende perennemente umide, quasi un invito silenzioso. I capelli scuri le scendono morbidi sulle spalle nude, incorniciando uno sguardo che non è timido, ma diretto, tagliente. Al collo porta un semplice nastrino nero, un choker stretto che attira inevitabilmente l'occhio sulla gola e sulla pelle liscia, perfetta. C'è qualcosa di sfacciato in quel dettaglio, qualcosa che mi fa deglutire a vuoto.
“Piacere, sono Giada,” dice lei. La voce è bassa, un po’ roca.
“Francesco,” rispondo io. La mia voce invece esce più strozzata del previsto.
Lei si stacca dallo stipite e fa un passo verso di noi. Indossa un completo bianco, leggerissimo, che risalta in modo violento sulla sua pelle abbronzata, dorata da un sole che sembra essersi portata dietro. I pantaloni sono morbidi, scendono bassi sui fianchi, mentre il pezzo di sopra è striminzito, lasciando scoperta una striscia di addome sodo e tonico.
Mentre mi tende la mano, il mio sguardo, traditore, maledetto istinto maschile di cui parlavo, scivola involontariamente verso il basso. Non posso farci nulla. Il modo in cui il tessuto bianco fascia il suo seno, il contrasto con la pelle scura, l'atteggiamento indolente con cui muove il bacino... è una scossa elettrica.
Stringo la sua mano. È calda, la presa è ferma.
“Erika mi ha parlato tanto di te,” dice Giada, e per un attimo i suoi occhi scuri si piantano nei miei. C'è una scintilla di malizia? O me la sto immaginando io, colpevole fin nel midollo?
Erika ride, ignara, abbracciandola. “Sì, è il mio Francesco. Guai a chi me lo tocca.”
Giada sorride, ma non guarda la cugina. Guarda me, piegando appena la testa di lato, le labbra lucide che si increspano in un mezzo sorriso indecifrabile.
“Tranquilla cugina,” mormora, senza smettere di fissarmi. “Sembra... molto fedele.”
Sento il sudore freddo lungo la schiena. Amo Erika, la amo davvero. Ma mentre ci sediamo a tavola e Giada prende posto proprio di fronte a me, accavallando le gambe e sistemandosi il choker al collo, capisco che quel pranzo sarà una tortura. Il mio cervello dice "Erika", ma i miei occhi, ogni volta che possono, tornano lì. Su quelle labbra, su quella pelle dorata, su quel frutto proibito che è appena entrato nella mia vita.

Il pranzo scorre tra il rumore delle posate e le domande di rito dei parenti, ma l'energia al tavolo è tutta sbilanciata verso di lei. Giada non occupa solo una sedia; occupa l'intera stanza.
Scopro presto che ha passato l'ultimo anno a studiare all'estero, e quel periodo lontano sembra averle tolto ogni filtro. Racconta aneddoti con una teatralità innata, gesticolando ampiamente, ridendo forte, toccando il braccio dello zio o della nonna per enfatizzare i concetti. È espansiva in un modo che quasi infastidisce, eppure non riesci a smettere di guardarla. È vita pura, caotica e rumorosa.
“E tu, Francesco? Erika mi ha detto che ti manca poco alla laurea,” mi chiede a bruciapelo, mentre si versa un altro bicchiere di vino rosso, incurante del galateo.
“Sì, sono all'ultimo anno di Giurisprudenza. Sto iniziando a guardare per la tesi,” rispondo, cercando di mantenere il tono pacato, da bravo ragazzo.
I suoi occhi si illuminano, ma non di ammirazione. Di sfida.
“Ah, colleghi allora. Io sono un anno indietro, ho perso un po' di tempo con il trasferimento, ma onestamente...” fa una pausa, passandosi la lingua sulle labbra lucide, “...trovo che il modo in cui insegnano qui sia vecchio. Superato.”
Inizia così un dibattito che nessuno degli altri commensali può seguire davvero. Parliamo di diritto penale, di casi recenti, e scopro subito che Giada è... insopportabile. È polemica per natura. Non le interessa il confronto, le interessa vincere. Mi interrompe, stravolge le mie parole, alza la voce quel tanto che basta per sovrastarmi ma senza sembrare maleducata, solo appassionata.
“Ti sbagli, Franci,” mi dice, usando quel diminutivo con una confidenza che non le ho dato. “È una visione troppo rigida. Il diritto deve evolversi, se resti attaccato ai codici come se fossero la Bibbia non sarai mai un grande avvocato.”
Lo dice con un’arroganza che dovrebbe farmi infuriare. È vanitosa, terribilmente piena di sé. Mentre parla, noto che lancia brevi, furtive occhiate al riflesso di sé stessa nella vetrinetta della credenza, o si sistema una ciocca di capelli dietro l'orecchio con movimenti lenti, studiati. Sa di essere bella e usa la sua intelligenza come un accessorio in più per schiacciare gli altri.
Eppure, invece di essere irritato, sono ipnotizzato.
Erika, accanto a me, mi stringe il ginocchio sotto il tavolo, dolce, forse cercando di calmarmi pensando che io sia nervoso per la discussione. Ma il mio nervosismo ha un'altra origine.
Ogni volta che Giada si sporge verso di me per ribadire un punto, il suo profumo — qualcosa di speziato, intenso — invade il mio spazio vitale. Quando si infervora per avere ragione, il suo respiro si fa più veloce, il petto si alza e si abbassa visibilmente sotto quel top bianco troppo stretto.
C'è qualcosa di incredibilmente erotico nel vederla così combattiva. È una donna che non chiede permesso, che prende quello che vuole.
“Allora? Non hai una risposta?” incalza lei, puntandomi un dito contro, con un sorrisetto vittorioso stampato su quella bocca sensuale.
La guardo, e per un attimo dimentico la procedura penale, dimentico il pranzo, dimentico persino Erika.
“Ho la risposta,” dico, abbassando la voce, sostenendo il suo sguardo senza indietreggiare. “Ma credo che tu sia troppo testarda per accettarla.”
Lei ride, gettando la testa all'indietro, scoprendo ancora di più la gola avvolta dal nastrino nero.
“Mi piace chi resiste,” mormora, tornando a fissarmi. E in quel momento, ho la certezza assoluta che non stiamo più parlando di legge.

Il pranzo finisce in un torpore generale, con la nonna che ci spedisce quasi a forza a fare il "riposino" pomeridiano. La camera degli ospiti che ci ha assegnato è fresca, in penombra, con le persiane accostate che lasciano filtrare solo lame di luce polverosa.
Appena la porta si chiude alle nostre spalle, l’aria cambia istantaneamente. Non c’è bisogno di parole. Erika ha percepito tutto: la tensione a tavola, il mio sguardo che scivolava troppo spesso su Giada, l’atteggiamento da prima donna di sua cugina. E la cosa la manda ai matti.
Non è tristezza la sua, è pura competizione femminile.
“Ti è piaciuto lo spettacolo di là, vero?” mi sibila, ma non è una domanda. Mi spinge indietro fino a farmi sedere sul bordo del letto vecchio stile, con la rete che cigola.
“Amore, io...” provo a dire, ma lei non vuole scuse. Vuole dimostrare.
“Zitto,” mi ordina, con una voce che vibra di un’autorità nuova, alimentata dalla gelosia. “Adesso guardi me. Solo me.”
La gelosia la rende febbrile, elimina ogni preambolo dolce. Le sue mani sono veloci, impazienti. Si sfila il vestitino a fiori con un gesto secco, lasciandolo cadere a terra come una pelle inutile, restando in quell’intimo di pizzo che so essere il mio preferito. Ma oggi non lo indossa per essere romantica, lo indossa per essere letale.
Si avventa su di me con una foga diversa dal solito. Mi bacia con rabbia, mordendomi il labbro inferiore, le mani che mi spogliano cercando la pelle con urgenza. Vuole ricordarmi cosa ho qui, cosa è suo. Vuole cancellare il profumo speziato di Giada con il suo odore dolce e naturale, vuole sovrascrivere l'immagine di quella vanitosa con la realtà del suo corpo che conosce ogni mia reazione.
“Sei mio, Franci. Sei mio,” mi sussurra contro il collo, e sento che ci crede disperatamente.
Quando sale sopra di me, i suoi movimenti sono frenetici, una danza di possesso. Erika è bellissima in questo stato: il viso arrossato, i capelli scompigliati, il respiro rotto. C’è qualcosa di incredibilmente eccitante nel sapere che sta facendo tutto questo per gelosia, per tenermi legato a sé. Mi lascio trascinare dalla sua energia, le mani sui suoi fianchi, perdendomi nella sensazione di lei che mi accoglie.
È tutto perfetto, intenso, privato.
O almeno, così credevo.
Mentre Erika inarca la schiena, persa nel suo piacere, con gli occhi chiusi e un gemito che le muore in gola, il mio sguardo, annebbiato dal piacere, cade oltre la sua spalla.
La porta della camera.
Nella foga, non l’abbiamo chiusa bene. La serratura vecchia non è scattata ed è rimasta socchiusa di pochi centimetri, lasciando uno spiraglio buio verso il corridoio silenzioso.
E lì, nel buio, vedo un riflesso.
Mi si gela il sangue, ma il cuore inizia a battere ancora più forte, se possibile.
C’è qualcuno.
Riconosco la sagoma, immobile. Riconosco il luccichio di due occhi scuri che riflettono la poca luce della stanza.
È Giada.
Non se n’è andata a dormire. È lì, ferma nel corridoio, silenziosa come un'ombra.
Non si nasconde nemmeno troppo. Attraverso la fessura, vedo che ci sta guardando. Ma non c’è malizia derisoria nel suo sguardo adesso, né quell’arroganza da avvocato in carriera. È immobile, quasi ipnotizzata.
Sta guardando sua cugina, la "dolce" Erika, cavalcarmi con quella passione sfrenata, ed è come se fosse rimasta folgorata dalla scena. Vedo le sue labbra dischiudersi leggermente, sorprese, forse addirittura ammirate dalla bellezza cruda di quel momento.
Erika non se ne accorge, continua a muoversi sopra di me, ignara di avere un pubblico. Ma io lo so. E sapere che quegli occhi scuri e pericolosi ci stanno divorando mentre facciamo l'amore aggiunge una scossa perversa, un brivido proibito che mi attraversa la spina dorsale e mi fa stringere i fianchi di Erika ancora più forte.

I movimenti di Erika diventano irregolari, disperati. La gelosia l'ha portata oltre il limite e ora non riesce più a trattenersi.
“Franci, ora... ora!” ansima, affondando le unghie nelle mie spalle.
Sapere di essere guardati, sentire il peso di quegli occhi scuri addosso attraverso la fessura della porta, mi fa perdere ogni freno. Abbandono ogni dolcezza e rispondo con colpi decisi, profondi, che la fanno inarcare contro di me.
Quando l'orgasmo la colpisce, Erika deve mordersi la mano per non gridare, scossa da brividi violenti che sento riverberare nel mio stesso corpo. Pochi secondi dopo, mi lascio andare anch'io, svuotandomi dentro di lei con un gemito soffocato contro il suo collo sudato.
Cadiamo sui cuscini, distrutti. Il silenzio torna nella stanza, rotto solo dai nostri respiri pesanti.
Guardo verso la porta. La fessura è buia. Giada non c’è più.
“Visto?” mormora Erika con un sorriso stanco ma trionfante, convinta di aver ristabilito l'ordine delle cose. Mi bacia piano. “Ora sei mio di nuovo.”
“Sempre,” mento io, accarezzandole i capelli. Ma la mia mente è già altrove, nel corridoio.
Ci rivediamo velocemente. Erika si sistema il vestito e si butta sul letto per riposare davvero qualche minuto.
“Vado solo a sciacquarmi le mani e la faccia,” le dico, con la voce che trema appena.
“Fai presto,” risponde lei assonnata.
Esco dalla camera. Il corridoio è deserto. Cammino verso il bagno in fondo, il cuore che mi martella nel petto. Entro, apro il rubinetto per far scorrere l'acqua e coprire i rumori. Mi guardo allo specchio: ho la faccia stravolta, gli occhi lucidi.
Non faccio in tempo a bagnarmi il viso.
La porta del bagno si apre e si richiude in un attimo, con uno scatto secco della serratura.
Mi giro di scatto. È Giada.
Non mi dà il tempo di parlare. Con una forza che non mi aspettavo, mi spinge indietro finché la mia schiena non sbatte contro le piastrelle fredde del muro.
È vicinissima. Sento il suo profumo speziato mischiarsi all'odore di sesso che ho ancora addosso.
“Non fare quella faccia da santo, Francesco,” esordisce lei, la voce bassa e roca. “Sappiamo entrambi che mi hai vista. E sappiamo entrambi che ti è piaciuto che io guardassi.”
Provo ad aprire bocca, ma lei mi zittisce posandomi un dito sulle labbra.
“Shh. Non rovinare tutto.”
Mi guarda dall'alto in basso, con quel sorrisetto arrogante che le ho visto a pranzo.
“Devo ammettere che mi hai sorpresa. Lì dentro...” indica la camera da letto con un cenno della testa, “...sembravi un animale. Troppo bravo, troppo intenso per una come mia cugina.”
Fa una smorfia di disprezzo, quasi divertita. “Erika è carina, per carità. Ma è inesperta. Non sa gestire uno come te. È uno spreco.”
Si avvicina ancora di più, il suo ginocchio si insinua tra le mie gambe, premendo proprio lì, dove sono ancora sensibile.
“Il mio ex... quello con cui stavo a Londra,” continua, passandosi la lingua sul labbro superiore mentre mi fissa negli occhi, “è finita perché a letto era un disastro. Noioso. Prevedibile. Io ho bisogno di fuoco, Francesco. E tu...”
La sua mano scende, sicura, senza esitazioni. Si ferma sopra i miei pantaloni, sopra il rigonfiamento che sta già reagendo alla sua vicinanza, tradendomi all'istante.
“...tu scopi esattamente come piace a me.”
Mi manca il fiato. La sua sfacciataggine è disarmante, violenta.
Lei ride piano, sentendo la mia reazione sotto il palmo della sua mano. Inizia a massaggiarmi lentamente, con una pressione esperta che mi fa chiudere gli occhi per un secondo.
“Ma c’è un problema,” sussurra, avvicinando la bocca al mio orecchio. “Puzzi di lei.”
Sento il rumore della cerniera dei miei pantaloni che viene abbassata. Non faccio nulla per fermarla. Sono paralizzato, ipnotizzato dalla sua vanità, dalla sua potenza.
La mano di Giada entra dentro, calda, avvolgendomi la virilità ancora umida e sporca del rapporto con Erika.
Mi aspettavo che si ritraesse, e invece il suo tocco si fa più avido. Mi guarda negli occhi, le pupille dilatate, la bocca semiaperta.
“Voglio sentire...” mormora, e le sue parole sono una sentenza. “Fammi assaggiare mia cugina.”
Si abbassa velocemente, mettendosi in ginocchio davanti a me.
Cazzo.
Dovrei spingerla via. Dovrei pensare a Erika che è a pochi metri da qui. Ma mentre la vedo lì sotto, bellissima e terribile, con quello sguardo di chi prende sempre ciò che vuole, capisco che è inutile. Non so resistere a quella sua irruenza, a quella sua fame sfacciata. Le metto una mano tra i capelli e mi lascio andare.

Giada solleva lo sguardo verso di me prima di fare qualsiasi cosa. Non c’è fretta nei suoi occhi. Non è fame cieca. È controllo.
“Guardami,” sussurra.
E lo fa apposta. Vuole che io sia cosciente. Vuole che scelga.
Il rumore dell’acqua che scorre copre i respiri spezzati. Il bagno è piccolo, l’aria densa. Il mio cuore batte talmente forte che ho paura si senta fino in corridoio.
Lei avvicina il viso lentamente, sfiorandomi appena, senza concedermi subito quello che promette. È una tortura studiata. Ogni secondo che passa è una domanda silenziosa: sei sicuro?
Dovrei fermarla.
Dovrei pensare a Erika stesa sul letto a pochi metri.
Invece le dita che avevo tra i suoi capelli si stringono.
Giada sorride. Ha capito.
Mi slaccia la cintura e mi cala i pantaloni con fame, con desiderio e quando si ritrova davanti la mia virilità che esplodeva nei pantaloni, ancora ricoperta dai fluidi di sua cugina.
Me lo massaggia intensamente, lentamente come se lo stesse ispezionando, stuzzicandomi con la mano sinistra i testicoli, sto già impazzendo.
“È così grande e duro per me, ne sono lusingata.” Dice leccandosi le labbra e incrociando il mio sguardo dal basso, con quegli occhi che ti scavano dentro. “È ora di assaggiare.”
Inizia a succhiare intensamente dalla punta, andando sempre più giù con movimenti lenti, esasperanti ma sicuri, di chi sa esattamente l’effetto che sta facendo. Non è impaziente. Non è gelosa. Non è emotiva.
L’idea che tutto questo sia sbagliato, che la sua lingua stia leccando i fluidi di sua cugina e che qualcuno potrebbe sentirci mi fa impazzire. Gemiti sottili iniziano a farsi sentire e sembrano motivarla sempre di più, i suoi movimenti diventano sempre più intensi e il suo viso mentre assapora ogni centimetro con quella sua eleganza è la fine del mondo.
Torna a stuzzicarmi i testicoli, si ferma per un solo attimo e nel mentre con l’altra mano mi da piacere spalmando tutta la sua saliva su tutta la lunghezza. “Dimmi quanto mi vuoi…” mi sussurra, prima di prendermi con ancora più passione, quasi come se volesse prosciugarmi.
Io deglutisco, la voce mi esce rotta dal piacere. “Cazzo ti voglio, ti voglio tantissimo…”
Giada sorride, un sorriso compiaciuto mentre continua a degustare.
È lì che capisco che la vera eccitazione per lei non è l’atto.
È farmelo dire.
Il solo sentirmi suo la rende ancora più passionale.

E in quel momento sentiamo un rumore nel corridoio.
Un passo.
Il cuore mi esplode nel petto, lei invece non si ritrae per niente. “Giada sento passi, fermati.” Dico cercando di essere il più silenzioso possibile e di trattenere i gemiti, ma lei mi ignora totalmente.
“Adoro quando è pericoloso,” sussurra, per poi continuare famelica.

Un altro rumore. Più vicino.
Giada si alza con una calma che mi disarma. Si sistema i capelli davanti allo specchio, si pulisce le labbra con il pollice, poi mi guarda.
“Mi piace vederti impaurito, ti rende ancora più delizioso” dice piano. “Sappi che non è finita, anzi, è appena iniziata” mi sussurra all’orecchio, stringendomi l’intimità con la mano. “E mi raccomando ora non far finire quello che ho iniziato a mia cugina, non reggerebbe il confronto resteresti deluso”

Sblocca la porta, esce per prima, come se nulla fosse.
Io resto qualche secondo immobile contro le piastrelle fredde.
Mi guardo allo specchio.
Non vedo più il bravo ragazzo.
E la cosa peggiore è che… non sono nemmeno sicuro di volerlo tornare a essere.



di
scritto il
2026-02-26
1 7 9
visite
3
voti
valutazione
10
il tuo voto
Segnala abuso in questo racconto erotico

Continua a leggere racconti dello stesso autore

racconto precedente

Sex Hotel

Commenti dei lettori al racconto erotico

cookies policy Per una migliore navigazione questo sito fa uso di cookie propri e di terze parti. Proseguendo la navigazione ne accetti l'utilizzo.