Il corto circuito di Winnie the Pooh - 1

Scritto da , il 2020-03-03, genere etero

Tutto è cominciato in modo abbastanza semplice: una ragazza scrive un racconto erotico e lo pubblica sul sito. Lo apro e lo leggo perché riconosco l’autrice e in genere mi piace come scrive. Non ho nemmeno tanta voglia di eccitarmi, lo leggo così, per il piacere di farlo durante una pausa-sigaretta.

E per un altro motivo, a dire il vero, anche se sul momento non è il motivo principale, perché in un primo tempo faccio più caso al nome dell’autrice che al titolo: “Il castigo di Winnie The Pooh”. Lo leggo ridacchiando e pensando “ma povero Winnie Pooh”. Immediatamente dopo, ma proprio che non ho neanche finito di pensare “ma povero Winnie Pooh”, penso anche “non può essere”.

Sudo freddo. Poi leggo, mentre la sigaretta mi si consuma tra le dita.

Il racconto è il racconto di una scopata. A dirla tutta, di una bella scopata. Ed è scritto anche bene.

C’è questa ragazza, la protagonista, che sta sciacquando i piatti nel lavello. Non ha nemmeno molto tempo, deve andare al lavoro. E’ ancora in pigiama. Anzi, un pigiamone di quelli a tuta, con il disegno di Winnie The Pooh. E’ un particolare importante, perché senza quel pigiamone di Winnie The Pooh ora non starei qui a scriverne.

Il racconto è giocato sul contrasto tra questa immagine serena e domestica e ciò che avviene immediatamente dopo: il suo uomo si avvicina a lei. La vuole. La accende. Come si accende una lampadina.

Io, questa sensazione, la capisco benissimo. Penso che sia abbastanza comune, no? L’assalto da dietro, che ti prende indifesa. La mano che ti stringe il seno o ti fruga tra le gambe. La resa incondizionata alla bestia alle tue spalle che non vuole mica fare l’amore, no, vuole solo affondarti dentro e svuotarsi perché in quel momento gli è presa così e tu sei solo la sua puttana, stop. Non ha nemmeno bisogno di spogliarti, basta lo stretto indispensabile, basta che i tuoi accessi siano liberi da ostacoli. Il piacere elettrico che ti dà questa sua voglia lo conosco. Il suo cervello che mette a quattrozampe il tuo e se lo chiava con un grosso cazzo. Conosco anche quello.

E infatti la prima cosa che fa l’uomo è scoparle il cervello. Poi in rapida successione le scopa la fica e il culo. La prima volta soprattutto il culo. Trasalisco un po’ perché questa non è esattamente la specialità della casa, della mia casa. Voglio dire, non è che abbia delle remore morali o di altro tipo. Dico solo che di fronte alla sodomia non mi ritengo, come dire, così sportiva come la protagonista del racconto, ecco. E in un certo senso, in un certo senso, vi confesso che un po' mi dispiace pure, eh? Però è così, che ci posso fare. Per dirla in francese, non è che non me l'hanno mai messo nel sedere. A volte mi è piaciuto e a volte no, a volte ci ho sentito solo la prepotenza del maschio e a volte mi è piaciuta pure quella. Ma è una cosa che vivo sempre come una esperienza particolare. Però riconosco che si può essere più sportive. Ho amiche che sono decisamente, in quel senso, più sportive. E ammetto che anche a me piacerebbe esserlo.

Vabbè, dettagli.

Dopo di che, la cosa non è finita qui. E no, perché tanto per cominciare, dopo essersi svuotato una prima volta, lui la mette seduta sul tavolo della cucina e si appresta ad omaggiarle la vagina con lingua e labbra. Lei, con una mossa che considero obiettivamente geniale, prende una bottiglia di birra e inizia a svuotarsela proprio lì. In modo che il suo uomo beva allo stesso tempo sia il suo succo che quello del luppolo.

Ora, non è che sia proprio centrale in ciò che voglio dirvi. Però ripeto, sta cosa mi sembra una genialata. Non avete mai provato? Provateci. Cioè, io con la birra mai. Ma sapete ad esempio come ci si può divertire con il prosecco, bottiglia compresa? (eh sì…) Sì, ok, bisogna proprio essere dei porci. E magari in quel momento glielo dici pure mezza scandalizzata “ma quanto sei porco!”. Ma sorelle, confessatelo, una volta che avete detto una cosa del genere al vostro uomo volete davvero che si fermi?

In questo racconto, invece, la più porca della coppia è lei, almeno per quanto riguarda il rapporto sesso-alcolici. E… e niente, non c’entra un cazzo ma mi fa piacere. Ben fatto, sis.

Ok, chiusa parentesi. Torniamo a quando lui la mette sul tavolo e, dopo il momento-birreria, se la sbatte come se non ci fosse un domani. Oppure, come dice lei, le dà una bella castigata. Che è un particolare che, inizialmente, mi fa pure sorridere nonostante sia già parecchio in tensione. Perché certe volte lo penso pure io. Lo penso, diciamo, quando torno in me stessa. Una cosa tipo “santo cielo che castigata”.

Non so se sia proprio così, per quella ragazza. Però subito dopo penso che ciò che lei chiama “castigo” non è la stessa cosa che intendo io mentre leggo il racconto. Cioè, di norma lo è. E’ il punto di non-ritorno oltre il quale il sesso diventa brutale e tu potresti anche metterti a supplicare “basta” (è un’ipotesi di scuola, io col cavolo che lo farei) ma lui non ci riuscirebbe mai a fermarsi perché, semplicemente, non può. Lo adoro quel momento, l’ho sempre adorato. Lo cerco. Cerco quegli istanti in cui, perdonate il gioco di parole, c’è talmente tanta forza e tanto cazzo da non capire più un cazzo. Ci impazzisco dietro. Ho sempre avuto un’insana passione per lo spingi-forte-più-forte-fammi-vedere-che-bestia-che-sei. Sono una zozza, lo so. Non fate commenti, me lo dico da sola.

Ma stavolta non è così, poi capirete il perché.

Lasciate che vada con ordine, sempre che un ordine sia possibile. Perché vedete, mentre leggo, ci sono particolari che mi portano da un’altra parte. Il fatto che questi due – i personaggi del racconto, intendo - scopino sul tavolo della cucina, ad esempio, non sarebbe fondamentale. Ma per me lo diventa. Per un motivo che, boh, forse capisco solo io.

Del resto, secondo me, se non ti sei mai fatta sgarellare sopra un tavolo di cucina non lo puoi capire fino in fondo.

Avete presente quelle stronzate tipo “la regina della casa” eccetera eccetera? Ormai la gente si vergogna persino a dirle, e quando lo fa sembra che lo faccia per scherzo. Ma ogni tanto si capisce che c’è qualcuno che lo pensa davvero. Beh, io nemmeno faccio la fatica di incazzarmi, quando le sento. Di solito da un orecchio mi entrano e dall'altro mi escono. Oppure mi metto a ridere. Le considero roba andata, vecchia, come quando credevamo che il sole girasse intorno alla terra.

Però, che cazzo vi devo dire, in questa cosa della cucina ci deve essere qualcosa di ancestrale. Qualcosa che rimanda alla separazione di certi ruoli. Da una parte la forza bruta e ottusa del maschio, dall'altra la lineare razionalità della femmina. Qualcosa tipo: "Ciao caro, qui ci penso io, poi metto a letto i pupi e mi riposo, ricordati la legna e salutami il mammuth. Stasera quando torni mi fai vedere chi comanda, vero? Lo sai che quelli della caverna accanto, i Petrucci, si sono lamentati perché facciamo troppo rumore? Io stanotte invece voglio tenerli tutti svegli...".

Insomma, non so come spiegarvelo, sarà una cazzata ma non può non darmi un brivido pensarmi regina nel mio regno e aggredita all’improvviso da quello che si illude di essere il mio re. Perché sì, siamo chiaramente esseri superiori, la massima espressione della vita sul pianeta, ma è faticoso, sapete? E’ stressante. E ogni tanto la fatica e lo stress bisogna scrollarseli di dosso. E quindi ben venga anche questo. Ben venga questo Lui rozzo e prepotente che reclama un posto dove infilare il suo scettro. Quanto dura? Cinque minuti? Dieci minuti? Una notte intera? Beh, non è tanto il tempo che conta. Ciò che conta è che in quell'intervallo di tempo io voglio essere aggredita, annullata. Obliterata. Poi, è chiaro, tutto torna come prima. Torna a cose tipo "caro, porto solo il telefono, non mi va di portare la borsa, tanto al ristorante paghi tu, vero? dai, vai a prendere la macchina io scendo tra cinque minuti". L'ho sentito dire da mia madre, un genio pure lei. Il tuo mammuth, amato papà, si chiama carta di credito.

E quindi a questo siamo, alla chiavata brutale. Nel mio racconto non ci sono tavoli da cucina, ma proprio grazie al tavolo della cucina il racconto di questa ragazza mi trasmette anche questo. Anzi lo amplifica. Wow, che scopata. Che annullamento, che sensazione di sottomissione. Che castigo liberatorio.

Mentre lo leggo penso anche che mi piacerebbe una cosa. Ossia che lui avesse un bel cazzo. O meglio, se io fossi al posto di lei mi piacerebbe che avesse un bel cazzo. Non perché sia fondamentale, eh? Voglio dire, non sono una fissata con le dotazioni. Ma non vi è mai capitato di pensare, con uno che non conoscete ma con il quale sapete già come andrà a finire, “oddio speriamo che abbia un bel cazzo”? Beh, non voglio essere ipocrita, a me ogni tanto sì. Eddai, che c’è di male. Lo so, lo so benissimo che ci sono cose anche più importanti. Però dai, ogni tanto, come dicono gli inglesi, “size matters”. Non sto parlando di superdotati da clip porno, sto parlando di uno che ha un bel cazzo. Lungo il giusto e bello gonfio. Uno di quelli che quando ti prendono strilli e pensi “santiddio che cazzo”. Oppure, se ce la fai, glielo dici proprio: “Mamma mia che cazzo che ti ritrovi” e vedi la sua espressione gongolante e un po’ tronfia davanti a te. Perché non ne ho mai conosciuto uno cui non piacesse sentirselo dire. Anche quelli che sanno benissimo di non avercelo.

Solo che, mentre leggo il racconto di questa ragazza e penso in modalità bel-cazzo-che-mi-scopa, è già da un pezzo che sono sotto una specie di choc. E qui, appunto, entriamo nel MIO racconto.

Il mio racconto nasce così, leggendone un altro. Lottando con una serie di flash, ricordi, rapidissime associazioni di idee. Non ha uno sviluppo coerente. E’ fatto a quadri, a scene. Sono i quadri e le scene che mi vengono in mente leggendo “Il castigo di Winnie The Pooh”.

Non ci state capendo un cazzo, vero? Beh, ok, è un po' incasinato.

Vi faccio un esempio. Nel racconto la ragazza viene scopata sul tavolo della cucina e io penso che mi piacerebbe che il suo lui abbia un bel cazzo. Questo ve l'avevo già detto, d'accordo? Il primo flash che arriva, vi ho detto anche questo, riguarda me scopata da un bel cazzo. Non uno qualsiasi però, qui sta la prima differenza. Per me questo bel cazzo ha un nome e un cognome. Vi dico solo il nome, ovviamente. Stefano.

Stefano che mi chiava il cervello: flash.

Stefano che mi sbatte, che mi entra nella carne: flash.

A questo punto togliamo tutto quello che c'è nel racconto e che non mi riguarda. I piatti da lavare, per dire. L'assalto a sorpresa. La birra e, purtroppo, anche il tavolo della cucina. Sì, dai, anche quello.

Facciamo invece l'inventario di quello che rimane. Il primo pensiero, tutto mio, del bel cazzo mi ha già procurato un primo flash. Poi arrivano gli altri. Senza che, mentre leggo, possa rendermene conto, né tantomeno fermarli.

Il secondo pensiero è, senza ombra di dubbio, il pigiama di Winnie The Pooh. Anzi, direttamente Winnie The Pooh: flash.

Poi la frenesia di lui, che la scopa senza quasi spogliarla: flash.

La sua voglia di possesso incontrastato. La sua nel senso di lui, intendo: flash.

Lei che attende di essere violata. Santo cielo che momento: flash.

Le parole dell’amore, quelle zozze. “Tutto dentro”. “Ti piace il mio cazzo?”. “Io amo il tuo cazzo”. “Sono la tua troia, dimmi che sono la tua troia”. “Sei la mia sgualdrina”: flash.

“Mi tocca punirti”, “stasera Winnie voleva essere castigato”: flash, flash.

Il castigo liberatorio, appunto. Ho un peso che mi opprime, liberami. Affrancami. Me lo merito.

Flash.

Poi succede che il mio cervello, con questi flash, con questi lampi che lo illuminano, comincia a giocarci. E per qualche secondo tutto diventa una esplosione di luci.

Io per la verità, più che di esplosioni o lampi, preferisco parlare di cortocircuiti in serie. Perché sempre quello stronzo del mio cervello inizia a mettere in contatto cose che in contatto non ci dovrebbero stare. E che appunto vanno in corto circuito.

Poi non capisco più nulla. O meglio, capisco tutto ma non so che fare. Come mettere in fila le cose, come uscirne. Non so nemmeno se mi va di uscirne. Ho il caos in testa, come nella vita.

Scrivo di getto il mio commento sotto il racconto. Che non è nemmeno un commento, è la prima cosa che mi passa per il cervello: “No, ok. Vado a buttarmi di sotto”.

Di sotto non mi ci butto, però decido di scrivere. Di dare forma a questo casino che mi si è scatenato dentro. Visto che siamo in argomento, va benissimo anche la forma di un racconto erotico, per carità. Solo che non è facile. Leggo, rileggo, cancello e riscrivo. Rileggo ancora e ancora. A volte mi sembra che vada bene e a volte mi sembra di essere scema. O pazza.

A volte invece mi sembra di scrivere una storia scontata, banale, idiota. Vissuta milioni di volte da milioni di altre persone. Donne, normalmente. Ma non è detto.

Però è la mia.



CONTINUA

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