La mia bulla 2
scritto il 2026-11-02 tempo di lettura 12 min
di
Pienodiidee
genere
Dominazione, Prime esperienze, Sentimentali
cura
A
Tornai a scuola con una tale ansia addosso che mi tremavano le mani. Avevo paura. Paura di cosa mi avrebbe fatto Lucrezia. Ero abituato ai suoi soprusi, ma non si era mai spinta fino a questo punto, fino a commettere qualcosa di sessuale. Ammetto che mi era piaciuta la sensazione che avevo provato mentre mi masturbava o mi aveva fatto quel pompino, ma si era spinta oltre l’accettabile. Questo continuavo a ripetermi nella testa, eppure non avevo detto niente a nessuno, non l’avrei denunciata e nemmeno l’avrei fermata, perché mi piaceva, perché volevo che continuasse. Non l’avevo nemmeno mai considerata una donna, ma soltanto una specie di demonio che odiavo con tutto me stesso, eppure ora non desideravo altro che vederla di nuovo.
Era ad aspettarmi sulle gradinate dell'ingresso del liceo, seduta sul vecchio corrimano in marmo, con le braccia incrociate. Come al solito vestita con una camicetta bianca e gonna al ginocchio. Le sue gambe erano scoperte, lo erano sempre, facevano parte del suo stile da finta innocente. Solo che non le avevo mai guardate seriamente, non me ne ero mai accorto sul serio, erano sempre state lì, vicino a me, per anni, eppure, le stavo guardando per la prima volta.
Mi avvicinai a lei facendo finta di niente e la superai. Sentii i suoi piedi atterrare insieme, era balzata giù dal corrimano e aveva cominciato a salire le scale anche lei. Mi seguì nel corridoio oltre l'ingresso in silenzio, e quando la sentii aumentare il passo, non feci in tempo a girarmi che mi diede un pugno nel costato, lasciandomi senza fiato.
«Ti credi simpatico a fare finta di non vedermi?» mi rimproverò.
«Lasciami stare» protestai riprendendo a camminare.
Lei mi afferrò per il braccio e disse «Non ci provare, ridammele, lo so che ce le hai qui»
Intendeva le sue mutandine, quelle che aveva lasciato da me il giorno prima, sapeva che ce le avevo con me, sapeva che avevo troppa paura di lei per rischiare di non riportargliele.
Presi lo zaino in mano e feci per prenderle, ma lei mi fulminò, «Non qui, deficiente!»
Mi trascinò per il braccio per qualche passo, e accertata che la seguissi, mi condusse alla scalinata che dava verso il tetto, lo stesso luogo dove mi aveva beccato ieri.
Allungò una mano verso di me per farsi dare le mutande, «Forza!»
Gliele diedi senza fare storie. Lei le afferrò e le annusò.
«Schifoso, ci hai sborrato sopra!»
Rimasi esterrefatto, lo aveva capito immediatamente.
Le infilò velocemente in una tasca laterale dello zaino.
«Sei soltanto un lurido maiale arrapato!» mi rimproverò dandomi uno schiaffo, poi mi abbassò velocemente pantaloni e mutande, lasciandomi col cazzo di fuori.
Lo prese in mano, tirò fuori la cappella e ci diede uno schiaffo. Fu doloroso e piacevole allo stesso tempo, abbastanza da farmi uscire un piccolo gemito.
«Lurido schifoso! Non posso crederci che ti piace!» disse Lucrezia schiaffeggiandomi di nuovo il cazzo. Ero già duro.
Mi prese le palle in mano e le strinse.
«Fai proprio schifo» commentò, ma stavolta con un tono diverso, come se si stesse eccitando anche lei.
Quella sua voce eccitata fece scattare qualcosa in me e presi il mio cazzo in mano e cominciai a segarmi davanti a lei mentre mi teneva le palle in mano.
Lei sgranò gli occhi e rimase in silenzio, stregata, a fissarmi il cazzo mentre mi segavo. Si toccò istintivamente all’altezza delle mutande, ma tolse la mano immediatamente perché notò che me ne ero accorto.
«Sei una troia» mi lasciai sfuggire, in preda all’eccitazione.
Mi diede un pugno fortissimo allo stomaco e caddi in ginocchio per il dolore.
«Come cazzo ti permetti, coglione!» disse Lucrezia mentre si piegava per sfilarsi le mutandine.
Le fece scivolare lungo le gambe e poi alzò una gamba alla volta per farle passare senza togliersi le scarpe.
Tentai di scorgere qualcosa sotto la gonna ma fu invano.
Lei si rialzò e mi ficcò a forza le mutandine in bocca.
«Fammi vedere come le hai sporcate ieri!» mi ordinò, e io ripresi a masturbarmi, in ginocchio, con le sue mutandine in bocca, guardandola negli occhi.
Provai piacere ad essere guardato da lei e provai piacere nel guardarla e a sentire il suo sapore attraverso le mutandine.
«Sei proprio un lurido cane senza speranza» commentò ancora Lucrezia, con una voce molto bassa.
Allungò la mano lentamente verso la mia faccia e mi toccò dolcemente la guancia. Sembrava come in trance.
Ne fui sorpreso. Lei se ne accorse e mi diede un’altro schiaffo, infastidita.
«Cane! Dimmi che sono la tua padrona!»
Farfugliai tra le sue mutandine che tenevo in bocca.
Lei le tolse e ordinò di nuovo, «Dillo!»
«Sei la mia padrona!»
Risposi senza pensarci, ero troppo eccitato per riflettere e stavo quasi per venire. Rallentai il ritmo perché non volevo che quel momento finisse, volevo vedere fin dove si sarebbe spinta Lucrezia.
«Bravo cane» mi disse lei soddisfatta, «meriti un premio»
Si mise una mano sotto la gonna e la tirò fuori puntando le dita indice e medio verso di me. Erano chiaramente bagnate, bagnate dei suoi umori che le stavano colando dalla fica.
Avvicinò le due dita a me.
«Tira fuori la lingua»
Ero eccitatissimo all' idea di assaggiare, anche se indirettamente, la sua fica, quindi obbedii.
Tirai fuori la lingua e lei ci mise sopra le sue dita cariche dei suoi umori. Il sapore era così erotico da farmi quasi girare la testa, in quel momento avrebbe potuto fare di me qualsiasi cosa. Giocherellò con le dita su tutta la mia lingua, sopra e sotto, mentre io gliele leccavo come se fossero un'estensione della sua fica. Poi Lucrezia si chinò col volto su di me, a pochissimi centimetri dal mio volto con l'altra mano si mise i capelli dietro l'orecchio, aprì la bocca e fece colare dolcemente la sua saliva dalle sue labbra direttamente sulla mia lingua. Mi guardava negli occhi mentre lo faceva e aveva un aspetto profondamente erotico mentre faceva fuoriuscire la sua saliva. Si spostò di poco e ne fece cadere un po' in basso, direttamente sul mio cazzo. Con la mia mano spalmai la sua saliva calda sul mio cazzo e mi lubrificò per bene, rendendo ancora più piacevole la sega che mi stavo facendo. Quando Lucrezia finì la saliva, mi chiuse la bocca con un gesto delicato sul mento e mi sussurrò «Ora sei mio, non dimenticartelo»
Stava per dire altro, ma un rumore di passi ci interruppe e io mi misi immediatamente in piedi e tirai su i pantaloni. Lucrezia provò a rimettersi maldestramente le mutandine ma non ci riuscì, e nella fretta me le infilò nei pantaloni per nasconderle.
Arrivò il bidello, ci guardò e disse soltanto «Ragazzini, non è questo il posto per pomiciare, tornate in classe»
Ero terrorizzato, guardai Lucrezia e il suo volto era completamente rosso, come sentivo che fosse il mio. Probabilmente era per questo che il bidello aveva capito che stavamo facendo qualcosa, per fortuna si era limitato a pensare che ci stessimo solo baciando, se avesse visto la scena, non immagino cosa sarebbe successo ad entrambi.
Ubbidimmo al bidello senza fare storie e andammo in classe. Lucrezia non mi disse niente, nemmeno di restituirle le mutandine che tenevo nei pantaloni. Stava camminando per la scuola senza mutande, con solo la gonna a proteggerla da sguardi indiscreti. Mi chiesi cosa stesse provando in quel momento, se la cosa la stesse eccitando o meno, in fondo ce la vedevo ad essere un’esibizionista, anche se con la sua indole dominatrice, sarebbe stato più probabile che avesse fatto esibire me in giro nudo.
Arrivati in classe giusti in tempo, lei mi trascinò per il braccio e mi fece sedere vicino a lei, nell'angolo dell' ultima fila. Tutti i compagni se ne accorsero, non era da lei mettersi in fondo, tantomeno con me, dato che ormai da tempo sedeva sempre con qualcuna delle sue amiche. Una di loro, Claudia, si avvicinò per chiedere a Lucrezia come mai non si fosse seduta davanti con lei, ma Lucrezia si limitò a risponderle che lo avrebbe fatto dopo.
Iniziò la lezione, e per qualche minuto ascoltai cosa stava dicendo il professore, ma la mia mente non poteva non pensare al fatto che Lucrezia fosse accanto a me senza mutande, e che magari la sua fica era a contatto col legno della sedia e la stava bagnando tutta.
Guardai Lucrezia, seguiva la lezione come se niente fosse. Guardai nella sua scollatura e riuscii ad intravedere un pezzetto di reggiseno bianco. Poi le guardai le gambe, belle, nude e a pochi centimetri da me.
Non riuscivo a fare a meno di guardarle, prima non avevo sborrato e adesso mi sentivo carico ed eccitato. Non potevamo certo assentarci tutti e due per finire il lavoro, e di certo non potevo chiedere al professore di andare in bagno per finire da solo, la lezione era appena cominciata e non mi ci avrebbe mai mandato.
Più guardavo le gambe di Lucrezia, e più sentivo l'eccitazione salire, fino a non farmi ragionare più lucidamente. Decisi di abbassare la mano destra sotto il banco e toccare le cosce di Lucrezia. Lei si girò di scatto con gli occhi spalancati dallo stupore, e realizzata la cosa, mi fulminò con lo sguardo.
Mi girai a guardare verso il professore come se nulla fosse, senza togliere la mano, era il momento della mia vendetta, lei non poteva fare niente, o avrebbe rischiato che scoprissero qualcosa, e io avevo pur sempre le sue mutandine come ostaggio.
Lucrezia rimase ferma e anche lei tornò a guardare il professore, sapeva che non poteva fermarmi. Indugiai con la mano sulla sua coscia, era calda, morbida e setosa. La tastai dolcemente per apprezzarne la morbidezza. In questa situazione non era poi così male essere seduto allo stesso banco di Lucrezia. Mi feci strada lentamente verso il centro delle sue gambe e man mano che avanzavo sentivo il calore di Lucrezia aumentare, così come l'umidità, come se fosse sudata lì in mezzo.
Lucrezia si girò di nuovo verso di me, sorridendo per non sembrare arrabbiata, battè le ciglia due volte e mi sussurrò «Ti ammazzo. Giuro che ti ammazzo» e poi tornò a seguire la lezione con lo sguardo.
Avrei voluto gongolare e dirle «Cara Lucrezia, non dovresti minacciare chi ti tiene in pugno».
Ormai sapevo che mi avrebbe quantomeno riempito di botte, quindi non aveva senso fermarsi ora. Avevo il cazzo duro che mi spingeva contro i pantaloni, mentre salivo ancora più in su con la mano attraverso le gambe di Lucrezia. Ormai era caldissima e sentivo di essere vicinissimo alla sua fica. Provai agitazione all'idea di toccarla, perché non sapevo quale sarebbe stata la sua reazione, magari se avessi esagerato, lei avrebbe fatto comunque qualcosa per fermarmi. Poi lo capii. Lucrezia avrebbe potuto semplicemente chiudere le gambe, e io non sarei riuscito ad avanzare oltre. Mi stava lasciando fare, era evidente. Avrebbe potuto fermarmi, ma non lo faceva. La guardai in volto ed era completamente rossa, doveva essere estremamente eccitata anche lei.
Feci il passo decisivo e mi addentrai ancora più dentro le sue gambe, arrivando a fine corsa. Cercai più in basso e sentii la sua pelle bagnata, poi qualcosa che era diversa dal resto, l'inizio della sua vagina. Esplorai con le dita quello che doveva essere il rivestimento del clitoride, e mi spinsi più in basso, volevo entrarle dentro. Cercai di fare scivolare il dito medio fra le sue labbra, erano calde e viscide dei suoi umori, una sensazione così piacevole sulle dita che avrei potuto passarci le ore. Non riuscii a scendere più in basso perché c'era la sedia a impedirmelo. Mi accontentai di massaggiarla fin dove arrivavo, cercando di arrivare per bene a toccare il clitoride. Trovato quello che cercavo, masturbai lentamente Lucrezia, che poco a poco iniziò ad avere il fiato corto. Le stava piacendo e si mordeva le labbra per l'eccitazione e per cercare di non emettere suoni che ci avrebbero fatto scoprire da tutta la classe. Mi guardò cercando di sembrare minacciosa per farmi smettere, ma l'eccitazione traspariva sul suo volto, facendola risultare ancora più bella e persino adorabile. Sembrava combattuta dal volermi saltare addosso, forse per picchiarmi, forse per scoparmi lì davanti a tutti. Tornò a guardare in avanti e si portò una mano alla spalla, e poi scese lentamente dentro la camicetta, per toccarsi il seno. Era eccitata da morire e si vedeva, iniziò persino a muovere lentamente il bacino sulla sedia per strofinarsi. Di quel passo sarebbe venuta, ma mi ricordai che poco prima lei aveva lasciato il lavoro a metà e che era colpa sua se mi ero eccitato a tal punto da arrivare in questa situazione, quindi, semplicemente, smisi di toccarla.
Tolsi la mano e la rimisi sul banco, come nulla fosse.
Lucrezia si girò a guardarmi con gli occhi spalancati e la bocca aperta. La sua espressione si era fatta dolce e quasi impaurita, gli occhi gonfi e lucidi, le sue labbra tremavano. Non era solo sorpresa, era delusa. Non sembrò nemmeno arrabbiata, solo delusa. Non riuscivo a capire perché avessi smesso, lasciandola così a metà sulla strada del piacere.
Si piegò verso di me facendo contatto con la sua spalla sulla mia. Sembrava quasi che mi stesse invitando, voleva essere toccata. Stava elemosinando l’attenzione che avrei dovuto darle per farle raggiungere il piacere. Non l'avevo mai vista così, sembrava quasi sottomettersi. Era bella e il mio lato debole mi diceva di accontentarla, ma la ignorai, come fosse una punizione, mi avrebbe dato possibilità di contrattare quando sarebbe arrivato il momento della resa dei conti.
Tutti i racconti sono opere di fantasia. Voti, commenti, suggerimenti e annotazioni sono sempre graditi e possono essere d'aiuto per migliorare. Grazie
Era ad aspettarmi sulle gradinate dell'ingresso del liceo, seduta sul vecchio corrimano in marmo, con le braccia incrociate. Come al solito vestita con una camicetta bianca e gonna al ginocchio. Le sue gambe erano scoperte, lo erano sempre, facevano parte del suo stile da finta innocente. Solo che non le avevo mai guardate seriamente, non me ne ero mai accorto sul serio, erano sempre state lì, vicino a me, per anni, eppure, le stavo guardando per la prima volta.
Mi avvicinai a lei facendo finta di niente e la superai. Sentii i suoi piedi atterrare insieme, era balzata giù dal corrimano e aveva cominciato a salire le scale anche lei. Mi seguì nel corridoio oltre l'ingresso in silenzio, e quando la sentii aumentare il passo, non feci in tempo a girarmi che mi diede un pugno nel costato, lasciandomi senza fiato.
«Ti credi simpatico a fare finta di non vedermi?» mi rimproverò.
«Lasciami stare» protestai riprendendo a camminare.
Lei mi afferrò per il braccio e disse «Non ci provare, ridammele, lo so che ce le hai qui»
Intendeva le sue mutandine, quelle che aveva lasciato da me il giorno prima, sapeva che ce le avevo con me, sapeva che avevo troppa paura di lei per rischiare di non riportargliele.
Presi lo zaino in mano e feci per prenderle, ma lei mi fulminò, «Non qui, deficiente!»
Mi trascinò per il braccio per qualche passo, e accertata che la seguissi, mi condusse alla scalinata che dava verso il tetto, lo stesso luogo dove mi aveva beccato ieri.
Allungò una mano verso di me per farsi dare le mutande, «Forza!»
Gliele diedi senza fare storie. Lei le afferrò e le annusò.
«Schifoso, ci hai sborrato sopra!»
Rimasi esterrefatto, lo aveva capito immediatamente.
Le infilò velocemente in una tasca laterale dello zaino.
«Sei soltanto un lurido maiale arrapato!» mi rimproverò dandomi uno schiaffo, poi mi abbassò velocemente pantaloni e mutande, lasciandomi col cazzo di fuori.
Lo prese in mano, tirò fuori la cappella e ci diede uno schiaffo. Fu doloroso e piacevole allo stesso tempo, abbastanza da farmi uscire un piccolo gemito.
«Lurido schifoso! Non posso crederci che ti piace!» disse Lucrezia schiaffeggiandomi di nuovo il cazzo. Ero già duro.
Mi prese le palle in mano e le strinse.
«Fai proprio schifo» commentò, ma stavolta con un tono diverso, come se si stesse eccitando anche lei.
Quella sua voce eccitata fece scattare qualcosa in me e presi il mio cazzo in mano e cominciai a segarmi davanti a lei mentre mi teneva le palle in mano.
Lei sgranò gli occhi e rimase in silenzio, stregata, a fissarmi il cazzo mentre mi segavo. Si toccò istintivamente all’altezza delle mutande, ma tolse la mano immediatamente perché notò che me ne ero accorto.
«Sei una troia» mi lasciai sfuggire, in preda all’eccitazione.
Mi diede un pugno fortissimo allo stomaco e caddi in ginocchio per il dolore.
«Come cazzo ti permetti, coglione!» disse Lucrezia mentre si piegava per sfilarsi le mutandine.
Le fece scivolare lungo le gambe e poi alzò una gamba alla volta per farle passare senza togliersi le scarpe.
Tentai di scorgere qualcosa sotto la gonna ma fu invano.
Lei si rialzò e mi ficcò a forza le mutandine in bocca.
«Fammi vedere come le hai sporcate ieri!» mi ordinò, e io ripresi a masturbarmi, in ginocchio, con le sue mutandine in bocca, guardandola negli occhi.
Provai piacere ad essere guardato da lei e provai piacere nel guardarla e a sentire il suo sapore attraverso le mutandine.
«Sei proprio un lurido cane senza speranza» commentò ancora Lucrezia, con una voce molto bassa.
Allungò la mano lentamente verso la mia faccia e mi toccò dolcemente la guancia. Sembrava come in trance.
Ne fui sorpreso. Lei se ne accorse e mi diede un’altro schiaffo, infastidita.
«Cane! Dimmi che sono la tua padrona!»
Farfugliai tra le sue mutandine che tenevo in bocca.
Lei le tolse e ordinò di nuovo, «Dillo!»
«Sei la mia padrona!»
Risposi senza pensarci, ero troppo eccitato per riflettere e stavo quasi per venire. Rallentai il ritmo perché non volevo che quel momento finisse, volevo vedere fin dove si sarebbe spinta Lucrezia.
«Bravo cane» mi disse lei soddisfatta, «meriti un premio»
Si mise una mano sotto la gonna e la tirò fuori puntando le dita indice e medio verso di me. Erano chiaramente bagnate, bagnate dei suoi umori che le stavano colando dalla fica.
Avvicinò le due dita a me.
«Tira fuori la lingua»
Ero eccitatissimo all' idea di assaggiare, anche se indirettamente, la sua fica, quindi obbedii.
Tirai fuori la lingua e lei ci mise sopra le sue dita cariche dei suoi umori. Il sapore era così erotico da farmi quasi girare la testa, in quel momento avrebbe potuto fare di me qualsiasi cosa. Giocherellò con le dita su tutta la mia lingua, sopra e sotto, mentre io gliele leccavo come se fossero un'estensione della sua fica. Poi Lucrezia si chinò col volto su di me, a pochissimi centimetri dal mio volto con l'altra mano si mise i capelli dietro l'orecchio, aprì la bocca e fece colare dolcemente la sua saliva dalle sue labbra direttamente sulla mia lingua. Mi guardava negli occhi mentre lo faceva e aveva un aspetto profondamente erotico mentre faceva fuoriuscire la sua saliva. Si spostò di poco e ne fece cadere un po' in basso, direttamente sul mio cazzo. Con la mia mano spalmai la sua saliva calda sul mio cazzo e mi lubrificò per bene, rendendo ancora più piacevole la sega che mi stavo facendo. Quando Lucrezia finì la saliva, mi chiuse la bocca con un gesto delicato sul mento e mi sussurrò «Ora sei mio, non dimenticartelo»
Stava per dire altro, ma un rumore di passi ci interruppe e io mi misi immediatamente in piedi e tirai su i pantaloni. Lucrezia provò a rimettersi maldestramente le mutandine ma non ci riuscì, e nella fretta me le infilò nei pantaloni per nasconderle.
Arrivò il bidello, ci guardò e disse soltanto «Ragazzini, non è questo il posto per pomiciare, tornate in classe»
Ero terrorizzato, guardai Lucrezia e il suo volto era completamente rosso, come sentivo che fosse il mio. Probabilmente era per questo che il bidello aveva capito che stavamo facendo qualcosa, per fortuna si era limitato a pensare che ci stessimo solo baciando, se avesse visto la scena, non immagino cosa sarebbe successo ad entrambi.
Ubbidimmo al bidello senza fare storie e andammo in classe. Lucrezia non mi disse niente, nemmeno di restituirle le mutandine che tenevo nei pantaloni. Stava camminando per la scuola senza mutande, con solo la gonna a proteggerla da sguardi indiscreti. Mi chiesi cosa stesse provando in quel momento, se la cosa la stesse eccitando o meno, in fondo ce la vedevo ad essere un’esibizionista, anche se con la sua indole dominatrice, sarebbe stato più probabile che avesse fatto esibire me in giro nudo.
Arrivati in classe giusti in tempo, lei mi trascinò per il braccio e mi fece sedere vicino a lei, nell'angolo dell' ultima fila. Tutti i compagni se ne accorsero, non era da lei mettersi in fondo, tantomeno con me, dato che ormai da tempo sedeva sempre con qualcuna delle sue amiche. Una di loro, Claudia, si avvicinò per chiedere a Lucrezia come mai non si fosse seduta davanti con lei, ma Lucrezia si limitò a risponderle che lo avrebbe fatto dopo.
Iniziò la lezione, e per qualche minuto ascoltai cosa stava dicendo il professore, ma la mia mente non poteva non pensare al fatto che Lucrezia fosse accanto a me senza mutande, e che magari la sua fica era a contatto col legno della sedia e la stava bagnando tutta.
Guardai Lucrezia, seguiva la lezione come se niente fosse. Guardai nella sua scollatura e riuscii ad intravedere un pezzetto di reggiseno bianco. Poi le guardai le gambe, belle, nude e a pochi centimetri da me.
Non riuscivo a fare a meno di guardarle, prima non avevo sborrato e adesso mi sentivo carico ed eccitato. Non potevamo certo assentarci tutti e due per finire il lavoro, e di certo non potevo chiedere al professore di andare in bagno per finire da solo, la lezione era appena cominciata e non mi ci avrebbe mai mandato.
Più guardavo le gambe di Lucrezia, e più sentivo l'eccitazione salire, fino a non farmi ragionare più lucidamente. Decisi di abbassare la mano destra sotto il banco e toccare le cosce di Lucrezia. Lei si girò di scatto con gli occhi spalancati dallo stupore, e realizzata la cosa, mi fulminò con lo sguardo.
Mi girai a guardare verso il professore come se nulla fosse, senza togliere la mano, era il momento della mia vendetta, lei non poteva fare niente, o avrebbe rischiato che scoprissero qualcosa, e io avevo pur sempre le sue mutandine come ostaggio.
Lucrezia rimase ferma e anche lei tornò a guardare il professore, sapeva che non poteva fermarmi. Indugiai con la mano sulla sua coscia, era calda, morbida e setosa. La tastai dolcemente per apprezzarne la morbidezza. In questa situazione non era poi così male essere seduto allo stesso banco di Lucrezia. Mi feci strada lentamente verso il centro delle sue gambe e man mano che avanzavo sentivo il calore di Lucrezia aumentare, così come l'umidità, come se fosse sudata lì in mezzo.
Lucrezia si girò di nuovo verso di me, sorridendo per non sembrare arrabbiata, battè le ciglia due volte e mi sussurrò «Ti ammazzo. Giuro che ti ammazzo» e poi tornò a seguire la lezione con lo sguardo.
Avrei voluto gongolare e dirle «Cara Lucrezia, non dovresti minacciare chi ti tiene in pugno».
Ormai sapevo che mi avrebbe quantomeno riempito di botte, quindi non aveva senso fermarsi ora. Avevo il cazzo duro che mi spingeva contro i pantaloni, mentre salivo ancora più in su con la mano attraverso le gambe di Lucrezia. Ormai era caldissima e sentivo di essere vicinissimo alla sua fica. Provai agitazione all'idea di toccarla, perché non sapevo quale sarebbe stata la sua reazione, magari se avessi esagerato, lei avrebbe fatto comunque qualcosa per fermarmi. Poi lo capii. Lucrezia avrebbe potuto semplicemente chiudere le gambe, e io non sarei riuscito ad avanzare oltre. Mi stava lasciando fare, era evidente. Avrebbe potuto fermarmi, ma non lo faceva. La guardai in volto ed era completamente rossa, doveva essere estremamente eccitata anche lei.
Feci il passo decisivo e mi addentrai ancora più dentro le sue gambe, arrivando a fine corsa. Cercai più in basso e sentii la sua pelle bagnata, poi qualcosa che era diversa dal resto, l'inizio della sua vagina. Esplorai con le dita quello che doveva essere il rivestimento del clitoride, e mi spinsi più in basso, volevo entrarle dentro. Cercai di fare scivolare il dito medio fra le sue labbra, erano calde e viscide dei suoi umori, una sensazione così piacevole sulle dita che avrei potuto passarci le ore. Non riuscii a scendere più in basso perché c'era la sedia a impedirmelo. Mi accontentai di massaggiarla fin dove arrivavo, cercando di arrivare per bene a toccare il clitoride. Trovato quello che cercavo, masturbai lentamente Lucrezia, che poco a poco iniziò ad avere il fiato corto. Le stava piacendo e si mordeva le labbra per l'eccitazione e per cercare di non emettere suoni che ci avrebbero fatto scoprire da tutta la classe. Mi guardò cercando di sembrare minacciosa per farmi smettere, ma l'eccitazione traspariva sul suo volto, facendola risultare ancora più bella e persino adorabile. Sembrava combattuta dal volermi saltare addosso, forse per picchiarmi, forse per scoparmi lì davanti a tutti. Tornò a guardare in avanti e si portò una mano alla spalla, e poi scese lentamente dentro la camicetta, per toccarsi il seno. Era eccitata da morire e si vedeva, iniziò persino a muovere lentamente il bacino sulla sedia per strofinarsi. Di quel passo sarebbe venuta, ma mi ricordai che poco prima lei aveva lasciato il lavoro a metà e che era colpa sua se mi ero eccitato a tal punto da arrivare in questa situazione, quindi, semplicemente, smisi di toccarla.
Tolsi la mano e la rimisi sul banco, come nulla fosse.
Lucrezia si girò a guardarmi con gli occhi spalancati e la bocca aperta. La sua espressione si era fatta dolce e quasi impaurita, gli occhi gonfi e lucidi, le sue labbra tremavano. Non era solo sorpresa, era delusa. Non sembrò nemmeno arrabbiata, solo delusa. Non riuscivo a capire perché avessi smesso, lasciandola così a metà sulla strada del piacere.
Si piegò verso di me facendo contatto con la sua spalla sulla mia. Sembrava quasi che mi stesse invitando, voleva essere toccata. Stava elemosinando l’attenzione che avrei dovuto darle per farle raggiungere il piacere. Non l'avevo mai vista così, sembrava quasi sottomettersi. Era bella e il mio lato debole mi diceva di accontentarla, ma la ignorai, come fosse una punizione, mi avrebbe dato possibilità di contrattare quando sarebbe arrivato il momento della resa dei conti.
Tutti i racconti sono opere di fantasia. Voti, commenti, suggerimenti e annotazioni sono sempre graditi e possono essere d'aiuto per migliorare. Grazie
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