In leggings nel bosco
scritto il 2026-10-05 tempo di lettura 5 min
di
Daniela.94
genere
dominazione
cura
C−
La mano sotto la figa mi preme pesante.
La sento dura, forte, callosa.
Sfrega contro i pantaloni da yoga, leggeri, quelli argento. Sotto il ginocchio.
Marco è passato a prendermi in palestra, me lo sono trovato fuori. Un tuffo al cuore e mi ha portata qui, non mi ha dato tempo per passare da casa. Ho ancora i capelli raccolti nell'elastico.
Fa freddo, l’aria è umida, siamo agli inizi di novembre. Le luci dei fanali sfrecciano poco oltre, dietro gli alberi, e illuminano le goccioline contro uno schermo nero. Il mio piumino e nella sua auto. Ho i polpacci freddi, erbacce e foglie fradice me li pungono. La mano è grossa, scosto le cosce di poco, ho il respiro rotto. Marco mi fissa coi suoi occhi senza parole, s'illuminano spenti alle luci che passano. Mi interroga distaccato: fin dove sono disposta a spingermi?
Io non me lo chiedo. Sono qui. Con lui. Ho già risposto.
La mano mi risale dalla figa al seno. Alle tette. Mi apre la cerniera del giubbino Nike, mi stropiccia la maglietta sui capezzoli. Pizzica i capezzoli. L’altra m cerca sotto, spinge il poliestere dei leggings, forte, allargandomi.. Il dito guantato mi entra in fica. Direttamente. Con Marco non metto mai mutandine e reggiseno. Il tessuto mi raspa dentro, mi sento violentata. Gemo senza volere. In mano stringo forte la bustina.
«Sei proprio una bella puttanella. Cosa aspetti? Non vuoi il mio cazzone?»
Strappo coi denti la bustina. Sono senza saliva. Si è slacciato da solo la cintura. Io gli apro la cerniera sotto la pancia. Pesco il cazzo dalle mutande. È spesso, pesante, già scappellato. Marco ci guarda. È in piedi, appoggiato al cofano bagnato dell’auto. Si sporcherà i pantaloni, penso.
Mi accovaccio sui talloni, non posso inginocchiarmi, qui è tutto sporco. Le mie sneakers fucsia affondano. Il porco non fa storie, sta ai patti con Marco, niente cazzo in bocca, lo sa. Estraggo il preservativo, ho le dita fredde e la bustina è umida di sudore. Lo tendo e lo infilo sulla cappella. Faccio fatica a farlo scorrere. Cerco di non toccarlo con le unghie, ma se si rompe me ne frega un cazzo. Ho la testa vuota, non penso e non ho paura di nulla. Guardo Marco. Ingollo il cazzo per bagnarlo. Insisto, sono senza saliva. «Ti piace ciucciare, troia?»
Mi alzo e mi metto in posizione. Divarico le gambe, cerco terreno saldo sotto i piedi, mi metto a squadra appoggiandomi con le mani alle ginocchia. Gambe dritte e in leggings, ho un culo che uccide. Io lo so, deve saperlo anche lui.
Me li abbasso sulle cosce.
«Minchia che figa.»
Sono senza saliva ma sono maledettamente bagnata. Mi apre chee sono già aperta, una spinta che fa godere il mio corpo e impazzire il cervello. Urlo nelle orecchie, in testa, di sbattermi come una cagna, di fare presto, di scoparmi. Non può sentirmi, ma sa che lo voglio.
Lo sanno tutti.
Giro la testa di lato. Mi ondeggia avanti e indietro.
Ci sono due ombre tra gli alberi.
Un cinquantenne, piccolino, mani in tasca. Gli vedo il viso tondo, pallido nel buio, con l’ombra della barba malfatta.
E un altro, alto, spalle dritte, che sembra un motociclista. Giubbotto nero e jeans slacciati con la cintura pendente. Si sta tirando il cazzo. Lungo, dritto. Uno che pensa di essere figo, orgoglioso del suo cazzo come un ragazzino.
Incomincio a gemere, emetto gemiti di gola ad ogni botta. È quello che vogliono e magari il porco sborra prima. Ma non c’è speranza, mi stantuffa senza tempo come una sex machine incantata. Marco si accende una sigaretta.
Invece viene e non me ne accorgo. Il porco esagera il godimento.
Mi libero veloce di lui. Rialzo i leggings e vado da Marco.
Non mi appoggio a lui. Lo sporcherei, sono bagnata, mi ha anche spinto i pantaloni in figa. Marco si lascia baciare sulla guancia. Mi fa dare un tiro alla sigaretta, me la tiene lui con due dita. Mi brucia la gola. Sono senza saliva.
Mi passa un kleenex. Mi pulisco sotto, come posso, infilando la mano senza abbassarli. Non so dove buttarlo. Lo getto tra altra cartaccia che vedo al buio. Sono una merda.
Sento dei passi tra le foglie. Dietro me.
Una mano mi palpa il culo.
Un cazzo mi si infila tra le cosce, sfiorando il poliestere leggero. Guardo in basso, la cappella spunta da sotto il pube. E' il motociclista col cazzo lungo, è addosso me, piegato indietro sulle ginocchia che finge di ingropparmi. Sono in leggins, tesi sulle natiche, più scopabile che nuda.
«Dalla a me e te la faccio godere in culo.»
Fisso, interrogo Marco. Non gli sto chiedendo pietà, solo cosa devo fare.
Una luce violenta gli illumina il viso. Un furgone bianco si proietta tra gli alberi e inchioda facendo slittare i pneumatici bagnati. I fanali si spengono. Ho gli occhi abbagliati. Sento portiere che sbattono. Nel buio vedo due che camminano veloci attenti a non pestare merda. “Ciao marco. Siamo ancora in tempo?”
Marco mi prende la mano. La apre. Mette una bustina sul palmo e me la richiude.
Mi bacia le nocche.
Cazzo, perché lo amo?
La sento dura, forte, callosa.
Sfrega contro i pantaloni da yoga, leggeri, quelli argento. Sotto il ginocchio.
Marco è passato a prendermi in palestra, me lo sono trovato fuori. Un tuffo al cuore e mi ha portata qui, non mi ha dato tempo per passare da casa. Ho ancora i capelli raccolti nell'elastico.
Fa freddo, l’aria è umida, siamo agli inizi di novembre. Le luci dei fanali sfrecciano poco oltre, dietro gli alberi, e illuminano le goccioline contro uno schermo nero. Il mio piumino e nella sua auto. Ho i polpacci freddi, erbacce e foglie fradice me li pungono. La mano è grossa, scosto le cosce di poco, ho il respiro rotto. Marco mi fissa coi suoi occhi senza parole, s'illuminano spenti alle luci che passano. Mi interroga distaccato: fin dove sono disposta a spingermi?
Io non me lo chiedo. Sono qui. Con lui. Ho già risposto.
La mano mi risale dalla figa al seno. Alle tette. Mi apre la cerniera del giubbino Nike, mi stropiccia la maglietta sui capezzoli. Pizzica i capezzoli. L’altra m cerca sotto, spinge il poliestere dei leggings, forte, allargandomi.. Il dito guantato mi entra in fica. Direttamente. Con Marco non metto mai mutandine e reggiseno. Il tessuto mi raspa dentro, mi sento violentata. Gemo senza volere. In mano stringo forte la bustina.
«Sei proprio una bella puttanella. Cosa aspetti? Non vuoi il mio cazzone?»
Strappo coi denti la bustina. Sono senza saliva. Si è slacciato da solo la cintura. Io gli apro la cerniera sotto la pancia. Pesco il cazzo dalle mutande. È spesso, pesante, già scappellato. Marco ci guarda. È in piedi, appoggiato al cofano bagnato dell’auto. Si sporcherà i pantaloni, penso.
Mi accovaccio sui talloni, non posso inginocchiarmi, qui è tutto sporco. Le mie sneakers fucsia affondano. Il porco non fa storie, sta ai patti con Marco, niente cazzo in bocca, lo sa. Estraggo il preservativo, ho le dita fredde e la bustina è umida di sudore. Lo tendo e lo infilo sulla cappella. Faccio fatica a farlo scorrere. Cerco di non toccarlo con le unghie, ma se si rompe me ne frega un cazzo. Ho la testa vuota, non penso e non ho paura di nulla. Guardo Marco. Ingollo il cazzo per bagnarlo. Insisto, sono senza saliva. «Ti piace ciucciare, troia?»
Mi alzo e mi metto in posizione. Divarico le gambe, cerco terreno saldo sotto i piedi, mi metto a squadra appoggiandomi con le mani alle ginocchia. Gambe dritte e in leggings, ho un culo che uccide. Io lo so, deve saperlo anche lui.
Me li abbasso sulle cosce.
«Minchia che figa.»
Sono senza saliva ma sono maledettamente bagnata. Mi apre chee sono già aperta, una spinta che fa godere il mio corpo e impazzire il cervello. Urlo nelle orecchie, in testa, di sbattermi come una cagna, di fare presto, di scoparmi. Non può sentirmi, ma sa che lo voglio.
Lo sanno tutti.
Giro la testa di lato. Mi ondeggia avanti e indietro.
Ci sono due ombre tra gli alberi.
Un cinquantenne, piccolino, mani in tasca. Gli vedo il viso tondo, pallido nel buio, con l’ombra della barba malfatta.
E un altro, alto, spalle dritte, che sembra un motociclista. Giubbotto nero e jeans slacciati con la cintura pendente. Si sta tirando il cazzo. Lungo, dritto. Uno che pensa di essere figo, orgoglioso del suo cazzo come un ragazzino.
Incomincio a gemere, emetto gemiti di gola ad ogni botta. È quello che vogliono e magari il porco sborra prima. Ma non c’è speranza, mi stantuffa senza tempo come una sex machine incantata. Marco si accende una sigaretta.
Invece viene e non me ne accorgo. Il porco esagera il godimento.
Mi libero veloce di lui. Rialzo i leggings e vado da Marco.
Non mi appoggio a lui. Lo sporcherei, sono bagnata, mi ha anche spinto i pantaloni in figa. Marco si lascia baciare sulla guancia. Mi fa dare un tiro alla sigaretta, me la tiene lui con due dita. Mi brucia la gola. Sono senza saliva.
Mi passa un kleenex. Mi pulisco sotto, come posso, infilando la mano senza abbassarli. Non so dove buttarlo. Lo getto tra altra cartaccia che vedo al buio. Sono una merda.
Sento dei passi tra le foglie. Dietro me.
Una mano mi palpa il culo.
Un cazzo mi si infila tra le cosce, sfiorando il poliestere leggero. Guardo in basso, la cappella spunta da sotto il pube. E' il motociclista col cazzo lungo, è addosso me, piegato indietro sulle ginocchia che finge di ingropparmi. Sono in leggins, tesi sulle natiche, più scopabile che nuda.
«Dalla a me e te la faccio godere in culo.»
Fisso, interrogo Marco. Non gli sto chiedendo pietà, solo cosa devo fare.
Una luce violenta gli illumina il viso. Un furgone bianco si proietta tra gli alberi e inchioda facendo slittare i pneumatici bagnati. I fanali si spengono. Ho gli occhi abbagliati. Sento portiere che sbattono. Nel buio vedo due che camminano veloci attenti a non pestare merda. “Ciao marco. Siamo ancora in tempo?”
Marco mi prende la mano. La apre. Mette una bustina sul palmo e me la richiude.
Mi bacia le nocche.
Cazzo, perché lo amo?
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