Carlo guarda, Carlo prende

scritto il 2026-11-01 tempo di lettura 6 min

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Confessioni
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Io e Sonia eravamo sposati da un anno, dopo sette di fidanzamento. Avevamo provato di tutto in coppia, e da qualche tempo, quando lei era super eccitata, le sussurravo all’orecchio le trasgressioni che mi passavano per la testa: il guardone che ci scopriva a scopare in auto e che poi invitavo a scoparsi mia moglie, o un amico coinvolto in un trio. In quei momenti lei godeva da pazza, si bagnava, mi stringeva più forte. Appena finita la scopata, però, non ne voleva più parlare. Io invece restavo con quella voglia che mi montava in testa giorno dopo giorno. Leggevo racconti erotici, guardavo porno sullo stesso tema, e il desiderio cresceva. Lei era irremovibile: non solo non voleva provarci, non voleva nemmeno sentirne parlare a freddo.
Una volta al mese invitavamo a cena mio cugino Carlo. Aveva una ventina d’anni, era timido, con le donne non ci sapeva fare. Bruttino, occhiali con le lenti spesse, vestito sempre un po’ trasandato. Noi avevamo ventisette anni lei e trenta io. I genitori li aveva persi un paio d’anni prima in un incidente, e da allora era ancora più chiuso. Per farlo parlare bisognava strappargli le parole di bocca. Lo invitavamo lo stesso. Sonia lo vedeva come un povero ragazzo scioccato dalla vita. Io, più malizioso, avevo notato da tempo gli sguardi che le lanciava quando pensava di non essere visto: fissi sulle gambe mentre preparava la tavola o ai fornelli, o sulle cosce accavallate quando era seduta in poltrona. A me faceva piacere. Sapere che si eccitava per lei, che magari a casa si segava pensando a quelle gambe.
Quella sera, a cena, lo vidi fare esattamente quello. Sonia era ai fornelli con la gonna corta, e ogni volta che si chinava o passava vicino a lui gli occhi di Carlo la seguivano, rapidi e colpevoli. Dopo cena chiese di andare in bagno. Io mi avvicinai a lei da dietro mentre sciacquava i piatti e le sussurrai all’orecchio: «Hai fatto diventare il cazzo duro a Carlo. Te ne sei accorta? Ha gli occhi puntati sulle tue gambe e sul culo da tutta la sera. Quando gli versi il caffè gli sguardi gli scendono nella scollatura.» Lei scosse la testa. «Non ci ho mai fatto caso. È così timido.» Non si scostò.
Quando uscì, quasi un quarto d’ora dopo, aveva la faccia arrossata e disse che doveva andare. Io entrai in bagno. Dal cesto della biancheria spuntavano le mutandine di pizzo bianco trasparente che Sonia si era tolta tornando dal lavoro. Il tassello era già segnato dai suoi succhi, ma al centro la stoffa era bagnata di sperma fresco. Nel pizzo erano rimasti incastrati un paio di suoi peli. Aveva passato quei minuti a segarsi sulle sue mutande.
A letto glielo dissi. Lei restò scioccata. «Non può essere.» Io le spiegai che era una bella donna, che lui non ne aveva mai vista una così da vicino, che era normale si arrapasse con quelle mutandine sexy già sporche di lei. Le passai una mano tra le gambe: le mutandine erano umide. «Sei bagnata. Ti ha eccitato sapere che si è fatto una sega sulle tue mutande.» Lei non negò davvero. Le spostai la stoffa e le infilai le dita. Continuai a scoparla con la mano mentre le raccontavo i dettagli: il naso sul pizzo, il cazzo in mano, la sborra mirata nel mezzo, i suoi peli incastrati. Sonia gemette, le anche si mossero, e venne con le dita dentro. Subito dopo la scopai, lento e profondo, parlandole all’orecchio di lui che si era leccato le dita e di come la prossima volta avremmo lasciato le mutande sporche perché lei le vedesse. Venne di nuovo. Io le venni dentro.
Il giorno dopo, in cucina, le sollevai la gonna e trovai le mutandine da lavoro già umide. Ammise di aver guardato quelle del cesto prima di lavarle e di essersi toccata. La piegai sul tavolo e la scopai di nuovo con le dita e con il cazzo, dicendole che la volta successiva avremmo lasciato le mutande ancora più usate per lui. Lei venne forte, urlando. Le feci leccare le dita sporche dei suoi succhi e poi le venni in bocca.
Quella sera stessa lo invitai di nuovo. Sonia mise la gonna corta e, sotto, le stesse mutandine di pizzo bianco ancora zozze di tutto. Carlo arrivò e si sedette di fronte a lei. Ogni volta che la gonna saliva i suoi occhi scendevano. Sotto il tavolo io le infilai le dita: era fradicia. Quando lui andò in bagno la piegai sul tavolo e la scopai forte, con la porta socchiusa, lasciando le mutandine sul pavimento. Carlo uscì con la faccia rossa e le vide. Si sedette. Io ripresi a muovere le dita sotto il tavolo. Il suono umido si sentiva. Lui iniziò a toccarsi attraverso i pantaloni, poi si tirò fuori il cazzo e se lo menò guardando le cosce aperte di Sonia. Lei venne con un gemito che non riuscì a trattenere. Io le allargai le labbra della fica e gli dissi di venire. Carlo le sparò la sborra addosso, a fiotti, sul clitoride, sulle cosce, sul pizzo. Poi gli dissi di toccarla. Le infilò due dita nella fica piena della sua sborra. Sonia gemette e gliele strinse.
«Mettici il cazzo», gli dissi. Carlo si alzò tra le sue gambe e glielo infilò fino in fondo. La fica lo accolse, zozza e aperta. Iniziò a scoparla, prima lento, poi più forte, le palle che sbattevano contro di lei. Io le tenni le cosce aperte e le parlai all’orecchio, sporco: era il cazzo di quello che ieri si era segato sulle sue mutande, e adesso glielo stava mettendo dentro. Sonia urlava. Carlo accelerò. «Sborrale dentro.» Lui spinse fino in fondo e venne a fiotti caldi. Lei venne insieme a lui, la fica che pulsava e perdeva sborra intorno all’asta. Quando si sfilò, un fiotto bianco colò sulla sedia.
Poi gli dissi di metterglielo in bocca. Sonia aprì, prese il cazzo ancora lucido dei suoi succhi e lo succhiò a fondo. Carlo le scopò la bocca finché non venne di nuovo, in gola. Lei deglutì tutto. Un ultimo schizzo le finì sulle labbra e lo leccò.
Quando Carlo uscì e la porta si chiuse, Sonia restò seduta con la gonna alzata e le mutande zozze. Io le spostai il pizzo e le spinsi di nuovo dentro, con le dita, la sborra che colava. «Stringi. Tienila tutta la notte. Domani te la sentirai colare lungo le cosce. E la prossima volta ti metto a quattro zampe sul tavolo, gli fai prendere il cazzo in bocca finché non è duro, poi gliela dai nella fica e nel culo finché non ti sborra addosso da tutte le parti. E te le rimetti zozze mentre sparecchi.» Lei non chiuse le gambe. Restò lì, aperta, con la sborra di Carlo che le usciva lenta dalla fica e il sapore del suo cazzo ancora in bocca.
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