Io e la mia ragazza in autostrada

scritto il 2026-10-17 tempo di lettura 8 min

di
genere
esibizionismo
cura
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Questa storia mi è realmente accaduta tanti anni fa, quando ero fidanzato con quella che sarebbe diventata mia moglie. Avevamo poco più di vent’anni e bastava uno sguardo per farci perdere la testa. Lei era — ed è ancora — una bella ragazza formosa nei punti giusti, con un seno che difficilmente passava inosservato e un culo a mandolino davvero attraente. Bionda, il viso che non dimostrava l’età, due occhi scuri grandi e una bocca carnosa e morbida, appena truccata in un modo che faceva venire pensieri sporchi a chiunque la guardasse. Era una gran bella fica, la mia ragazza. E nonostante siano passati vent’anni da quel giorno, si è mantenuta veramente bene. Le piaceva scopare, e le piaceva farlo in tanti modi. L’unica cosa che non ha quasi mai voluto fare è prenderlo nel culo. Quasi, perché un paio di volte sono riuscito a infilarglielo, ma quella è un’altra storia.
Stavamo tornando dal Sud, dove eravamo andati a trovare degli amici. Era un pomeriggio d’estate e il viaggio sarebbe durato ancora quattro o cinque ore. L’aria si stava facendo più mite, il sole scendeva piano verso il tramonto. Lei indossava una minigonna plissettata rosso fuoco, non aderente, e una maglietta elasticizzata verde che le stava appiccicata addosso. Era abbronzatissima e bellissima. Percorrevamo il tratto Roma-Firenze, nella piana della Val di Chiana, e le colline toscane prendevano la luce rossa del sole, contrastando con il cielo ancora azzurro.
Lei si era appena svegliata da un sonnellino. Quando si raddrizzò sul sedile, la gonna si sollevò e le lasciò scoperte le gambe. Per scuotermi dalla stanchezza della guida le diedi due colpetti sulla coscia nuda e ci lasciai la mano, accarezzandola piano. Il panorama scorreva, il traffico era scarso. Guidavo da quattro ore e nei giorni precedenti avevamo dormito pochissimo. La sua preoccupazione principale era che mi prendesse un colpo di sonno. Mi chiese se ero stanco e le risposi che cominciavo a sentire il peso dei chilometri. Lei, con un sorriso malizioso, mi appoggiò la mano sulla coscia — ero in pantaloncini — e restammo così per qualche chilometro, parlando del più e del meno come se niente fosse.
La mia mano saliva sempre più in alto sulla sua gamba, finché il mignolo non sfiorò il tessuto delle mutandine. Pensavo che l’avrebbe spostata e rimessa sul cambio, invece fece finta di niente e, con naturalezza, allargò di più le gambe. Le mie dita arrivarono al cotone, già un po’ umido. Cominciai a massaggiarla da sopra, cercando il taglio della fica, calda e morbida sotto le dita. Dopo un po’ le sue parole diventarono meno fluide. Le gambe erano spalancate. Scostai l’elastico delle mutandine e arrivai alla carne viva. Passai il monte di Venere, coperto da un cespuglietto di peli neri, e con indice e anulare le allargai le grandi labbra, mettendo in mostra il clitoride già turgido. Ci posai il medio e lo massaggiai piano, senza fretta: il viaggio era ancora lungo.
Lei smise di parlare e cominciò ad ansimare. Non sembrava preoccuparsi delle macchine che ci superavano, né dei camion e dei furgoni più alti che potevano vedere benissimo quello che stava succedendo. Io tenevo gli occhi sulla strada. Quando superavo un camion rallentavo un po’ all’altezza della cabina: l’autista si voltava e si trovava davanti la scena. Poi, dallo specchietto, li vedevo gesticolare. Mi eccitava. E si vedeva: nei pantaloncini era spuntato un rigonfiamento evidente.
Lei lo notò. La sua mano risalì dalla gamba del pantaloncino, trovò le palle ancora coperte dallo slip, scostò l’elastico e ci infilò dentro la mano, accarezzando il sacco pieno. Ebbi un sussulto e rallentai. Lei se ne accorse e, per paura che perdessi il controllo, tolse subito la mano. La rassicurai. Allora, dopo aver guardato fuori dal finestrino, si accucciò con la testa nel mio grembo, come se volesse continuare a dormire. In realtà strusciava il viso contro quella protuberanza. Le gambe, ormai nude, restavano spalancate in modo osceno. Aveva appoggiato il tallone destro sul sedile per farmi arrivare meglio.
Il mio medio era affondato completamente dentro di lei e la mano era fradicia dei suoi umori. Mi sentivo quasi bloccato: una mano sul volante, l’altra nella sua fica, lo sguardo fisso sulla strada. Ma il film a luci rosse era dentro l’auto. A un certo punto mi sganciò i pantaloncini e il cazzo scattò fuori. Lei sorrise e cominciò ad accarezzarlo piano lungo l’asta. Poi lo baciò, baci leggeri, dal basso verso l’alto, sfregandoselo sulle guance fino alla punta, dove la pelle avvolgeva ancora il glande. Con la lingua stuzzicò quel piccolo rotolino di pelle, mentre con pollice e indice lo faceva scendere piano. Quando la cappella emerse, lucida e calda, c’era già del liquido spermatico raccolto in cima. Lei lo osservò, lo annusò, tolse due peli, si prese il tempo. Poi tirò fuori la lingua piena di saliva e la posò proprio lì, creando un filo che ci univa.
La lingua scese a raccogliere quel liquido e cominciò a roteare sulla cappella, scoprendola del tutto. Quando le labbra si chiusero intorno e sentii il risucchio, dovetti controllarmi per non reagire troppo e farle interrompere tutto. Continuavo a martoriarle la fica, ormai completamente esposta. Lei non si era accorta di quanto fosse visibile ai camionisti che ci sorpassavano: l’avevo rassicurata che, stando giù, nessuno l’avrebbe vista. Ma io facevo il possibile perché qualcuno vedesse.
Il pompino era iniziato sul serio: la testa andava su e giù, le labbra morbide stringevano, la mano mi accarezzava i coglioni ancora mezzo imprigionati. Volevo di più. Di giorno, all’aperto, non ci era capitato spesso di scopare, e l’occasione di vederla con il mio cazzo in bocca alla luce del sole era troppo bella per lasciarsela scappare. Con la scusa di sistemarmi meglio le tolsi il dito dalla fica — era fradicio — e spostai lo specchietto retrovisore interno in modo da inquadrare quasi perfettamente la sua bocca al lavoro. Poi rimisi subito la mano dentro di lei, indice e medio insieme. Dallo specchietto vedevo le labbra che si stringevano sull’asta, si allungavano uscendo, la guancia che si deformava quando la cappella la premeva da dentro. Ogni tanto lo tirava fuori, faceva roteare la lingua insalivata, formava filamenti di bava e se lo rimetteva tutto in bocca.
Mi sembrava di guardare uno di quei filmini che a volte vedevamo insieme per poi imitarli. Solo che stavolta eravamo noi. Dal respiro capivo che era prossima all’orgasmo. Le carezze diventarono più forti, più rapide. Volevo farla godere presto perché anch’io ero vicino e, in quel momento, avrei voluto avere entrambe le mani sul volante. Le auto ci superavano, andavamo sempre più piano, vicini alla velocità degli autotreni. A quelli che ci passavano avanti, se avevano il passeggero, concedevo lo spettacolo della mia ragazza che mi spompinava. Lo stesso spettacolo lo vedevo io nello specchietto.
A un tratto la sentii scuotersi, vibrare, mugolare. L’orgasmo la prese forte. Continuai a massaggiarla finché non finì, poi con la mano inzuppata dei suoi umori le accarezzai il viso e le labbra mentre teneva ancora il cazzo in bocca, facendole assaggiare il suo stesso succo. Lei lo leccò senza problemi.
Ormai ero al limite. Rallentai ancora, intorno ai settanta all’ora. Un camion mi affiancò per superarmi. Il passeggero si voltò, vide la scena e avvisò l’autista di restare affiancato. Lei stava per accorgersi che c’era qualcosa di strano: le gambe erano ancora spalancate, la fica rossa e aperta ben visibile. Alzò lo sguardo e vide il camionista che la osservava. Stava per rialzarsi, ma era troppo tardi. Fiotti di sperma cominciarono a risalire e a riversarsi nella sua bocca. Non poteva staccarsi, altrimenti avrei schizzato dappertutto. Si rituffò, nascondendosi il più possibile, mentre io le venivo in bocca. Lei raccolse tutto nelle gote, aspettò che gli spasmi finissero, poi, ancora con le labbra serrate, cominciò a giocarci con la lingua, spalmando lo sperma sulla cappella e creando una sensazione calda e viscida. Infine deglutì rumorosamente e rimase lì, avvolta intorno, finché non si ammorbidì del tutto.
Il camion se n’era andato. Lei si ricompose, mi guardò, notò lo specchietto spostato e mi sussurrò qualcosa all’orecchio. Poi mi baciò con quelle labbra calde e morbide, con il sapore misto dei nostri umori. Il viaggio proseguì senza altri sussulti. La stanchezza mi era completamente passata.
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