Il giorno dopo, ancora sul muro
scritto il 2026-10-05 tempo di lettura 3 min
di
Antony965
genere
prime esperienze
cura
A+
Il giorno dopo è tornata con gli stessi jeans. Ai bagni, nessuna bici. È entrata. Il piscio è partito pieno. Poi sono arrivate le tre bici. Il cappuccio mi ha guardato ed è entrato. Il getto si è fermato. «Che cazzo…» Lui si è arrampicato. «Resta così. Stavi finendo. Finisci.» Il getto è ripartito, più piano. Poi: «Apriti. Con le dita. Come ieri.» Ho sentito il fruscio, un verso suo. Quando è uscito mi ha detto: «Bella fica. Oggi se l’è aperta da sola.»
Elena è uscita con gli occhi lucidi. «Mi ha vista. Tutto. Gli ho fatto vedere. E tu eri fuori.» In macchina me l’ha detto: jeans alle caviglie, la testa di lui, il piscio, le dita che si apriva la fica, l’interno, quello che restava di me. Si è calata i jeans e me l’ha fatta guardare, ancora aperta. L’ho leccata. «La prossima volta non resta sul muro. E io non gli ho detto di no.» Siamo venuti così, io nei jeans, lei sulla mia bocca. «Domenica prossima. Tu fuori. E dopo mi racconti se stavolta è sceso.»
Parte 6. La domenica in cui scende
Per una settimana, a letto, diceva solo «domenica». Al lago le bici c’erano già. Niente mutandine. «Fuori. Come l’altra volta.» È entrata. Lui è entrato e non si è arrampicato. «In ginocchio sulla tazza. Culo verso di me.» Poi: «Piscia.» Il getto spezzato, lei a quattro zampe, lui dietro. «Resta. Non ti pulire.» Cerniera, sputo, e il gemito di lei quando è entrato. La scopava da dietro, fica bagnata di pipì. Ha detto «l’ano», lei «no», poi un verso strozzato. Non sono entrato.
È uscito per primo. «È stretta. Anche dietro, se la tieni ferma.» In macchina Elena si è calata i jeans. Sperma e pipì che colavano fino all’ano, lucido ma chiuso. «Non è entrato. Ha solo spinto. Io gliel’ho lasciato fare finché non sono venuta.» L’ho leccata mentre raccontava: natiche aperte, piscio sulle dita di lui, cazzo fino in fondo, cappella sul buchetto, dita nella fica, venuti così. Poi si è seduta sul mio cazzo, piena di lui. «Uno guardava. La porta era socchiusa. Tu eri fuori e lui era dentro e un altro guardava.» Sono venuto aggiungendo il mio. Nello specchietto il cappuccio era fermo. «Domenica prossima la porta resta aperta.
Cielo coperto. Jeans slacciati, niente mutandine. «Tu resti sulla porta. Se entra qualcuno, non la chiudi.» La porta è rimasta accostata. Dalla fessura l’ho vista salire in ginocchio sulla tazza, culo verso di me. Lui è entrato, le ha aperto le natiche. «Piscia.» Getto in giù, dita di lui sulle natiche. Poi l’ha penetrata, pollice sull’ano, e ha guardato me dalla fessura senza fermarsi. Uno degli altri si è messo sull’altra parte della porta e ha guardato. Elena li ha visti e non ha chiuso le gambe. Si toccava. Lui è venuto dentro, lei subito dopo. «È ancora aperta» ha detto uscendo.
In macchina, fica piena, mi ha messo la mano lì. «La prossima volta minigonna, calze, stivali. E quello sulla porta entra. Tu resti dove sei. E mi dici se mi ha toccata o se ha solo guardato.»
Elena è uscita con gli occhi lucidi. «Mi ha vista. Tutto. Gli ho fatto vedere. E tu eri fuori.» In macchina me l’ha detto: jeans alle caviglie, la testa di lui, il piscio, le dita che si apriva la fica, l’interno, quello che restava di me. Si è calata i jeans e me l’ha fatta guardare, ancora aperta. L’ho leccata. «La prossima volta non resta sul muro. E io non gli ho detto di no.» Siamo venuti così, io nei jeans, lei sulla mia bocca. «Domenica prossima. Tu fuori. E dopo mi racconti se stavolta è sceso.»
Parte 6. La domenica in cui scende
Per una settimana, a letto, diceva solo «domenica». Al lago le bici c’erano già. Niente mutandine. «Fuori. Come l’altra volta.» È entrata. Lui è entrato e non si è arrampicato. «In ginocchio sulla tazza. Culo verso di me.» Poi: «Piscia.» Il getto spezzato, lei a quattro zampe, lui dietro. «Resta. Non ti pulire.» Cerniera, sputo, e il gemito di lei quando è entrato. La scopava da dietro, fica bagnata di pipì. Ha detto «l’ano», lei «no», poi un verso strozzato. Non sono entrato.
È uscito per primo. «È stretta. Anche dietro, se la tieni ferma.» In macchina Elena si è calata i jeans. Sperma e pipì che colavano fino all’ano, lucido ma chiuso. «Non è entrato. Ha solo spinto. Io gliel’ho lasciato fare finché non sono venuta.» L’ho leccata mentre raccontava: natiche aperte, piscio sulle dita di lui, cazzo fino in fondo, cappella sul buchetto, dita nella fica, venuti così. Poi si è seduta sul mio cazzo, piena di lui. «Uno guardava. La porta era socchiusa. Tu eri fuori e lui era dentro e un altro guardava.» Sono venuto aggiungendo il mio. Nello specchietto il cappuccio era fermo. «Domenica prossima la porta resta aperta.
Cielo coperto. Jeans slacciati, niente mutandine. «Tu resti sulla porta. Se entra qualcuno, non la chiudi.» La porta è rimasta accostata. Dalla fessura l’ho vista salire in ginocchio sulla tazza, culo verso di me. Lui è entrato, le ha aperto le natiche. «Piscia.» Getto in giù, dita di lui sulle natiche. Poi l’ha penetrata, pollice sull’ano, e ha guardato me dalla fessura senza fermarsi. Uno degli altri si è messo sull’altra parte della porta e ha guardato. Elena li ha visti e non ha chiuso le gambe. Si toccava. Lui è venuto dentro, lei subito dopo. «È ancora aperta» ha detto uscendo.
In macchina, fica piena, mi ha messo la mano lì. «La prossima volta minigonna, calze, stivali. E quello sulla porta entra. Tu resti dove sei. E mi dici se mi ha toccata o se ha solo guardato.»
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