Il tramezzo

scritto il 2026-10-05 tempo di lettura 5 min

di
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voyeur
cura
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Il lungolago era quasi vuoto. Camminavamo da un’ora, lei che si faceva chiamare Elena, io Matteo, un gioco stupido inventato all’uscita di casa. Ventitré anni, coetanei. Lei aveva i jeans chiari attillati sui fianchi, il maglione ruggine che le arrivava a metà culo, il cappotto aperto. Io jeans, camicia, maglione e giubbotto. A un tratto si è fermata, ha stretto le cosce e ha fatto una smorfia.
«Devo fare pipì. Non ce la faccio più.»
I bagni pubblici stavano a ridosso della spiaggetta: cemento grezzo, due porte di metallo, una feritoia alta sopra ogni water per l’aria. Le ho preso il cappotto. È entrata in quello delle donne. Ho sentito la serratura, poi il fruscio dei jeans che scendevano. Sono rimasto fuori, appoggiato al muro.
Tre bici sono arrivate dal sentiero. Ragazzi sui vent’anni, giubbotti scuri, uno con il cappuccio calato. Si sono fermati a pochi metri. Quello col cappuccio ha lasciato la bici, ha spinto la porta del bagno delle donne ed è entrato. Ho pensato che avesse sbagliato, o che avesse troppa fretta per badarci. Poi ho sentito il rumore delle suole sul tramezzo. Un grattare, un tonfo, il respiro che cambiava. Ho alzato la testa verso la feritoia. C’era la sua. Capelli scuri, fronte china, mani aggrappate al bordo del muro. Si era arrampicato sulla parete divisoria e stava a cavalcioni, il busto sporto in avanti, a guardare giù nel water di lei.
Dentro Elena si era già sistemata. Jeans e mutandine calati alle caviglie, maglione tirato su fino ai reni, culo completamente nudo, piegata in avanti sulla tazza con le cosce larghe. Il piscio è partito di colpo. Un getto grosso, continuo, che le usciva dalla fica e batteva sull’acqua con un rumore pieno. Da quell’altezza lui vedeva tutto, e io, sentendo e immaginando, vedevo con lui. Le grandi labbra schiuse dalla pressione, il clitoride scoperto e lucido, il buco della fica che si apriva a ogni contrazione, il piscio che le colava lungo il perineo, le gocce che le finivano sull’ano e tra le natiche. Il culo era tondo, sodo, un po’ aperto dallo sforzo, le fossette ai lati, la pelle chiara arrossata dal freddo. Non si copriva. Non sapeva di essere guardata. Respirava a bocca aperta, le spalle curve, una mano appoggiata al muro per tenersi.
Lui non si muoveva. Lo sentivo respirare forte oltre la feritoia. Ogni tanto spostava il peso, le suole che grattavano il bordo. Guardava il getto che le usciva, la fica rosa spalancata, il modo in cui le labbra si muovevano intorno al piscio, il culo che tremava appena quando il flusso era più forte. Elena ha finito. È rimasta un attimo ferma, la fica ancora gocciolante, qualche filo di piscio che le scendeva lento verso l’interno coscia. Poi ha preso i fazzoletti umidificati dalla borsa. Li ho sentiti strappare. Se li è passati tra le labbra con calma, dal clitoride in giù, premendo, raccogliendo il bagnato, poi li ha infilati un poco dentro, tra le grandi labbra, strofinando l’ingresso, e infine più indietro, sul buchetto, tra le natiche, pulendo anche lì. Lui è rimasto fino all’ultimo. Ha visto le dita di lei sparire nella fica, tornare fuori lucide, passare sull’ano. Solo quando ha sentito la cerniera dei jeans è saltato giù.
La porta si è aperta. È uscito aggiustandosi il giubbotto. Mi è passato davanti, mi ha guardato dritto in faccia e ha sorriso, lento. Con la punta della lingua si è passato il labbro, come se avesse ancora davanti la fica di lei. Non ha detto una parola. È tornato dagli altri due, che aspettavano in sella e ridevano basso.
Elena è uscita un minuto dopo, tranquilla, le guance rosse per il freddo del cemento. «Mi dai il cappotto?» Gliel’ho messo sulle spalle. Si è sistemata il maglione, non sapeva niente. Mi ha preso il braccio e siamo andati verso la macchina.
Sulla sterrata che usciva dalla spiaggetta li abbiamo trovati fermi sul ciglio, le bici tra le gambe. Quello di prima ci ha fissati. Quando siamo passati ha tirato fuori la lingua, lunga, e l’ha puntata verso di lei, muovendola piano, mentre gli altri due sghignazzavano e uno faceva un gesto osceno con la mano tra le gambe. Elena si è girata, sorpresa. «Ma quello è normale? Mi ha fatto la lingua.»
«Lascia stare. Sono dei cretini.»
Ha scrollato le spalle e ha guardato la strada. Io no. Avevo il cazzo duro contro la cerniera, duro da farmi male a ogni passo. Continuavo a rivedere il quadro che quel porco si era preso dall’alto: Elena con i jeans alle caviglie, il maglione sollevato, il culo nudo sporto in fuori, le natiche appena aperte, la fica spalancata dal getto di piscio, le labbra rosa lucide, il clitoride in vista, l’ano bagnato dalle gocce, e poi le sue dita con i fazzoletti umidi che le strofinavano la fica, che le pulivano dentro le labbra, che le passavano sul buchetto. Lui aveva visto tutto. L’aveva guardata pisciare e asciugarsi senza che lei se ne accorgesse, e uscendo mi aveva sorriso come per dirmi che il culo e la fica della mia ragazza, per quei minuti, erano stati suoi. In macchina non sono riuscito a far scendere l’erezione. Ogni volta che chiudevo gli occhi rivedevo quella testa oltre il tramezzo e, sotto, lei offerta, nuda, gocciolante, ignara.
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