Io e la mia ragazza in autostrada (parte 2)
scritto il 2026-10-17 tempo di lettura 5 min
di
Antony965
genere
esibizionismo
cura
A+
Arrivammo a un’area di sosta quasi deserta, poco prima di Arezzo. Il sole era quasi sparito dietro le colline e la luce era diventata arancione, bassa. Parcheggiai in fondo al piazzale, lontano dalle poche macchine, e spensi il motore. Lei non disse niente. Si sfilò del tutto la maglietta verde, la buttò sul sedile posteriore e si alzò la minigonna fino alla vita, arrotolandola sui fianchi. Le mutandine erano zuppe, il tessuto scuro e appiccicato. Se le sfilò lentamente, le piegò e le appoggiò sul cruscotto, proprio davanti a noi. La fica era già lucida, le grandi labbra gonfie e aperte, il clitoride sporgente. Si mise a cavalcioni su di me, di fronte, le ginocchia sui sedili, il seno nudo all’altezza della mia bocca.
Il cazzo le scivolò dentro al primo affondo. Era così bagnata che non ci fu quasi resistenza: le pareti calde e viscide lo avvolsero fino in fondo. Cominciò a muoversi piano, le mani appoggiate al poggiatesta dietro di me, il culo che mi batteva contro le cosce a ogni discesa. Io le succhiavo i capezzoli a turno, li tiravo con i denti, glieli leccavo fino a farli diventare duri e lucidi di saliva. Con le mani le stringevo le natiche, le allargavo per sentire meglio quanto era aperta intorno al cazzo. Ogni tanto lei si sollevava quasi del tutto, lasciando che la cappella uscisse e poi si riaffondasse con un suono umido, e il succo le colava lungo l’asta e sui miei coglioni.
Fu allora che lo vidi, dietro di noi.
A una decina di metri c’era un furgone bianco parcheggiato in obliquo. Un uomo sulla quarantina, magro, capelli corti, era sceso e si era messo di lato, mezzo nascosto dalla portiera aperta. Aveva i pantaloni e le mutande abbassati fino alle ginocchia. Il cazzo era già duro, scuro, e se lo stava segando con la mano destra, su e giù, senza fretta all’inizio. Lo sguardo era fisso dentro la nostra macchina. Non cercava di nascondersi del tutto: ogni tanto si spostava di lato per vedere meglio, soprattutto quando lei si sollevava e il seno le dondolava o quando il culo le si apriva.
Lei se ne accorse quasi subito. Seguì il mio sguardo, vide l’uomo e si bloccò un istante, il cazzo ancora dentro di lei fino in fondo. Poi, invece di coprirsi, si girò leggermente di tre quarti, appoggiò una mano sul cruscotto e cominciò a muoversi più lentamente, in modo che lui potesse vedere bene. Si sollevava piano, lasciando che il cazzo uscisse quasi del tutto, lucido e gocciolante, poi si risedeva con forza, le labbra della fica che si chiudevano intorno all’asta. Si morse il labbro inferiore, i capezzoli ancora più tesi. Con l’altra mano si allargò le grandi labbra con due dita, esponendo il clitoride e l’ingresso stretto intorno a me.
L’uomo accelerò. La mano andava più veloce, il pollice che gli passava sulla cappella a ogni salita. Si vedeva chiaramente che era vicino: le gambe gli tremavano, la testa gli cadeva un po’ in avanti, ma non smetteva di guardare. Lei lo fissava dritto negli occhi mentre continuava a cavalcarmi. Si chinò in avanti, il seno che dondolava, e cominciò a gemere più forte, apposta. Io le stringevo i fianchi e spingevo dal basso, il cazzo che le batteva in fondo a ogni colpo.
Quando l’uomo venne, lo fece con un gemito rauco. Schizzò sul proprio pugno, sulla portiera del furgone e un po’ anche a terra, fiotti bianchi e densi che gli colavano sulle dita. Lei lo vide e venne anche lei, subito dopo. Le pareti della fica si contrassero forte intorno al cazzo, a ondate, e un getto caldo del suo succo mi bagnò i coglioni e il sedile. La testa le cadde all’indietro, la bocca aperta, un gemito lungo e roco. Io la seguii pochi secondi dopo: le afferrai le natiche, la tirai giù fino in fondo e le venni dentro, i coglioni che si contraevano, lo sperma che le riempiva la fica mentre lei continuava a muoversi piano per non perderne neanche una goccia. Ne uscì un po’ quando si sollevò, bianco e denso, che le colò lungo l’asta e sulla coscia.
L’uomo si era già tirato su i pantaloni, ma non se n’era andato. Si stava pulendo la mano con un fazzoletto, il cazzo ancora mezzo duro, e continuava a guardare. Lei si staccò da me con un suono umido e vischioso, lo sperma che le usciva e le colava sulla coscia e sul sedile. Si sedette al posto del passeggero senza coprirsi, le gambe ancora aperte, e si pulì con calma con un fazzoletto, le dita che le entravano dentro per raccogliere quello che usciva. Le mutandine restarono sul cruscotto. Prima di rimettersi la maglietta, nuda dalla vita in su, gli fece un cenno con la testa, quasi un saluto. Lui annuì, si sistemò e risalì sul furgone.
Quando ripartimmo il cielo era già viola. Lei appoggiò la testa contro il finestrino, una mano ancora tra le cosce, le dita che si muovevano piano sulla fica ancora sporca di sperma, e chiuse gli occhi. Stavolta, forse, dormiva davvero. Io tenevo lo sguardo sulla strada, ma ogni tanto controllavo lo specchietto: il furgone bianco ci seguì per un paio di chilometri, poi svoltò e sparì.
Il cazzo le scivolò dentro al primo affondo. Era così bagnata che non ci fu quasi resistenza: le pareti calde e viscide lo avvolsero fino in fondo. Cominciò a muoversi piano, le mani appoggiate al poggiatesta dietro di me, il culo che mi batteva contro le cosce a ogni discesa. Io le succhiavo i capezzoli a turno, li tiravo con i denti, glieli leccavo fino a farli diventare duri e lucidi di saliva. Con le mani le stringevo le natiche, le allargavo per sentire meglio quanto era aperta intorno al cazzo. Ogni tanto lei si sollevava quasi del tutto, lasciando che la cappella uscisse e poi si riaffondasse con un suono umido, e il succo le colava lungo l’asta e sui miei coglioni.
Fu allora che lo vidi, dietro di noi.
A una decina di metri c’era un furgone bianco parcheggiato in obliquo. Un uomo sulla quarantina, magro, capelli corti, era sceso e si era messo di lato, mezzo nascosto dalla portiera aperta. Aveva i pantaloni e le mutande abbassati fino alle ginocchia. Il cazzo era già duro, scuro, e se lo stava segando con la mano destra, su e giù, senza fretta all’inizio. Lo sguardo era fisso dentro la nostra macchina. Non cercava di nascondersi del tutto: ogni tanto si spostava di lato per vedere meglio, soprattutto quando lei si sollevava e il seno le dondolava o quando il culo le si apriva.
Lei se ne accorse quasi subito. Seguì il mio sguardo, vide l’uomo e si bloccò un istante, il cazzo ancora dentro di lei fino in fondo. Poi, invece di coprirsi, si girò leggermente di tre quarti, appoggiò una mano sul cruscotto e cominciò a muoversi più lentamente, in modo che lui potesse vedere bene. Si sollevava piano, lasciando che il cazzo uscisse quasi del tutto, lucido e gocciolante, poi si risedeva con forza, le labbra della fica che si chiudevano intorno all’asta. Si morse il labbro inferiore, i capezzoli ancora più tesi. Con l’altra mano si allargò le grandi labbra con due dita, esponendo il clitoride e l’ingresso stretto intorno a me.
L’uomo accelerò. La mano andava più veloce, il pollice che gli passava sulla cappella a ogni salita. Si vedeva chiaramente che era vicino: le gambe gli tremavano, la testa gli cadeva un po’ in avanti, ma non smetteva di guardare. Lei lo fissava dritto negli occhi mentre continuava a cavalcarmi. Si chinò in avanti, il seno che dondolava, e cominciò a gemere più forte, apposta. Io le stringevo i fianchi e spingevo dal basso, il cazzo che le batteva in fondo a ogni colpo.
Quando l’uomo venne, lo fece con un gemito rauco. Schizzò sul proprio pugno, sulla portiera del furgone e un po’ anche a terra, fiotti bianchi e densi che gli colavano sulle dita. Lei lo vide e venne anche lei, subito dopo. Le pareti della fica si contrassero forte intorno al cazzo, a ondate, e un getto caldo del suo succo mi bagnò i coglioni e il sedile. La testa le cadde all’indietro, la bocca aperta, un gemito lungo e roco. Io la seguii pochi secondi dopo: le afferrai le natiche, la tirai giù fino in fondo e le venni dentro, i coglioni che si contraevano, lo sperma che le riempiva la fica mentre lei continuava a muoversi piano per non perderne neanche una goccia. Ne uscì un po’ quando si sollevò, bianco e denso, che le colò lungo l’asta e sulla coscia.
L’uomo si era già tirato su i pantaloni, ma non se n’era andato. Si stava pulendo la mano con un fazzoletto, il cazzo ancora mezzo duro, e continuava a guardare. Lei si staccò da me con un suono umido e vischioso, lo sperma che le usciva e le colava sulla coscia e sul sedile. Si sedette al posto del passeggero senza coprirsi, le gambe ancora aperte, e si pulì con calma con un fazzoletto, le dita che le entravano dentro per raccogliere quello che usciva. Le mutandine restarono sul cruscotto. Prima di rimettersi la maglietta, nuda dalla vita in su, gli fece un cenno con la testa, quasi un saluto. Lui annuì, si sistemò e risalì sul furgone.
Quando ripartimmo il cielo era già viola. Lei appoggiò la testa contro il finestrino, una mano ancora tra le cosce, le dita che si muovevano piano sulla fica ancora sporca di sperma, e chiuse gli occhi. Stavolta, forse, dormiva davvero. Io tenevo lo sguardo sulla strada, ma ogni tanto controllavo lo specchietto: il furgone bianco ci seguì per un paio di chilometri, poi svoltò e sparì.
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