31 ottobre 2026, ore 23:15 - Halloween

scritto il 2026-10-31 tempo di lettura 4 min

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genere
Confessioni
cura
A

Stavolta è “collassato” lui: Giacomo dorme sul sedile del passeggero, io ho bevuto meno, ma preferisco aspettare ancora un po' prima di guidare.

Siamo partiti da casa gasatissimi, lui era letteralmente Vincent Vega, io una Mia Wallace post overdose un po' tracagnotta ma credibile: parrucca spettinata, trucco sfatto, sangue finto dal naso… la camicetta bianca era abbastanza aperta da lasciar vedere il punto rosso sul cuore fatto col pennarello.

«Sei sicuro che non è troppo?»

«Sei perfetta!»

«Ma… senza reggiseno?»

«Perfetta!»

A Senigallia abbiamo svoltato per l'entroterra e, dopo pochi chilometri, siamo arrivati a Corinaldo, la “Capitale Italiana di Halloween”. Modesti.

La festa era veramente bella: piena di gente, poca luce, tanta musica. Ci siamo buttati in una pista improvvisata e abbiamo rifatto il balletto del film, lo avevamo preparato con cura a casa. Un successone! Ci chiedevano il bis, ci scattavano foto. Il DJ è riuscito a trovare la musica originale rendendo il tutto ancora più realistico. Ci stavamo divertendo come due ragazzini innamorati.

Mentre andavamo a prendere qualcosa da bere sono passata davanti a una vetrina.

«Cazzo! Ma non mi dici niente?»

Giacomo si stava sbellicando dalle risate: «Te l'avevo detto che eri perfetta.»

Ero zuppa di sudore e la camicia era decisamente più sottile di quanto credessi. Il tessuto bianco si era appiccicato al petto ed era praticamente trasparente. I capezzoli induriti dall'aria fresca erano visibili come se non indossassi niente.

Mi sono guardata intorno. Un ragazzo alla mia sinistra ha smesso di parlare a metà frase. Una ragazza ha dato di gomito all’amica. Ho guardato Giacomo in malo modo.

Lui continuava a ridere: «Oggi qualcuno ha scattato delle bellissime foto».

Fanculo! Ho vuotato il bicchiere e sono tornata a ballare. Non ho abbottonato. Non mi sono coperta. Mi piaceva. Mi piaceva che mi guardassero e mi piaceva che lui fosse lì con me.

Abbiamo ballato e bevuto ancora un po', poi Giacomo mi ha preso per mano e mi ha trascinata in un vicolo appartato.

«Sei irresistibile.»

Dopo pochi passi era quasi buio. Giacomo si è fermato e mi ha baciata, le mani sotto la camicia sudata, sui seni nudi. Io gli ho aperto la cerniera dei pantaloni.

Mi sono inginocchiata.

Il terreno era freddo e un po’ umido. Sentivo passare la gente a pochi metri, voci, una ragazza che strillava per gioco. Avevo il cazzo di Giacomo in bocca e la camicia aperta, i capezzoli ancora duri per l’aria e per la situazione. L’ho succhiato come se fossimo soli. Lui teneva le mani sui miei capelli e li accarezzava delicatamente.

Ho sentito delle risate: «Ehi, Vincent… stavolta ti è andata bene, eh.»

Li ho ignorati e ho continuato a leccare e succhiare, lentamente, senza fretta. Quando è venuto ho ingoiato quasi tutto. Qualcosa mi è colato sul mento e sulla camicia. Mi ha rialzata, mi ha baciata, ha sistemato i pantaloni.

Siamo usciti dal vicolo tenendoci per mano come se non fosse successo niente. Qualcuno ci ha fatto i complimenti per i costumi. Avevo ancora la camicia sudata appiccicata al seno e il sapore di Giacomo in bocca.

Abbiamo ballato ancora. Bevuto ancora. La camicia non ha smesso di mostrare quello che voleva mostrare. Io continuavo a far finta di niente.

Ho proposto di mangiare qualcosa, ma Giacomo barcollava vistosamente e mi ha chiesto di accompagnarlo in macchina. Si è addormentato quasi subito.

L'ho osservato per un po' e gli ho dato un bacio sulla fronte. Poi ho preso il telefono e ho letto il messaggio che Paolo mi ha mandato qualche giorno fa:

«Ho voglia di rivederti.»

Ho aperto ancora un po' la camicetta e gli ho mandato un selfie.

Zoccola.



Eva.
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