Minigonna calze

scritto il 2026-10-05 tempo di lettura 3 min

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prime esperienze
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In macchina: minigonna nera che non copriva niente, calze autoreggenti col pizzo a metà coscia, stivali al ginocchio, maglione, niente mutandine. La fica non era rasata. Pelo scuro sul monte e ai lati delle labbra, clitoride che spuntava, già lucida. «Alza la gonna e ce l’ha in faccia. Col pelo. Non gliel’ho tagliato apposta.»
Ai bagni si è tolta il cappotto. È entrata senza chiudere. Si è appoggiata al muro, stivali larghi, gonna sui reni: natiche, cosce nude, fica non rasata, ano, tutto in vista. Il cappuccio le ha divaricato il culo coi pollici nel pelo, ha sputato tra le labbra e ha detto verso la porta: «Entra.» L’altro è entrato.
«Piscia.» Il getto le ha bagnato pelo, labbra, cosce, pizzo. Poi il cappuccio l’ha penetrata di colpo, fino alle palle, scopandola in piedi, il pelo che si schiacciava a ogni colpo. L’altro le ha messo il cazzo in bocca, poi è sceso: due dita sul clitoride in mezzo al pelo, pollice sull’ano, senza entrare. Il primo è venuto dentro. Lo sperma si è impigliato nel pelo. Il secondo è entrato nella fica piena, dita ancora sul clitoride, e lei è venuta con la fronte al muro. Anche lui è venuto dentro. È rimasta piegata, gonna su, peli incollati di piscio e di sperma, in vista dalla fessura.
L’altro, uscendo: «Gliel’ho aperto il pelo. Clitoride in mezzo. Ano solo premuto. Non scopato.» Elena è uscita rigida, calze smagliate, sperma tra i peli e sulle cosce, fino agli stivali. In macchina, gambe aperte: «L’hai vista. Non rasata. Aperta. Impiastricciata di tutti e due. Adesso mettici la bocca così, tra i peli.»
Parte 9. Fine
Ho leccato dal pizzo in su, nel pelo, dentro il buco largo, poi sull’ano. Lei teneva la nuca e raccontava: pollici nel pelo, piscio, il primo che la scopava, il secondo col cazzo in bocca e poi le dita sul clitoride, il pollice sul buchetto, la porta aperta, io sulla fessura. L’ho fatta venire così, due dita dentro, pollice sull’ano. Oltre il vetro le bici erano ancora lì. Il cappuccio guardava la macchina.
«Basta. Per oggi non esco. Non li chiamo. Adesso mi porti a casa. Mi scopi con le calze e gli stivali addosso, la gonna su, la fica non rasata, piena di loro. E lecchi finché non resta il tuo.»
Non ci hanno seguiti. A casa si è tolta solo il maglione, è salita a quattro zampe, stivali sul lenzuolo, gonna sui reni, fica offerta come sul muro. L’ho leccata ancora, poi sono entrato nello sperma degli altri e l’ho scopata tenendola per le calze. «Ti hanno tenuta aperta. Uno ti scopava, l’altro ti strofinava e ti premeva il buchetto. Io guardavo.» «E adesso.» «Adesso sono io.» Sono venuto dentro. Lei subito dopo, la faccia nel cuscino. Tutto le è colato tra le natiche, sui peli, sulla calza.
Ha girato la faccia, senza il nome falso. «Domenica non ci torniamo. Il bagno se lo tengono loro. La fica, adesso, te la tieni tu. Se la rivuoi così, gonna su, calze, stivali, pelo bagnato, aperta sul letto, me lo dici tu. Non loro.»
Fuori era buio. Il lago, il cemento, il tramezzo, restavano dove li avevamo lasciati. Le ho messo una mano sul culo, il pollice tra le natiche, e non le ho chiesto di tornare.
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