Io e la mia fidanzata (parte 3)

scritto il 2026-10-18 tempo di lettura 7 min

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genere
esibizionismo
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Ripartimmo con il cielo già viola. Lei teneva la testa contro il finestrino e le gambe aperte sotto la minigonna. Non si era rimessa le mutandine: le aveva lasciate sul cruscotto, appallottolate e umide. Un po’ di sperma le colava lento dalla fica, lungo la coscia. Senza aprire gli occhi lo raccoglieva con due dita e se lo spalmava sul clitoride, strofinando in cerchi lenti. Ogni tanto se le infilava dentro e le tirava fuori, poi se le leccava.
Dopo qualche chilometro aprì gli occhi, si girò e disse, la voce bassa:
«Mi è piaciuto che quello si segasse guardandomi. Quando è venuto ho sentito le pareti stringersi.»
Si alzò la gonna fino alla vita e allargò le cosce. Con una mano si aprì le labbra, mostrandomi quanto era ancora un po’ dilatata e sporca. Con l’altra mi prese il cazzo, già di nuovo duro, e cominciò a masturbarlo, il pollice che mi schiacciava la cappella. Prese le mutandine dal cruscotto, se le portò al naso, le annusò e le avvolse intorno all’asta. Continuò a segarmi con quel tessuto umido. Si chinò, mi leccò la cappella da sopra le mutandine, poi le spostò e me lo prese in bocca. La testa andava su e giù, la saliva che le colava sul mento. Ogni tanto si staccava e diceva «sei ancora duro».
A un tratto alzò la testa.
«Fermati. Voglio che mi scopi da dietro sul cofano. E voglio che qualcuno mi veda.»
C’era un’altra area di sosta più piccola, quasi buia. Parcheggiai in fondo, dietro gli alberi, e spensi le luci. Lei scese per prima, la gonna arrotolata sui fianchi, il culo nudo. Si appoggiò con le mani sul cofano, le gambe larghe, e si allargò un po’ le natiche. Io mi abbassai i pantaloncini e le entrai da dietro. Era bagnata. Cominciai a scoparla, le mani sui fianchi, le cosce che le sbattevano contro il culo. Lei gemeva a bocca aperta, la testa bassa sul cofano.
«Più forte», disse.
Sentimmo dei passi. Un uomo più giovane si era avvicinato nell’ombra. Si era già tirato fuori il cazzo e se lo stava segando mentre ci guardava. Lei lo vide. Invece di fermarsi, allargò un po’ di più le gambe e si abbassò sul cofano in modo che lui vedesse meglio.
«Vieni più vicino», gli disse. «Guardami.»
L’uomo si avvicinò a qualche metro, i pantaloni alle caviglie. Lei lo fissava e gemeva più forte. Io accelerai. Lei cominciò a venire, le gambe che tremavano, la fica che mi stringeva. L’uomo venne quasi nello stesso momento, schizzando a terra. Io la seguii subito dopo, affondando e venendo dentro. Quando mi staccai, un po’ di sperma le colò lungo le cosce e sul cofano.
Lei restò piegata in avanti, ansimando. Poi si raddrizzò, si pulì le cosce con le dita e se le leccò davanti all’uomo. Lui la guardava ancora, il cazzo mezzo duro in mano. Lei gli fece un cenno e risalì in macchina senza coprirsi del tutto. Si rimise le mutandine umide, le sistemò contro di sé e si abbassò la gonna. Quando ripartimmo appoggiò la testa al finestrino, una mano tra le gambe che premeva sul tessuto, e chiuse gli occhi.
Dopo qualche chilometro parlò di nuovo, senza aprire gli occhi.
«L’ho sentito venire. Quando ha schizzato ho stretto più forte.»
Si girò, si alzò la gonna e si spostò le mutandine di lato. La fica era ancora un po’ aperta, un filo di sperma che le colava. Se lo raccolse con le dita e se lo spalmò sul clitoride, poi se le infilò dentro. Mi prese la mano e se la mise tra le gambe. Due dita scivolarono dentro senza troppa resistenza. Era calda e viscida. Le mossi, sentendo il liquido che usciva intorno alle nocche. Lei si inarcò sul sedile e cominciò a muovere il bacino contro la mia mano.
«Più in fondo», mormorò.
Continuai a scoparla con le dita finché le gambe non cominciarono a tremarle un po’. Poi disse di fermarmi. Mi sbottonò i pantaloncini, tirò fuori il cazzo e se lo prese in bocca. Succhiava forte, la lingua intorno alla cappella, la saliva che colava. Ogni tanto si staccava e diceva che era ancora pieno di lei.
«Non venire in bocca», disse dopo un po’. «Voglio che me lo metti di nuovo dentro.»
Si raddrizzò, si sistemò le mutandine di lato e si aprì un po’ le labbra con le dita.
«Quando trovi un posto, fermati. Voglio che mi scopi così. Poi me le rimetto e me le tengo addosso.»
Continuò a toccarsi mentre guidavo, due dita che entravano e uscivano. Quando venne, la schiena si inarcò appena, un gemito le uscì dalla gola e un po’ di liquido le colò sulla mano e sul sedile. Restò ansimante, le gambe aperte.
«Ora trova un posto», disse.
Trovai uno sterrato stretto che scendeva verso un boschetto, poco dopo un cartello che indicava una cascina abbandonata. Spensi i fari e mi fermai sotto gli alberi. Il motore si spense. Per qualche secondo restammo in silenzio, solo il rumore del suo respiro e il ticchettio del cruscotto che si raffreddava.
Lei si slacciò la cintura senza parlare. Si alzò la gonna fino ai fianchi e si spostò le mutandine di lato con due dita. Erano già umide. Si mise a cavalcioni su di me, le ginocchia sul sedile, e si abbassò piano. Dovette guidarsi il cazzo con la mano: non entrò subito fino in fondo. Si fermò a metà, fece un piccolo movimento di aggiustamento e poi si sedette del tutto. Emise un sospiro basso.
«Aspetta un attimo», disse. «Sono ancora un po’ sensibile.»
Restò ferma, le mani sulle mie spalle. Sentivo il calore e la pressione. Dopo qualche secondo cominciò a muoversi, lenta. Si alzava di pochi centimetri e si riabbassava, trovando l’angolo. Ogni tanto si fermava e faceva piccoli cerchi con i fianchi. Un po’ di liquido le colava lungo l’asta e mi bagnava le palle.
«Così va meglio», mormorò. «Non spingere forte, fammi fare a me.»
Continuò a quel ritmo, le mani appoggiate al poggiatesta. Ogni tanto si chinava e mi baciava il collo. Io le tenevo i fianchi senza tirarla giù. Dopo un minuto accelerò un po’, i movimenti più corti. Il sedile cigolava. Lei si toccava il clitoride con due dita mentre continuava a muoversi.
Una macchina passò sulla provinciale. I fari illuminarono per un attimo le foglie e poi sparirono. Lei si fermò un secondo, poi riprese. Non disse nulla. Il respiro diventava più corto.
«Sto venendo», disse piano.
Le contrazioni arrivarono a ondate. Si fermò di colpo, la fronte appoggiata alla mia spalla, e restò così per qualche secondo, ansimando. Io venni poco dopo, tenendola ferma. Sentii le pulsazioni e poi il liquido che usciva lento intorno alla base quando il cazzo cominciò ad ammorbidirsi.
Lei si alzò con cautela. Un po’ di sperma le colò sulla coscia e sul sedile. Non se lo spalmò né se lo leccò. Si sistemò le mutandine, le tirò su e le sistemò contro di sé. Erano umide. Si abbassò la gonna e tornò sul suo sedile. Si passò una mano tra i capelli e appoggiò la testa al finestrino.
«Ho le gambe un po’ molli», disse dopo un momento. «E il sedile è sporco.»
Riavviai il motore. Lei restò in silenzio per un paio di chilometri, una mano appoggiata tra le cosce sopra la gonna. Poi parlò di nuovo, la voce normale.
«Quando arriviamo a casa mi serve una doccia. E forse un asciugamano sul sedile, se non vuoi che si macchi di più.»
Continuammo a guidare. L’odore di sesso restava nell’abitacolo. Lei chiuse gli occhi e non parlò più fino a quando non vedemmo le luci del paese.
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