La caduta di una moglie 2

scritto il 2026-10-06 tempo di lettura 7 min

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Da quella sera le banconote non rimasero biglietti da visita. Diventarono appuntamenti, e io smisi di aspettarli.
La seconda volta non fu a casa. Giovanni mi mandò l’indirizzo di un residence in periferia, tende sempre chiuse, odore di disinfettante nel corridoio. Arrivai con il completo da ufficio e, sotto la gonna, niente. Me n’ero accorta solo in macchina, cosce che si aprivano da sole e aria fredda sulla pelle nuda. Non era una dimenticanza. Era già un gesto. Ad aprire non fu solo lui: c’erano l’uomo della sera prima e un terzo, più giovane, mani nervose, sguardo che mi percorreva senza chiedere permesso. «Spogliati. Oggi non ti aiuto». Le dita mi tremavano sui bottoni per la fretta vergognosa di essere nuda prima che me lo ordinassero di nuovo. Quando restai in piedi al centro della stanza sentii qualcosa spezzarsi: non dolore, il permesso che mi davo da sola.
Mi inginocchiai prima che me lo chiedessero. La bocca cercò il primo pene e lo prese fino in gola con una fame che non riconoscevo. Il conato non c’era più. C’era il bisogno di averlo dentro, di far uscire quel verso umido. Mentre succhiavo, una mano mi aprì le natiche e due dita mi entrarono nell’ano senza olio; gemetti di richiesta, non di sopportazione, e spinsi indietro il sedere. Sul letto, a quattro zampe, Giovanni mi tenne la faccia contro il materasso mentre il più giovane mi scopava con colpi corti. L’altro mi spinse il membro tra le labbra. Non aspettai che mi guidassero: spinsi il bacino per farmi penetrare più a fondo e, nello stesso movimento, ingoiai fino al pube. Venni con un crampo che mi svuotò, un filo di urina lungo la gamba. Nessuno si fermò. La risata me ne strappò un secondo, più sporco.
Giovanni mi rovesciò sulla schiena, ginocchia al petto, glande contro l’ano. «Chiedilo». La voce non sembrava mia. «Mettimelo nel culo. Tutto. Non aspettare». Entrò con una spinta. Il bruciore durò un istante; poi solo la pienezza, l’essere aperta fino a un punto che Paolo non aveva mai visto. Mentre mi scopava, un altro mi venne in faccia e io tenni la bocca aperta, lingua fuori, occhi aperti, perché volevo vedere quanto ero ridotta e perché quella vista mi faceva cercare ancora. Quando venne dentro, lo sentii colare e invece di chiudere le gambe le tenni aperte, due dita a spalancarmi per non perdere neanche una goccia.
Tornai all’alba. Paolo dormiva. Mi infilai nel letto senza lavarmi, odore degli altri ancora sulla pelle, e gli portai la mano in mezzo alle gambe, dove ero ancora aperta e umida di un seme che non era il suo. Non si svegliò. Io sì, per ore, a raccogliere quello che restava e a portarmelo alla bocca nel buio, incapace di smettere e incapace di voler smettere.
Due giorni dopo non aspettai la chiamata. Dal bagno, porta chiusa, mano già sotto la camicia da notte, scrissi io: «Portane un altro. Uno che non conosco. Voglio non poter più dire di no». Il motel sulla tangenziale aveva il condizionatore che tossiva e lenzuola già usate. Arrivai mezz’ora prima, mi spogliai, piegai i vestiti come se dovessi restare e mi sedetti sul bordo del letto a gambe aperte, senza toccarmi, per sentire quanto a lungo riuscivo a restare così. Quando la porta si aprì Giovanni non era solo: un uomo sulla cinquantina, pancia, dita grosse; un altro più giovane, silenzioso, tatuaggio sbiadito sull’avambraccio. «È lei. Fate come vi pare. Lei non dice più di no». Quella frase, detta davanti a estranei, mi attraversò il ventre. Non chiesi i nomi. Andai verso il più anziano e gli slacciai la cintura io stessa, gesto quasi domestico, e proprio per questo mi bruciò in faccia. Lo presi in bocca in ginocchio mentre l’altro mi leccava l’ano; spinsi indietro per farmi entrare la lingua, e dalla gola uscì un verso che non avevo mai fatto neppure da sola.
Non c’era più la donna che piangeva per il dolore. C’era un corpo che si irritava se un orifizio restava vuoto. Quando mi penetrarono l’ano non strinsi i denti: allentai, e dissi, bocca ancora occupata, di non fermarsi se piangevo, perché quelle lacrime non erano un no. Erano il troppo. Vennnero uno dopo l’altro, vagina e ano, e io restai a quattro zampe a contrarmi apposta per non trattenerli. Giovanni non mi toccò. Mi mise in mano una quarta banconota. «Domani sera. Stesso posto. Stavolta vieni già pronta. Voglio vederti entrare che ti si legge in faccia cosa sei venuta a fare».
A casa Paolo era sotto la doccia. Entrai nel box, mi inginocchiai e glielo presi fino in fondo, con una foga che lo fece appoggiare alle piastrelle. Non era lui che cercavo. Era il gesto: vedere se la bocca, ormai allenata ad altro, riusciva ancora a essere solo sua. Venne troppo in fretta. Ingoiai tutto guardandolo negli occhi. Disse che non mi aveva mai vista così. Sorrisi. Dentro, il sorriso era un’altra porta che si chiudeva. Quella notte non dormii. Accanto al suo respiro contavo non i giorni del matrimonio, ma gli orifizi già offerti e quelli che ancora non avevo offerto insieme. Ogni limite superato ne rendeva visibile un altro, e il corpo, invece di saziarsi, imparava a bagnarsi al solo pensiero di oltrepassarlo.
La quarta sera entrai che mi si leggeva in faccia. Sotto la gonna solo i collant, e nel tragitto me li ero già abbassati fino a metà coscia, una mano fra le gambe non per venire, solo per arrivare già sporca di me. Giovanni vide le calze arrotolate e rise piano. «Così. Adesso sì». Dentro erano in quattro. Li contai dopo, quando bocche e mani non bastavano più a coprire tutti i punti che volevo occupati. Mi spogliarono in piedi; la gonna restò alle caviglie come un ostacolo inutile. In ginocchio sul pavimento, uno in bocca, uno in mano, uno strofinato sulla guancia già bagnata di saliva, il quarto sul letto ad aspettare. Invece di sentirmi osservata, sentii la rabbia di non averlo ancora addosso.
Non chiesi più il permesso di venire. Venni mentre mi scopavano la bocca, dita piantate nell’ano e pollice nella vagina, e il primo orgasmo non mi svuotò: mi aprì. Dopo volli di più. Gambe spalancate e tenute ferme, dissi di alternarsi senza pulirmi. Il primo venne nella vagina in pochi colpi; il secondo spinse nel seme ancora caldo; il terzo volle l’ano e io gli guidai il pene con la mano, aprendomi da sola, perché il bruciore era diventato il segnale che stavo facendo la cosa giusta. Al quarto chiesi di non entrare. Gli chiesi di venirmi in faccia e in bocca mentre gli altri guardavano, perché volevo sentirmi ridotta a quello e perché il ridicolo, il disgusto, l’odore non mi frenavano più. Mi acceleravano.
Giovanni si avvicinò solo alla fine. Mi passò due dita sulla lingua, raccolse quello che mi colava dal mento e me lo spinse di nuovo in gola. «Domani non venire qui. Vieni in ufficio da me, all’ora di pranzo. Con i vestiti del lavoro. E non ti lavare stanotte».
A casa feci la doccia lo stesso, poi mi odiai per averla fatta. Paolo mi baciò sulla bocca; gliela aprii, e per un istante ebbi paura che sentisse un sapore che non era il mio. Non sentì nulla, o non volle. Nel buio mi masturbai senza cercare di essere silenziosa, due dita nell’ano, palmo sulla vulva ancora gonfia, e quando venni gli morsi la spalla per non gridare il nome di nessuno. La mattina dopo, allo specchio, non cercai la donna di un anno prima. Cercai i segni: labbro un po’ gonfio, rossore sul collo, andatura più larga. Li trovai. E invece di coprirli slacciai un bottone in più della camicetta, perché all’ora di pranzo Giovanni li vedesse e capisse che non stavo più trattenendo niente.
La trasformazione non fu un proposito. Fu l’assenza di freno. Non aveva un punto d’arrivo, solo una direzione: ogni volta che credevo di aver toccato il fondo, il fondo si spostava, e io ci andavo dietro senza più chiedermi se sarei riuscita a tornare.
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