Il gioco dei Ruoli | 1 | Il più strano degli Speed Dates

scritto il 2026-10-27 tempo di lettura 17 min

di
genere
confessioni
cura
A+

Di Jan Zarik e Peanut Butter

[“Ci sono storie che non puoi iniziare dal principio: devi prima vederne la fine, toccarne la parte più nuda e cruda, per capire davvero come sia potuto cominciare tutto quel gioco.”

Questo racconto è il prequel che ha ispirato la scrittura di “Anatomia di un incontro casuale” di Peanut Butter, pubblicato ieri.
Se non avete mai sentito parlare di certe pratiche, state tranquilli: c’è sempre una prima volta. Se infine vi sentite scossi da certe locuzioni o rappresentazioni, lo apprezziamo: Significa che questo divertissement sarà servito a qualcosa.

In questa storia di cinque episodi, Peanut Butter ha curato la prospettiva di Elena, Jan Zarik ha scritto le parti di Jacopo e strutturato i capitoli. Il resto dei personaggi è sorto spontaneamente dall’unione delle due penne, frutti del miscuglio di fantasie e sensazioni.

Buona lettura.
PB e JZ]



Capitolo 1: Il più strano degli Speed Dates

-LEI-

Non avrei mai pensato di ritrovarmi qui. Se tre giorni fa qualcuno mi avesse detto che sarei finita in un sotterraneo illuminato di rosso, strizzata in un corsetto di vinile scuro che mi stringe un po' il seno, gli avrei riso in faccia.
È tutta colpa di Sara. "Dai, è solo uno Speed Date particolare! È divertente, ci andiamo per gioco, ci beviamo un gin tonic e ci facciamo due risate!", mi aveva detto. Poi lei è sparita due tavoli più in là, e io sono rimasta qui, seduta a questo piccolo tavolo di ferro battuto, col cuore che mi batteva un po' troppo forte contro le stecche del corsetto.

-LUI-

Dopo troppi mesi a lavorare, rispettare scadenze, cercare di essere socialmente integerrimo, il bisogno atavico di scendere nel dungeon dei miei desideri si è acceso un’altra volta. Ed eccomi qui, dunque, stranamente a mio agio, nonostante sia un ambiente nuovo. Ne avevo sentito parlare a cena con amici, uno tra tutti, Marco, mi aveva accennato l’esistenza di questi speed date atipici, un po’ kinky. Non pensavo potesse esserci tanto seguito. Ero convinto avrei trovato solo altre due persone oltre me, e invece ci sono decine di tavoli gremiti, mi aggiro a guardare le donne ai tavoli, chi più slanciata, provocante, chi più ritenuta, indecisa. Mi concentro sui loro dettagli, i capelli raccolti, tenuti sciolti sulle spalle.

-LEI-

Prima di varcare la porta, mentre eravamo ancora al banco dell'accoglienza, Sara mi ha dato una sorta di corso di sopravvivenza accelerato: "Prima regola: niente nomi veri, usa uno pseudonimo per proteggere la tua privacy. Seconda regola: niente giri di parole sul lavoro o sui tuoi hobby banali, qui si va dritti al punto. E terza regola: sii onesta sulle schede, la trasparenza è tutto."
Così sono diventata Elena. Un nome di fantasia scelto al volo, un abito di scena per una sera.
Cerco Sara con lo sguardo: si è già accomodata due tavoli più in là, con un drink in mano, e mi lancia un'occhiata d'intesa con un pollice alzato, come a dirmi “tranquilla, andrà benissimo”. Tiro un sospiro per sciogliere la tensione e ripasso con le dita la targhetta che mi hanno consegnato all'ingresso, dove ho scritto a pennarello nero le mie risposte un po' improvvisate ma sincere:
ELENA — SWITCH / PSYCHOLOGICAL / ROLEPLAY / DIRTY TALK.
I primi due incontri volano via in una bolla di strano imbarazzo e risate trattenute: il primo ragazzo era troppo timido per andare oltre i concetti base, il secondo fin troppo teatrale e focalizzato sugli impatti pesanti, lontanissimo dal mio mondo. Poi arriva il terzo turno.

-LUI-

Una voce tranquilla e accomodante, come da maitre di ristorante, ci invita a prendere posto. Io, nel frattempo, mi ero aggirato lungo i tavoli con lentezza, pur riconoscendo una specie di tensione interna, spinto da una curiosità e una propensione all’ignoto. La mia matita a un certo si placa, quando il mio sguardo si posa sul corpetto della donna di fronte a me. La sedia al suo tavolo è vuota.
Lei ha uno sguardo sospeso, eppure colgo del magnetismo.
Avvicino la sedia a me e mi accomodo. “Ciao…!” le allungo una mano. “Piacere, sono Jacopo.”

-LEI-

Una presenza ferma e composta rompe i miei pensieri. L'uomo che si avvicina ha un'eleganza essenziale. Indossa una camicia bianca immacolata lasciata aperta sul collo senza cravatta, sotto una giacca nera, pantaloni neri. I capelli sono rasi, brizzolati.
Un orologio con quadrante bianco immacolato e il cinturino in pelle nera. Quest'uomo ha gusto, sa cosa indossa e cura i particolari senza bisogno di ostentarli.
Prima ancora di sedersi, il suo sguardo scivola verso il basso, posandosi per un istante prolungato sulla scollatura del corsetto. Lo fa con una lentezza calcolata, senza fretta, registrando ogni dettaglio della scollatura. Beccato, penso tra me e me, con una scossa d'adrenalina che mi parte dritta dallo stomaco. Sorrido. Dopotutto, quel corsetto non l'ho scelto per caso, se c'è una serata intera pensata per il mantra del «if you've got them, flaunt them», è proprio questa. Vedere che un uomo elegante nota esattamente ciò che volevo mostrare mi dà una scarica immediata di potere, un'iniezione di pura sicurezza che spazza via ogni residuo di esitazione.
Avvicina la sedia a me e si accomoda con gesti calmi, misurati. Solo allora i suoi occhi risalgono a cercare i miei, con un'attenzione controllata e presente. «Ciao…!» dice, allungandomi una mano con un sorriso accennato. «Piacere, sono Jacopo.»
«Piacere, Elena,» rispondo, godendomi il suono di quel nome finto che da stasera mi calza a pennello.

-LUI-

La vedo sorridere in modo composto, accennato. intuisco che la mia presenza risulta accettabile, anzi credo si possa desumere dal suo movimento di spalle e slancio dei capelli che si sia resa conto che buona parte di questo primo istante è legato al suo apparire:
"Arousing skills/details: LUSTY AND/OR GLAMOUR DRESS" scrivevo in una parte della mia scheda, non pensando che avrei trovato proprio quel tipo di esempio di fronte a me, portato con la naturalezza e appropriatezza che le circostanze pretendono. So anche che ha notato il mio orologio, cosa della quale sono soddisfatto perché tra tutti gli accessori è quello che può descrivermi meglio: Il fondamentale sta nel dettaglio, la bellezza sta nel semplice, la funzione è anche estetica.
"Piacere Elena" risponde, il suo timbro vocale è soave, vibra in modo elegante nella sua bocca, incede qualche frazione di secondo sul proprio nome, come se volesse farmelo ricordare. Ho sentore che lo ricorderò.
Non ho mai avuto un particolare vezzo per il mio primo nome, stra-abusato e difficile da ricordare poiché molto diffuso, per cui ho scelto di affidarmi al secondo nome, che quasi nessuno usa ma che in questi casi posso sfruttare per vestire e giocare come voglio. O come Jacopo vuole.
"Il tuo corpetto è molto bello. Ci tengo a dirtelo."

-LEI-

La sua voce è calda, con un timbro profondo. In una frazione di secondo la mia mente comincia a correre a trecento all'ora, sovrapponendo pensieri veloci, disordinati ed elettrizzanti. Questa serata doveva essere solo un gioco privo di aspettative, una scommessa azzardata nata davanti a un aperitivo con Sara. E invece ora mi ritrovo davanti un uomo indubbiamente affascinante, curato, dall'aria magnetica. Ma perché tipi così non mi capitano mai quando sono in giro per i miei viaggi di lavoro? Mi chiedo con una punta di amara ironia. Nei soliti bar degli hotel o sui voli aerei trovo solo manager stanchi o pendolari inespressivi; qui, in un sotterraneo BDSM con un nome inventato addosso, mi ritrovo davanti Jacopo.
«Grazie,» rispondo «Apprezzo che tu l'abbia notato. E soprattutto che tu l'abbia detto.»
Lui finisce di accomodarsi sulla sedia. Lo osservo ancora, senza nascondermi: c'è un'armonia precisa nelle sue movenze, una disinvoltura elegante che non scivola mai nella spavalderia. Il modo in cui adagia i gomiti sul tavolo, la postura dritta ma rilassata della giacca, il contrasto tra il tessuto della camicia e il tono scuro della pelle.
Poi, un colpo sordo e brutale rompe l'incantesimo.
GONG.
I cinque minuti ufficiali del colloquio sono iniziati. Qui dentro il tempo è un lusso e non c'è davvero un solo secondo da perdere.
Basta sguardi interlocutori, basta convenevoli. Abbasso gli occhi di scatto sul suo petto per leggere sul badge i suoi fetish , curiosa di scoprire cosa si nasconda dietro quell’aria così impeccabile.

-LUI-

Il gong dell’inizio dei cinque minuti di tempo sorprende entrambi. Seguo con lo sguardo il movimento della donna che curiosa si accinge a leggere la mia targhetta.
JACOPO - SWITCH / SPANK / DIRTY TALK / WORSHIP

Mentre colgo il suo sguardo incuriosito, le dico: “vedo che ne abbiamo almeno un paio in comune. Gli altri due tuoi sono molto interessanti. Parlamene come se dovessi farli diventare anche miei.”
Sul mio taccuino, nel frattempo, segno due stellette, per me già bastevoli. Ho un mio personale schema di votazione, che include il timbro vocale, i tipi di kink che le piacciono e il perché le piacciono. Se sa spiegarmi adeguatamente come mai le risultano attraenti, potrebbero davvero diventare una roba che vale la pena provare. I due che abbiamo in comune, invece, significano che entrambi a turno vogliamo dominare e farci dominare, e che a entrambi piace parlare spudoratamente osceno. Questa è una informazione importante, da tenere in caldo per dopo.
Guardo la sua bocca e il suo viso, deliziosi e morbidi come seta, quasi aristocratici. Me la immagino già imprecare come una disgraziata per rovinare quell’aura di sofisticatezza. Splendido contrasto.
Chissà se intuirà il paradosso insito nella mia targhetta… valevole per una terza stelletta automatica.

-LEI-

Sorrido, piegando leggermente la testa per prendere tempo. La mente comincia a girare a mille all'ora. La verità? Quando ho riempito il modulo di benvenuto all'ingresso, spinta dall'adrenalina e dalle dritte di Sara, quelle parole le ho scritte quasi d'istinto, mescolando curiosità e fantasie che non ho mai strutturato davvero in una conversazione formale. Dopotutto, scrivere d'impulso che ho un'ossessione per lo sperma e per il cumplay non mi sembrava l'incipit ideale da mettere in mostra su un badge, per quanto la serata fosse a tema.
Quindi: Psychological e Roleplay. Ma ora come glieli vendo a uno come Jacopo? Come faccio a trasformare due etichette astratte in qualcosa che possa accendere un uomo vestito così? Le tette in faccia non bastano.
Poi mi scatta la scintilla. L'ispirazione mi arriva dritta dalla sua presenza, dalla sua giacca e da quell’Holzkern al polso. «È molto semplice, Jacopo,» inizio, abbassando il tono di voce, facendosi più lenta, confidenziale. Mi appoggio con i gomiti al tavolo, riducendo le distanze tra di noi. «Il gioco psicologico e il roleplay per me non sono indossare una maschera o recitare una storiella finta. Sono l'arte di creare una tensione così densa da potersi tagliare con un coltello.»
Fisso il suo sguardo, senza cedere un millimetro. «Immagina la scena. Nessuna finzione grottesca: siamo noi due, ma con ruoli e regole spietatamente chiare. Il roleplay ti permette di staccare la spina dal mondo reale, di spogliarti di qualsiasi aspettativa quotidiana e di incarnare solo il tuo desiderio più puro. E il lato psicologico... beh, è la chiave d'accesso.»
Faccio una breve pausa. «È il potere delle parole, del dirty talk che abbiamo in comune, usate per condizionare la testa dell'altro prima ancora di sfiorarne il corpo. Significa portare la mente del partner esattamente dove voglio io, oppure lasciarmi guidare dalla sua voce fino a perdere il controllo. Creare quell'attesa estenuante dove ogni parola è un comando o una promessa. Insegnarti a desiderare qualcosa ancora prima di sapere che lo volevi. Non trovi che sia la forma di controllo più sottile e appagante che ci sia?» Jacopo mi ascolta senza interrompermi, un'espressione che si fa via via più concentrata, catturata da ogni singola sillaba.

-LUI-

Elena pronuncia quelle parole con un sibillino tono di voce che mi fa già capire il significato di quanto ha detto prima di quanto le parole stesse arrivino alla coscienza. Questa donna sa il fatto suo, e la cosa mi eccita, proprio perché sembra un confronto dove potersi finalmente guardare allo specchio senza filtro, senza biasimo.
“Quindi stiamo parlando di controllo.” Dico con lo sguardo serio ma concentrato, mentre scarabocchio una terza stelletta. “L’idea stessa di porre al centro il controllo mi eccita, sia possederlo che il perderlo. È una roulette, in realtà, dove il gesto è simbolo, il ruolo è uno statement e la parola è tutto. Anche quella abusante, umiliante, sboccata e misera, purché giunga allo scopo. Elena, io sto cercando la forma di godimento più pura e senza inibizioni che esista.”
Alzo l’indice della mano sinistra all’altezza della bocca della donna, soppesando le pause della mia frase “se anche tu vuoi cogliere questo invito, ti basta una semplice mossa.” Il dito è rilassato, direzionato a poca distanza dalle sue labbra, rivolto con il palmo verso l’alto, come un amo per i pesci.
Con uno sguardo furtivo, osservo il resto del suo corpo, immaginando già la forma dei suoi glutei e il rossore che potrebbero ottenere. Tuttavia, non condivido questa informazione con lei… sarà una scoperta in itinere, così come penso che anche lei avrà altri istinti da soddisfare. Io stesso, ne ho omessi alcuni, riservati a chi giunge in fondo, come nei livelli segreti dei videogiochi. D’un tratto, avverto un movimento.

-LEI-

Le sue parole sono come una scossa ad alta tensione che mi attraversa la schiena. Ha centrato esattamente il punto, senza filtri, senza ipocrisie. È quando pronuncia quel riferimento alla parola abusante e umiliante che dentro di me qualcosa si sposta e prende definitivamente fuoco.
Nel mio universo personale, il dirty talk non è un semplice contorno, qualche frase sconcia buttata lì per scaldare l'atmosfera. È un'arma da taglio. È un vero e proprio BDSM fatto di parole, una forma di sadismo e sottomissione mentale che mi accende come pochissime altre cose al mondo. Più i termini si fanno crudi, degradanti, viscerali, più la tensione sale fino a diventare insopportabile. C'è un piacere quasi perverso nel lasciarsi completamente smantellare la psiche dalle parole o demolire la resistenza di chi hai davanti, usando il peso di parole che fuori da una stanza chiusa sarebbero inaccettabili, ma che dentro diventano benzina pura. Capisco che Jacopo non sta solo parlando: mi sta mostrando il suo modo di intendere il gioco, e calza perfettamente con il mio. Lentamente, Jacopo alza l’indice della mano sinistra all’altezza della mia bocca, soppesando le pause della sua frase successiva. «Se anche tu vuoi cogliere questo invito, ti basta una semplice mossa.»
L'aria tra noi due si fa istantaneamente densa, pesantissima. Quel gesto così semplice è un'inversione di potere immediata, un'esca lanciata con una classe provocatoria da fare paura. Non c'è spazio per l'esitazione. Socchiudo leggermente le labbra, mantengo il suo sguardo senza abbassare gli occhi nemmeno per un millesimo di secondo, e piego impercettibilmente la testa in avanti. Avanzo quel poco che basta per sfiorare con il labbro inferiore la punta del suo dito, lasciando che il calore della mia pelle incontri la sua, in una resa silenziosa ma del tutto consapevole.
«Allora abbiamo decisamente trovato la stessa mappa, Jacopo,» sussurro contro la sua pelle, lasciando che le mie parole gli sfiorino la mano prima di scivolare via. «E ti assicuro che quando la parola diventa un BDSM puramente verbale... un'arma usata per piegarti le ginocchia o per umiliarti per pura scelta... è lì che comincio a divertirmi davvero.» Getto un'occhiata rapida oltre le sue spalle: sul display digitale alle sue spalle i numeri rossi del timer lampeggiano spietati, indicando che ci resta soltanto un ultimo, intensissimo minuto prima del prossimo gong.

-LUI-

L'elaborazione della risposta si vede tutta nell'eccitazione dei suoi occhi, mentre con leggiadria la osservo chinarsi e poggiare un labbro sulla punta del mio dito, segno inequivocabile che ha capito dove la volessi portare. "Allora abbiamo decisamente trovato la stessa mappa, Jacopo." mi sussurra facendomi vibrare la pelle della mano, il sussulto arriva prima del suono caldo della donna. Mi soffermo con l'indice tra le sue labbra, desiderando di esplorare l'interno delle fauci. "... E’ lì. che comincio a divertirmi davvero" dice, inumidisco il dito con la saliva presa dalla punta della sua lingua, poi lo porto alla mia bocca e assaporo quanto raccolto. "Sembra tu abbia un buon sapore, Elena." quindi, stringo le sue guancie con il pollice e indice, avvicinando il suo volto al mio, "Il timer sta finendo, immagino tu voglia raccogliere la borsetta e seguirmi di sopra, dove possiamo approfondire questi discorsi e sapori." quindi la bacio con tono deciso, esplorando la morbidezza delle sue labbra e il calore del suo interno, come se assaggiassi direttamente alla fonte. "oppure intendi proseguire qui i vari round...?" mentre pronuncio queste frasi con tono sfidante e manipolativo, entrando già nel pieno della dinamica, lascio scivolare una tessera magnetica con un numero stampato sopra, il 34.

-LEI-

Il suo tono è un misto di sfida e manipolazione sottile, una spinta deliberata per costringermi a una scelta immediata, per farmi scivolare dritta nella sua dinamica prima ancora che il gong suoni. Nel pronunciare quelle parole fa scivolare sul ferro battuto del tavolo una tessera magnetica nera. Sopra c'è stampato un numero bianco, nitido: 34. Una chiave per le camere del piano superiore. Dentro di me il sangue va in ebollizione. La carica erotica di quel bacio mi ha lasciato la pelle d'oca su tutto il corpo e la testa leggermente vertiginosa, ma l'orgoglio — e l'istinto dello Switch — si sveglia all'istante.
Troppo sfacciato, Jacopo. Troppo facile.
Pensa davvero che bastino un bell'orologio, un bacio rubato e una tessera lanciata sul tavolo per farmi abbandonare il gioco così, a metà serata? Se pensa di avermi già addomesticata e pronta da portare al guinzaglio di sopra, si sbaglia di grosso. La sottomissione è un dono che si concede, non una presa d'atto; e per ottenerla da me dovrà sudare parecchio di più. Un uomo come lui va fatto tribolare, alimentato a pane e frustrazione finché l'attesa non lo rende affamato davvero.
Mantengo il suo sguardo, lasciando che sulle mie labbra ancora umide si dipinga un sorriso sornione, di pura provocazione. Con due dita dalla punta affilata sfioro la tessera magnetica sul tavolo, facendola scivolare indietro verso di lui, senza toccarla davvero. «Interessante proposta, Jacopo,» dico, lasciando che la mia voce suoni perfettamente calmo, quasi distaccata, mentre dentro brucio. «Ma ti sei scordato la regola fondamentale del gioco psicologico: la fretta annebbia il piacere. Se ti seguissi adesso, ti regalerei la vittoria al primo round. E io non sono un trofeo da incassare al quarto minuto.»
I numeri sul display alle sue spalle arrivano allo zero.
GONG.

Il suono secco del metallo risuona in tutta la sala, decretando la fine del nostro tempo.
Mi alzo dalla sedia con un movimento lento e deliberato, sistemandomi la linea del corsetto con le mani e lasciando che la scollatura catturi un'ultima volta la luce rossa. Lo guardo dall'alto in basso, sporgendomi appena verso di lui.
«Il mio posto per i prossimi turni è su queste sedie,» sussurro, sfiorandogli la spalla con la punta delle dita mentre recupero la borsetta. «I round continuo a giocarmeli qui sotto. Tu, nel frattempo, vedi di farmi venire voglia di salire a quell'uscita. La tessera tienila in tasca. Se sarai abbastanza bravo, magari a fine serata me la farai ritrovare.»
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