Tuo marito non potrà saperlo | 1

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tradimenti

Alberto guardava freneticamente l’orologio, pur consapevole che il tempo non sarebbe passato più in fretta. Si sorprese di questo gesto, attribuendolo a una frenesia tipica della città milanese, croce a cui tutti gli espatriati dal sud e innestati al nord dovevano sottoporsi. Eppure, sapeva di non stare provando la tipica irrequietezza dei tempi morti, delle attese, dei vuoti a perdere che ti impediscono di lavorare/produrre. No, era qualcos’altro. Qualcosa derivante dall’oggetto di tale attesa. Qualcosa direttamente collegata alla persona che stava ormai aspettando da più di quindici minuti, seduto su una panchina della stazione ferroviaria di Rogoredo. Occorre fare un piccolo passo indietro.
Alberto lavorava come addetto marketing in una nota casa di moda a Milano. Trasferitosi dalla Puglia ormai più di dieci anni addietro, si era abituato allo stile di vita della capitale lombarda a tal punto che quando ritornava da Bitonto, suo paese di origine, avvertiva una sensazione di sollievo. Quasi tutti i suoi amici erano espatriati come lui, chi a cercar fortuna in Francia, chi a farsi l’abbronzatura in Spagna, chi a gestire un locale in spiaggia in Grecia, chi a fare l’avvocato a Roma, chi a esercitare medicina in Piemonte.
Tra tutti, una stretta coppia di amici, Fabio e Rachele, avevano invece mantenuto fede al patto per il sud e deciso di restare in Puglia per condividere uno studio di architettura (lui geometra, lei architetto). Lavoravano e vivevano da pascià, avevano una casa con giardino nelle zone residenziali di Bari, ferie libere e tante esperienze di viaggi in giro per il mondo. Una coppia storica, conosciutisi a 20 anni, durante una festa a tema, mai più lasciati. Sposati da tre anni, con Alberto a fare da testimone a entrambi, poiché cresciuto con loro per buona parte della gioventù.
Rachele, come accadeva spesso, doveva recarsi a Milano per lavoro e aveva chiesto ospitalità come solito fare, con la scusa di un sushi e una chiacchierata in memoria dei vecchi tempi, delle uscite e delle scorribande giovanili. Non era la prima volta che accadeva, tuttavia era la prima volta da quando era divorziato. Alberto, infatti, era stato sposato per cinque anni con Nicole, funzionaria amministratrice padovana, trasferita a Milano per l’università. I due avevano scelto il divorzio consensuale e ora Alberto viveva da solo.
Il treno arrivò con venti minuti di ritardo. Alberto sudava freddo, non si capacitava del perché. Si sentiva forse inadeguato a ospitare qualcuno nella casa nuova che si era affittato? Aveva un programma serrato di appuntamenti che rischiava di far saltare?
No, la frenesia riguardava proprio Rachele. Quando la vide scendere dal treno con il suo zaino in spalla, i pantaloncini corti e le gambe formose avanzare a falcate verso di lui, sorridente come una vacanziera, il cuore gli si fermò in gola. Occorre fare un altro passo indietro.
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Luglio, Bari vecchia. Erano le 19 di un pomeriggio molto assolato. Alberto era seduto al tavolo con Fabio e Rachele, impegnati in una conversazione. Tutte le volte che Alberto scendeva giù in Puglia, l’appuntamento con la coppia era fisso.
“Quindi vi siete lasciati bene…” osservò Fabio, mentre suggeva dalla cannuccia del suo secondo Campari spritz.
“Immagino di sì. Sapete quanto sia stato complicato… ma credo fosse necessario…” rispose Alberto, accendendosi una sigaretta rollata.
“L’importante è che tu adesso stia meglio…” aggiunse Rachele, dando una pacca sulla coscia dell’amico. Alberto sorrise, incurante del gesto di prossimità, poiché era comune essere così confidenti tra loro.
“Spero che anche lei stia meglio…”
“Ecco, se c’è una cosa su cui non dovresti proprio soffermarti, è la sua vita, adesso. Concentrati di più sulla tua.” Aggiunse Fabio, tenendo per mano Rachele che lo ricambiò con un bacio.
Alberto li guardò unire le labbra, provando un misto di gratificazione e invidia. Sorseggiò il suo spritz e poi esclamò “Uhh… devo andare in bagno.”
Rachele si alzò di scatto, come se dovesse ricordarsi di fare qualcosa. “Aspetta! Fammi andare per prima, sennò me la faccio addosso…!” I due maschi si guardarono divertiti, annuendo.
Alberto, vedendola allontanarsi, non poté fare a meno di osservare quanto le cosce della sua amica fossero ben rassodate da mesi di palestra funzionale. Avevano un ritmo quasi ipnotico di camminata che si abbinava bene all’ondeggiare della chioma castano chiara e alle natiche formose.
“… è un colabrodo.” Disse Fabio.
“Come scusa?” Chiese Alberto, svegliandosi dal torpore.
“Dicevo: la vescica di Rachi è un colabrodo. La fa ogni 5 minuti!” non so che problemi abbia...!” Aggiunse l’amico, ridendo mentre addentava una olivetta.
Lì per lì non ci fece caso, ma nella sua mente, si materializzò improvvisamente una immagine di acque sgorganti e petali di rosa.
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“Ciao, bellezza!” Disse Alberto, abbracciando l’amica appena giunta alla stazione. “Ma ciao, bell’uomo!” Rispose a tono la ragazza, stampandogli un bacio sulla guancia.
“Non hai trolley?” Chiese lui.
“Macchè. Per stare solo due giorni? Figurati… sto più comoda così.”
Fecero strada fino alla metro. Si lasciarono andare in battute sprezzanti sul caldo di agostoe la città che si scioglie.
“Tra un po’ mi sciolgo anche io.” Commentò lei, accaldata. Alberto le vide. Erano toniche, carnose, tese dalla maglietta inumidita dal sudore. I bottoncini bene in vista, Il collo imperlato di piccole goccioline, il riflesso di deglutizione. Quel mosaico di suggestioni fece il giro del mondo nella testa di Alberto, comprendendo finalmente il motivo per cui stava così in ansia.
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Luglio, spiaggia di Giovinazzo. Ultima domenica prima di rientrare a Milano. La spiaggia era meno frequentata per via dell’orario e della posizione riparata. Alberto, Rachele e Fabio stavano sdraiati ognuno sulla propria tovaglia, a prendere il sole. Fabio era disteso di pancia, con le braccia a fare da cuscino. Rachele stava prendendo la tintarella con eleganza composta, mentre Alberto era steso di lato, col telefono in mano.
“C’è qualcuno, lì dietro?” Chiese lei, distrattamente.
Alberto si voltò per scorgere, effettivamente non c’era nessuno. “Non mi pare.”
“Bene.” Rachele diede uno sguardo al marito e si accertò che stesse ancora riposando. Dal rumore del respiro si poteva intuire che fosse un sonno bello profondo. “Ok, non dirgli nulla, per favore. Lui ogni volta mi fa storie…”
Finito di parlare, sciolse il nodo che teneva legato il bikini al petto e sollevò il tessuto.
Alberto ebbe un tuffo al cuore. Le mammelle dell’amica si rivelarono in tutta la loro rotondità. “Ma cosa cazz..” non fece neanche in tempo a stupirsi che l’amica lo zittì.
“Dai, su! Come se non avessi mai visto un paio di tette! Sei bigotto come l’amico tuo, per caso?”
La provocazione era bella e buona. Tuttavia, non poteva replicare. Bisognava gestire la situazione, accettarla e resistere.
Alberto, quindi, distolse lo sguardo per pudicizia e non disse più una parola. Ciclicamente, tuttavia, tornava a dare uno sguardo incuriosito verso il petto di Rachele, come i peggiori guardoni. sentiva l’erezione farsi strada sotto la rete del costume. Non avrebbe dovuto, probabilmente, ma era una sensazione inedita, mai provata alla presenza di amici di lunga data come loro. Per quanto si sforzasse di pensare che era normale prendere il sole anche in quel modo, si ripeteva in testa tutt’altro. Ancora uno sguardo a incedere sui capezzoli divergenti della ragazza, prima di accorgersi del blando rumore di passi in avvicinamento.
“Ehi, sta arrivando qualcuno.” Disse all’amica, che tuttavia non si scompose.
“Niente ci fa.” Le rispose, assopita.
“E se tuo marito si sveglia?” Chiese lui, a quel punto.
“Rilassati… lo faccio sempre quando dorme in spiaggia. Me ne accorgo quando si sveglia perché fa dei rumori con la bocca. Sei nervoso per caso?” Incalza lei, col sorriso divertito.
“No macché. Per me figurati, problemi non ci stanno… ahah” Alberto era parecchio goffo e si vedeva, diverso dal solito modo di fare e per niente a suo agio. Lei riconosceva il suo pudore e non accennava a smorzare tale imbarazzo, quasi come se volesse alimentarlo ancora di più. “Non te lo farai mica venire duro per così poco…?” Chiese lei con surreale innocenza.
“Rachi… non fregarmi con ste battutine… già è complicato averti accanto con le tette al vento…!” Rispose Alberto con fare serioso e aggiustandosi il costume evidentemente esposto.
“Lo sapevo! Ahahah… voi maschi siete dei porci incredibili.”
“Beh. Voi femmine non è che…” si interruppe a metà, interdetto dalle mani di Rachele intenta ad accarezzarsi il seno con entrambe le mani, levigando i capezzoli con le punte delle dita. “Dicevi, scusa?” Disse, con un tono di voce apparentemente calmo e sicura di sé, mentre incedeva sui bottoncini rosacei e ruvidi.
Alberto si schiarì la voce, ma era palese che si fosse smorzato alla vista di quel movimento inatteso. Due persone passarono vicino a loro, non curanti della loro presenza.
Rachele fece una risata sibillina. “Dai, ti prendo per il culo! Comunque puoi guardare, non mi offendo mica. Tu per me sei come un fratello.”
Alberto ponderò con attenzione le parole seguenti da dire. “Scusa, a tuo fratello mostreresti le tette?”
“Intendo dire che mio fratello potrebbe tranquillamente vedermi nuda e non avere alcun problema, proprio perché è mio fratello e so di potermi fidare!”
“Non credo funzioni così…si vede che non hai mai avuto un fratello…”
Commentò Alberto, ormai rivolto con gli occhi fissi sulle protuberanze dell’amica, sapendo di non poterne fare a meno.

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Scesi dalla metro, raggiunsero rapidamente l’uscita, dopodiché si diressero verso casa di Alberto, chiacchierando del più e del meno. Rachele era la solita allegrotta, stava aggiornando Alberto delle ultime vicissitudini in casa, dei progetti di ristrutturazione e delle prossime mete turistiche. Alberto sorrideva distratto, non riuscendo a ignorare il fatto che si trovassero dopo tanto tempo lui e lei da soli, e nella testa emergevano intrusive le immagini del suo petto libero giusto un mesetto prima.
La fece accomodare in casa e le mostrò il bagno e la sua stanza. “Non te la passi affatto male, per essere a Milano!” commentò guardandosi intorno la donna, che subito posò le valigie in stanza e si liberò le tasche da oggetti e accessori vari. “Vuoi dell’acqua?” chiese Alberto. Lei annuì. Le porse un bicchiere ricolmo di acqua fresca e la ammirò calarlo giù come una belva assetata sotto al caldo torrido. “Ahhh.. ci voleva. Mi faccio una doccia e poi sushino, che ne dici?” “Direi perfetto.” “Allora tu prenota un posto buono…”
Rachele si diresse verso la camera, raccolse il telo doccia e si sfilò la maglietta ormai madida di sudore. Alberto con la coda dell’occhio osservò la scena e raggelò. Davvero lo stava facendo? “la porta funziona, se vuoi!” commentò Alberto con tono ironico. “Dai su, faccio di fretta!” Abbassò i pantaloncini, rimanendo in intimo. Appoggiò il telo sulla spalla, inforcò gli infradito ed entrò nel bagno. Alberto godette delle chiappe sode della ragazza per qualche secondo, prima di vederle eclissare dietro la porta del bagno. Sarebbe stato un fine settimana lungo.
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Dopo la giornata in spiaggia, il trio rimase a cena a casa al mare della coppia, bevendo tanto vino e mangiando pesce alla griglia. Fabio aveva cucinato in modo eccellente e stava in disparte a pulire la griglia dove aveva finito di arrostire le ricciole. l’atmosfera che si era formata era rilassata e familiare. Seduti sui divani del gazebo esterno, Rachele versò altro vino bianco ad Alberto, che accettò con sollazzo. “Ci manchi, dovresti venire più spesso.” “Eh, lo so. Ma tanto, noi tra un mese ci vediamo, ricordi?” “Certo che ricordo.” Sorrise ammiccante. Alberto non poté non notare che le cosce di Rachele erano particolarmente voluminose. “Comunque devo dirtelo, hai due gambe assurde. L’allenamento funziona!” disse con quasi troppo entusiasmo, segno che il vino faceva già effetto. “Ti piacciono, vero? Eh sì, devo dire che i risultati si notano.” Rispose lei, massaggiandosi una coscia con la mano, scostando il tessuto del vestito di lino. Rachele osservò per bene i movimenti degli occhi dell’amico, il suo incedere sul suo corpo, l’insolita allegria derivante dall’alcol. Si rendeva conto che oggi in spiaggia aveva fatto una cosa insolita, sebbene si ritenesse sempre molto aperta di mente, non poté rimanere indifferente agli sguardi di Alberto, confessando a se stessa che quelle attenzioni, quasi proibite, l’avevano in qualche modo gratificata e intrigata. Per cui era portata a tenere quelle cosce in bella vista, per poter godere ancora un po’ delle attenzioni di quel maschio che conosceva tanto bene ma che non aveva mai pensato in quel senso. Sarà forse l’aria del mare? Sarà un cambio di ormoni? O sarà che con lui si sente talmente a suo agio che se guardasse lei non avrebbe alcun problema? Sentì i capezzoli rigonfi, segno che forse doveva smettere col vino, prima che si eccitasse troppo.
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Alberto controllò che non avesse lasciato indumenti in giro e che tutto fosse in ordine, ancora una volta. Osservò la specchiera girevole in camera sua e si rese conto che da una certa angolazione poteva scorgere perfettamente l’interno della stanza degli ospiti. Una idea malvagia gli balenò in testa, cercò di resistere all’impulso di orientare la specchiera, d’altronde non avrebbe visto nulla se la porta fosse rimasta chiusa. Temeva che le sbirciate della scorsa volta potessero in qualche modo mettere in imbarazzo la ragazza, che tuttavia non sembrava farsi tanti problemi a rimanere in déshabillé davanti a lui. Chissà Fabio se approverebbe tutto ciò.
Uscita dal bagno, indossava l’accappatoio bianco che le aveva messo a disposizione. Alberto ricordò di dover prenotare il sushi, per cui si distrasse qualche secondo. Mentre parlava al telefono, con la porta ancora aperta, capì che la sua ospite si stava cambiando. Nel chiaroscuro della propria stanza, attraverso la specchiera, riusciva a vedere Rachele mentre rimuoveva il telo dal corpo e, totalmente nuda, rovistava nella valigia alla ricerca dei vestiti. Aveva già visto quelle mammelle formose poco tempo fa, non aveva tuttavia ancora realizzato quanto fosse magnifico quel fondoschiena. Tondo, solido, armonioso, levigato. Avrebbe desiderato allargarlo per annusarne l’interno ma non poteva rovinare la propria posizione proprio adesso. Nel frattempo, una vocina gracchiante in cinese chiedeva se ci fosse qualcuno all’altro capo del telefono. “Ah, si si! Mi scusi, chiedevo un tavolo per due!” Quando ritornò con lo sguardo sulla specchiera, Rachele non c’era più.
Seduti a cena, brindarono e si confidarono su molte cose. Le prospettive di casa, di vita e la disillusione del momento politico che stavano vivendo. “Bene, devo andare un secondo in bagno.” Disse lui alzandosi. “Non sbagliare come l’altra volta!” commentò Rachele, ridacchiando. Sapeva che prima o poi glielo avrebbe rinfacciato.
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Carico di vino bianco, la vescica di Alberto iniziò a protestare. Tra una risata e l’altra, egli si alzò e comunicò che doveva fare la pipì. “Si certo, fai pure! Tanto conosci la strada.” Rispose Fabio.
Alberto percorse il corridoio e si fermò davanti al bagno. Tuttavia, notava la camera da letto dei ragazzi aperta e il suo istinto lo portò ad entrarci. Rimase al buio, in silenzio. C’era un bagno anche lì, quello personale della coppia. Qualcosa di strano nella sua testa scattò, come se quella specie di invasione nel privato si potesse sublimare con quel gesto. Decise di fare la pipì proprio lì, in quel bagno. Si chiuse la porta dietro di sé. Non c’era la serratura, immaginava una abitudine tra coniugi. Slacciò i pantaloncini, calò le mutande e tirò fuori l’uccello. Attese qualche secondo e poi sentì premere il pube, liberandosi. Fu una pisciata particolarmente goduriosa, giacché si trovava dove non avrebbe dovuto.
Un colpo secco dietro di lui, improvviso. Rachele era ferma, in piedi, a fissare l’amico mentre pisciava nel suo bagno. “Oh cazzo. Chiudi!” si lamentò Alberto, mentre Rachele imperterrita lo fissava. “Eh, ma sei nel bagno sbagliato!” commentò lei, mentre chiudeva con surreale lentezza. Alberto fece un macello di schizzi ovunque per lo spavento. Si ripulì e cercò di sistemare alla meno peggio. Si lavò le mani e uscì. “Scusa, mi ero perso.” Disse con riluttanza Alberto, sorridendo imbarazzato. “Beh, tranquillo, può capitare. Ora esci che me la sto facendo addosso.” Rachele si richiuse in bagno. Alberto non usci dalla stanza, ancora stordito dalla disavventura. L’avrà visto nel pieno della minzione? Avrà guardato dritto al suo uccello? A lui sembrava proprio così. Mentre il tempo scorreva a rilento, sentì da lontano lo scroscio di pipì della ragazza provenire dal bagno. Si chiese quanto avesse superato i limiti.
scritto il
2026-08-15
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