Tuo marito non potrà saperlo | 6
di
Jan Zarik
genere
tradimenti
Arrivati davanti la porta, i due si abbracciarono di nuovo. Stavolta ebbe la sensazione che volesse davvero baciarlo, ma qualcosa li aveva fatti incedere. Erano sulla difensiva oppure il gioco perverso delle attese costituiva esso stesso il godimento? Alberto si rifiutò di pensare, tanto era succube degli eventi. Cercava la toppa della porta, mentre con l’altra mano sfiorava insistentemente la linea del dorso della donna, avvicinandosi pericolosamente al fondoschiena. Lei lo lasciò fare.
Salirono in casa e si tolsero le scarpe. Lei si lasciò cadere sul divano, abbandonandosi a un gemito stanco, tipico di chi trova sollievo dopo una lunga camminata. Le sue gambe erano semi-scoperte, la gonna scomposta e rialzata lasciava intravedere le mutandine bianche. Alberto guardò la scena con desiderio. Rachele lo notò e rise, abbassando la gonna. “Sei ubriaca marcia.” Commentò lui. “Vaffanculo. Sto benissimo. Sei tu che sbirci sotto la gonna.” Commentò lei.
“Come sbirciavi tu la scorsa sera dietro al mio letto, per caso?” provocò lui. Rachele non rispose, guardava in alto il soffitto. “Sai, mi torna in mente quella volta che ti ho beccato nel bagno della nostra stanza da letto…” Alberto non aveva mai dimenticato quella scena, imbarazzante ma anche piuttosto conturbante. La sua eccitazione si acuì e non poté farci niente. Rachele a quel punto si alzò, non senza incertezze, e si diresse verso il corridoio. Alberto la seguì con lo sguardo, mentre camminava lenta e ciondolante, finché non girò a sinistra, verso il bagno.
Stava seguendo con lo sguardo Rachele mentre oscillava tra una stanza e l’altra, indecisa se varcare la soglia o meno. Teneva le braccia conserte, in attesa di capire cosa volesse combinare la sua stramba amica. Lei, dunque, si girò di fianco e incrociò il suo sguardo. Si avvicinò quindi alla ragazza, rimanendo sul ciglio della porta. “Cosa fai, sbirci?” chiese lei con maliziosa ironia. “Adesso sei tu nel mio bagno, farai un casino come quello che ho combinato io a casa tua?” chiese a sua volta lui. “Potrei…” rispose Rachele, sedendosi sul water, abbassando le mutandine fino alle caviglie e sollevando la gonna pliè. Si guardarono negli occhi con energia voluttuosa. Dopo una breve attesa, un fruscìo lento, silenzioso e arrancante ma poi sempre più imperioso, ruppe il silenzio tra loro. L’uomo quindi si avvicinò a lei fino a sovrastarla, le sollevò il mento con l’indice e appoggiò le labbra alle sue. Lei lo lasciò fare.
Il getto era già finito da qualche minuto, loro proseguirono col baciarsi, invadendo ognuno la bocca dell’altra, con le lingue intrecciate e tumultuose. “Scusi lei…! Sta occupando il mio cesso” Disse Alberto, sogghignando. “Mi spiace, ma ormai non mi alzo più.” Rachele lo avvinghiò dal collo e spostò indietro il culo sul water. Nel frattempo, erano ancora uniti dal bacio. “Stiamo facendo una cazzata… vero?” chiese lui, il suo corpo non sembrava per niente allineato coi suoi pensieri. “Ormai è tardi per i sensi di colpa, minchione.” Fece notare lei, che allargava sempre più le gambe per consentire maggiore spazio all’uomo. Gli sfiorò le palle e ne percorse il profilo, passando all’ asta lunghezza. “Quante volte ti sei segato pensando a me?” sussurrò la donna. Alberto farfugliò qualcosa, non era sicuro di ciò che stesse dicendo. “Quasi ogni sera, da quando me le hai mostrate in spiaggia…” disse. In parte era davvero così, tranne per le volte in cui era più di una volta al giorno. “Uff… speravo da ben prima.”
“E tu, da quanto tempo?” chiese di rimando lui. “Io? Ci ho riflettuto oggi pomeriggio e deciso mezz’ora fa.” Mentì in modo palese. Alberto si staccò dal volto di Rachele, che nel frattempo teneva ancora tra le mani il suo membro, massaggiandolo. “Stronza!” “E tu invece cosa sei, un santarellino?” chiese lei, prima di far scomparire il glande dell’amico nella bocca. Alberto godette del calore intenso di quel guizzo, accompagnando la testa della donna e cingendola per i capelli. Non appena Rachele riemerse dalla sua apnea, si alzò dal water e si fece condurre verso la stanza da letto.
Lei si tuffò di pancia sul materasso, lasciandosi ammirare a cosce nude. Si guardò indietro, carica di desiderio. Alberto tolse la camicia, rimanendo a petto nudo, schiaffeggiò una natica e ne saggiò il sapore e la consistenza. Rachele emise un gemito e si abbandonò inarcando la schiena. Per Alberto, quella scena non sarebbe nemmeno dovuta esistere nella sua testa, e invece stava avvenendo davanti ai suoi occhi. Per Rachele, invece, quella scena è stata desiderata, meditata e ricercata, quasi organizzata come un plastico di un edificio in fase di progettazione. I pochi scrupoli che le rimanevano erano evaporati insieme allo sciacquone del water.
“Scopami” disse lei, infine.
Alberto chiuse gli occhi, i dettagli si stavano facendo sempre più confusi. Un flash del corridoio di casa gli si parò in volto, fondendosi con il corridoio della casa degli amici. Il tempo a quel punto si era disteso, comprendendo le ore, le settimane, i mesi. Pensò a Fabio, per un attimo. “Non potrà mai saperlo.” Si ripeteva come un mantra. Ogni volta che lei allargava i suoi fianchi per farlo accomodare, stava contemporaneamente esprimendo un desiderio e compiendo un gesto di vendetta. Ogni schiocco sonoro dei corpi sudati che si scontrano, un colpo di pistola rancoroso e al tempo stesso una melodia tribale, viscerale. Vide nello sguardo di Rachele una subdola forma di rabbia, ma anche una passione sincera e pura. Riconobbe in ogni sua pompata un abbandono ai sentimenti più genuini e una forma di egoismo nuova, di cui non credeva di essere capace. La colpa inoltre è umida, molto spesso, mentre la vergogna quasi sempre è fredda e asciutta, come raffica di vento mentre sei nudo. Più Alberto cercava pretesti per interrompere quanto stessero facendo, più gli odori e gli sciacquettii, il calore delle carni divaricate e rivelatorie lo riportavano a un bisogno di continuare. Si immerse quindi, strofinando la punta dell’uccello negli anfratti più intimi. Rachele, nel frattempo, stringeva i denti mordendo il cuscino per il piacere, donando il suo corpo per riappropriarsi della sua anima, oppure viceversa, cioè donare l’anima per riappropriarsi del corpo. Una complicità diabolicamente deviata ma necessaria, al ritmo di schiaffi sul gluteo, strette al collo e corpi sudati che impattano.
Si addormentarono esausti, uno accanto all’altra, mano nella mano. Lei era venuta circa due volte, la prima accompagnandosi con le dita, la seconda in preda del suo partner da cui era ormai soggiogata. Quando Alberto si svegliò, più tardi del solito e ancora rintontito, trovò il letto vuoto. Lei non c’era più. Dopo aver cercato in tutta la casa e mandato un msg su whatsapp aveva già capito. Intravide il profilo di un foglio di carta, un biglietto, poggiato sul tavolo del soggiorno, recitava poche semplici righe: “Ti voglio bene, perdonami per ieri sera. Adesso ho bisogno di rifletterci sopra. Non chiamarmi, ti prego.”
---
“Fabio, ti ripeto che non devi giustificarti di nulla. Rachele mi ha già accennato del vostro periodo di crisi. Non sentirti in colpa, può succedere.” Lo sforzo di Alberto nel pronunciare quelle parole, sapendo ciò che aveva fatto solo qualche mese prima, lo devasta. Eppure, Fabio appare inconsolabile. “Oh, Dio.” Sospira, aggiustando la voce strozzata. “Sto ubriaco marcio, merda.” Adesso ride quasi istericamente, passandosi una mano sopra i capelli.
E’ ironico che le parti della conversazione siano diametralmente opposte a come Alberto se l’era immaginate. Osserva Fabio prendere fiato. Capisce quanto sia in grosse difficoltà. Fino a che punto la vergogna di un uomo può spingersi? Alberto sta finalmente capendo come dovesse sentirsi Light Yagami, tutte le volte che L lo guardava negli occhi. Fabio, nel frattempo, scosta il suo braccio dalla spalla. “È stata una sbandata… un errore madornale. D’altronde gli errori si fanno in due, no? Voi eravate già in crisi, o almeno lo sareste stati di lì a breve…”
Alberto osserva attonito le lastre di cotto spianate per terra, sul terrazzino in cui si trovano accovacciati. Non è più sicuro di aver capito i termini del discorso. Deve impiegare giusto un paio di secondi più del solito, vuoi la latenza dovuta all’alcol, prima di metabolizzare quanto stia ascoltando. “Stavamo lì, in casa da soli… una delle tante occasioni in cui siamo venuti ospiti da voi…ed è capitato. Mi aveva fatto promettere di non dirti niente e io per molti mesi mi sono sentito una nullità. Sarà che lei era fredda, glaciale, calcolatrice! Mi ha usato, probabilmente. Chissà che aveva in testa, quella li. Forse ho sbagliato io a darle troppa confidenza, non so.” Sembra farneticare, i nessi logici son diventati lassi.
Il silenzio circonda tutta la stanza. Alberto non sente né prova nulla, adesso. Solo un gigante vuoto dentro, che si va allargando. Chiude gli occhi, i dettagli si stanno facendo sempre più confusi. Un flash del corridoio di casa degli amici gli si para in volto, fondendosi con il corridoio di casa propria. Il tempo a quel punto si è disteso, comprimendo le ore, le settimane, i mesi.
E’ ormai notte fonda, in questo 27 dicembre. Fabio, dopo la confessione, è stato sopraffatto dalla sbronza e si è accasciato sulla sdraio. L’amico lo ha aggiustato e posizionato di lato. Non pensa neppure di colpirlo con un pugno o fare qualche scenata. Non sente alcuna pulsione violenta o vendicativa, come potrebbe d’altronde? Anzi, forse gli è persino grato per quella confidenza. Molti tasselli, ancora per lui privi di posizione, si stanno mettendo in ordine. Le simmetrie, quelle assurde e paradossali, spesso accadono per caso oppure rivelano qualcosa che sappiamo già da tempo. Rachele sapeva? Ne era ignara quanto lui? La collega è una storia inventata per coprire o è una seconda storia? Ripensa alle confessioni di Rachele “Prima o poi avrei immaginato il dove e il come sarebbe avvenuto. Era solo questione di tempo.” Già, questione di tempo. Questione di tempi, forse. Tempi vissuti. Alberto cammina nel buio della casa, indeciso sulla direzione da intraprendere. Uscire da lì e non tornare mai più, lasciar evaporare quella coppia ormai sciolta e non voltarsi indietro. Oppure….
La festa è ormai terminata. C’è silenzio. Nella sua mente, ormai svuotata, i ricordi sono sovrapposti e spesso di alcuni di questi ha la vaga sensazione che non siano davvero avvenuti, Altri, invece, sono fin troppo reali, molti dei quali lo fanno sentire ancora in colpa, dopo mesi. Il gioco degli specchi, il bacio fugace nel pomeriggio, alcune confidenze surreali. Il sugo, la pipì.
Nota una luce accesa, probabilmente la stanza da letto dei coniugi. La famosa stanza dove parte di quel tripudio di sensazioni è iniziato. Scosta la porta semi-aperta, Rachele sta togliendo gli orecchini davanti allo specchio. Il loro sguardo si incrocia attraverso il riflesso. Non succede di vedersi negli occhi così profondamente dall’ultima estate. Il cuore batte forte esattamente come batteva allora. Pulsa per entrambi alla stessa frequenza.
“Ehi, Tutto Ok?” chiede l’amica – amica? – a bassa voce. La sua voce scandisce le parole ma sembra che implorino “resta.”
In questa storia, le mezze verità hanno più valore delle verità intere. Le mezze bugie sono più devastanti delle bugie complete. È una storia dove gli sguardi sono più potenti di un orgasmo, dove le macchie di sugo sono più penetranti di un fallo. Una storia dove la parola tradimento risale fino alle sue antiche origini: Trans-dàre, cioè tramandare, affidare. Andare al di là.
“Sei bellissima.” Commenta Alberto. Lei si volta verso di lui, il suo sguardo serio le fa capire che non è una semplice conversazione o complimento. Lui intende davvero comunicarle qualcosa. “Ti ho già detto come la penso…ricordi?” disse lei, la sua voce non combacia con le sue parole, risultando la più accogliente che le orecchie dell’uomo possano sentire.
“Ricordo, tuttavia, voglio sbagliare tutto stavolta.” Risponde lui, avvicinandosi. Ha già scelto cosa dire e cosa non dire. Tradire per andare oltre. “Lui dov’è?” chiede Rachele, senza avere paura. “E’ praticamente svenuto.” Risponde lui. “Ultimamente lo fa sempre, ‘sto stronzo.” Alberto accarezza una mano di Rachele, quest’ultima intreccia le proprie dita con le sue. “Dove eravamo rimasti?” chiede lei.
“A te che mi chiedevi di scoparti.” Risponde lui. “E che facciamo con tuo marito?” ribatte lei, mentre sfiora con le labbra il volto dell’amante. “Tranquilla, Non potrà saperlo.”
“Allora scopami.” Ripete Rachele, avvicinandosi e sussurrando all’orecchio.
Salirono in casa e si tolsero le scarpe. Lei si lasciò cadere sul divano, abbandonandosi a un gemito stanco, tipico di chi trova sollievo dopo una lunga camminata. Le sue gambe erano semi-scoperte, la gonna scomposta e rialzata lasciava intravedere le mutandine bianche. Alberto guardò la scena con desiderio. Rachele lo notò e rise, abbassando la gonna. “Sei ubriaca marcia.” Commentò lui. “Vaffanculo. Sto benissimo. Sei tu che sbirci sotto la gonna.” Commentò lei.
“Come sbirciavi tu la scorsa sera dietro al mio letto, per caso?” provocò lui. Rachele non rispose, guardava in alto il soffitto. “Sai, mi torna in mente quella volta che ti ho beccato nel bagno della nostra stanza da letto…” Alberto non aveva mai dimenticato quella scena, imbarazzante ma anche piuttosto conturbante. La sua eccitazione si acuì e non poté farci niente. Rachele a quel punto si alzò, non senza incertezze, e si diresse verso il corridoio. Alberto la seguì con lo sguardo, mentre camminava lenta e ciondolante, finché non girò a sinistra, verso il bagno.
Stava seguendo con lo sguardo Rachele mentre oscillava tra una stanza e l’altra, indecisa se varcare la soglia o meno. Teneva le braccia conserte, in attesa di capire cosa volesse combinare la sua stramba amica. Lei, dunque, si girò di fianco e incrociò il suo sguardo. Si avvicinò quindi alla ragazza, rimanendo sul ciglio della porta. “Cosa fai, sbirci?” chiese lei con maliziosa ironia. “Adesso sei tu nel mio bagno, farai un casino come quello che ho combinato io a casa tua?” chiese a sua volta lui. “Potrei…” rispose Rachele, sedendosi sul water, abbassando le mutandine fino alle caviglie e sollevando la gonna pliè. Si guardarono negli occhi con energia voluttuosa. Dopo una breve attesa, un fruscìo lento, silenzioso e arrancante ma poi sempre più imperioso, ruppe il silenzio tra loro. L’uomo quindi si avvicinò a lei fino a sovrastarla, le sollevò il mento con l’indice e appoggiò le labbra alle sue. Lei lo lasciò fare.
Il getto era già finito da qualche minuto, loro proseguirono col baciarsi, invadendo ognuno la bocca dell’altra, con le lingue intrecciate e tumultuose. “Scusi lei…! Sta occupando il mio cesso” Disse Alberto, sogghignando. “Mi spiace, ma ormai non mi alzo più.” Rachele lo avvinghiò dal collo e spostò indietro il culo sul water. Nel frattempo, erano ancora uniti dal bacio. “Stiamo facendo una cazzata… vero?” chiese lui, il suo corpo non sembrava per niente allineato coi suoi pensieri. “Ormai è tardi per i sensi di colpa, minchione.” Fece notare lei, che allargava sempre più le gambe per consentire maggiore spazio all’uomo. Gli sfiorò le palle e ne percorse il profilo, passando all’ asta lunghezza. “Quante volte ti sei segato pensando a me?” sussurrò la donna. Alberto farfugliò qualcosa, non era sicuro di ciò che stesse dicendo. “Quasi ogni sera, da quando me le hai mostrate in spiaggia…” disse. In parte era davvero così, tranne per le volte in cui era più di una volta al giorno. “Uff… speravo da ben prima.”
“E tu, da quanto tempo?” chiese di rimando lui. “Io? Ci ho riflettuto oggi pomeriggio e deciso mezz’ora fa.” Mentì in modo palese. Alberto si staccò dal volto di Rachele, che nel frattempo teneva ancora tra le mani il suo membro, massaggiandolo. “Stronza!” “E tu invece cosa sei, un santarellino?” chiese lei, prima di far scomparire il glande dell’amico nella bocca. Alberto godette del calore intenso di quel guizzo, accompagnando la testa della donna e cingendola per i capelli. Non appena Rachele riemerse dalla sua apnea, si alzò dal water e si fece condurre verso la stanza da letto.
Lei si tuffò di pancia sul materasso, lasciandosi ammirare a cosce nude. Si guardò indietro, carica di desiderio. Alberto tolse la camicia, rimanendo a petto nudo, schiaffeggiò una natica e ne saggiò il sapore e la consistenza. Rachele emise un gemito e si abbandonò inarcando la schiena. Per Alberto, quella scena non sarebbe nemmeno dovuta esistere nella sua testa, e invece stava avvenendo davanti ai suoi occhi. Per Rachele, invece, quella scena è stata desiderata, meditata e ricercata, quasi organizzata come un plastico di un edificio in fase di progettazione. I pochi scrupoli che le rimanevano erano evaporati insieme allo sciacquone del water.
“Scopami” disse lei, infine.
Alberto chiuse gli occhi, i dettagli si stavano facendo sempre più confusi. Un flash del corridoio di casa gli si parò in volto, fondendosi con il corridoio della casa degli amici. Il tempo a quel punto si era disteso, comprendendo le ore, le settimane, i mesi. Pensò a Fabio, per un attimo. “Non potrà mai saperlo.” Si ripeteva come un mantra. Ogni volta che lei allargava i suoi fianchi per farlo accomodare, stava contemporaneamente esprimendo un desiderio e compiendo un gesto di vendetta. Ogni schiocco sonoro dei corpi sudati che si scontrano, un colpo di pistola rancoroso e al tempo stesso una melodia tribale, viscerale. Vide nello sguardo di Rachele una subdola forma di rabbia, ma anche una passione sincera e pura. Riconobbe in ogni sua pompata un abbandono ai sentimenti più genuini e una forma di egoismo nuova, di cui non credeva di essere capace. La colpa inoltre è umida, molto spesso, mentre la vergogna quasi sempre è fredda e asciutta, come raffica di vento mentre sei nudo. Più Alberto cercava pretesti per interrompere quanto stessero facendo, più gli odori e gli sciacquettii, il calore delle carni divaricate e rivelatorie lo riportavano a un bisogno di continuare. Si immerse quindi, strofinando la punta dell’uccello negli anfratti più intimi. Rachele, nel frattempo, stringeva i denti mordendo il cuscino per il piacere, donando il suo corpo per riappropriarsi della sua anima, oppure viceversa, cioè donare l’anima per riappropriarsi del corpo. Una complicità diabolicamente deviata ma necessaria, al ritmo di schiaffi sul gluteo, strette al collo e corpi sudati che impattano.
Si addormentarono esausti, uno accanto all’altra, mano nella mano. Lei era venuta circa due volte, la prima accompagnandosi con le dita, la seconda in preda del suo partner da cui era ormai soggiogata. Quando Alberto si svegliò, più tardi del solito e ancora rintontito, trovò il letto vuoto. Lei non c’era più. Dopo aver cercato in tutta la casa e mandato un msg su whatsapp aveva già capito. Intravide il profilo di un foglio di carta, un biglietto, poggiato sul tavolo del soggiorno, recitava poche semplici righe: “Ti voglio bene, perdonami per ieri sera. Adesso ho bisogno di rifletterci sopra. Non chiamarmi, ti prego.”
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“Fabio, ti ripeto che non devi giustificarti di nulla. Rachele mi ha già accennato del vostro periodo di crisi. Non sentirti in colpa, può succedere.” Lo sforzo di Alberto nel pronunciare quelle parole, sapendo ciò che aveva fatto solo qualche mese prima, lo devasta. Eppure, Fabio appare inconsolabile. “Oh, Dio.” Sospira, aggiustando la voce strozzata. “Sto ubriaco marcio, merda.” Adesso ride quasi istericamente, passandosi una mano sopra i capelli.
E’ ironico che le parti della conversazione siano diametralmente opposte a come Alberto se l’era immaginate. Osserva Fabio prendere fiato. Capisce quanto sia in grosse difficoltà. Fino a che punto la vergogna di un uomo può spingersi? Alberto sta finalmente capendo come dovesse sentirsi Light Yagami, tutte le volte che L lo guardava negli occhi. Fabio, nel frattempo, scosta il suo braccio dalla spalla. “È stata una sbandata… un errore madornale. D’altronde gli errori si fanno in due, no? Voi eravate già in crisi, o almeno lo sareste stati di lì a breve…”
Alberto osserva attonito le lastre di cotto spianate per terra, sul terrazzino in cui si trovano accovacciati. Non è più sicuro di aver capito i termini del discorso. Deve impiegare giusto un paio di secondi più del solito, vuoi la latenza dovuta all’alcol, prima di metabolizzare quanto stia ascoltando. “Stavamo lì, in casa da soli… una delle tante occasioni in cui siamo venuti ospiti da voi…ed è capitato. Mi aveva fatto promettere di non dirti niente e io per molti mesi mi sono sentito una nullità. Sarà che lei era fredda, glaciale, calcolatrice! Mi ha usato, probabilmente. Chissà che aveva in testa, quella li. Forse ho sbagliato io a darle troppa confidenza, non so.” Sembra farneticare, i nessi logici son diventati lassi.
Il silenzio circonda tutta la stanza. Alberto non sente né prova nulla, adesso. Solo un gigante vuoto dentro, che si va allargando. Chiude gli occhi, i dettagli si stanno facendo sempre più confusi. Un flash del corridoio di casa degli amici gli si para in volto, fondendosi con il corridoio di casa propria. Il tempo a quel punto si è disteso, comprimendo le ore, le settimane, i mesi.
E’ ormai notte fonda, in questo 27 dicembre. Fabio, dopo la confessione, è stato sopraffatto dalla sbronza e si è accasciato sulla sdraio. L’amico lo ha aggiustato e posizionato di lato. Non pensa neppure di colpirlo con un pugno o fare qualche scenata. Non sente alcuna pulsione violenta o vendicativa, come potrebbe d’altronde? Anzi, forse gli è persino grato per quella confidenza. Molti tasselli, ancora per lui privi di posizione, si stanno mettendo in ordine. Le simmetrie, quelle assurde e paradossali, spesso accadono per caso oppure rivelano qualcosa che sappiamo già da tempo. Rachele sapeva? Ne era ignara quanto lui? La collega è una storia inventata per coprire o è una seconda storia? Ripensa alle confessioni di Rachele “Prima o poi avrei immaginato il dove e il come sarebbe avvenuto. Era solo questione di tempo.” Già, questione di tempo. Questione di tempi, forse. Tempi vissuti. Alberto cammina nel buio della casa, indeciso sulla direzione da intraprendere. Uscire da lì e non tornare mai più, lasciar evaporare quella coppia ormai sciolta e non voltarsi indietro. Oppure….
La festa è ormai terminata. C’è silenzio. Nella sua mente, ormai svuotata, i ricordi sono sovrapposti e spesso di alcuni di questi ha la vaga sensazione che non siano davvero avvenuti, Altri, invece, sono fin troppo reali, molti dei quali lo fanno sentire ancora in colpa, dopo mesi. Il gioco degli specchi, il bacio fugace nel pomeriggio, alcune confidenze surreali. Il sugo, la pipì.
Nota una luce accesa, probabilmente la stanza da letto dei coniugi. La famosa stanza dove parte di quel tripudio di sensazioni è iniziato. Scosta la porta semi-aperta, Rachele sta togliendo gli orecchini davanti allo specchio. Il loro sguardo si incrocia attraverso il riflesso. Non succede di vedersi negli occhi così profondamente dall’ultima estate. Il cuore batte forte esattamente come batteva allora. Pulsa per entrambi alla stessa frequenza.
“Ehi, Tutto Ok?” chiede l’amica – amica? – a bassa voce. La sua voce scandisce le parole ma sembra che implorino “resta.”
In questa storia, le mezze verità hanno più valore delle verità intere. Le mezze bugie sono più devastanti delle bugie complete. È una storia dove gli sguardi sono più potenti di un orgasmo, dove le macchie di sugo sono più penetranti di un fallo. Una storia dove la parola tradimento risale fino alle sue antiche origini: Trans-dàre, cioè tramandare, affidare. Andare al di là.
“Sei bellissima.” Commenta Alberto. Lei si volta verso di lui, il suo sguardo serio le fa capire che non è una semplice conversazione o complimento. Lui intende davvero comunicarle qualcosa. “Ti ho già detto come la penso…ricordi?” disse lei, la sua voce non combacia con le sue parole, risultando la più accogliente che le orecchie dell’uomo possano sentire.
“Ricordo, tuttavia, voglio sbagliare tutto stavolta.” Risponde lui, avvicinandosi. Ha già scelto cosa dire e cosa non dire. Tradire per andare oltre. “Lui dov’è?” chiede Rachele, senza avere paura. “E’ praticamente svenuto.” Risponde lui. “Ultimamente lo fa sempre, ‘sto stronzo.” Alberto accarezza una mano di Rachele, quest’ultima intreccia le proprie dita con le sue. “Dove eravamo rimasti?” chiede lei.
“A te che mi chiedevi di scoparti.” Risponde lui. “E che facciamo con tuo marito?” ribatte lei, mentre sfiora con le labbra il volto dell’amante. “Tranquilla, Non potrà saperlo.”
“Allora scopami.” Ripete Rachele, avvicinandosi e sussurrando all’orecchio.
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